Musica, senza steccati

venerdì 30 dicembre 2011

An der schönen blauen Donau: buon 2012.

Con Stanley Kubrick che lo ha fatto danzare agli astronauti, non è azzardato dire che questo valzer è stato ballato da tutti. E' il più famoso nella storia della musica, è stato composto quasi di getto ed è stato acclamato sin dalla sua premiere. Johannes Brahms si è pubblicamente rammaricato di non esserne l'autore. E', insomma, un congegno musicale perfetto.

And der schönen blauen Donau (Sul bel Danubio blu) è totalmente identificato con l'assonnato entusiasmo del primo gennaio. Stordito dalle poche ore di sonno, mi ritrovavo senza accorgermene catapultato in una sala luminosa e imbandita. La televisione era sintonizzata sul Concerto di Capodanno, seguito distrattamente fino al momento del valzer. Trillo di violini, il direttore si ferma e celebra il rito degli auguri. In casa mio nonno comanda il silenzio. Poi parte il valzer. Poi la Marcia di Radetzky. Due brani capaci di svegliarmi e di farmi venire il giusto appetito per gustare il pranzo.

Mi sono chiesto spesso perché una musica facilmente declinabile nell'insopportabile zumpappà di fisarmoniche maltrattate o di melensi carillon mi piacesse così tanto. Un giorno l'ho capito: merito della sincope. Al di là della bellezza del tema e dell'orchestrazione, al di là della perizia dei Wiener, il tocco di unicità del Danubio blu è nella sincope sul ritmo nelle prime battute del tema. Il primo colpo in levare non cade sul secondo dei tre quarti del valzer, ma un sedicesimo prima. E' un anticipo quasi impercettibile, perché appena il tiro si fa più veloce si torna agli accenti regolari. Ma è una cosa che avvicina il Danubio blu all'incedere jazzistico. E che quindi me lo fa amare profondamente.



PS: Amo quel valzer ancor più dal Capodanno del 1998, trascorso proprio a Vienna. Nessuno di noi, nemmeno venticinquenni, aveva la benché minima possibilità di accedere al Musikverein per seguire il Neujahrskonzert. Ma molto democraticamente la municipalità viennese sistemò davanti al Rathaus uno schermo gigante. Ballammo tutto il tempo, e alla fine ci ingozzammo da Pizza Hut. Fu un Capodanno meraviglioso.

mercoledì 28 dicembre 2011

Da Monteverdi a Fresu-Caine: panettieri nel tempo

01:11 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Il titolo di questo post non è frutto dei postumi mal gestiti dei bagordi natalizi. E' invece un tentativo di tornare sul concetto di panetteria della musica, arte di coloro che da un brano sanno trarne un altro.

I panettieri di oggi sono tre. Uno è Claudio Monteverdi, che cucinò la pagnotta originale del "Sì dolce è 'l tormento"; gli altri sono Uri Caine e Paolo Fresu, che di quell'impasto han tenuto via un pezzettino riplasmandolo come nel video lì sotto.

Ecco, oggi prendetevi 6 minuti e 24 secondi. Interrompete ogni attività, attaccate le cuffie al computer e ascoltate. Io l'ho fatto stamattina, prima di cominciare il lavoro; e la giornata mi è parsa migliore.

martedì 27 dicembre 2011

Alex Ross è un gigante. Il resto è rumore.

06:06 Posted by Igor Principe , , , 2 comments
L'immagine lì accanto ritrae i regali che Cristina, mia moglie (non siamo sposati, ma due figli e una casa in comproprietà mi consentono l'ardire di chiamarla così), mi ha fatto a Natale. I dischi - Rio e Orvieto, quasi una geografia della musica - glieli ho chiesti esplicitamente, cosa che non mi ha comunque privato del piacere di spacchettarli, immaginarne il contenuto e godermi l'attesa dell'ascolto. Il libro, invece, è stato una sorpresa. Cioè: le avevo accennato dell'idea di prenderlo parlando delle centinaia di cose che si vorrebbe leggere, nei momenti irrazionali e bugiardi in cui senti di avere le forze per sconfiggere il tempo piegandolo alla tua volontà. Ma di sicuro non l'ho messo nella letterina a Babbo Natale. E meno male che il pomeriggio del 23, dedito agli ultimi acquisti, non ho ceduto alla tentazione di regalarmelo: l'avevo tra le mani, e riporlo sullo scaffale è stato un gesto non facile da compiere.

Il libro, come si vede dalla foto, è Il resto è rumore, di Alex Ross. Lui è tra i critici musicali più autorevoli al mondo, ed è una miniera di segnalazioni per chi lo segua su Twitter (@alexrossmusic). Soprattutto, è un gigante della divulgazione. Il resto è rumore parla della cosa apparentemente più lontana dalla vita quotidiana di tutti noi: la musica contemporanea, intesa come la musica classica del Ventesimo secolo. Parla di atonalità e dissonanze, cioè di elementi sonori capaci di agire come grattugie sui nervi e sui timpani. Parla di opere come Salome e Wozzeck (che non è come raccontare Traviata o Le Nozze di Figaro), e di Cinque pezzi per orchestra (che non è come discettare della Danza delle ore).

