Musica, senza steccati

giovedì 23 giugno 2016

La Festa della Musica 2016 vista da un Carrefour h24

08:39 Posted by Igor Principe , , No comments
Anno 1992. Francesco De Gregori pubblica Canzoni d'amore. Uno dei brani si intitola Chi ruba nei supermercati: da qualche mese infuria Tangentopoli e quei tre minuti di musica vi si riferiscono senza mezzi termini.

Anno 2016. Se Francesco De Gregori (o chi per lui) dovesse scrivere una canzone, probabilmente la intitolerebbe Chi suona nei supermercati. E racconterebbe di centinaia di musicisti che il 21 giugno - il giorno della Festa della Musica 2016 - si sono esibiti nei Carrefour di tutta Italia. Precisamente, in 160 store h24, cioè quelli aperti sempre, a ogni ora e in ogni giorno della settimana.

Se ambisce ad essere tale, una festa deve essere inclusiva. Con coerenza, Carrefour ha invitato a esibirsi sui palchi sistemati davanti all'ingresso degli store musicisti per professione o per diletto. A Napoli, per dire, sul palco dell'h24 di Corso Europa c'era Francesco Facchinetti. A Milano, in piazza Siena, c'erano i BE3: Desirée Niero alla voce, Federico Villa alla chitarra e Igor Principe (cioè chi scrive queste note) al pianoforte.

Stephane Coum, invece, è il direttore supermercati Carrefour Italia, e ha detto belle parole su questa iniziativa: «La collaborazione con Festa della Musica ci rende particolarmente orgogliosi e soddisfatti di apportare un importante contributo a una iniziativa così coinvolgente dal punto di vista sociale e che promuove valori positivi di cultura e partecipazione attiva delle comunità. Sono valori coerenti con la filosofia alla base della nascita della formula h24 di Carrefour market in Italia, che tutti i giorni attraverso un servizio unico, è vicina, al cambiamento delle esigenze delle famiglie e dei lavoratori».

Ora, due cose: la prima è che ok la coerenza, ma saggiamente non è stata fatta musica h24, ché va bene su una spiaggia isolata ma non nel cuore di un quartiere residenziale milanese; la seconda è che non è nostra intenzione accostarci a Facchinetti: lui è un professionista, noi no (anche se Desirée è un'insegnante di canto e ha più formazioni con cui si esibisce regolarmente, e Federico un disco l'ha regolarmente pubblicato); lui suona pop, noi qualcosa che non sappiamo esattamente cosa sia. E se non sai cos'è, allora è jazz. Forse alla Festa della Musica 2016 è stato più blues, ma poco importa: quel che conta è che è stata davvero una festa.

Mentre ero sul palco, ho realizzato che in oltre vent'anni di musica da dilettante ho suonato dove c'era da suonare. Una volta, in un teatro, durante un classico jazz (Now's the time) qualcuno decise di dare un apporto scenografico e fece partire i fumi secchi da heavy metal. Il palco ne fu invaso, e con i compagni del mio gruppo di allora vedevamo più nulla. Siccome nel jazz guardarsi è fondamentale - perché con gli occhi comunichi gli stacchi, i momenti in cui finisci un solo, l'attimo in cui devi riprendere un tema, insomma guidi la musica - noi suonammo per un bel po' alla cieca. Ma ne uscimmo indenni.

Un'altra volta, in quel che era l'ospedale psichiatrico Paolo Pini, uno degli ospiti irruppe sul palco, si impadronì del microfono e cantò con voce flautata And I love her, suscitando l'entusiasmo del pubblico e mettendoci in difficoltà, perché ci alzò di molto l'asticella del consenso.

Ieri con i BE3 abbiamo aggiunto un nuovo paragrafo al capitolo «Luoghi insoliti in cui esibirsi», con un'oretta di musica nel parcheggio del Carrefour h24 di piazza Siena. Una situazione che John Landis avrebbe filmato e inserito nei Blues Brothers. C'è da dire che a noi è andata meglio: nessuno ci ha inseguito per arrestarci, alla fine. Certo, un po' di timore è emerso quando, nel pieno di Quello che le donne non dicono, un'impacciata signorina ha manovrato l'auto in uscita rischiando di salir sul palco in retromarcia. L'intervento di un paio di spettatori nell'improvvisato ruolo di vigili urbani ha scongiurato il pericolo.

