Musica, senza steccati

venerdì 17 dicembre 2010

Guido Ceronetti: "Se la Scala chiude, che male c'è?"

"Se la Scala chiude, che male c'è?". Si chiude così un articolo di Guido Ceronetti apparso sulla Stampa di due giorni fa. Una provocazione? A giudicare dalle argomentazioni, mi sembra di no. Certo, il tono si addice all'autore, persona tanto colta quanto anticonformista. Di quelli veri, portatore di idee precise, magari bislacche agli occhi dei più, ma esposte con l'educata umiltà dei grandi. Ecco perché credo che creda davvero a quel che ha scritto sulla Stampa. Ed ecco perché, nel mio piccolo, provo ad oppormi.

Cos'è la Scala, anzitutto? E' il teatro musicale più celebre al mondo. Ora, ciò basta per farne un totem inattaccabile? Ovviamente no, soprattutto se ci si imbatte in considerazioni come questa: "Con la stessa sovvenzione statale, in un anno la scala svolge poco più di ottanta spettacoli e il teatro di Monaco più di trecento". L'ha scritta Claudio Casini in un suo libro che consiglio a chiunque voglia avvicinarsi alla musica per approfondirla. Libro datato, sicuramente. Ma non è che la situazione sia cambiata, anche perché - come spiega lo stesso Casini - dalla Germania ci divide la mentalità. Loro puntano alla costruzione di un tessuto culturale grazie ad eventi ripetuti e costanti, anche se di portata modesta; noi miriamo alla costruzione dell'Evento Esclusivo.

L'Evento Esclusivo della Scala è la "prima". Ceronetti la distrugge dicendo cose sacrosante: è mondanità, la musica non c'entra, quest'anno poi anche Baremboim ci si è messo leggendo la Costituzione a chi la conosce bene (Napolitano. Ma io penso che Baremboim abbia fatto bene), gli spettatori sono sfiniti di noia. Ok. Ma dopo la prima, stando ai numeri di Casini, ci sono altri 79 spettacoli, ai quali assistono prevalentemente musicofili tutt'altro che annoiati. In più, il sovrintendente Lissner sta affermando la consuetudine della prova generale aperta ai giovani: siamo lontani dalla filosofia tedesca, ma è comunque un bel passo in avanti.

Ceronetti, poi, dichiara morta l'opera lirica con la fine del XIX secolo. Sì, è vero. Ma allora sono morti anche il madrigale, la sinfonia, il mottetto, la fuga, il poema sinfonico, la musica da camera, la dodecafonia. E' morta insomma tutta la musica che non abbia genesi nella contemporaneità. E visto che non mi pare di vedere in giro nuovi generi (anche il giovane rock è dato per morto da molti), dovrei dedurne che è morta la musica. Bene, che si fa? Ci limitiamo ad ascoltare il suono dei clacson?

Mi fermo qui. Ceronetti mette sul fuoco tante altre idee, ma il senso generale è chiaro. Insomma, se chiude la Scala, che male c'è? Beh, c'è lo stesso male della chiusura di Pompei, degli Uffizi, del Piccolo Teatro, del Sistina, della Casa del Jazz. C'è un patrimonio culturale da alimentare, sia tenendo in vita il nostro passato sia dando al presente idee nuove. La cultura è il nostro petrolio (la nostra Gasolina, e perdonatemi l'autocitazione ma quel blog mi piaceva assai). Apriamola a tutti, rendiamola viva e capace di dire cose nuove anche se risale a secoli fa. E teniamo aperta la Scala. L'hanno anche restaurata da poco: sarebbero soldi buttati via.

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