Musica, senza steccati

martedì 30 novembre 2010

Don Giovanni: come la Eno ha stuprato Mozart

Sta facendo discutere il Don Giovanni di Mozart allestito dalla English National Opera. Il protagonista è un galantuomo che ama trattare le donne come oggetti, talvolta usando loro la cortesia di stuprarle. Lo fa indossando una t-shirt con il volto del Cristo.

Mentre leggevo la cronaca sul Corriere, mi è venuto in mente un libro di Loredana Lipperini. Si intitola Mozart in Rock e racconta come la musica e la figura di Amadeus pervadano la cultura popolare, dai fumetti alle suonerie dei cellulari, dalle musiche di attesa delle segreterie telefoniche, al Flauto Magico in chiave rock/pop realizzato dall'Orchestra di Piazza Vittorio.

Mozart come patrimonio comune e condiviso, quindi, cui accedere per milioni di strade, siano esse le eleganti vie dei circoli operistici o le scanzonate contrade della comunicazione 2.0, in una festa sonora che all'irriverente genio salisburghese non sarebbe dispiaciuta affatto.

Non so, forse nemmeno il Don Giovanni della Eno gli sarebbe dispiaciuto. Anche se lo cantano in inglese, e non nell'italiano di Lorenzo Da Ponte. E anche se il protagonista è un depravato. Mi chiedo però come avrebbe reagito il buon Wolfgang chiedendo al regista il motivo di tanta interpretazione, e sentendosi rispondere: "Per cercare audience tra i giovani".

Forse avrebbe riso di quella risata urticante regalataci da Tom Hulce nel film di Milos Forman. Forse avrebbe ringraziato il cielo per non essere destinato a vivere nel XXI secolo, in un tempo di cui per portare i "ggiovani" all'opera devi dargli in pasto un film porno. Forse avrebbe picchiato il regista. Insomma, non lo so. Io, comunque, avrei scelto la terza opzione.

Qui non si tratta di interpretazioni discutibili, di cui abbonda la storia dell'opera. Qui si tratta di una presunzione che sconfina nell'arroganza, di usare un pezzo di patrimonio dell'umanità per fare pesca di frodo, di ingannare degli sprovveduti dicendo loro "vieni a teatro, che c'è uno con la maglietta di Gesù che violenta chi gli capiti a tiro. Ah, in sottofondo c'è anche della musica. Classica, è vero. Ma non è male".

A leggere poi le dichiarazioni del direttore artistico della Eno c'è da tapparsi le orecchie per lo stridor di unghie sui vetri: " Quest’opera, che racconta l’annosa lotta fra potere e sesso nel XVIII secolo, raramente riceve unanimi consensi e, quindi, il pubblico ha faticato negli anni a scendere a patti con essa, soprattutto nelle interpretazioni più moderne".

Ora, non so se il pubblico "ggiovane" faccia a botte per andare a vedere Idomeneo, Il ratto del serraglio o le Nozze di Figaro; ma se anche il Don Giovanni fosse davvero poco compreso, nulla giustificherebbe lo stupro - per stare in tema - di cui la Eno si è resa responsabile. Perché dietro questo modo di pensare c'è il nulla. Molto, molto, molto meglio l'Orchestra di Piazza Vittorio, che ha provato - riuscendoci - a vedere come sarebbe stato Mozart con una chitarra elettrica al posto dei violini, e una batteria al posto delle percussioni. Lì, almeno, un'idea c'è.

lunedì 29 novembre 2010

Musica e blog: Cesare Picco

03:08 Posted by Igor Principe , , , No comments
Sul Post è attivo da qualche giorno il blog di Cesare Picco, pianista e compositore. Si tratta di un videoblog, scelta saggiamente obbligata per chi ha intenzione di far parlare soprattutto la propria musica.

Ma chi è Picco? Per me, è uno dei migliori musicisti in circolazione. Io l'ho scoperto anni fa grazie sempre a Luca Sofri, un attimo prima che un suo pezzo - Seguimi - diventasse una hit da classifica in Giappone, facendone laggiù una star.

Come accaduto ad altri (un nome per tutti: Gian Maria Testa), l'eco d'oltreconfine ha spinto anche in Italia il suono del suo pianoforte, e non in pochi si sono accorti di lui. Al punto che un quotidiano - Il Giornale, se non ricordo male - arrivò a fare una pagina parlando di una sorta di Rinascimento pianistico italiano, i cui alfieri erano, oltre allo stesso Cesare, Giovanni Allevi, Stefano Bollani, Ludovico Einaudi.

Quanto a Picco, ciò che di lui mi colpisce è la capacità di rileggere il passato, sia esso quello di Johann Sebastian Bach (consiglio vivamente il disco Bach To Me, con fantastiche variazioni sui Concerti Brandeburghesi e sulle Suite Inglesi) o quello di Jimi Hendrix.

Proprio a Hendrix sono dedicati i due video d'esordio sul blog. Nel secondo, Picco prende un clavicembalo del 1769 e gli fa suonare Little Wing. Viene bene, viene male? Giudicate voi (a me piace). Io, però, non riesco a non pensare alla magia della musica: è lì, sta scritta su uno spartito, sembra immutabile. Invece non sta mai ferma. La prendi, la rivolti, la impasti di nuovo. E dall'edito nasce l'inedito.

La musica è come il pongo. Quando finisce in mano a bambini di talento, non finisce mai di stupirti.

venerdì 26 novembre 2010

Facebook e il gioco dei 15 dischi

01:22 Posted by Igor Principe , , , 3 comments
Su Facebook gira da qualche settimana un giochino: fare in 15 minuti un elenco e taggare almeno altrettanti amici. Prima gli scrittori, poi i dischi.

Nei giorni di Vieni via con me, gli elenchi vanno forte. Ho ceduto alla tentazione, e ho compilato il mio. Ecco i dischi:

1) Born to Run - Bruce Springsteen
2) Kind of Blue - Miles davis
3) Una faccia in prestito - Paolo Conte
4) L'indiano - Fabrizio De Andrè
5) Revolver - Beatles
6) The Koln Concert - Keith Jarrett
7) Dark Side of the Moon - Pink Floyd
8) Bring on the night - Sting
9) Born in the Usa - Bruce Springsteen
10) Camera a Sud - Vinicio Capossela
11) Sinfonia n. 6 "Pastorale" - Ludwig van Beethoven, Wiener Philharmoniker, Herbert von Karajan
12) Rapsodia in Blu - George Gerswhin, London Simphony Orchestra, Andre Previn
13) Banana Boat - Harry Belafonte
14) Lucio Dalla - Lucio Dalla
15) Il meglio di - Francesco De Gregori

A freddo, ho pensato che questo gioco è un buon metodo per tentare una sorta di analisi psico-musicale. Che, detta così, c'è da scappare. Ma la domanda è semplice: in che modo, io, ascolto musica?

