Musica, senza steccati

venerdì 31 dicembre 2010

Auld Lang Syne: buon 2011!

Auld Lang Syne è l'inno del Capodanno nei paesi anglosassoni, in particolare negli Stati Uniti. In Italia è nota come il "valzer delle candele", e io ancora mi chiedo perché la chiamino valzer dal momento che nell'originale è in 4/4.

Nel video qui sotto Auld Lang Syne scorre in sottofondo, per lasciar spazio ad una delle scene più belle della storia del cinema, con la dichiarazione d'amore più bella di quella storia. Per quei due comincia una vita insieme, e a far da cornice è una tradizione canora antichissima, come volessero affidare il loro inizio alle rassicuranti, granitiche certezze offerte da vecchie canzoni.



Sarà così anche domani, con il Concerto di Capodanno dal Musikverein di Vienna e quello - giovane d'età, ultratradizionale per contenuto - dalla Fenice di Venezia. Il passaggio d'anno, insomma, avviene cantando e ascoltando la tradizione. Giusto: si deve conoscere il passato per poter capire il futuro. E scriverlo.

Buon 2011.

venerdì 24 dicembre 2010

Il 2010 in musica è Lady Gaga?

01:58 Posted by Unknown , , , 2 comments
Il personaggio musicale del 2010 è Lady Gaga? Me lo sono chiesto stamattina, sfogliando il numero speciale di Sette uscito ieri con il Corriere. Tra le venti figure determinanti per l'anno che sta chiudendosi l'unico musicista è la signorina Germanotta. L'uomo dell'anno è Steve Jobs.

Credo che mister Apple sia molto più musicista di Lady Gaga, sia per creatività (lui sforna novità, lei riciccia gli anni 80) sia per il contributo materiale allo sviluppo della Seconda Arte (lui ha inventato iPod e iTunes, lei riciccia gli anni 80).

L'istinto, dopo aver letto Sette, è urlare ai quattro venti "o tempora o mores", chiamar mia madre e davanti a un tè crogiolarsi in una festa di "signora mia, questi giovani d'oggi", "dove andremo a finire", "non ci sono più le mezze stagioni", "Pippo Baudo sì che è un professionista", con sottofondo di corali bachiane (che a mia mamma piacciono assai).

Ma è un istinto pericoloso, e va frenato. Provo allora un ragionamento. Ho ascoltato qualcosa di Lady Gaga, non mi è piaciuto e non sono andato oltre. Può essere quindi che mi perda qualcosa, e ciò rende il mio giudizio parziale come lo era quello di mio padre nel 1987 davanti al fenomeno Madonna. Una cui Lady Gaga viene spesso accostata.

Mi padre ascoltava madame Ciccone, scuoteva la capoccia e diceva "non resterà", rifugiandosi in un discone di Ray Charles (sua passionaccia). Io ascolto Lady Gaga, scuoto la capoccia, dico "non resterà" e mi rifugio nelle mie passionacce (tante, non sto a farvi l'elenco).

Mio padre, è evidente, ha avuto torto marcio. Non è che ho torto marcio anche io?

mercoledì 22 dicembre 2010

La canzone di Natale: Do They Know It's Christmas?

Le canzoni di Natale sono migliaia; la canzone di Natale, almeno per me, è una: Do They Know It's Christmas. Band Aid, 1984.



Sì, lo so. C'è un'intero disco che sintetizza la musica di questo periodo dell'anno, ed è White Christmas di Bing Crosby. La title-track, per di più, detiene il record di singolo più venduto al mondo (oltre 50 milioni di copie).

Paragonare Do They Know al brano di Crosby (scritto da quel gigante assoluto di nome Irving Berlin) può sembrare sacrilego. Così come può sembrarlo anche il confronto con We Are The World, sua grande rivale. E infatti, nessun paragone: la canzone dei Band Aid non raggiunge quei livelli. Pure, è la mia canzone di Natale.

Perché? Perché è una fotografia. White Christmas è tanti Natali. Anzi, è tutti i miei Natali, perché non ricordo un periodo natalizio senza che su un piatto girasse quel vinile (poi diventato cd).

