Musica, senza steccati

martedì 9 novembre 2010

Simon Bolivar Orchestra: se ci riesce il Venezuela...

L'acronimo della Simon Bolivar Orchestra è Sbyov. A un italiano potrebbe ricordare i liquori a base di zabaione che riscaldavano le pause in rifugio dopo una sciata. Ma dovrebbe ricordare quanto inetti siamo nella promozione di ciò che potrebbe essere il carburante della nostra economia: la cultura.

Il discorso potrebbe facilmente estendersi a Pompei, ma qui si parla di musica. E la Simon Bolivar Orchestra è un buon argomento. Lo ha tirato fuori ieri sera Claudio Abbado a Vieni Via con Me, quando è stato fatto il punto sulle risorse italiane per la politica culturale. Aggiungo anche questo articolo di Carla Moreni, firma musicale del Sole 24 Ore, che della Sbyov racconta la storia.

Verso la fine del pezzo appaiono numeri che voglio riportare: "Il Venezuela investe ogni anno 29 milioni di dollari per l'educazione musicale dei suoi ragazzi. Oggi sono 400mila i bambini delle orchestre e dei cori (compresi gli straordinari «Manos blancas», piccoli ciechi o sordomuti). In tutto i giovani avvicinati dal Sistema sono 2 milioni. Hanno imparato la musica, ma non solo".

Non stiamo parlando di una democrazia compiuta. Anzi. Parliamo del Paese governato da un certo Chavez, che non è certo il miglior discepolo di John Locke. Ma non buttiamola in politica, e stiamo sulla musica. Forse avvertono la mancanza di una tradizione, forse vivono una situazione sociale tanto drammatica che ogni appiglio è buono, forse è solo una tanto casuale quanto formidabile densità di musicofili; sta di fatto che lì, la musica, è valorizzata.

Da noi, no. Noi - il paese di una tradizione che unisce Palestrina a Morricone (con tutto quel che ci sta in mezzo), il paese di un tale Da Ponte (il Mogol di Mozart), il paese dei migliori liutai della storia, il paese dell'inventore del pianoforte, il paese del Teatro alla Scala - facciamo altro.

Cosa, non l'ho ancora capito.

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