Fondamentalmente, con la pancia e con il cuore. Non che la testa non ce la metta; per di più - credo accada a tutti coloro che suonano, anche solo un po' - faccio fatica a trattenermi dal seguire le note e gli accordi, a indovinarne le posizioni su un immaginario spartito, a cogliere le sfumature dell'interpretazione.

Però, nel caso dell'elenco, mi sono quasi sorpreso nell'inserire cose come Banana Boat o un Il meglio di. Ci sono molti altri dischi che penso siano migliori, e che però non mi hanno segnato come quei due - e gli altri tredici.

Kind of Blue, per esempio, è universalmente ritenuto il miglior disco della storia del jazz. Ma allora perché non ho citato Duke Ellington o John Coltrane, che pure amo? Perché non la Nona di Beethoven, che mi commuove sempre? E dov'è Eric Clapton, di cui mi sono nutrito a quattro palmenti?

Guidato dall'istinto e dalla velocità, ho lasciato ragionasse la pancia, cioè il luogo dove una madeleine comincia a essere digerita. Quei dischi, per milioni di motivi, sono le mie madeleine.

mercoledì 24 novembre 2010

I Beatles su iTunes sono ancora i Beatles?

08:34 Posted by Igor Principe , , , , 6 comments
Il 16 novembre scorso i Beatles sono entrati nel catalogo di iTunes. La notizia aveva gli ingredienti del giusto risalto: il più grande gruppo nella storia della musica leggera, il più importante negozio on line per quel che riguarda il download, una pace dopo anni di negoziati e addirittura una vertenza legale (la Apple dei Beatles che denuncia la Apple di Steve Jobs per utilizzo illegale del nome).

Poteva rimanere un dubbio: ma quanto è notizia sapere che i Beatles, già ampiamente venduti e scaricati, adesso sono anche su iTunes? Non c'è dietro la solita mano sagace di quel genio del marketing che è Jobs?

La risposta è nei 450mila album e nei 2 milioni di singoli acquistati su iTunes dal 16 novembre a oggi. Jobs, di nuovo, ha intercettato un bisogno, l'ha montato con la panna dell'evento e ha sbancato. Un genio, appunto.

La riflessione va quindi sul filosofico: i Beatles nel formato per iTunes sono ancora i Beatles? E' una domanda che raccolgo dall'Atlantic, grazie alla segnalazione dell'amico Valerio su Facebook. Il giornale americano ragiona in particolare su Abbey Road e sulla frammentazione delle tracce di quello che, su vinile, era gran parte del lato B. Ovvero la sinfonia pop senza soluzione di continuità fortemente voluta da Paul McCartney.

L'Atlantic si chiede se abbia senso vendere le singole tracce (da noi a 1,29 euro l'una), quasi a legittimare uno smembramento che svilirebbe l'album. Che senso avrebbe, in altre parole, comprare Golden Slumbers senza Carry That Weight?

iTunes non è nuovo a presentare gli album in questo modo: a me è capitato con la Rapsodia su un tema di Paganini di Rachmaninov, un corpo unico parcellizzato in una trentina di file, ciascuno a 0,99 euro l'uno. E' una cosa che non ho mai capito, e che continuo a non capire anche nel caso dei Beatles. Perché insultare in questo modo l'autore e il suo pensiero?

Secondo l'Atlantic, il grosso degli acquirenti ragiona per tracce singole, e compra ciò che più gli aggrada. Potrebbe accadere che un novizio dei Fab Four, influenzato dalla maggior fama di Carry That Weight rispetto a Polythem Pam, decida di comprare la prima e non l'altra delle tracce di Abbey Road. Con buona pace delle idee di Paul McCartney, e dell'ascolto un minimo sensato di un lavoro musicale. Mi chiedo: per certe opere, iTunes non potrebbe evitare l'esplosione di file? Ha paura che il pubblico scappi?

martedì 23 novembre 2010

Pino Daniele: un Boogie Boogie tra molte cose banali e un paio di verità

Boogie Boogie Man è il nuovo disco di Pino Daniele, in uscita oggi. Leggo sul Corriere un'intervista (non c'è ancora sul sito, non so se ci sarà) in cui il musicista sembra danzare il boogie tra sconsolanti passatismi e amare verità. Ecco alcuni stralci.

1) "Oggi non c'è più tutto quello che abbiamo vissuto con i Beatles, De Gregori, Guccini, Fossati. La cultura dà fastidio, gli artisti intelligenti sono stati messi da parte. I giovani hanno altre priorità, la musica ha un'altra funzione".

2) "Tutto è una vergogna. Gli artisti sono più seri delle istituzioni, saranno loro a salvarci".

3) "Internet ha distrutto la discografia, ma è come l'euro, non si può evitare. Il diritto d'autore è calato del 40% perché non si vendono dischi".

4) "Da noi ci sono più fenomeni di costume che talenti. All'estero suonano insieme geni come Jeff Beck ed Eric Clapton. Qui, con tutto il rispetto, mettiamo Orietta Berti con Pupo".

5) "In Italia basta passare in tv per essere professionista... c'è riuscito pure Emanuele Filiberto".

Per quel che vale, dico la mia. E comincio dal punto 5: Pino Daniele ha ragione. Una parte di ragione ce l'ha anche sul punto 4, dove è sempre la tv a dettare le regole. E di programmi in cui appaiano insieme, per dire, un Ligabue e un Fossati non ne vedo in giro.

Poi, però, prevale lo sconsolante passatismo. Vediamo un po'.

Punto 1: Daniele cita artisti nati e cresciuti negli anni Sessanta e Settanta. Mi chiedo cosa pensasse negli anni Ottanta, sotto il diluvio di pop commerciale che ha invaso gli hi-fi grazie anche all'esplosione dei videoclip. Credo non gliene fregasse molto: in quegli anni è esploso anche lui, giustamente emergendo per la qualità della musica che proponeva.

Punto 2: se gli artisti sono più seri delle istituzioni, ma quelli intelligenti sono stati messi da parte, come faranno a salvarci?

Punto 3: se internet ha distrutto la discografia, iTunes cos'è? E Amazon? Come i peggiori editori e i peggiori giornalisti nell'editoria, Daniele sembra non cogliere le opportunità di un cambiamento epocale, che consente a centinaia di artisti di ottenere una visibilità prima negata dalle regole della gavetta, e a milioni di utenti di accedere a un quantitativo di musica impensabile a costi ridottissimi. Quanto al diritto d'autore: a) se non si vendono dischi, è anche perché le novità non costano poco; b) se quel privilegio inaudito è in calo, sono solo contento (70 anni dopo la morte dell'autore sono un privilegio inaccettabile).