Do They Know It's Christmas? è invece l'istantanea del dicembre dell'84 e del gennaio dell'85. E' il suono degli Anni '80. E' Bruno Vespa alla conduzione di un'edizione straordinaria del Tg1, per dare la notizia dell'attentato sul rapido 904 Napoli-Milano. E' Corbetta (Mi) sommersa da un metro e dieci centimetri di neve.

E' un gruppo di ragazzini che con la neve fanno battaglie infinite. E' una vacanza di Natale spesa a casa di Francesco, amico di sempre, a giocare con i trenini elettrici. E' Debora, amica più grande, che mi spiega chi sono tutti quelli che passano su Deejay Television, e che mi spinge a comprare Waking Up With The House on Fire dei Culture Club, dopo che mi era piaciuto di brutto Colour by Numbers.

E' mia nonna Mariangela in visita casa a nostra da Benevento, nel suo ultimo viaggio così lontano. E' l'odore della gommina Simmon's sui miei capelli a spazzola. E' un piumino d'oca caldissimo, pur se non un Moncler. E' l'arcobaleno della moda paninara, e il bianco e nero dei dark. E' una corsa di Rummenigge verso un gol. E' il Verona che macina punti verso il sogno scudetto. E' Eugenio che smanetta sul Garelli Vip III per farne un bolide. E' Annalisa che limona con Innocenzo, e noi a sognare di essere al posto di lui.

E' la voglia di diventare grandi, e di vivere un mondo che promette gioia ed entusiasmo.

Ecco perché Do They Know It's Christmas? è la mia canzone di Natale. White Christmas la passerò ai miei figli. We Are The World rimarrà in eterno. Ma la Band Aid, fatta più di meteore che di giganti, a cominciare dal produttore (Bob Geldof: vuoi mettere con Quincy Jones?), mi dice cose precise. Cose bellissime. Cose tutte mie.

martedì 21 dicembre 2010

Son tutti figli di Bearzot

Notizia ormai purtroppo nota: è morto Enzo Bearzot. Un uomo, secondo la classificazione sciasciana. Un mito, per chi ha ancora nel cuore il luglio del 1982, i tre gol di Paolo Rossi al Brasile, le tre urla "Campioni del Mondo!" scandite da Nando Martellini al triplice fischio dell'arbitro Coelho dopo i tre gol alla Germania con cui l'Italia vinse il suo terzo titolo mondiale (e poi dice la Cabala...).

Nell'estate dell'82 gira una canzone. Come in ogni estate, ce n'è una che segna il tempo, ritmico e storico. Dell'83 ricordo I like Chopin, l'anno dopo c'è Fotoromanza. In quella magica estate di gol e di azzurro c'è il trio Da-da-da, che canta Son tutti figli di Bearzot.

Roba semplice, quasi banale: un ritmo accattivante, infiorettato da uno stacchetto toc-tic-toc-tic-toc in intervallo di ottava; un testo senza senso; tre accordi ultra banali (tonica, sottodominante, dominante e ritorno su tonica). La canta un'intera nazione, ebbra di felicità grazie ad un oste di nome Enzo Bearzot.

Ecco i big di Sanremo. Io tifo Davide Van De Sfroos

E' stata pubblicata la lista dei big che parteciperanno al Festival di Sanremo 2011. E' una lista, secondo me, di livello mediamente più alto delle ultime edizioni: bastino nomi come La Crus, Tricarico, Franco Battiato (associato a Luca Madonia), Roberto Vecchioni, Patty Pravo. E Davide Van De Sfroos.

Ecco, se c'è uno per cui farò il tifo è Davide Van De Sfroos. Tifo a prescindere: non so, ovviamente, come sarà Yanez, il brano con cui andrà in gara. Magari è una fetenzìa, ma non mi interessa. Tifo Van De Sfroos perché in questa intervista al Corriere ha detto cose di sano buon senso. Eccone una:

Ci sarà bisogno dei sottotitoli?
«So quanto possa essere ostico un dialetto diverso dal proprio, ma il testo è pieno di riferimenti facilmente comprensibili. Ai sottotitoli stiamo pensando. A me non darebbe problemi e non mi sentirei ghettizzato».