Nessuno ci ha inseguito, insomma. Qualcuno ci ha invece seguito, gustando anguria, melone e focaccia gentilmente offerti dalla casa, canticchiando, applaudendo e apprezzando un intermezzo simil-jazzistico in mezzo a del buon vecchio rock. Ho provato, ogni tanto, ad alzar lo sguardo dalla tastiera per vedere cosa accadesse intorno. Semplicemente, le persone si fermavano anche solo per un minuto e ascoltavano.

Quelli che mi piacevano di più, però, erano i fuggitivi: borse della spesa in mano, scappavano a casa per cucinare e chiudere la giornata. Non scappavano però dalla musica: pur nella fretta, li vedevi canticchiare almeno un verso dei brani che noi e gli altri partecipanti abbiamo suonato.

Qualcuno di loro sorrideva. È bello pensare che quel frammento di musica gli abbia risvegliato un ricordo lontano e piacevole, e che lo abbia accompagnato fino a casa.


venerdì 22 aprile 2016

Una canzone, una storia: il segno dei tempi

07:07 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Alla fine, è sempre questione di memoria e di come una canzone ci si rinchiuda dentro per sempre. Cose che capitano, se quella canzone è nell’aria quando apri una finestra e ti ritrovi affacciato sull’inizio della vita.

Primavera del 1987, un esame di terza media da scollinare per poi scendere verso l’estate e verso la prima liceo. Se già a tredici anni la tua vita è fatta di bollicine, la mia di quel tempo è ad anidride carbonica aggiunta. Vivo l’emozione di un trasloco nella metropoli, dopo tre anni nella placida campagna prossima al fiume Ticino. Milano nell’87 sembra il centro del mondo, percorsa da sciami di ragazzi e vestiti colorati, di suoni leggeri e sintetici, spiombata dal decennio precedente e allegramente ignara del fango che, di lì a qualche anno, le sue fogne le avrebbero rigurgitato addosso.
Milano è al centro del mondo e della musica, e fa niente se i grandi concerti li fanno al Comunale di Torino. È elettrica, ha il cuore lanciato a 130 battiti per minuto. Sotto traccia scorre scansione ritmica costante, che per caso scopro grazie a un video. Questo video.

Segno dei tempi, si intitola la canzone. Parla di crack, di Aids, di bombe e uragani, di vite banali e scontate. Racconta la verità del mondo, che i miei occhi acerbi non possono indovinare. Quel suono ripetuto in ottava, ritmato in sincopi, è ipnotico e mi proietta in un futuro da mettere in piedi mattone dopo mattone. Ascolto quella canzone e mi sento grande e voglioso di esserlo ancora di più. Fame di vita ed energia da tredicenne confluiscono dentro i pochi minuti di ritmo, voce e fraseggi di chitarra funky piovuti da un mondo geniale e fantastico.

Quella musica ha il potere di attirare a sé gli attimi forti di quella primavera, e di renderli ricordi indelebili. Momenti intimi, come una poesia di Leopardi studiata su una sedia a dondolo; romantici, come la testa di Silvia poggiata sulla mia spalla a cercare conforto dopo un saggio di pianoforte fatto male; stupefacenti, come il corteo infinito dei tifosi del Napoli a festeggiare lo scudetto per le principali vie di Milano; stordenti, come l’ebbrezza del minuto dopo la fine dell’esame di terza media, quando sai di avere davanti tre mesi di sovrana, granitica spensieratezza.

Segno dei tempi, canta Prince. E intanto, segna il mio tempo.


lunedì 21 settembre 2015

Arrivano gli alieni: l'ironia domina (anche troppo) in casa Bollani

07:50 Posted by Igor Principe , , No comments
Diciamolo subito: Stefano Bollani sa come si scrive una canzone. Al terzo ascolto, Arrivano gli alieni e Il microchip - due delle tre da lui firmate per parole e musica, e presenti nel suo ultimo disco - ti si piazzano in testa e ti ritrovi a canticchiarle quando il cervello si riposa dalla gestione del quotidiano (lavoro, conti da pagare, figli da tirar su, mogli da amare). E quando una canzone parte in automatico nei tuoi pensieri, è una canzone riuscita.