Insomma: o tempora, o mores. Unica nota lieta: dice Pino Daniele di sé di non essere un profeta, e che di profeti non c'è bisogno. Giusto: mai prendersi troppo sul serio. Allora, mai prendere troppo sul serio ciò che si pensa.  

lunedì 22 novembre 2010

Se non sai cos'è, allora è jazz?

"Se non sai cos'è, allora è jazz": citazione da Novecento, di Baricco, che riprende un concetto già espresso da Louis Armstrong per far notare l'inutilità del cercare di definire - cioè di dare un confine - qualcosa che per sua natura è indefinibile - cioè privo di confini.

Il jazz è infatti la musica più libera che esista, e basta guardare l'immagine di un suo spartito per capirlo. Prendiamo un pianista, classico o pop che sia: deve rispettare le parti scritte. Se Chopin o Elton John hanno deciso che lì ci va un mi bemolle il pianista non può inventarsi un sol; che non ci sta male, ma non è la nota giusta.

Nel jazz, puoi farlo. Paradossalmente, puoi aggiungerci un sol bemolle, che all'orecchio fa male perché crea una dissonanza, ma arricchisce l'armonia. Dove stanno scritti, quei sol? Da nessuna parte. Lo spartito ti dice che c'è una melodia e quali sono gli accordi. Poi, come quella melodia la stravolgi son fatti tuoi. E come quegli accordi li elabori, pure.

Insomma, non sai cos'è, ma sai che è jazz. Mi chiedo dunque se chi acquisti dischi di quel genere su iTunes abbia idea di tutto ciò. Se guardo alla classifica dei più venduti, penso di no. Eccola:

1) Mario Biondi - This is what you are
2) Mario Biondi - Yes, you
3) Paolo Conte - L'orchestrina
4) Louis Armstrong - What a wonderful world
5) Mario Biondi - Be Lonely
6) Norah Jones - Don't know why
7) Double - The Captain of her heart
8) Dave Brubeck - Take Five
9) Keith Jarrett - The Koln Concert
10) Louis Armstrong - La Vie en rose

A parte l'ottava e la nona posizione, dove si parla di due classici, il resto è musica che profuma di jazz. Ma è altro, perché l'improvvisazione ha un ruolo quasi marginale. Anche in Mario Biondi, di cui ho visto un concerto che mi è molto piaciuto, ma che ripeteva quasi pedissequamente il disco da cui è nato. Anche in Louis Armstrong (o meglio, in quelle due canzoni lì, che sono del Satchmo versione pop). I Double sono pop puro. In Conte, per sua stessa ammissione, l'improvvisazione è prossima allo zero. E in Norah Jones... Ecco, diffidate di chi dice: "Ascolto jazz, Norah Jones". Ha le orecchie tappate.

Certo, parliamo di dischi, quindi di qualcosa di definitivamente immutabile. Ma Dave Brubeck, se non dico una fesseria, titolò il brano Take Five perché ognuno dei musicisti si prendesse 5 minuti per il proprio solo, che variava di esecuzione in esecuzione. Quanto al Koln Concert, è il disco di improvvisazione al pianoforte più famoso della storia, nato e morto nell'auditorium di Colonia in cui è stato eseguito, il 24 gennaio 1975.

Il resto, non è jazz. E' solo un'etichetta utile a mettere i dischi sugli scaffali. L'importante, però, è esserne consapevoli.

sabato 20 novembre 2010

Susan Boyle come i Beatles

06:05 Posted by Igor Principe , , , 1 comment
Susan Boyle come i Beatles ? I fatti dicono di sì: la cantante inglese ha piazzato il suo ultimo disco, The Gift, al primo posto in contemporanea nelle classifiche di vendita in Gran Bretagna e negli Usa. Come lei, solo i Fab Four (e i Monkees).

A giudicare dalla track list, non mi pare che The Gift esprima Susan Boyle come innovatrice. Dirà qualcuno: lei è un'interprete. Certo. Ma lo era anche la Vanoni. O Mina. Ovvero grandi innovatrici, sia per uso della voce sia perché cantavano brani inediti.

Il successo della Boyle - che la voce ce l'ha, eccome - sembra invece dar ragione a Mick Hucknall (stasera in concerto a Milano per l'ultimo tour dei Simply Red), che al Corriere dichiara: " I talent non sono arte, ma karaoke all'acqua di rose. La gente li guarda in televisione ed è felice, ma devono sapere (complimenti per la concordanza soggetto-verbo, ndI - nota di Igor) che la loro felicità sta distruggendo la musica". Dove il talent non è solo X-Factor, ma anche quel Britain's Got Talent che ha consacrato la Boyle.

Più velato, ma nella sostanza uguale, il concetto con cui si chiude il pezzo su Repubblica che parla di The Gift: "Certo se gli acquirenti di dischi di qua e di là dell'Atlantico sono passati dai Beatles di album come Abbey Road e Let it Be alle melodie di First Noel e Holy Night la dice lunga sulla voglia di tenerezza che la crisi ha innescato nel mondo occidentale".

Una tenerezza che sconfina serenamente nella pigrizia. Allora in classifica andava il nuovo. Cioè, il nuovo proposto da un gruppo già storico, che non per questo rinunciava a rimettersi in gioco. Adesso in classifica vince la sicurezza di ciò che si conosce, al punto che la vera novità di classifica è un disco di un pezzo scritto nel 1924,  eseguito dalla più antica orchestra d'Europa, diretto da un maestro non proprio esordiente e con un pianista che, alla fine dei conti, ha 38 anni (Rapsodia in Blu, Gewandhaus, Riccardo Chailly, Stefano Bollani).

Eppure, un salto su iTunes (fresco di Beatles, ma questa è un'altra vicenda), un giro da Martchelo, una capatina su MySpace (con tutti i suoi limiti) dovrebbero svelare quanta freschezza soffi nel mondo della musica. Mi chiedo, quindi: perché tanta pigrizia?

giovedì 18 novembre 2010

The Script sono gli eredi degli U2? No!

04:45 Posted by Igor Principe , , , , , , 4 comments
The Script è una nuova band di Dublino. La stampa li presenta come gli eredi degli U2. Non tutta, eh; ma molta sì, tra cui Repubblica. E siccome Repubblica ha una redazione spettacoli eccezionale, mi sono fidato. Li ho ascoltati, ma del lascito non vedo traccia.