Lui se ne frega, ma io no. I sottotitoli sarebbero un'ipocrisia pazzesca. Per Nino D'Angelo non li usarono. E non tiriamo fuori la storia della tradizione della canzone napoletana, famosa in tutto il mondo e quindi comprensibile a tutti. Perché sì, è vero: Napoli ha una storia di capitale mondiale della canzone, dal cui ventre sono usciti veri capolavori. Ed è vero che da Roma in giù il napoletano è un dialetto compreso da molti. Ma non è così da Roma in su. Quindi, spero che Van De Sfroos vinca anche con il voto di un palermitano che non ci ha capito un'acca, ma a cui la canzone è comunque piaciuta.

Van De Sfroos dice poi altre cose, sempre di sano buon senso, sul fatto di essere definito da alcuni “cantautore leghista” (idiozia che non merita commento) e sulla sacrosanta importanza dei dialetti. E aggiunge poi una cosa bellissima: “spero che la mia presenza porti allegria”. Solo per questo, merita la vittoria. E solo per questo, mi vien voglia di veder Sanremo.

venerdì 17 dicembre 2010

Guido Ceronetti: "Se la Scala chiude, che male c'è?"

"Se la Scala chiude, che male c'è?". Si chiude così un articolo di Guido Ceronetti apparso sulla Stampa di due giorni fa. Una provocazione? A giudicare dalle argomentazioni, mi sembra di no. Certo, il tono si addice all'autore, persona tanto colta quanto anticonformista. Di quelli veri, portatore di idee precise, magari bislacche agli occhi dei più, ma esposte con l'educata umiltà dei grandi. Ecco perché credo che creda davvero a quel che ha scritto sulla Stampa. Ed ecco perché, nel mio piccolo, provo ad oppormi.

Cos'è la Scala, anzitutto? E' il teatro musicale più celebre al mondo. Ora, ciò basta per farne un totem inattaccabile? Ovviamente no, soprattutto se ci si imbatte in considerazioni come questa: "Con la stessa sovvenzione statale, in un anno la scala svolge poco più di ottanta spettacoli e il teatro di Monaco più di trecento". L'ha scritta Claudio Casini in un suo libro che consiglio a chiunque voglia avvicinarsi alla musica per approfondirla. Libro datato, sicuramente. Ma non è che la situazione sia cambiata, anche perché - come spiega lo stesso Casini - dalla Germania ci divide la mentalità. Loro puntano alla costruzione di un tessuto culturale grazie ad eventi ripetuti e costanti, anche se di portata modesta; noi miriamo alla costruzione dell'Evento Esclusivo.

L'Evento Esclusivo della Scala è la "prima". Ceronetti la distrugge dicendo cose sacrosante: è mondanità, la musica non c'entra, quest'anno poi anche Baremboim ci si è messo leggendo la Costituzione a chi la conosce bene (Napolitano. Ma io penso che Baremboim abbia fatto bene), gli spettatori sono sfiniti di noia. Ok. Ma dopo la prima, stando ai numeri di Casini, ci sono altri 79 spettacoli, ai quali assistono prevalentemente musicofili tutt'altro che annoiati. In più, il sovrintendente Lissner sta affermando la consuetudine della prova generale aperta ai giovani: siamo lontani dalla filosofia tedesca, ma è comunque un bel passo in avanti.

Ceronetti, poi, dichiara morta l'opera lirica con la fine del XIX secolo. Sì, è vero. Ma allora sono morti anche il madrigale, la sinfonia, il mottetto, la fuga, il poema sinfonico, la musica da camera, la dodecafonia. E' morta insomma tutta la musica che non abbia genesi nella contemporaneità. E visto che non mi pare di vedere in giro nuovi generi (anche il giovane rock è dato per morto da molti), dovrei dedurne che è morta la musica. Bene, che si fa? Ci limitiamo ad ascoltare il suono dei clacson?

Mi fermo qui. Ceronetti mette sul fuoco tante altre idee, ma il senso generale è chiaro. Insomma, se chiude la Scala, che male c'è? Beh, c'è lo stesso male della chiusura di Pompei, degli Uffizi, del Piccolo Teatro, del Sistina, della Casa del Jazz. C'è un patrimonio culturale da alimentare, sia tenendo in vita il nostro passato sia dando al presente idee nuove. La cultura è il nostro petrolio (la nostra Gasolina, e perdonatemi l'autocitazione ma quel blog mi piaceva assai). Apriamola a tutti, rendiamola viva e capace di dire cose nuove anche se risale a secoli fa. E teniamo aperta la Scala. L'hanno anche restaurata da poco: sarebbero soldi buttati via.

mercoledì 15 dicembre 2010

Corano e musica: si può!