Arrivano gli alieni - e qui veniamo al disco, che prende il titolo dal citato brano - è invece un disco riuscito? Me lo chiedo da qualche giorno, e l’unica risposta che riesco a trovare è un «dipende» da corrente moderata democristiana anni Ottanta. In sintesi, dipende da cosa ti aspetti da un musicista come Stefano Bollani. E, soprattutto, se ciò che ti aspetti tu è quello che vuole essere lui. Se le due cose coincidono, ci siamo; se no, c’è qualche problema.

Partiamo da Bollani. Presentando alla stampa il disco ha detto alcune cose indicative. Per esempio, ha spiegato a chi gli chiedeva quale tra le tante cose che fa (jazzista, pianista classico, divulgatore televisivo, scrittore) lo identifichi davvero, che lui è «l’ultima cosa che ho fatto; anzi, la prossima». E che gli piacciono i personaggi alla Celentano (cantante, attore, presentatore) o alla Carosone (jazzista ma con formazione classica, entertainer). E che ama fare contratti per un disco alla volta, perché legarsi a lungo termine a un’etichetta potrebbe comportare il fastidio di dover lavorare con persone con le quali, dopo un po’, non c’è più sintonia. E che non ha mai avuto problemi con i puristi che gli imputano di non avere il pedigree del jazzista, anche perché - ha detto - «il contrario di puro è sudicio, e non mi sembra carino che chi non è purista sia sporco. È meglio dire che ci sono cose che non mi piacciono, e non difendere una pretesa purezza affannandosi a dimostrare che quel che non mi piace non è abbastanza puro».

[Sulla purezza: guardate questo video in cui lui ed Enrico Rava, suo mentore, discutono di Oscar Peterson. Ecco, credo che Bollani abbia tutte le ragioni del mondo].

Credo che queste siano le cose importanti per capire ed esprimere un’opinione su Arrivano gli alieni. Dire che ora Bollani fa il cantante non è esatto, perché ha già cantato in altri dischi (Småt småt, 2003; il disco con Irene Grandi, 2012); dire che è un cantautore mi pare eccessivo, perché come accennato parole e musiche le ha messe insieme solo per tre brani (il terzo è Un viaggio). Dire che è poliedrico è la cosa più sensata. Ma non a tutto tondo, perché - e qui veniamo alle mie aspettative di ascoltatore - Bollani è poliedrico a 330 gradi.

I 30 mancanti sono frutto di una sua precisa scelta. Ancora quanto ha dichiarato alla stampa è di aiuto per capire: «Avevo pronta una canzone seria, ma l’ho scartata. Addosso a me non mi convinceva, ho pensato che doveva cantarla qualcun altro. Poi, seria, che vuol dire? Secondo me lo era; poi magari per gli altri si rivelava una stronzata (sic). L’ho esclusa senza drammi. E poi parlava del cuore, una cosa pericolosissima». Bollani ha deciso, insomma, che la dimensione drammatica dell’arte non gli si confà. E allora la scarta. Intendiamoci, non è che non sia capace: il Concerto per pianoforte di Ravel inciso con Riccardo Chailly e l’Orchestra del Gewandhaus di Lipsia non sarà quello di Benedetti Michelangeli o di Marta Argerich, ma è riuscito. Nei suoi dischi precedenti si ascoltano non pochi momenti in cui la musica si tiene lontana dall’ironia, e così in quest’ultimo con Aural (pezzo strumentale scritto da lui). E ancora, durante il concerto di mercoledì scorso agli Arcimboldi di Milano è atterrato, durante un’improvvisazione, sul Lamento di Didone di Purcell: pochi accordi, cadenzati, pesati uno ad uno. Nella sala è sceso un silenzio denso, che è poi esploso in un applauso fragoroso. È stato il momento più alto di uno show decollato però quando Bollani ha cominciato a intrattenere il pubblico con ironia, battute e complicità; prima, anche Arrivano gli alieni e Il microchip erano state accolta con applausi tutto sommato contenuti.