Delle due l'una: o mi sono perso qualcosa, o Repubblica ha titolato di fretta. Non sono un fanatico di Bono e co., ma li ho ascoltati molto, li apprezzo moltissimo, ho goduto tanto un loro concerto (Roma 1997, Pop Mart Tour). Se The Script ne sono gli eredi, allora Roberto Murolo è il de cuius di Gigi D'Alessio.

A voler trovare parentele, più che eredità, mi pare che The Script siano vicini ai Train. Comunque, 'sta storia di voler trovare eredi e parenti a tutti i costi non mi è mai piaciuta. The Script sono loro stessi e fanno una buona musica che legittimamente procura loro un certo successo.

Ma rimane una domanda: perché un giornale autorevole sente il bisogno di fare un titolo così? Perché - credo - è stato fatto il gioco delle associazioni. Anzi, mobilitiamo Aristotele e i suoi sillogismi. Dunque, The Script sono di Dublino, come gli U2; nel video della loro For the First Time appare la figlia di Bono, leader degli U2. E The First Time (senza For) è anche una canzone degli U2.

Ergo, The Script sono gli eredi degli U2.

Aristotele mi guarda basito. Allora è meglio pensare che l'eredità sia giuridica: magari uno tra Danny O'Donaghue, Mark Sheehan e Glen Power (i componenti) sta per sposare la figlia di Bono. Se è così, auguri e figli maschi.

mercoledì 17 novembre 2010

Le colonne sonore esistono ancora?

08:16 Posted by Igor Principe , 3 comments
Me lo chiedo da tempo: le colonne sonore esistono ancora? La domanda potrebbe apparire senza senso, considerato che non esiste film in giro in cui non ci sia una musica di sottofondo. La domanda diventa allora: le colonne sonore sono ancora colonne o sono diventate dei comodini?

Temo la seconda. Il rapporto di simbiosi tra immagine e musica, che viveva nelle collaborazioni tra Ejzenštejn e Prokofiev, tra Nino Rota e Fellini, tra Morricone e Sergio Leone prima e Tornatore poi, non esiste più. Ciò non significa che i registi non chiamino più i musicisti: penso a Catalano, che lavora - e bene - per Sorrentino od Ozpetek; oppure a Salvatores con Ezio Bosso. Ma in alcuni casi, si rivolgono ai cantautori (esempi sparsi: Carmen Consoli, Vasco Rossi, Bruce Springsteen, Eric Clapton & Sting, Negramaro), e non solo per avere una sorta ti "title-track" del film, ma per affidare loro le musiche originali (ultimo caso, ancora i Negramaro per Vallanzasca).

In altri casi, mi pare che ai musicisti venga chiesto di tessere una trama discreta su cui appoggiare la storia (vedi sopra Catalano). E' come se alla musica venisse chiesto di non farsi ricordare.

Senza voler fare il passatista, mi pare che prima non fosse così. Credo lo dimostri il giochino che segue: provate a pensare a qual è l'ultimo tema cinematografico che vi è rimasto in testa. Il mio è Il Postino.
Se guardo a dopo, tabula rasa. Se guardo a prima, un diluvio di cose, a partire dal Nyman di Lezioni di piano per andare a ritroso passando da John Williams a Bill Conti, a Elmer Bernstein.

Non è un mondo appassito, quello della musica per immagine. Date un occhio a quante cose racconta la rivista Colonne Sonore. O a cosa scrive Luca Pavanel su Fuori Tono. O a cosa si è inventato Moby. Ma è come se non riuscisse a sfornare cose memorabili, nel senso di rimanere nella memoria. Perché?

PS: alt! Di recente ricordo anche il Gladiatore. Ma è per lo "score" della battaglia o per la canzone finale? Qui mi rispondo da solo.

martedì 16 novembre 2010

Bruce Springsteen, The Promise: roba da fan (anche se...)

Di The Promise e del casino di Roma intorno a Bruce Springsteen ho già parlato, lamentandomi di un po' di cose. Poi ieri sera ho visto il film. Lo dico subito: mi sono commosso. Questo varrebbe per chiuderla qui, e passare ad altro lasciandomi solo e felice nel mio sragionare da fan. Ma voglio fare uno sforzo, e cercare di dire a chi non segue Springsteen - o si limita ad apprezzarlo senza bizzarrie - se spendere o meno un centinaio di euro per questo lavoro.

The Promise è un lavoro cruciale per capire come un artista decida, davanti a due strade nel bosco, di scegliere quella meno battuta (cfr. Robert Frost). Springsteen veniva dal successo di Born to Run, disco pieno di musica. Un trionfo di chitarre, pianoforti, organi, violini, cori, sassofoni. Un disco rock, ma con una forte venatura di pop sinfonico.

Al pubblico piace. E qui, il bivio: ne assecondo i gusti, o seguo il mio istinto? Bruce sceglie l'istinto, condizionato (secondo me) dalla causa che lo oppone al suo produttore storico, Mike Appel. E' un divorzio doloroso: è come se mettessi su un business pazzesco con il tuo migliore amico del liceo, e poi ci litigassi di brutto. E non per soldi, ma per chi decide cosa e come farlo. E allora via i violini, via i cori, via le sovraincisioni. Musica scarna, perché voglio - pensa Bruce - che emergano le parole.

Nasce così un album concept, in cui un filo rosso lega tutte le canzoni. Permettetemi di esagerare: Bruce diventa un Dostoevskji con chitarra e dà voce agli Umiliati e Offesi. Nasce la sua poetica definitiva, che tornerà nei dischi successivi, Born in the Usa compreso. Ma ciò comporta altre scelte. Una tra tutte: escludere Because the Night perché è una canzone d'amore, e Bruce non si sente capace di scriverne (la passa a Patti Smith, che ne fa la sua icona).

Ok, vengo al punto. The Promise è roba da fan. Racconta loro una storia già nota, ma con la curiosità quasi pornografica del dietro le quinte. Racconta come quel simpaticone di Bruce Springsteen, che ciascun fan considera davvero una specie di amico eterno, fosse un maniaco ossessivo capace di stare 10 ore a cercare il suono giusto della batteria. Racconta come i suoi musicisti gli fossero davvero amici, perché molti altri l'avrebbero mandato al diavolo al terzo capriccio.

Ma una cosa anche a chi non sia fan The Promise la racconta: quanto l'arte sia croce e delizia, se fatta con il cuore. Se ci credi davvero. Se pensi che ogni tuo gesto possa salvare il mondo. Da cosa, non si sa. E poi, dài, salvare il mondo: stiamo schisci. Diciamo allora se pensi che in ogni tuo gesto ci sia la realizzazione di te stesso, e che il caos da cui nasce una qualsiasi forma d'arte debba essere sconfitto e governato. Come quando ti accanisci contro il destino.