06:32 Posted by Unknown , , , 1 comment
Avevo velatamente affermato che il Corano non vieta la musica. Anche chi sosteneva il contrario - il padre che a Reggello (Re) vietava alla figlia di assistere alle lezioni di musica a scuola imponendole cuffie isolanti - ha ceduto alla ragione.

Da Corriere.it: ''Se la legge italiana obbliga l'ascolto della musica in classe, non posso far altro che rispettare le regole".

Ottima notizia. Scegliete voi la musica con cui festeggiare. Io mi riascolto Eddie Vedder e Nusrat Fateh Ali-Kahn.

lunedì 13 dicembre 2010

El Dia del Tango, e una memoria a rischio

Sabato scorso si è celebrato El dia del tango, giornata internazionale dedicata a Carlos Gardel.

Nutro per il tango un'insana passione da quando, un bel po' di tempo fa, ho scoperto Astor Piazzolla. Cioè colui che ha saputo portare una musica da sensualmente popolare, colonna sonora della poetica promiscuità delle tangherìe, al palato del pubblico imbevuto di classica e jazz.

Ma mentre Piazzolla è un mito mondiale, in Argentina il mito è Carlos Gardel, titolare di una fama che forse solo Evita. Ecco perché il giorno del tango cade nella ricorrenza della sua nascita, avvenuta 110 anni fa.

La fama internazionale di Piazzolla, la leggenda che ammanta la figura di Gardel, le numerose iscrizioni alle scuole di questa danza che "esprime in verticale un desiderio orizzontale" e la proclamazione da parte dell'Unesco di essa come "bene immateriale dell'umanità" non porterebbero a pensare all'esistenza di un pericolo di dispersione culturale.

Invece c'è. Del problema si è fatto carico un musicista argentino (di altre origini), Ignacio Varchausky, che ha creato un'associazione no profit, Tango Via, con l'obiettivo di rintracciare in tutto il mondo appassionati del genere, prenderne in prestito i dischi, digitalizzarne il contenuto, restituirli al proprietario.

Messa così, sembra l'amico che ti saccheggia gli scaffali per farsi la discoteca. Invece si tratta di ricostruire una memoria perduta negli anni Sessanta, quando le case discografiche argentine distrussero migliaia e migliaia di dischi perché sugli scaffali c'era da far spazio ad una musica più in voga.

Varchausky, sentito da Emanuele Coen per il Venerdì di Repubblica, afferma di aver recuperato circa 10mila brani, ma che c'è ancora molto da lavorare per ricostruire lo specchio in cui si riflette l'identità argentina. Della quale dà una definizione splendida: "Non ci sentiamo latinoamericani, ma europei nel posto sbagliato, più vicini a Parigi che alla Bolivia".

Parigi è una sintesi, ovviamente. Il tango, dice ancora Varchausky, mescola i violini dei Balcani, le percussioni africane, la habanera, il vecchio tango andaluso. E l'opera di quell'Italia cui mezza Argentina deve le proprie origini.

"Europei nel posto sbagliato". Un'immagine splendida, quasi quanto quella della definizione emblematica del tango: "Un pensiero triste che si balla". E' di Henrique Santos Discepolo (e non di Borges o di Ernesto Sabato, come molti avventatamente dicono).

venerdì 10 dicembre 2010

Il Corano, la musica e la stupidità dell'integralismo

04:21 Posted by Unknown , , , 3 comments
A Reggello (Firenze) da oltre un anno una ragazza di quindici anni si mette le cuffie per non partecipare all'ora di musica a scuola. Gliel'ha imposto il padre, marocchino di fede islamica. La musica è impura, è roba da infedeli, dice lui.

La notizia è di ieri, apparsa sul Corriere Fiorentino. Ed è aberrante, per varie ragioni.

1) Il Corano non vieta la musica. La vieterebbe una fatwa wahhabita. Ne scrisse Magdi Allam quattro anni fa, sempre sul Corriere, parlando di una condanna a morte inflitta dalle Corti Islamiche somale ad otto musicisti.