Come dice il titolo, parla di rumore. Ma in un modo tale da montarti la voglia irresistibile di ascoltarlo. Ross sradica la musica contemporanea dalla nuvola su cui si è eclissata, e alla quale hanno accesso solo gli accoliti, e la fa rituffare nel rumore da cui è nata: quella del Ventesimo secolo, della violenza di due guerre mondiali, dell'industrializzazione, dei totalitarismi. La musica contemporanea è figlia di un caos umanissimo, e Ross ti racconta quanto altrettanto umanissima essa sia.

Il libro non è semplicissimo: forte di una preparazione tecnica da musicista, l'autore parla di note, di scale esatonali, di accordi diminuiti, di tritono. Tuttavia, anche chi non abbia una conoscenza musicale di base può godersi pienamente le oltre 800 pagine di questo tomo formidabile, scritto con grazia e acume, mai sussiegoso o riservato agli addetti ai lavori. E poi, per capirci di più, c'è il blog nato dal libro, con una guida all'ascolto puntuale e preziosa.

Chiudo con quella che avrebbe dovuto essere una premessa: non l'ho letto tutto, ho cominciato due giorni fa e sono a pagina 146, dove si parla di "Stravinskij e la Sagra". Ma non vedo l'ora che un teatro milanese programmi Wozzeck. E se un libro fa venir voglia di ascoltar Alban Berg, allora è un gran libro.

sabato 24 dicembre 2011

Le canzoni di Natale

L'anno scorso avevo scritto dei motivi per i quali la mia canzone di Natale è Do they know it's Christmas?, e in un anno non ho certamente cambiato idea. Ma se mi sposto dal soggettivo all'oggettivo, mi accorgo che pensando a "LA" canzone di Natale finisco sempre ad ascoltare White Christmas secondo Bing Crosby e la Trotter Orchestra. Cioè coloro che negli anni Quaranta del Ventesimo secolo diedero vita a "LE" canzoni di Natale.

Quel disco e i suoi dodici brani sono - come tutta la musica - detonatori di ricordi personali, dei quali ho parlato ricordando Mahalia Jackson. Ma sono anche una specie di corpus iuris musicalis natalizio; o, per dirla con Mozart, la risposta di Leporello a Donna Elvira: "Madamina, il catalogo è questo!". L'album White Christmas cristallizza un repertorio fatto di brani tradizionali e di altri scritti ad hoc. Tra questi c'è la title-track, ed è sorprendente - almeno per me - rilevare come l'inedito abbia saputo imporsi sugli altri nel ruolo di canzone simbolo del Natale.

Una forza impressionante, contro la quale nessuno ha potuto più nulla. Né John Lennon con la sua Yoko, né la Band-Aid, né tanto meno Mariah Carey. King Bing regna sovrano.

PS: Tanto White Christmas è LA canzone, quanto quello che segue è LO spot di Natale. Anche qui, detonazione di memorie, aneddoti e atmosfere. Se ne avete anche voi, è il momento di far loro prendere aria. Buon Natale.

giovedì 22 dicembre 2011

Il Grammy postumo a Steve Jobs

07:28 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Come si legge su Rockol, Steve Jobs sarà insignito di un Grammy postumo. La motivazione ufficiale è "aver contribuito a creare prodotti e tecnologie che hanno trasformato il modo di consumare la musica, la televisione, i film e i libri".

Lo scrivo per la mia nonna, che mi legge ma non lo sa: i Grammy Awards sono i più importanti riconoscimenti americani dell'industria musicale. Che Steve Jobs (chi sia, questo la nonna lo sa) vi rientri, ci sta: iPod e iTunes sono strumenti di consumo della musica e veicolo di diffusione di prodotti dell'industria delle sette note. Protestare per un Grammy dato - pure postumo - a chi musicista non è suonerebbe come un eccesso di formalismo. E i formalismi possono essere fastidiosi. Me ne viene in mente uno - legittimo, per carità - grazie al quale Nino Rota non potè competere con la colonna sonora del Padrino agli Oscar (e cavolo se l'avrebbe vinto): aveva già dato lo stesso tema, anche se arrangiato molto diversamente, ad un altro film.

Superata la forma, andiamo alla sostanza: è giusto quel riconoscimento a Jobs? Io dico di no. Non discuto la grandezza innovativa di mr. Apple, né il suo oggettivo apporto ad un profondo cambiamento nella fruizione della musica, sia sul piano dell'ascolto sia su quello della composizione (mi riferisco a GarageBand). Ma non riesco a non vedere che Jobs, con iTunes e iPod, ha perfezionato intuizioni di altri (Shawn Fanning, il papà di Napster) a loro volta basate sul genio di altri ancora (Leonardo Chiariglione, cioè mr. mp3).