Darkness on the Edge of Town, per quanto conti il mio parere, esce sconfitto da questa lotta. Continuo a pensare che sia un disco di canzoni strepitose ma non realizzato come si deve. E credo che la potenza musicale delle loro esecuzioni dal vivo mi dia ragione (guardate Candy's Room e Streets of Fire). Quanto a The Promise, chi crede che alla fine rock e pop siano solo canzonette, resterà deluso. O ci prenderà per pazzi.

lunedì 15 novembre 2010

Brian Eno e la musica da spiegare

Ho ascoltato l'ultimo disco di Brian Eno, Small Craft in a Milk Sea. L'ho ascoltato senza saperne nulla. Alla fine, mi sono fatto una domanda: e dunque?

So che Eno è il padre della musica ambient, cioè una musica fatta per gli ascensori, le sale d'attesa o per non darti fastidio quando fai salotto con gli amici. Quindi, una musica inutile. Ma so anche che Eno è il padre dei Roxy Music e che ha dato l'imprinting sonoro agli U2 e ai Coldplay. E' anche il compositore del jingle di apertura di Windows e della vecchia sigla del Tg3.

Insomma, è uno con idee e spessore. Qualità che non ho ritrovato in Small Craft, fatto di una serie di paesaggi sonori buoni per sostenere un video, un film, uno spettacolo teatrale. Ma deboli come musica in sé.

Poi leggo Wired, e trovo la risposta alla mia domanda. Eno ha voluto comporre un disco sì di immagini sonore, ma improvvisandolo. Ogni brano è nato al momento, secondo schemi diversi da quelli che governano l'improvvisazione classica.

Nel jazz, per dire, i musicisti passano all'invenzione istantanea dopo aver suonato un tema, e comunque stando nel solco di una definita serie di accordi (armonia). Eno invece si inventa qualcosa di nuovo. "L’unica regola che ci siamo dati era procedere solo per improvvisazioni, evitando qualunque tecnica compositiva tradizionale. Non ragionavamo in termini di canzoni o di pezzi ma in termini di soundscapes (paesaggi sonori) e di casualità: se ci imbattevamo in un suono-immagine che ci piaceva continuavamo a lavorarci sopra".

Messa così, Small Craft è un gran disco. Ma devi spiegarlo. E quando la musica devi spiegarla, secondo me, c'è qualcosa che non va.

venerdì 12 novembre 2010

Gioacchino Rossini: storia di un gourmet

05:21 Posted by Igor Principe , , 2 comments
Domani saranno 142 anni dalla scomparsa di Gioacchino Rossini (13 novembre 1868). Il pesarese era un genio, e il mondo lo sapeva: nel 1824, quando aveva 32 anni, era il musicista più acclamato. Ma era anche un gourmet. Se l'avessimo tra noi oggi, più che comporre opere girerebbe come una trottola tra un Salone del Gusto e un Vinitaly.

Una passione, quella per la buona tavola, che lui stesso raccontò così: “Nella mia vita ho pianto solo due volte: la prima quando sentii suonare Paganini, la seconda quando, durante una gita in traghetto, un’oca ripiena di tartufi cadde fuori bordo. Riesce a capirlo?”.

Chi doveva capirlo era Richard Wagner. Immaginare la scena – il tedesco imbevuto di assoluto, amico di Nietzsche; l'italiano imbevuto di Rosso del Conero, amico dei migliori salsamentieri di Pesaro; il tedesco che vuol parlare di musica, di filosofia, di vette artistiche; l'italiano che pensa alla lombata di capriolo sul fuoco in cucina – è come guardare una commedia di Billy Wilder. La scena la racconta bene Filippo Facci in questo lungo articolo, che è da leggere per capire che genio e tormento non vanno per forza a braccetto.

O forse sì. Anche Rossini fu tormentato da una scelta: il pentagramma o il cotechino? E a 37 anni decise per il secondo. Smise di comporre, nonostante il mondo impazzisse per la sua musica. Ma lui impazziva per “certi soavi stracchini, che mi sono più cari delle croci e placche e cordoni che mi vengono offerti dai sovrani d’Europa”. E le note, le melodie, le armonie? “Sto cercando motivi ma mi vengono in mente solo pasticci, tartufi e cose simili”, scriveva agli amici che gli chiedevano di emozionarli ancora.

Adieu, monsieur Rossini. Le sia lieve lo stracotto.

giovedì 11 novembre 2010

Ieri sera Paolo Conte, stasera il Club Tenco: giorni da cantautori

04:40 Posted by Igor Principe , , , 4 comments
Ieri sera, Paolo Conte al Teatro degli Arcimboldi, Milano. Stasera, all'Ariston di Sanremo, 35esima edizione del Club Tenco. Sono giorni da cantautori. Sempre che esistano ancora.

Se lo chiede Andrea Scanzi sulla Stampa, e lo afferma Giovanni Choukhadarian su FareFuturo, parlando entrambi del Tenco. Ma andiamo con ordine e partiamo da Conte. L'avvocato (ammesso che si ricordi ancora come si fa un atto) ha tenuto uno dei concerti migliori cui ho assistito (credo fosse il mio ottavo). Sarà stata l'eccellente acustica degli Arcimboldi, sarà stato che avevo una certa voglia di ascoltarlo di nuovo, sta di fatto che lui non ha perso il magnetismo (soprattutto vocale; al piano non suona che poche note). E che la sua orchestra è in una forma strepitosa.

Poche le canzoni dall'ultimo disco, Nelson. Due o tre, non di più. La Massaggiatrice è stata introdotta da un monologo in cui Conte ha rivelato doti di buon attore. Poi, gragnuola di classici. A scorrere la scaletta, poteva sembrare un concerto scontato. Ma Conte ha saputo riscriverli con arrangiamenti nuovi. Anche Via con Me, da amnni uguale a se stessa, stavolta era impreziosita dai "pizzicato" di un violino

(Parentesi: in sala c'era Benigni, che per primo la cantò. Conte l'ha eseguita due volte, speravo che almeno la seconda gliela lasciasse. Sarebbe stata una chicca).

Insomma, Conte ha lavorato sulla musica e ha dato vita a un concerto bellissimo. Curioso che lo si definisca "cantautore": da sempre afferma che nelle sue canzoni nasce prima la musica, e il testo vien dopo.

(A proposito di musica e testo, suggerisco ancora l'ottimo Martchelo e il vivace dibattito che ne è nato).