2) Il Corano non vieta la musica. Se così fosse, non esisterebbereo Khaled e il pop raï.

3) Il Corano non vieta la musica. Se così fosse, non sarebbe esistito Nusrat Fateh Ali-Khan (ed Eddie Vedder non sarebbe stato contento).

4) Il Corano non vieta la musica. Se così fosse, Essaouira non ospiterebbe lo splendido festival della musica gnawa (guarda un po', Essaouira: città di quel Marocco da cui arriva quel galantuomo di papà)

5) Il Corano non vieta la musica. Se così fosse, la liuteria araba non avrebbe speso energie ed ingegno per creare l'ud.

6) Il Corano non vieta la musica. Se così fosse, il sufismo non si affiderebbe alla danza turbinante dei dervisci rotanti per raggiungere l'estasi mistica.

7) Il Corano non vieta la musica. Se così fosse, i muezzin leggerebbero un invito a recarsi in moschea.

8) Il Corano non vieta la musica. Ah, l'ho già detto?

Conclusioni (mie):
a. evitare di far di tutt'erba un fascio, non cedere all'istinto di prendere un caso di stupido integralismo per farne una consuetudine diffusa. Perché il Corano non vieta la musica (e daje) e di musica, ottima, nei paesi islamici se ne fa;

b. hanno fatto bene, gli insegnanti, ad assecondare il fanatismo del papà? Secondo me, no. La nostra storia, come Italia e come civiltà occidentale, è fatta di tolleranza. E poi l'art. 8 della Costituzione recita: "Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano". Ecco, che non contrastino. Poiché la nostra Costituzione tutela le arti (art. 9) la richiesta di quel galantuomo di papà è giuridicamente scorretta. (E poi, il Corano non vieta la musica, quindi la scorrettezza è anche teologica).

E poi, l'ora di musica non è facoltativa. Se mandi tua figlia in una scuola italiana laica, ne accetti le regole. Se no, ti fai la scuola di fatwa (non coranica, perchè il Corano non vieta la musica!) in casa.

giovedì 9 dicembre 2010

Tra Walkiria e Franco Mussida, presente (e futuro) della musica

Il mio ponte di Sant'Ambrogio è stato segnato da due eventi musicali. 1. Walkiria, trionfo alla Scala e, prima ancora, tra i ragazzi che hanno assistito alla prova generale; 2. Franco Mussida che chiede di resuscitare pop e rock.

Leggo i due articoli linkati, e mi sento disorientato. Da una parte c'è un meraviglioso interesse da parte dei "ggiovani" per l'opera; dall'altra, un meraviglioso interesse da parte dei "ggiovani musicisti" non per la musica in sè, ma per l'ambiente che il successo di permette di frequentare.

Da una parte, i video pensti dal regista Guy Cassiers come elemento scenografico della Walkiria attirano i "ggiovani" perché sono parte della loro grammatica quotidiana; dall'altra, il video che ospita X-Factor e affini viene accusato di uccidere lo spirito originario del pop e del rock.

Insomma, Walkiria apprezzata dai ragazzi ci dice che la musica vive un presente dalle grandi possibilità future; Mussida ci dice invece che la musica vive un presente dalle fosche prospettive future.

Chi ha ragione? Secondo me, Walkiria. Temo che Mussida sia tradito da una forte nostalgia per tempi in cui l'interesse dei ragazzi per la musica si traduceva, oltre che nell'acquisto di dischi, nel metter su gruppi-del-sabato-pomeriggio-in-sala-prove (oggi si direbbe garage band). Ricordo, a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, la difficoltà pazzesca a trovare due ore libere al Malibù Studio, al Cpm dello stesso Mussida o al Freesound (parlo di Milano) dove andare con gli amici a torturare i classici del rock. Ora mi sembra che quell'ondata sia affievolita, che il fascino di certi templi della musica dal vivo (penso al Magia, obiettivo di tutti quelli che hanno avuto un gruppettino da sbarco, e quando ci arrivavi ti sentivi una rockstar) sia oggettivamente decaduto. Ma ciò significa il tramonto che Mussida dipinge sul Corriere?