Quei 30 gradi mancanti di drammaticità sono il punto critico, per quanto riguarda uno che - come me - lo ascolta da ormai quindici anni. E che in un disco piano solo - com’è Arrivano gli alieni - vorrebbe averne qualcuno in più della sola Aural. Ora, questo non vuol dire che si tratti di un disco «comodo». Bollani prende i suoi rischi quando decide di suonare interi brani solo con il Fender Rhodes, strumento in cui lui vede una «tavolozza di colori» ma che - per quanto gli metta tutta la tecnica di cui è capace - in brani come Aquarela do Brasil o Jurame (la Pensami di Julio Iglesias) non riesce a uscire dalla sonorità tradizionale della musica da intrattenimento anni Settanta. E mostra un’umiltà preziosa quando, a chi gli chiede perché non anche un organo Hammond tra i brani, risponde «perché ha una serie di registri di cui non so nulla». Tuttavia, anche tra le pieghe della voglia di innovare resta la sensazione che l’ironia prevalga su tutto, e che Bollani alla fine riesca laddove la butti sul «facce ride». Anche nei testi: le sue canzoni - scartata la seria - sono divertenti (e ricordano un’idea di metrica cara a Elio e a Rocco Tanica). Dopotutto, il Niagara di applausi agli Arcimboldi è arrivato sui bis, ormai codificati: si urlano dieci titoli di canzoni, e c’è sempre quello che sbraita «Heidi!!». Lui raccoglie, suona, cuce i temi tra di loro. Sorrisi e risate te li strappa, non c’è dubbio. Ma quel che resta è il ricordo di una serata - e di un disco - «soltanto» piacevoli.

PS: Se Bollani, una volta, dicesse: «Basta! Heidi mi ha rotto le palle!», sarebbe meraviglioso.

martedì 25 agosto 2015

Una canzone, una storia: la coda tagliata di Jungleland

00:35 Posted by Igor Principe , , , No comments
C’è sempre un amico più grande che ti fa scoprire la musica. Il mio era Fabio. Quando mi esplose la passione per Springsteen lui fu l’unico a capire, ché suo fratello Corrado ne sapeva e nella primavera dell’85 aveva già in tasca il biglietto per San Siro. Poi Corrado andò via da casa, portandosi dietro un po’ di dischi. E Fabio, pazientemente, li ricomprò.

Prese prima The River, e in un giorno di estate del 1987 si affacciò al balcone, che stava davanti al mio, e mi fece grandi segni di andar su da lui. Aveva un sorriso grande così. Mi affrettai, e appena entrai in camera sua fui folgorato dall’attacco di pianoforte di Point Blank. Fu uno di quei momenti che solo la musica ha la capacità di fermare: lei passa, tutto si blocca e tu ricorderai per sempre dov’eri e cosa facevi in quel preciso istante.

Poi Fabio comprò Born to Run. Io un po’ lo conoscevo, grazie al Live ufficiale. Ma non immaginavo che Thunder Road fosse così piena di strumenti e così rock. Per me era quella intimista e densa del tour del 1975, quella suonata a Roxy e finita nel Live e quella suonata all’Hammersmith di Londra. Quella che, per me, è la versione definitiva, e non solo perché ci ha aperto il concerto del 2012 a Hyde Park, momento clou di un weekend fatto di amici, birra, musica e tempo libero da non saper che farsene.

Non immaginavo che Born to Run fosse meno energica di quella del Live. Non immaginavo che Meeting Across the River fosse così incredibilmente toccante. Soprattutto, non immaginavo che Jungleland durasse così tanto. Fabio, per farmi un regalo, mi passò una TDK su cui aveva registrato il disco. Aveva uno stereo valido, che gli permetteva di sfumare i brani. Jungleland non ci stava, e lui la sfumò appena prima che il solo di sax finisse. Andò bene fino all’ultimo, ma poi troncò di netto e l’ultima nota di Clarence saltava come una foglia sotto la cesoia. Zac, fine della poesia. Gli chiesi conto della questione, e mi rassicurò: «Tranquillo, mancava poco».