Ecco, se dovessi pensare a un Grammy tecnico industriale, lo darei prima a Chiariglione. E, molto postumo, ad Akio Morita. Il riconoscimento di Jobs mi sembra un ulteriore passo di una liturgia celebrativa cominciata il 5 ottobre scorso, e che forse è il caso di concludere.

domenica 18 dicembre 2011

Cesaria Evora, e degli artisti-nazione

06:07 Posted by Igor Principe , , 1 comment
Cesaria Evora è stata l'artista in cui l'identificazione con il proprio paese era totale. Un'artista-nazione: dici Capo Verde e pensi a lei. Il fenomeno non è sconosciuto: quante volte è suonata l'associazione tra Portogallo e Amalia Rodrigues, o tra Argentina e Astor Piazzolla? Poi, superato l'istinto del riflesso pavloviano, la ragione conduce il pensiero ad altri messaggeri di folk nazionale: i Madredeus, Dulce Pontes, Mafalda Arnauth; Carlos Gardel, Mercedes Sosa. Anche nell'insospettabile Islanda il titolo di portabandiera è diviso tra Björk e i Sigur Rós.

Cesaria Evora invece era Capo Verde, in una simbiosi sottolineata dal paradosso di una musica meno nazionale di altre. Come l'arcipelago atlantico è il punto di mezzo geografico tra Portogallo e Brasile, la morna (genere tipico capoverdino) è il punto di mezzo sonoro tra gli stessi paesi, rubando a Lisbona i suoni del fado e a Rio lo spirito malinconico della saudade.

Cesaria incise il primo disco a 47 anni, e conobbe il successo a 49. Anche in questi asettici dati biografici c'è l'inevitabile malinconia del tardivo riscatto da una vita difficile. Malinconia alla quale la sua voce bellissima mai rinunciava, nemmeno nel serrato incedere della canzone del video.

venerdì 16 dicembre 2011

Il gorilla, o della traduzione per eccellenza

Nel registratore che tenevamo in cucina, oltre venticinque anni fa, girava spesso una cassetta di Fabrizio De Andrè. Era quella di Volume III, suo disco del 1968, che si apriva con un brano poi diventato tra i suoi simboli, La canzone di Marinella. Finito lo struggimento per la ragazza che, chissà come, nel fiume scivolava, cominciava un giro di chitarra su due accordi; quindi, il racconto di una presenza curiosa nella piazza di una città, portata là dagli zingari di un baraccone. La presenza del gorilla.

Venticinque anni fa avevo tredici anni, e quella storia mi divertiva. Ma non del tutto: non riuscivo a coglierne, come poi è accaduto grazie a un po' più di maturità, l'eleganza del sottinteso. De Andrè parla né più né meno di sodomia, pur giustificandola con la giustizia dell'Antico Testamento e con la sua legge dell'occhio per occhio: il giorno prima, il magistrato commina una pena capitale su basi giuridiche non ortodosse; il giorno dopo, un primate abusa di lui. Una scena volgare, a immaginarla; semplicemente deliziosa, se raccontata con le parole di Faber.

Molti anni dopo ho scoperto che il testo di De Andrè traduce un brano di George Brassens dallo stesso titolo e dallo stesso contenuto. Ho intercettato entrambi su YouTube (Il gorilla - Le gorille) e vi invito a confrontarli. Anche chi non ha dimestichezza con il francese - come me - capirà facilmente che cosa sia una traduzione per eccellenza. Eravamo, si diceva, nel 1968. Pochi anni prima, From me to you era capace, chissà perché, di trasformarsi in Cambia tattica.

Una telefonata di Paul a Faber sarebbe servita.

mercoledì 14 dicembre 2011

Slancio e rischio dell'esser giovani: Diego Matheuz

Diego Matheuz è il direttore principale del Teatro La Fenice di Venezia. Ha 27 anni, è venezuelano ed è una prova di quanto buoni possano essere gli effetti del sistema Abreu, il cui perno è la Simon Bolivar Youth Orchestra of Venezuela.

Diego Matheuz è anche la prova dell'esistenza di domande senza risposta. Per carità, nessuna pretesa di sfiorare il senso dell'assoluto; semplicemente, ho provato a ragionare su di lui e sulla sua età e sono giunto a non trovare risposta alla domanda che farò, appunto, alla fine del ragionamento.

Il punto di partenza è sullo slancio di cui al titolo. Affidare la direzione di uno dei più prestigiosi teatri lirici al mondo - quello, per dire una facile facile, in cui il 6 marzo 1853 andò in scena, e non bene, la prima di Traviata - a un ventisettenne è un atto felice. In Italia sa quasi di rivoluzione: viviamo nel Paese in cui si continua a esser giovani a 40 anni, quindi immeritevoli di assumere responsabilità dirigenziali di alto livello. La nomina di Matheuz scheggia il cristallo della vetustà.