Comunque, cantautore sia. E vivo e creativo come pochi. Ma gli altri? A leggere i pezzi linkati lassù, siamo alla frutta. Tanto che del Club Tenco si dice questa sia l'ultima edizione. In effetti, se penso alle nuove leve mi vengono in mente Carmen Consoli, Daniele Silvestri, Max Gazzè, Niccolò Fabi, Simone Cristicchi, Morgan. Non proprio degli esordienti.

Fine dei cantautori? Sicuramente, fine dell'idea storica di cantautore, alla Guccini o alla De André, e forse l'effetto X-Factor in questo ha un peso. Però non credo, come scrive Scanzi, che "nei Sessanta era più facile essere creativi". Diavolo, c'è internet. In un click arrivi a tutta la musica che vuoi. E fatti da raccontare, e da cui far nascere testi, continuano ad accadere. Possibile sia più difficile essere creativi?

mercoledì 10 novembre 2010

X-Factor offre davvero qualcosa di nuovo?

05:36 Posted by Igor Principe , , , 4 comments
Punto di partenza: non guardo X-Factor. Non è snobismo; è che guardo pochissimo la televisione. La sera, messi a nanna i diavoli, preferisco leggere (dovrò pur giustificare le congrue spese per libri e giornali che gravano sul bilancio familiare), ascoltare musica, torturare il pianoforte cercando di ricordare come si suoni (torturo anche mia moglie, che sul divano sopporta il rumore sordo dei tasti, perché le note risuonano in cuffia, se no i diavoli si svegliano).

La domanda su X-Factor non è quindi retorica. Però - lo confesso - è condizionata dalla lettura di Stefano Pistolini, che sul Post fa un parallelo tra Alice Cooper e Nevruz. Il pezzo è lungo, provo a coglierne il senso: Alice Cooper era un maledetto autentico; Nevruz è costruito.

Occhio, però. Pistolini non distrugge Nevruz; distrugge, piuttosto il sistema che si basa sulla costruzione del personaggio secondo le regole della televisione, relegando la musica in un angolo. Ora, non è che la musica di Alice Cooper fosse quella di Ravel; tuttavia, esprimeva un moto di ribellione sincero, come fu quello, per dir di altri, dei Sex Pistols. Dove'è la ribellione di un Nevruz costretto a sottostare al giudizio dei professori-giudici? Perché non li manda tutti a dar via il naso? Alice Cooper l'avrebbe fatto. Anzi. Alice Cooper, a X-Factor, non ci sarebbe mai andato.

Leggo, e trovo conferma a una mia idea: la musica in tv è morta con Doc, programma di Renzo Arbore (fine anni Ottanta). Leggo, e ne deduco che X-Factor è un Sanremo per artisti che a Sanremo non verrebbero accettati perché le famiglie che direbbero? Insomma, un programma tv con la musica sullo sfondo. Il nuovo, allora, è altrove e sei tu a doverlo andare a cercare (come dice Martchelo commentando questo post).

Ma, come dicevo, io X-Factor non lo guardo. L'idea che ne ho tratto leggendo Pistolini è sbagliata?

martedì 9 novembre 2010

Simon Bolivar Orchestra: se ci riesce il Venezuela...

L'acronimo della Simon Bolivar Orchestra è Sbyov. A un italiano potrebbe ricordare i liquori a base di zabaione che riscaldavano le pause in rifugio dopo una sciata. Ma dovrebbe ricordare quanto inetti siamo nella promozione di ciò che potrebbe essere il carburante della nostra economia: la cultura.

Il discorso potrebbe facilmente estendersi a Pompei, ma qui si parla di musica. E la Simon Bolivar Orchestra è un buon argomento. Lo ha tirato fuori ieri sera Claudio Abbado a Vieni Via con Me, quando è stato fatto il punto sulle risorse italiane per la politica culturale. Aggiungo anche questo articolo di Carla Moreni, firma musicale del Sole 24 Ore, che della Sbyov racconta la storia.

Verso la fine del pezzo appaiono numeri che voglio riportare: "Il Venezuela investe ogni anno 29 milioni di dollari per l'educazione musicale dei suoi ragazzi. Oggi sono 400mila i bambini delle orchestre e dei cori (compresi gli straordinari «Manos blancas», piccoli ciechi o sordomuti). In tutto i giovani avvicinati dal Sistema sono 2 milioni. Hanno imparato la musica, ma non solo".

Non stiamo parlando di una democrazia compiuta. Anzi. Parliamo del Paese governato da un certo Chavez, che non è certo il miglior discepolo di John Locke. Ma non buttiamola in politica, e stiamo sulla musica. Forse avvertono la mancanza di una tradizione, forse vivono una situazione sociale tanto drammatica che ogni appiglio è buono, forse è solo una tanto casuale quanto formidabile densità di musicofili; sta di fatto che lì, la musica, è valorizzata.

Da noi, no. Noi - il paese di una tradizione che unisce Palestrina a Morricone (con tutto quel che ci sta in mezzo), il paese di un tale Da Ponte (il Mogol di Mozart), il paese dei migliori liutai della storia, il paese dell'inventore del pianoforte, il paese del Teatro alla Scala - facciamo altro.

Cosa, non l'ho ancora capito.

lunedì 8 novembre 2010

Make Some Noise, John Lennon: ma le cover hanno un senso?

05:34 Posted by Igor Principe , , , , 3 comments
Tutto nasce da una sospresa: trovare nell'iTunes del Mac aziendale Make Some Noise - Save Darfur, doppio album di cover di John Lennon cantate da una varia umanità musicale. Il disco in sé aveva un senso: pubblicato nel 2007, mirava a raccogliere fondi per far fronte alla crisi del Darfur, allora sulla ribalta mediatica. Le 28 canzoni di cui è costituito non sono neanche male, con qualche sorpresa (i redivivi a-Ha!). Mentre lo ascoltavo, tuttavia, mi chiedevo cosa dessero in più rispetto agli originali.

La riflessione si è estesa all'intero tema delle cover. Tema corposo, come testimonia il numero impressionante di brani dei Beatles interpretati da altri. Ecco, a proposito di Beatles: tutte le possibili versioni di Yesterday (anche quella, per me sublime, di Ray Charles) sono davvero più belle, più sostanziose, più accattivanti, più chennesò dell'originale, che credo rasenti la perfezione?

Continuo a pensare, e mi accorgo che la domanda si attaglia ad ogni cover cui penso. Tranne tre: Impressioni  di settembre rifatta da FrancoBattiato, All Along the Watchtower secondo Jimi Hendrix (qui è facile: se non sbaglio, lo stesso Dylan ammise che era meglio della sua) e With a Little Help From My Friend come la canta Joe Cocker (caso forse unico di un brano dei Beatles migliorato da altri).