Per mesi ascoltai Born to Run potato, con il dubbio su cosa ci fosse dopo il sax. Un giorno mi decisi a chiederglielo: «Mi passi il disco, che ho una cassetta più grande e me lo registro completo?». E così scoprii che il «poco» erano almeno altri tre minuti di pura poesia. Erano una modulazione che faceva svanire la band lasciando solo il pianoforte e la voce a cantare la fine di Magic Rat, per poi far esplodere di nuovo tutta la potenza di una voce e di una musica obbligatoria, senza la quale Bruce Springsteen non sarebbe diventato ciò che è, perché se Born to Run non avesse sfondato la Columbia gli avrebbe dato il benservito.

Quando fu silenzio, mi venne voglia di chiamare Fabio e riempirlo di insulti. Quando lo vidi, mi limitai a protestare dicendogli che «alla faccia del poco, ma ti rendi conto di come finisce Jungleland?». A quarant’anni dall’uscita di Born to Run (25 agosto 1975) e a un po’ di meno dalla mia scoperta, è il caso di dirgli grazie per avermi permesso di emozionarmi due volte per la stessa canzone.

venerdì 31 luglio 2015

Una canzone, una storia: il sonaglio di Jacopo

02:20 Posted by Igor Principe , , No comments
C'è un pianoforte in un cortile. E intorno c'è la storia: quella dei Visconti e degli Sforza, che ogni mattone del Castello sembra volerti raccontare. La serata è finalmente fresca, dopo decine di notti (e di giorni) immerse nella canicola. Una luna cui manca un niente per essere piena si piazza giusto accanto alla torre del Filarete e sembra star lì ad ascoltare quel che viene suonato. Il concerto è un Piano Solo, e a dirla così fa pensare a progetti golpisti. Meno pericolosamente, è un recital in cui sul palco salgono due protagonisti: il pianoforte e il pianista. Il primo è un Yamaha CFX, degno avversario di giganti a 88 tasti come gli Steinway, i Bösendorfer o – un po' di orgoglio patrio, via – i Fazioli. Il secondo è Cesare Picco.

Mentre lo ascolti, capisci che è il pianista che avresti voluto essere se avessi scelto il mestiere del musicista. Può suonare di tutto, dalla classica al rock. Può suonarlo bene, perché ha sì la tecnica necessaria a essere un virtuoso ma soprattutto perché non ne fa sfoggio. In ogni brano - sia esso una rilettura di Eleanor Rigby o una dondolante Brother, can you spare a dime, una corale Baby it's a wild world o una A case of you sospesa, quasi diafana – Picco è un passo indietro rispetto alla musica. Non fa il giocoliere, non fa vedere di saper suonare. Semplicemente, suona. E racconta se stesso, la sua visione di una musica che travolge gli steccati e abbatte il muro delle definizioni. Non è un jazzista, anche se Brother gronda di swing e fraseggi coinvolgenti; non è un classico, anche se in alcuni suoi brani ritrovi la voce di Schubert e di Scriabin; non è un percussionista, ma gioca con le corde e gli ottoni del pianoforte per far risuonare l'intero corpo dello strumento e non solo i tasti; non è un ingegnere del suono, ma usa supporti elettronici con una perizia da tecnico.

Sta dietro la musica, Picco. E il pubblico sta dietro a lui, come i vagoni di un treno con la locomotiva. Ciascuno segue il suo percorso, e il mio ha avuto un balzo quando ha attaccato Bolero butterfly. Sul disco è un gioiellino di pochi minuti, sul palco è diventato un volo di una decina. Come quando una rockstar attacca la canzone che aspetti da tempo, sono saltato sulla sedia suscitando l'infastidito interesse di chi mi stava accanto. Fa niente, la musica è emozione e non va repressa. Picco suonava e io viaggiavo fino al punto in cui mi sono staccato dai binari e sono andato per fatti miei. La musica è un incanto anche per questo, per la capacità che ha di suggerirti pensieri nascosti nelle pieghe della memoria. Sulle note del Bolero mi sono ritrovato spettatore di una scena: inverno, interno sera in un salotto disordinato di giochi infantili, un bimbo di pochi mesi impegnato a decifrare il sonaglio che tiene tra le dita. La musica nell'aria non lo tocca, lui ha gli occhi sul gioco e vuole capirne il senso. Lo agita, sente che accade qualcosa, si gira verso di me e ride.