La tappa intermedia è il rischio, che grava sul tema della maturità artistica. A riguardo, preferisco delegare le considerazioni al ricordo di una serata al Teatro Dal Verme di Milano, almeno 5 o 6 anni fa. Ho dimenticato il contesto (ma doveva essere la Milanesiana), ma non i protagonisti che sul quel palco, dialogando di musica, esploravano il senso delle cose. Si trattava di Armando Torno e di Riccardo Muti. Il maestro, sollecitato dallo scrittore, si è lasciato andare a una considerazione tra l'ironico e il sarcastico, abbandonando per un attimo la propria caratteristica austerità. Cito a memoria: "Ho eseguito la mia prima sinfonia di Beethoven ben oltre i quarant'anni. Ho atteso perché penso che certe pagine richiedano maturità. Ora vedo che per un direttore di venticinque anni cimentarsi con la Quinta o la Nona è del tutto normale. E mi chiedo: ma sono io il coglione?".
Disse proprio così (è difficile dimenticarlo).

Il punto di arrivo è dunque la domanda: è giusto che un ventisettenne assuma una responsabilità artistica come la direzione della Fenice, o è necessaria una maggior maturazione? Ecco, io non so rispondere.

domenica 11 dicembre 2011

Don Giovanni alla Scala: mini rassegna stampa (2)

Aggiungo un articolo alla mini rassegna stampa sul Don Giovanni alla Scala. E' quello di Fiona Maddocks sull'Observer, cui arrivo grazie a un tweet di Alex Ross. E' un pezzo lungo, denso e in cui accanto al 7 dicembre milanese si parla di Torino e di quel che Gianandrea Noseda va combinando, di buono, al Teatro Regio.

E' anche un pezzo in cui colgo un'idea precisa dell'Italia. Scrive a un certo punto Maddocks: "Every Italian knows exactly where the world's TV cameras will point on 7 December each year, the feast of Milan's patron St Ambrose". In altre parole, ogni italiano sa che nel giorno in cui si festeggia il suo patrono, Ambrogio, Milano diventa il centro del mondo. Ciò per due ragioni: 1) ogni italiano sa che il 7 dicembre è "IL" giorno dell'Opera lirica, simbolo culturale del nostro paese nel mondo; 2) ogni italiano sa che il 7 dicembre e il giorno in cui in una piazza milanese transitano vip diretti ad un evento teatrale. Propendo per la seconda ipotesi.

Con buona pace di Maddocks, se siamo il paese dell'Opera - e in generale della cultura - lo dobbiamo all'estero. E' lì che si perpetua l'idea dell'Italia come culla e scrigno delle arti, come di un museo a cielo aperto di cui godiamo in ogni istante della nostra quotidianità, mentre ci affaccendiamo in essa. Sappiamo tutti che non è così, che un romano in transito davanti al Colosseo continua a pensare ai propri problemi, che un milanese accanto alla basilica del suddetto Ambrogio bofonchia pensieri poco solari sul parcheggio in costruzione nella piazza, che un napoletano nella piazza del Maschio Angioino è più probabile imprechi contro il traffico invece di riflettere sulla bellezza della sede del municipio.

E' poi la stessa Maddocks a convincermi di ciò nel chiudere il pezzo con una considerazione sul milanese Noseda al lavoro a Torino. In ciò la giornalista vede un viatico per un futuro promettente: "This marriage of opposites could ignite a new era in the rich history of Italian music". Il matrimonio non è solo quello tra un uomo e una città, ma tra due metropoli di opposti caratteri: l'estroversa lombarda e la diffidente sabauda. In realtà, quel matrimonio dura da quattro stagioni grazie al MiTo Festival (a mio parere, formidabile nella capacità di raccontare i volti migliori della musica classica e popolare, facendo di entrambe musica forte). Ma il Festival - che pure esaurisce i teatri in cui si tiene - non è che un picco in un encefalogramma certo non piatto, ma nemmeno troppo vivo. Certa musica rimarrà sempre nell'alveo della nicchia in cui vive la cultura nel Paese della cultura, perché la forza globale della musica pop è insuperabile. In altre parole, Laura Pausini sarà sempre più "forte" di Radu Lupu, come a suo tempo i Beatles furono più forti di Leonard Bernstein.

Ma il punto, a ben guardare, non è questo. Il punto è come irrobustire i pesci che in quell'alveo nuotano. Ecco, io credo che la nuova era della musica in Italia potrà cominciare quando prenderemo la strada della Mitteleuropa. Ne scrivevo tempo fa in un post dedicato proprio alla Scala e a una provocazione di Guido Ceronetti: citavo lo storico della musica Claudio Casini e le sue considerazioni sulla Germania (ma il discorso vale per Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia) e sulla costruzione di un tessuto culturale fatto di concerti ripetuti e costanti, eseguiti da musicisti onesti e preparati, affinché l'esigenza di andare a sentir suonare emerga anche se sul palco non c'è Marta Argerich o Hélène Grimaud. Se a questo aggiungiamo il ritorno dell'educazione musicale nelle scuole - ma buttando via il flauto, che se hai una minima attrazione per i suoni, per come è suonato nelle aule tra italiano e scienze te la spegne immediatamente - allora sì, è lecito parlare di nuova era.