Non è lo stesso, per esempio, nel caso del jazz. Lì non c'è la cover, ma lo standard: un brano ormai classico (Summertime, When the saints go marchin' in, giusto per fare esempi facili) che viene reinventato, talvolta stravolto dalla libertà assoluta garantita dalle leggi della musica afro-americana. Guardate, per esempio, cosa fa Bill Evans con tutta la dolcezza natalizia di Santa Claus Is Coming to Town. Sono leggi forti, quelle del jazz, capaci di far diventare standard (repertorio convenzionalmente costituito dai Songs americani dei primi del Novecento) anche cose a firma Battisti-Mogol.

Nella cover, mi pare, gli steccati sono più difficili da saltare. Ecco perché continuo a chiedermi che senso abbiano al di fuori della musica fatta dalle tribute band e dai gruppi amatoriali che affollano le sale prova.

venerdì 5 novembre 2010

Lunario della Musica: viaggio su un pianeta privo di confini

14:08 Posted by Igor Principe , , 2 comments
Tutto nasce dallo scambio di commenti al post su Igudesman & Joo: quali sono i confini della musica? E' giusto che ne abbia? Le distinzioni di genere hanno un senso? Pensandoci, mi è venuta in mente la prefazione al Lunario della Musica di Carlo Boccadoro, nella quale l'autore stesso afferma che la musica non sia una sola, ma che esistano tante e diverse musiche, ciascuna con un proprio codice da studiare e comprendere senza pregiudizi, ma anche "senza voler mettere tutto sullo stesso livello qualitativo". Il rischio è ridurre quest'arte a "una lunga fila di dischi messi sulla stessa linea d'orizzonte, intenti a formare un qualcosa che assomiglia in maniera inquietante a un encefalogramma piatto".

E' da lì che parte il Lunario, che ogni tanto sfoglio provandone godimento e vertigine. Godimento, perché è scritto bene, senza pedanterie, con salutari sprazzi di ironia. Vertigine, perché bastano 365 dischi per capire che la musica è come l'universo: la scienza dice che ha una fine, ma noi non la vediamo.

Mi piace poi l'approccio di Boccadoro, che suggerisce un disco per ogni giorno dell'anno seguendo il proprio gusto personale. Non ci sono consigli per una discoteca ideale; c'è invece un uomo di musica che, come un vecchio amico, ti dice: "Oh, ho sentito un certo Zambrini. Grandioso". Oppure: "Mi è capitato tra le mani una chicca di Phil Collins". O ancora: "Ma hai mai ascoltato i Mottetti di Bach? No? E che aspetti?".

Dei dischi, ovviamente, si parla bene (si tratta di consigli all'ascolto, non al non-ascolto), ma non con tono recensivo. Piuttosto, Boccadoro indulge felicemente in piccoli dettagli che permettono di conoscere meglio l'artista di turno, la genesi del disco, il contesto in cui nasce.

Consiglio personale: leggetelo con mente sgombra da ogni pregiudizio. Non pensate: "Ecco, non c'è il mio artista preferito, perché?". Non siate severi se non trovate le pietre miliari, siano esse le Nozze di Figaro o Dark Side of the Moon. Se la musica è un mondo, diciamo che Boccadoro ve lo fa scoprire portandovi talvolta nelle sue capitali, ma più spesso nelle piccole cittadine ignorate dai circuiti turistici. Ma dove, forse, pulsa l'autentico cuore di un paese.

giovedì 4 novembre 2010

La sana follia di Igudesman & Joo

Igudesman & Joo formano un duo esplosivo. Per capirci, date un'occhiata al video.



Se interessa, suonano a Biella il 26 e 27 novembre, e a Teramo il 30, e saranno concerti pervasi da una sana follia. Sana, perché ci vuole ogni tanto qualcuno che sia capace di ricordare che la musica è anche un modo per giocare, seppellendo sotto una risata la supponenza degli artisti che si ergono a geni assoluti e incompresi.

Come nel pop c'era Al Weird Jankovic, e ci sono Elio e le Storie Tese, nella classica a scompigliare le parrucche provvedono Igudesman & Joo. Ora, non è che il mondo della musica colta sia tutto un'ingessatura di profili. Il Concerto di Capodanno, con le gag tra direttori e Wiener Philharmoniker, non rinuncia ai suoi sprazzi giocosi. Daniel Harding non manca di ricordare la sua passione per il Manchester Utd. Quanto alla storia, la giocosità di Mozart è appurata. E come dimenticare un film come Fantasia?


Igudesman & Joo vanno oltre, e spesso vengono definiti geniali. Mi sembra troppo: genio è, appunto, Mozart; sono i Beatles di Sgt. Pepper's; è il Miles Davis di Kind of Blue. Artisti capaci di immaginare un futuro e di portarci la musica. Igudesman & Joo mi sembrano più degli estrosi, sicuramente visionari, con una buona dose di virtuosismo. Ma non danno alla musica la spinta che, secondo me, solo i veri geni sono capaci di imprimere.

Direi però che artisti come loro sono necessari. E forse sono la risposta a una domanda che mi facevo un paio di post più in basso: esiste qualcuno che riesca a mettere bene insieme classica e pop?

mercoledì 3 novembre 2010

Troppo casino intorno a Springsteen

Bruce Springsteen è stato alla Festa del Cinema di Roma, per la presentazione di The Promise - The making of Darkness on the Edge of Town. La cosa mi ha suscitato dieci riflessioni.

1) Springsteen non è nuovo ai "Making of", cioè quei documentari che raccontano la genesi di un'opera (dischi e film, solitamente). C'è stato Wings for wheels, dedicato a Born to Run in occasione dei 30 anni dell'uscita (1975). Molti anni prima c'è stato Blood Brothers, sul ritorno in studio della E Street Band a cinque o sei anni dal loro scioglimento (si sono rimessi insieme definitivamente nel 1999). Insomma, la cosa gli piace. E ai fan, di più.

2) Blood Brothers uscì come VHS a sé stante, Wings for Wheels nel cofanetto del trentennale, con la copia rimasterizzata di Born To Run e il dvd di un concerto del '75 all'Hammersmith Odeon di Londra. Materiale per fans, certo, anche se il cofanetto avrebbe potuto avvicinare all'artista qualche neofita. Dopotutto, Born to Run è il disco con cui ha spiccato il volo.

3) The Promise si annuncia monumentale: tre cd, tre dvd. Canzoni a pioggia, tra cui 21 inediti. Non voglio sprecare altro spazio: dico solo che per i fan l'attesa è quasi messianica. Credo sommessamente che a chi non è fan non gliene importi un accidente.