La musica è un incanto anche per la capacità che ha di fotografare un momento e consegnarlo all'eternità. Il sorriso di Jacopo ha spento il rumore del sonaglio lasciando andare solo la musica che in quel momento suonava nello stereo. La musica di Picco, quella lì sotto. Che improvvisamente si è affacciata sul palco, nascondendosi dietro il Bolero.

mercoledì 29 luglio 2015

L'inno di Allevi fa schifo, anche se non fa schifo

00:52 Posted by Igor Principe , , No comments
Ogni volta che Giovanni Allevi pubblica nuova musica - un disco, un inno, un fischiettio - si scatena il tiro al piccione. Adesso è il turno di O Generosa, l'inno che farà da sigla alla prossima Serie A: un attimo dopo averlo ascoltato, i social hanno cominciato a ribollire di ironie, sarcasmi e strali. Risultato: O Generosa è come la Kotiomkin.

Ma fa davvero così schifo, quest'inno? Per irrobustire la mia opinione ho provato per un secondo a immaginarlo composto da altri, non meglio identificati. Possono essere artisti noti come Nicola Piovani o Luis Bacalov, o anche uno studente fresco di diploma - pardon, laurea - in Conservatorio. Quel che si ascolta, indipendentemente dalla mano che l'ha scritto, è un pezzo di 40 secondi con un attacco dal sapore barocco, dove dominano le trombe. Poi arriva un coro le cui parole sono incomprensibili a meno di leggerle. Un tappeto d'archi sorregge il più evidente cambio di armonia, con la musica che si fa più imponente prima di andare a chiudersi con impeto. Eccolo, se volete ascoltarlo.



Me lo richiedo: fa così schifo, quest'inno? Per avere le idee ancora più chiare l'ho accostato all'inno della Champions League, forse la sigla televisiva più famosa degli ultimi anni. Il clima è lo stesso: imponenza, cori, trombe che squillano felici. Adesso il motivo è familiare, ma le prime volte che lo ascoltavo mi irritava. La melodia, nel canto e nella metrica, mi sembrava irregolare, fatta di strani intervalli tra le note; non una cosa che la ascolti e dici «oh, che bella». Eppure, mi sono (ci siamo) abituato.

L'iniziale disorientamento procurato dall'inno della Champions non c'è con quello di Allevi. O Generosa non mi pare memorabile per forza innovativa, ma nemmeno così terribile come viene descritta. C'è un'intro che assolve al compito di catturare l'attenzione di chi ascolta; c'è una melodia molto orecchiabile; ci sono vaghi richiami a colonne sonore famose (io ci ritrovo Superman e Mission). C'è insomma il necessario per pensare che Allevi abbia scritto ciò che gli abbiano chiesto di scrivere. Il che non dovrebbe destare ironie o scandali. E allora, perché tutto 'sto casino?

Perché - e qui sta il punto - Allevi è ormai nella condizione di essere un Re Mida al contrario: tutto ciò che tocca, diventa fango (eufemismo). Potrebbe scrivere una nuova Quinta o un nuovo Parsifal: non servirebbe a nulla. Allevi è un caso irrisolvibile e la colpa è solo sua, per aver aderito a una precisa strategia di comunicazione del proprio personaggio. Questo personaggio. Una strategia sulle prime vincente, poi fallimentare poiché è stata estremizzata e ha spinto molti ad aprire il sipario per vedere cosa ci fosse dietro. Chi Allevi sia veramente l'ha scritto uno che lo conosce da molto tempo - Saturnino - e credo non ci sia null'altro da dire sull'uomo.