Diversamente, siamo sempre al solito Evento.

venerdì 9 dicembre 2011

Billy Strayhorn, un gigante sullo sfondo

Se amo il jazz lo devo un po' a mio padre, che me l'ha disseminato per casa da quando ho avuto orecchie per ascoltare, un po' a Billy Strayhorn e a uno dei suoi brani più noti: Take the A-train. I jazzofili lo sanno che è il suo, ma ricordarlo non è pleonastico dal momento in cui, se acquistate una raccolta di Duke Ellington, quel brano non manca mai (tranne in questo caso). Attribuirlo al Duca, è automatico.

Take the A-train era la sigla dei concerti di Ellington, e più modestamente lo è stata per molto tempo di una trasmissione di trailer, Andiamo al cinema. Spesso, come nel link segnalato, la sigla era la cosa migliore. Per ragioni misteriose - quelle per le quali senti tua una cosa senza indovinarne immediati perché - Take the A-train è  lo standard che sento appartenermi di più. L'ho portato all'esame di ammissione alla Civica di jazz, l'ho suonato in tutte le (poche) occasioni in cui il Just Friends Quartet (poi Quintet, poi Sextet, poi di nuovo Quartet: una storia complicata, quella del gruppo di amici con cui ho fatto musica per una quindicina d'anni) ha avuto un pubblico ad ascoltarlo.

Insomma, amo quel brano. E tuttavia, tendo a dimenticare che Duke Ellington e la sua orchestra non ne erano che esecutori. A scriverlo è stato Billy Strayhorn, il gigante sullo sfondo del magnetico Duca. Con Lush life, altro standard praticatissimo, è il capolavoro di un musicista impegnato in un ruolo affascinante ed essenziale: quello dell'arrangiatore. Nel mondo della musica leggera, in particolare, l'arrangiatore è colui che dipana una matassa cui l'autore ha dato una forma embrionale, tessendola in un capo compiuto. Se ci mettiamo a fare esempi, non finiamo più, e allora ne bastino due: Ennio Morricone per una canzone, George Martin per un gruppo.

Con le dovute proporzioni, Strayhorn è il George Martin di Duke Ellington. Se l'orchestra del Duca suona in quel modo unico e immediatamente riconoscibile, il merito è di quel Billy che seppe immaginare precise idee di voci per il sax di Johnny Hodges e degli altri musicisti. Un genio, schivo come ai geni si conviene e protetto da Ellington come una chioccia con il pulcino preferito. E' un bene che il Duca lo abbia coccolato: Michel Petrucciani non avrebbe potuto avere di che giocare.

giovedì 8 dicembre 2011

Don Giovanni alla Scala: mini rassegna stampa

Ieri, consueta "prima" al Teatro alla Scala: Mozart, Don Giovanni. Regia Robert Carsen, direzione Daniel Baremboim.  Non sono riuscito a seguirla perché nessuno mi invita mai alla prima, e non capisco come mai.

Fesserie a parte, avevo altri impegni e, soprattutto, è scomparsa Rai 5 dal mio digitale terrestre. Ne leggo oggi in rete, attraverso una mini rassegna stampa. Questa:
- Loredana Lipperini
- Il lunghissimo Filippo Facci (si parla anche del prima della Prima)
- Il collage critico di Stefano Biolchini

Altro strumento utile per capirne qualcosa di più - non tanto sull'opera, ma sulla cornice dell'evento - è Twitter, con hashtag #dongiovanni.

E poi c'è YouTube, che già ospita spezzoni dell'opera. Buona lettura, e buon Leporello.

martedì 6 dicembre 2011

Cesare Picco come Niall Ferguson

00:50 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Di Cesare Picco, del suo blog e della sua musica mi è già capitato di parlare. Di Niall Ferguson, mai. Questi è uno storico molto sulla breccia, ultimamente. I suoi punti di forza sono un'indiscussa capacità divulgativa, grazie alla quale scrive libri accattivanti (l'ultimo, Civilization, è atteso a breve in edizione italiana) e un approccio giocoso con la Storia. Ferguson, infatti, ama fare quel gioco che gli anglosassoni chiamano "what if", e gli studiosi "storia controfattuale". Ovvero, immaginare cosa sarebbe stato delle sorti dell'uomo se, per esempio, a Waterloo avesse vinto Napoleone o se gli Alleati non avessero sconfitto Germania, Italia e Giappone.

Indro Montanelli odiava questo gioco: per lui, la Storia sono i fatti. Altri sono più indulgenti - ricordo, tra tutti, Sergio Romano - e lo considerano uno stimolante esercizio mentale. Venendo a Picco, il musicista ha pubblicato sul suo blog un perfetto e ironico esempio storia controfattuale della musica, immaginando cosa avrebbero twittato i grandi compositori se, appunto, avessero avuto Twitter tra le dita.

Il post si intitola I grandi della musica e Twitter - part one, il che obbliga a presupporre un seguito. Tra i tweet di Mozart, Satie, Rossini, Paganini, Mahler e compagnia cantando, trovo delizioso quello di un tale Chopin Fryferyk: "Ho sempre improvvisato tutto: è inutile che i jazzisti se la tirino #sapevatelo".