E se fosse invece una nuova alba? L'inizio di un'epoca in cui ciò che interessa è la musica a tutto tondo, dove - con l'opportuna capacità di giudizio - Richard Wagner sta insieme ai Muse o ai Negramaro?

A me piace pensarla così.

UPDATE: L'articolo di Mussida deve aver ricevuto valanghe di commenti, e lui ha replicato con un pezzo in cui dice molte cose, tra cui che non ha nostalgia. Materiale per un post futuro.

venerdì 3 dicembre 2010

Lang Lang, il pianista più famoso del mondo

10:03 Posted by Unknown , , , No comments
Lang Lang è il pianista più famoso del mondo. O almeno così ne parla Giuseppe Videtti sul Venerdì di oggi, in un ritratto dell'artista che spiega molte cose, tranne se sia anche il più bravo del mondo.

Sinceramente, sapere se sia il più bravo non mi interessa. Un po' perché non esiste il più bravo in assoluto: ciascun artista di livello eccelso ha caratteristiche talmente personali da non poter essere oggettivizzate in una classifica. Vale in ogni campo: pittori, architetti, chitarristi, calciatori, rocker, fisarmonicisti... fate voi.

Mi interessa invece capire Lang Lang come comunicatore. In questo, sì, non ha rivali. In un paese antichissimo com'è la Cina, ma praticamente neonato nell'apertura alla cultura occidentale, il ragazzo prodigio prende la musica classica e ne fa un fenomeno di culto di massa alla Michael Jackson. Dal quale Lang Lang si distingue perché non è un divo isolato (non si arrabbino i fan di Jacko, ma era così).




L'intervista pare sia stata un tormento perché gli avventori cinesi del ristorante cinese in cui si è tenuta, a Roma, l'hanno continuamente interrotta per avere un autografo della star cinese. Che, tra una firma e l'altra, ha detto cose interessanti. Eccone alcune.

1) "La gente pensa che gli artisti di musica classica siano degli alieni, gente inavvicinabile, arrogante, presuntuosa, con degli strani gusti. Io mi sento una persona normale, alla mano, mi piacciono la moda, la buona tavola, internet, l'iPod; sono un drogato di tecnologia come tutti quelli della mia età".
(Qui cade nel luogo comune dell'artista alla Benedetti Michelangeli, genio isolato non meno di Jackson, burbero, tormentato e immenso. Le cose stanno cambiando: un Riccardo Chailly che confessa di essere stato un giovane batterista, o un Riccardo Muti che fa battute autoironiche ne sono conferma - vedi interviste degli stessi da Fabio Fazio)

2) "La musica non ha limiti e non ha tempo, non può non interessare i giovani. Se ho suonato nel videogame Gran Turismo è per questo, Quando i ragazzi ascolteranno quelle musiche capiranno che la musica classica non è solo la colonna sonora per i salotti, ma può scandire perfettamente il ritmo della vita contemporanea".
Magari ci ha suonato solo perché lo hanno riempito di soldi, ma non mi interessa. Conta il veicolo di diffusione della musica classica, che come la matematica ha solo bisogno di ottimi insegnanti. Che la musica interessi, è scritto nel successo di iscrizioni ai nuovi licei musicali. Se poi cominciassimo a spiegare che, con tutti i doverosi distinguo, i tormenti sentimentali che portavano Chopin a scrivere notturni sublimi sono gli stessi che hanno portato Claudio Baglioni a scrivere splendide canzoni d'amore, allora faremmo un passo avanti nell'avvicinare a una musica che è solo un po' meno immediata di una canzone. E comunque, provate a passare una serata romantica con quel che c'è c'è nel video lì sopra invece che con, che ne so, Love Rescue Me degli U2 (ho una certa età, non mi viene in mente altro). Il risultato non cambia.

3) "Di solito ascolto jazz. Ray Charles, Miles Davis, Herbi Hancock. Geni della musica". Come lei, gli fa Videtti. "Ma la smetta, io sono solo un principiante".
Falsa modestia? Forse. Io preferisco vederla come l'umiltà necessaria per raggiungere il pubblico più ampio possibile, pur senza rinunciare al personaggio. Insomma, agli antipodi di altri.  

giovedì 2 dicembre 2010

30 anni fa, The Blues Brothers

La ricorrenza tonda del 2010, per il rock, è l'omicidio di John Lennon (8 dicembre 1980), con tutta la malinconia che ne segue. Per pareggiare i conti, ricordiamoci che sempre 30 anni fa nei cinema usciva un film semplicemente epico: The Blues Brothers.