Sulla sua musica, qualsiasi cosa si voglia dire risulterebbe inutile. Ed è un peccato, perché la musica non merita pregiudizi.



mercoledì 15 luglio 2015

Ramin Bahrami, Danilo Rea, Webnotte: un momento in cui perdono tutti

06:25 Posted by Igor Principe 1 comment
Foto: Matteo Del Lucchese
Webnotte è una delle cose per le quali ti vien da urlare «viva internet». Gino Castaldo ed Ernesto Assante - che, li apprezziate o meno come giornalisti, sanno ciò di cui scrivono - ospitano musicisti e artisti vari in uno scanzonato salotto, nel quale accadono cose spesso piacevoli. C'è un'informalità che anche nella televisione parcellizzata nei mille canali del digitale (terrestre o meno che sia) faticherebbe ad affermarsi. Tra tutto, ricordo una You Make Me Feel (Like a Natural Woman) di Giorgia davvero emozionante.

Ieri Webnotte è andato in onda da Perugia, dove è in corso Umbria Jazz. Tra gli ospiti della serata, Ramin Bahrami e Danilo Rea. Altri due che, li apprezziate o meno come musicisti, sanno dove mettere le mani quando sono davanti a un pianoforte. Per quanto valga la mia opinione, non ho competenza per giudicare Bahrami come interprete di J.S. Bach; quanto a Rea, ho molto amato il suo Introverso e trovo seducente il suo groove, dal quale scaturisce un modo di costruire gli accordi quasi graffiante.

Dico tutto ciò come premessa doverosa: da Castaldo a Rea, il quartetto protagonista nel video che vedete in fondo al post è fatto di professionisti che ammiro. E che però, in questa occasione, mi hanno disorientato fino quasi a deludermi.

I musicisti salgono sul palco per presentare un proprio progetto dedicato a Bach: due pianoforti e partiture mai eseguite prima. L'idea risponde ai canoni tipici della contaminazione: un pianista classico, un jazzista, un autore che - come ha dimostrato Jacques Loussiers - ben si presta al linguaggio della musica afroamericana. Bahrami e Rea hanno eseguito l'Aria sulla Quarta Corda, nota ai profani come «sigla di Quark». È come l'Inno alla Gioia, la Piccola Serenata Notturna, la Toccata e Fuga in Re Minore, la Quinta Sinfonia, il Va' Pensiero: musica che conoscono anche i tralicci dell'energia elettrica.

Se l'intenzione dei musicisti era trasmettere lo spirito del progetto su cui stanno lavorando, delle due l'una: o è un progetto destinato a fallire, o quello era il palco meno adatto per comunicarlo. Bahrami ha suonato in modo scolastico, quasi senza dinamiche; Rea ha ricamato controcanti senza fraseggio jazz. Deludente, appunto.

Eppure, alla fine, arrivano gli applausi, Rea si avvicina a Castaldo e dice «è andata!», questi ribatte «Fantastico». Una chiosa che connota il momento come qualcosa di straordinario, inserendolo nell'ormai sterminato catalogo di quegli eventi che sono tali a prescindere per il solo fatto di avere due calibri sul palco impegnati a fare qualcosa di diverso dal loro solito. Il punto, più che musicale, è giornalistico: per lo standard dei due musicisti quel momento è stato mediocre,  ma il contesto era tale da non poter dichiarare altro se non meraviglia. Pensate cosa sarebbe successo se Assante o Castaldo, a fine esibizione, avessero detto: «Si, vabbè, pensavamo qualcosa di meglio». «Certo, le note erano giuste, eh. Ma insomma, da voi due ci si aspetta altro».

In altre parole, quel momento fotografa lo stato della comunicazione musicale sui media generalisti: l'offerta è sterminata, perché togliere spazio a ciò che vale dandolo, con una recensione negativa, a ciò che non vale? Ciò che passa, insomma, è straordinario. E se dal vivo c'è il rischio che non lo sia, è straordinario lo stesso.

PS: magari non straordinari, ma sicuramente ben riusciti sono stati altri momenti del Webnotte di ieri. Per esempio, quando gli Sugar Pie hanno riletto i Beatles.