E Chopin non è uno da raccontar balle.

sabato 3 dicembre 2011

Nino Rota dopo cent'anni (lo stesso giorno di mio nonno)

GoogleDoodle mi dice che cent'anni fa nasceva Nino Rota. E io penso: "Ma tu guarda, lo stesso giorno di nonno Michele". Lui, però, nel 1908.

Lo so: un bell'"ecchissenefrega" ci sta tutto. Però è inevitabile sentire uno stupore leggero e irrazionale, da parte mia, nel constatare la coincidenza. E' come quando si è bambini, e scopri che il tuo amico ha fatto qualcosa nello stesso giorno in cui l'hai fatta tu, e gli dici "anche iiiiiooo" scoppiando poi a ridere. Quindi, passatemi l'infantilismo; dopotutto, il nonno e Rota per me hanno contato molto.

Il primo, perché i nonni contano: senza di lui, niente papà; e senza papà, niente Secondarte (oddìo, sai che perdita). Il secondo, perché è un amore nato dall'odio. Un odio sincero, come solo i bambini sanno provare. Ero bambino di 10 anni, infatti, quando fui costretto a misurarmi con L'acrobata, breve pezzo per pianoforte da portare come obbligatorio al concorso pianistico di Stresa. Fu l'unico concorso della mia vita, in un pomeriggio che ancora ricordo come straniante, fatto della tensione della prova e della serenità di un pranzo a base di pasta con tonno, ridendo di idiozie con un altro bambino trascinato in quella competizione.

L'acrobata è un trionfo di dissonanze, ed è un pezzo che se hai vent'anni, una certa pratica di ascolto e magari una passione per il jazz, risulta piacevole. Ma se ne hai dieci, è un supplizio. A quell'età, la consonanza è il rassicurante segnale che tutto procede per il verso giusto, e che non stai suonando le note sbagliate. La consonanza ti dice che sei bravo. L'acrobata continua a dirti che stai cannando tutto; certo, magari le note sono quelle giuste, ma tu non le capisci. Ti chiedi perché se suoni un accordo di re maggiore con la sinistra, la destra debba suonare un fa naturale invece di un fa diesis, che ci sta bene. Senti stridere le orecchie, non ne vieni a capo. A ciò aggiungi un commissario che si chiama Bach (Ruud di nome), l'atmosfera funerea del lago quando piove, una domenica di tensione trascorsa a chiederti perché non sei in oratorio a giocare a pallone con i tuoi amici. E' un attimo odiarlo, Nino Rota  (e va di lusso che non ti venga voglia di tornare a casa e prendere il pianoforte a roncolate).

Poi cresci, ascolti, scopri il jazz, l'orecchio matura e digerisce le dissonanze. Scopri certi film e la loro musica strepitosa. Scopri che l'ha scritta Nino Rota e ci resti di sale: "Chi, quello dell'Acrobata?". L'odio diventa amicizia, quindi amore. Senti che Rota ha saputo unire la complessità del Novecento - le sue armonie sghembe, gli accordi fatti per chiuderti lo stomaco, la musica come calcolo cerebrale più che come canto del cuore - a melodie semplici e dirette, destinate a restarti addosso per sempre.

Il Post di oggi seleziona un po' delle musiche composte da Rota, se volete capire chi fosse. Non c'è questa, che a me piace particolarmente. E poi, se cercate su Google, la prima che vi viene proposta è quella nel video: il secondo movimento della Sonata in re maggiore per clarinetto e pianoforte. Una delizia.

giovedì 1 dicembre 2011

Un gran disco: Louis Armstrong, Ambassador of Jazz

Louis Armstrong, Ambassador of jazz è un disco titanico. Infatti ne sono dieci, incastonati in un box. Un prodotto tanto natalizio, avvolto da odore di operazione di bieca cassa. Ma non è così: la Universal ha licenziato una gemma essenziale per godere della musica di chi, secondo Duke Ellington, era l'unico degno di essere chiamato "Mister Jazz".

Per approfondire il concetto, e capire quale calibro fosse Satchmo, riporto ciò che ne scrisse Arrigo Polillo nel suo Jazz, libro imprescindibile in materia: "Forse, se Louis Armstrong non fosse comparso sulla scena del jazz al momento giusto, la musica degli afro-americani non si sarebbe affermata tanto rapidamente nel mondo intero, e sarebbe stata diversa. Non è dubbio comunque che fu lui, nella seconda metà degli anni Venti, quando incise i primi dischi sotto suo nome, a far diventare per la prima volta arte ciò che era stata [...] una colorita e divertente musica d'intrattenimento radicata nel folklore del Profondo Sud degli Stati Uniti".

In quel disco c'è tutto. C'è il pop-singer, cosa che Armstrong fu negli ultimi dieci anni della propria vita, quando preferiva dare voce alle rugginose corde vocali invece che alla tromba, limpida e potente. Un periodo, tra l'altro, per nulla malinconico, dal momento che il successo fu strepitoso grazie a brani come We have all the time in the world e, soprattutto, What a wonderful world. C'è poi il Satchmo jazzista di gran classe, patinato ma al contempo caldo, partner centratissimo per un altro mito quale Ella Fitzgerald.