Certo, se pensi a come è finito John Belushi e soprattutto a Blues Brothers - il mito continua, la malinconia diventa la tua migliora amica. Ma a me basta pensare allo sguardo di Belushi nell'unica scena in cui è visibile per scoprirmi a ridere da solo come un cretino.

Difficile trovare un difetto a quel film, dove anche "semplici" musicisti (non solo i membri della band, ma anche tali Ray Charles, Cab Calloway e quell'Aretha Franklin che non se la sta passando benissimo) sembrano attori navigati. E soprattutto, difficile trovare difetti ad una colonna sonora perfetta; uno, forse: l'assenza di Stand by your man, che Jake ed Elwood cantano nel locale country dopo una Rawhide da ovazione.

Per il resto, Gimme some lovin' tiene tutta la forza dell'originale, e così Jailhouse Rock. Minnie the Moocher è addirittura meglio (o comunque, meglio dello stralcio che si ascolta in un altro film eccellente, Cotton Club). Quanto a Think! e a Shake your Tail Feather, parlano da sole. Soprattutto quest'ultima, con Genius Ray che suona come solo in paradiso sanno fare.

(Non ci sono mai stato, ma sono convinto sia così)

mercoledì 1 dicembre 2010

Le 500 canzoni secondo Rolling Stone: la fine della musica?

06:26 Posted by Unknown , , 2 comments
Rolling Stone di dicembre esce come numero speciale con le 500 migliori canzoni di tutti i tempi. Non è una novità: la classifica gira dal 2004. Posto che questo tipo di classifiche dimostra l'assoluta verità della teoria della relatività, posto che scatena dibattiti più infuocati di una guerra di religione (ricordo ancora le lettere al giornale Rockstar dopo che, vent'anni fa, pubblicò i migliori 100 dischi degli anni 80: minacce di morte ai redattori), posto che quel "di tutti i tempi" è inesatto perché allora dovremmo buttarci dentro anche i Lieder di Schubert, posto tutto questo, provo un ragionamento.

Sono tutte canzoni meravigliose. Potrei opporre qualche eccezione dettata dal gusto personale, dal quell'orecchio speciale con cui mi piace ascoltare musica e che sta dalle parti della pancia. Ma preferisco lasciar la parola a due giornalisti del Giornale (nonché colleghi che conosco personalmente, e sulla cui competenza non ho dubbi): Antonio Lodetti e Paolo Giordano.

In sintesi: Lodetti approva, Giordano no. Il casus belli è la classicità dei brani, la maggior parte dei quali composti nella seconda metà del Novecento. Se ne deduce che da almeno un decennio non si sfornano brani degni di passare alla storia. Ecco, la storia: parafrasando Francis Fukuyama, anche la musica leggera sembra finita con il crollo del Muro. Dagli anni Novanta, al più tardi dalla loro metà, sembra di entrare in un cono d'ombra in cui le canzoni diventano prodotti magari gradevoli ma incapaci di assurgere al ruolo di opere d'arte.

Insomma, Lodetti sostiene sia così; Giordano no. Da par mio, per quel che vale, vivo una distonia. Le canzoni che ascolto più spesso sono proprio quelle storiche (almeno un'ottantina delle prime 100), quindi la pancia mi dice Lodetti. Ma la testa mi dice Giordano. Soprattutto quando scrive: "E perciò questa classifica, che nel 2010 ai primi dieci posti mette nove canzoni incise prima del 1980, fa venire in mente quella famosa sentenza che Frank Sinatra riservò a Elvis: «È la più brutale, brutta, disperata, perversa forma di espressione che io abbia avuto la sfortuna di ascoltare». Dopo, Elvis ha cambiato il mondo e Sinatra no: e rifare un’altra volta lo stesso errore ci farà solo diventare vecchi prima".

E aggiungo questo giudizio sulla musica di oggi: "Come al solito. Ci sono grandi canzoni e canzoni schifose. Nessuna differenza rispetto a quello che capita sempre". Lo ha detto, sempre a Giordano, un tale Mick Jagger. Uno qualunque.