Musica, senza steccati

martedì 2 novembre 2010

Meglio il classico Sting o lo Sting classico?

Specifichiamo: meglio Sting come musicista pop o Sting musicista classico? Una risposta potrebbe venire dal concerto che l'ex Police terrà stasera Milano, teatro Arcimboldi. Con lui, i 45 elementi della Royal Philarmonic Concert Orchestra e un quartetto pop: percussioni, voce, basso e chitarra (suonata da Dominic Miller, suo braccio destro da ormai 20 anni).

Il concerto è di quelli del tour di Simphonicity, il disco uscito quest'estate per la regina delle etichette classiche, Deutsche Grammophon. E' il terzo che Sting incide per la Casa tedesca. I primi due - Songs from the Labyrinth e If on a Winter's Night - erano rispettivamente di canzoni di John Dowland, liutista inglese del secolo XVII, e di musica tradizionale inglese (con qualche inedito a firma dell'autore).

Il terzo l'ho scoperto da questo video sul Post, e mi sono precipitato a... farmelo regalare per il compleanno. Gli 8 minuti di quel promo mi sembravano promettenti; inoltre, credo che Sting abbia una versatilità non comune, con la quale sa dare nuova veste ai suoi classici. La prova è secondo me in due dischi: All this time e Chicago sessions. Quest'ultimo è un bootleg che ho scovato una vita fa da Buscemi, storico negozio milanese. E' la registrazione di una serata del 1990 in un club di Chicago, Sting aveva da poco pubblicato The Soul Cages e con 4 sodali da paura - Il citato Miller, Vinnie Colaiuta alla batteria e David Sancious al piano - aveva riletto  brani di quel disco e suoi successi dei Police in formazione acustica. Un disco splendido.

Proprio a quei tempi risale la sua prima dichiarazione di voler dedicarsi alla classica (commento di un'amica fan sul mio diario di quarta liceo: "ma è tutto matto??"). Quindici anni dopo, i frutti di quella decisione; frutti ottimi, credo, nei primi due dischi. Riuscire in un repertorio composto da pavane, madrigali e affini non è facile, ma Sting ci è riuscito. Symphonicity, invece, non mi convince.

Dodici brani, un po' suoi un po' dei Police. Il disco non ha sbavature, è perfetto in ogni sua nota. Ma è come se Sting avesse tolto i jeans alla sua musica per ingessarla in un vestito da sera. Due canzoni tra tutte. Englishman in New York: perde il fraseggio jazz dell'originale (che aveva al sax un solista quale Brandford Marsalis), e la batteria che stacca al centro della canzone sembra di carta velina. We Work the Black Seam: l'incrocio di fiati che detta il riff iniziale dà al brano un'atmosfera medievale che, personalmente, annoia di brutto.

Il punto, comunque, non è tanto il mio giudizio, quanto una riflessione sulla contaminazione tra generi, soprattutto tra classica e pop. Mi sono sempre chiesto se funzioni o no. Tendo alla seconda opzione. A parte le aberrazioni (Pavarotti e friends, per intenderci), ripensando a certi lavori - Elton John, Live in Australia; A Night at the Opera, Queen; Edge of Darkness, Eric Clapton - vedo che a dettar legge è il pop. La struttura e la linea ritmica sono popolari, i suoni (archi, cori, fiati) sono classici. Non è contaminazione, è solo un prestito.

Ma non avendo ascoltato tutta la musica del mondo, può darsi che esista da qualche parte qualcuno che sia riuscito mettere insieme bene la classica e il pop. Sarebbe bello conoscerlo.

4 commenti:

  1. meglio i Police! Sting è nato coi Police e dopo di loro ha scelto di sperimentare. Apprezzabile il coraggio, meno (per quanto mi riguarda) i risultati. Quanto al connubio tra classica e pop: Dio ce ne scampi...

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  2. A me lo Sting di The dream of the Blue Turtles e di Nothing Like the Sun è piaciuto moltissimo. Da Soul Cages in poi ho avvertito un calo di ispirazione, a parte alcune canzoni di Ten Summoner's Tales che trovo molto belle.

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  3. Personalmente considero i 2 album che citi esempi di raffinata ruffianeria musicale. Sting autoproclamò di fare Jazz (ma quando mai?) perchè faceva figo, salvo poi proporre un pop facile facile (saltuariamente rivestito in maniera apparentemente diversa). Purtroppo nella mia mente è rimasto impresso un suo verso (io che nn ascolto i testi): Russians love their children too. Purtroppo lo associo a Orietta Berti: a voi russi o americani io non delego il suo domani... :D
    (questa è una provocazione gratuita)

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  4. Le provocazioni mi piacciono a pagamento. Quindi non raccolgo ;)
    Sull'autoproclamazione, se davvero lo disse allora ti do ragione. Quei dischi ebbero l'apporto di jazzisti (tra tutti, Gil Evans nel secondo album). In certi frangenti, profumano di jazz. Ma non sono tali. Però non li vedo così ruffiani come dici tu.

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