Ma c'è soprattutto l'Armstrong dei primi grandi successi, con un suono ripulito a evidenziare la grandezza del suo suonare rivoluzionario, capace di far affermare la virtù del solismo nel jazz, musica che fino all'avvento del trombettista fu anzitutto esecuzione collettiva, pur se improvvisata.

Ambassador of jazz è davvero un'opera strepitosa. Se l'ho conosciuta è grazie ad Elvis Costello, che ne ha consigliato l'acquisto in luogo del confanetto a lui stesso dedicato. Immenso, Elvis: "Non comprate il mio, costa troppo. Comprate Armstrong, è musica di gran lunga superiore". Come dargli torto?


martedì 29 novembre 2011

George Harrison, o della discrezione

04:26 Posted by Igor Principe , No comments
"La mia vita non è cominciata con i Beatles, e non finirà con loro". Lo disse George Harrison, e messa così sembra una frase a metà tra il supponente distacco e l'aperto astio. Ma non lo è: quello che viene stupidamente definito "il terzo Beatle" (come a voler stilare una classifica degli elementi di un'amalgama irripetibile) sapeva invece che la parentesi con i Fab Four era un meraviglioso incidente della vita, e che non avrebbe significato la preclusione a esprimere il proprio talento in un altro modo.

E di talento, Harrison ne aveva. Sapeva scrivere canzoni, e questa manciata di titoli lo dice con chiarezza: Taxman, While My Guitar Gently Weeps, Here Comes The Sun, Something (che vanta il titolo di seconda canzone dei Beatles più cantata da altri, dopo Yesterday). E sapeva suonare: era lui il solista dei Beatles, era lui che più John Lennon sapeva dove mettere le dita sul manico della chitarra.

Ma George Harrison viveva in modo discreto e preferiva lasciare a John e a Paul il posto principale in sala macchine, salvo talvolta affacciarsi ai comandi e schiacciare bottoni decisivi per aggiungere il proprio gioiello a quelli firmati Lennon-McCartney, o per impreziosire questi ultimi con qualcosa di indimenticabile, come il sitar da lui suonato in Norwegian Wood. Sulla propria discrezione si fondava la consapevolezza di sé e dell'esistenza di un futuro di musica indipendente dai Fab Four. Magari accanto a Eric Clapton, con cui suonò infinite volte. O magari pensando a incidere un disco sontuoso, All Things Must Pass, triplo album capace di vendere 7 milioni di copie, complice la presenza di My Sweet Lord.

E' inevitabile, oggi, parlare di Harrison, a dieci anni esatti dalla sua scomparsa. Ed è molto probabile che oggi si sentirà in rete un diluvio di Something. Ma Harrison, come detto, era anche altro. Per me, in particolare era Cloud Nine, suo disco uscito nel 1987, e che ascoltavo e cantavo spesso con i miei amici in prima liceo. La hit che lo tirava era I Got My Mind Set On You, ma a me di quel disco piaceva tanto quella nel video, omaggio al tempo che fu reso grazie a un perfetto concentrato di sound degli scarafaggi.

venerdì 25 novembre 2011

Where have you gone, Joe Di Maggio?

Oggi è il compleanno di Joe Di Maggio: se fosse vivo, compirebbe 97 anni. Cosa c'entra con la musica? Bè, non so voi; ma quando sento il suo nome penso subito a questo verso: "Where have you gone, Joe DiMaggio?A nation turns its lonely eyes to you".

A ricordarmelo, oggi, è un caro e omonimo amico su Facebook, che ha postato quel frammento di Mrs. Robinson sul proprio profilo. E' curiosa, la storia di quella canzone. Pare che Mike Nichols, regista del Laureato, fosse ossessionato dalla colonna sonora e stressasse Paul Simon, che aveva sottoscritto un contratto con cui si impegnava a comporre tre brani inediti per il film. Simon, in tour con Garfunkel, non riuscì a scriverne che uno. Confrontandosi con Nichols, gli accennò una canzone su temi del passato, in cui si citavano Mrs Roosevelt e, appunto, Joe Di Maggio. Nichols si illuminò e gli impose di sostituire la first lady con Mrs. Robinson.

Fu quella la genesi di un capolavoro dal quale, invece, non fu espunta la leggenda del baseball. Anzi, Di Maggio sembra restare l'aggancio allo spirito originario dell'ispirazione di Simon, che voleva celebrare il passato come epoca di sani valori perduti. Lui stesso lo affermò poco tempo dopo la scomparsa del grande Joe, parlando dell'atleta come di un'icona popolare portatrice di dignità e compostezza. Il musicista ne parlava nel 1999, criticando una società sboccata il cui primo rappresentante, l'allora presidente degli Usa Bill Clinton, rischiava di essere ricordato per un incontro "galante" di pochi minuti con un stagista della Casa Bianca.