4) Mentre i precedenti "making of" rimanevano nell'alveo del "cibo per i fans", The Promise sta facendo il giro dei Festival del Cinema: prima il Tiff di Toronto, l'altroieri Roma, tra qualche giorno Londra. Ok, ci può stare: è un documentario, e va nelle sezioni ad esso dedicate.

5) Quel che non ci sta, invece, è il casino mediatico. Parlo della stampa che ho letto, quella italiana. Anzitutto, Darkness (quarto disco di Springsteen) è diventato improvvisamente importante. I fan già lo sapevano, ma la critica ha per una vita definito i due Born (to Run e in the USA) i capisaldi dell'opera springsteeniana. 32 anni dopo, Darkness esce dal dimenticatoio del mainstream e diventa "il capolavoro".

6) Obnubilati dal capolavoro, alcuni si sono fatti prendere la mano. Tra tutti, Mario Sesti, curatore della sezione L'Altro CinemaExtra della Festa. Su Repubblica, leggo che Sesti avrebbe detto a Springsteen, alla presentazione, che le immagini di The Promise sono degne del miglior cinema, e che ricordano i film di Paul Newman e Al Pacino.

7) Springsteen ci ha riso su. E' l'unica cosa da fare.

8) Springsteen è arrivato al red carpet di Roma accompagnato dalle note di C'era una volta in America, di Morricone. Il legame tra i due è noto ai fan. Nella tournèe di Darkness (1978), alcune canzoni erano introdotte da temi presi da C'era una volta il West. Quando Bruce ha suonato a Santa Cecilia (1996) ha incontrato Morricone e pare sia nato un certo feeling artistico. Nel 2003, a San Siro, è salito sul palco mentre nell'aria suonava sempre il tema del West (molti i commossi). Ancora Morricone nei concerti in Italia del 2009. Però ora basta. Il troppo stroppia. L'Italia non è solo Morricone.

9) Conclusione: c'è troppo casino intorno a Bruce. Troppa voglia di far passare per imperdibili prodotti pensati per i veri appassionati. Troppa voglia di farne un santino, di avere a che fare col più grande artista rock vivente che però è anche una cara persona, molto alla mano. Quasi umano. Troppa voglia renderlo un mito inattaccabile, capace di sfornare capolavori a getto (e stupidi noi quando non ce ne siamo accorti, vedi appunto Darkness) (che, secondo me, è un disco di canzoni meravigliose con una resa sonora che le svilisce).

10) Chi scrive ha scoperto Springsteen nell'85, con Born in the Usa. Anzi, no: nel video di We Are the World, confondendolo con Bob Dylan (era il tempo dei Duran Duran, c'era molta confusione in giro). Se dovesse, chi scrive, riassumere quei 25 anni, si affiderebbe ad uno striscione apparso a San Siro il 25 giugno 2003: "Lui è nato per correre; noi siamo nati per corrergli dietro". Ma non per correre dietro a tutte le idiozie che si dicono a riguardo.

PS: post lungo. Me ne scuso, ma sono un po' infastidito.

martedì 2 novembre 2010

Meglio il classico Sting o lo Sting classico?

Specifichiamo: meglio Sting come musicista pop o Sting musicista classico? Una risposta potrebbe venire dal concerto che l'ex Police terrà stasera Milano, teatro Arcimboldi. Con lui, i 45 elementi della Royal Philarmonic Concert Orchestra e un quartetto pop: percussioni, voce, basso e chitarra (suonata da Dominic Miller, suo braccio destro da ormai 20 anni).

Il concerto è di quelli del tour di Simphonicity, il disco uscito quest'estate per la regina delle etichette classiche, Deutsche Grammophon. E' il terzo che Sting incide per la Casa tedesca. I primi due - Songs from the Labyrinth e If on a Winter's Night - erano rispettivamente di canzoni di John Dowland, liutista inglese del secolo XVII, e di musica tradizionale inglese (con qualche inedito a firma dell'autore).

Il terzo l'ho scoperto da questo video sul Post, e mi sono precipitato a... farmelo regalare per il compleanno. Gli 8 minuti di quel promo mi sembravano promettenti; inoltre, credo che Sting abbia una versatilità non comune, con la quale sa dare nuova veste ai suoi classici. La prova è secondo me in due dischi: All this time e Chicago sessions. Quest'ultimo è un bootleg che ho scovato una vita fa da Buscemi, storico negozio milanese. E' la registrazione di una serata del 1990 in un club di Chicago, Sting aveva da poco pubblicato The Soul Cages e con 4 sodali da paura - Il citato Miller, Vinnie Colaiuta alla batteria e David Sancious al piano - aveva riletto  brani di quel disco e suoi successi dei Police in formazione acustica. Un disco splendido.

Proprio a quei tempi risale la sua prima dichiarazione di voler dedicarsi alla classica (commento di un'amica fan sul mio diario di quarta liceo: "ma è tutto matto??"). Quindici anni dopo, i frutti di quella decisione; frutti ottimi, credo, nei primi due dischi. Riuscire in un repertorio composto da pavane, madrigali e affini non è facile, ma Sting ci è riuscito. Symphonicity, invece, non mi convince.

Dodici brani, un po' suoi un po' dei Police. Il disco non ha sbavature, è perfetto in ogni sua nota. Ma è come se Sting avesse tolto i jeans alla sua musica per ingessarla in un vestito da sera. Due canzoni tra tutte. Englishman in New York: perde il fraseggio jazz dell'originale (che aveva al sax un solista quale Brandford Marsalis), e la batteria che stacca al centro della canzone sembra di carta velina. We Work the Black Seam: l'incrocio di fiati che detta il riff iniziale dà al brano un'atmosfera medievale che, personalmente, annoia di brutto.

Il punto, comunque, non è tanto il mio giudizio, quanto una riflessione sulla contaminazione tra generi, soprattutto tra classica e pop. Mi sono sempre chiesto se funzioni o no. Tendo alla seconda opzione. A parte le aberrazioni (Pavarotti e friends, per intenderci), ripensando a certi lavori - Elton John, Live in Australia; A Night at the Opera, Queen; Edge of Darkness, Eric Clapton - vedo che a dettar legge è il pop. La struttura e la linea ritmica sono popolari, i suoni (archi, cori, fiati) sono classici. Non è contaminazione, è solo un prestito.

Ma non avendo ascoltato tutta la musica del mondo, può darsi che esista da qualche parte qualcuno che sia riuscito mettere insieme bene la classica e il pop. Sarebbe bello conoscerlo.