Le riflessioni di Simon, tuttavia, sono postume. Al momento di comporre, Joe Di Maggio gli sembrò più un nome metricamente efficace, che un simbolo di virtù. Infatti, a chi gli chiese perché non avesse citato Mickey Mantle, altra leggenda del baseball (un po' come se avessero chiesto a un qualsiasi altro autore perché Platini e non Maradona), Simon rispose che era questione di metrica, e che la sillabazione di Joe-Di-Mag-gi-o calzava più di Mi-cky-Man-tle.

(Tutto ciò mi riporta a una vecchia discussione con Martchelo...)

mercoledì 23 novembre 2011

De André, troppa dolcezza nella LSO

Scrivi un post su Peter Gabriel orchestrale e ti accorgi che il mood sinfonico sta avvolgendo la musica leggera. Tra qualche giorno uscirà il dvd del concerto di Adele alla Royal Albert Hall; e sempre per stare a Londra, qualche giorno fa è uscito Sogno n.1, antologia di Fabrizio De André riletto dalla LSO - London Simphony Orchestra.

Stimolato dai post di amici su Facebook, ho ascoltato le canzoni cercandole in rete e su YouTube, imbattendomi in uno scontro ideologico prossimo a sfociare in una guerra. Chi apprezza il disco, grida al miracolo artistico; chi no, all'oltraggio alla memoria di De André. Questi ultimi hanno dalla loro un argomento apparentemente inattaccabile: nessuno ha potuto chiedere all'autore cosa pensasse dell'idea di un arrangiamento classico dei propri brani. Il rigore scontroso con cui Faber dialogava con il mondo lascia pensare che non avrebbe dato l'assenso, ma qui si entra nel mondo dei se. E se la musica è libertà, è dunque giusto che Geoff Westley (l'arrangiatore e direttore d'orchestra) abbia potuto lavorare sulle canzoni del grande genovese. In più, la forma è salva grazie all'ok di Dori Ghezzi

Vengo quindi alla sostanza. Il primo brano che ho ascoltato (Valzer per un amore, lì sotto) mi ha entusiasmato. Scarno nell'originale, ha trovato con la LSO una nuova veste più ricca, nelle cui pieghe sembra nascondersi il genio di Nino Rota. Poi, però, qualcosa ha cominciato a non convincermi più, in particolare nei brani di Anime Salve, l'ultimo (strepitoso) disco di De André, scritto a quattro mani con Ivano Fossati. La forza di quel disco è - strano, per un cantautore - proprio nella musica, suonata da una geografia di strumenti ampia quanto il nostro pianeta. De André (aiutato da un gigante qual era Piero Milesi) ha cercato sonorità sconosciute, e ha dato un'impronta unica alla musica di Anime Salve. L'orchestrazione per ensemble tradizionale, a mio umile giudizio, riporta tutto sul piano del conosciuto, affievolendo la forza innovativa dell'originale.

Guidato da questo umore, ho ascoltato il resto del disco vedendo nella LSO una presenza ingombrante, dispensatrice di una dolcezza talvolta inopportuna. Penso a Preghiera in gennaio, dove i suoni nudi dell'originale sono essenziali ad un testo doloroso ma alla fine salvifico, che l'arrangiamento orchestrale mi sembra enfatizzare.



martedì 22 novembre 2011

Santa Cecilia, patrona della musica (suo malgrado)

03:49 Posted by Igor Principe , , , No comments
Prima di essere il giorno in cui si ricorda l'assassinio di JFK, il 22 novembre è quello in cui si festeggia Santa Cecilia, patrona della musica e dei musicisti. A lei, per capirci, è intitolata l'Accademia romana (tra le più prestigiose istituzioni europee). A lei, suo malgrado.

Basta infatti una rapida lettura di Wikipedia per capire che Cecilia, con la musica, nulla ha a che fare. Vissuta a Roma tra il II e il III secolo, cioè nel periodo peggiore per far professione di fede cristiana, morì come martire insieme al marito Valeriano. Questo è ciò che si sa della sua vita, dove di note e strumenti non c'è notizia.

L'accostamento alla musica è ben postumo. Sempre Wikipedia racconta dello smaccato errore di interpretazione di un passo latino recitato come introduzione alla messa per la stessa Santa. Si parla di una Cecilia che, al suono dell'organo, cantava in silenzio una preghiera al Signore. Organi + canto = santa patrona di musica e musicisti.

Il punto è che gli "organis", secondo un'interpretazione più corretta, non sarebbero quelli presenti nelle chiese, cui le liturgie affidano la solenne scansione dei propri passaggi, bensì dei molto meno piacevoli strumenti di tortura. Se il passo avesse voluto davvero citare gli organi musicali, avrebbe dovuto parlare di hydraulis, l'antichissimo strumento (III sec. a.C.) da cui si ritiene abbia origine quello a noi noto. E che, come si evince dal nome, funzionava grazie a un sistema idraulico a sua volta azionato dalla pressione dell'aria.

Quindi, Santa Cecilia suo malgrado. E comunque, evviva. Potrebbero esserci milioni di ragioni per associare il patronato di musica e musici ad altri santi; ma allo stato degli atti sarebbe crudele verso la povera martire (il guaio l'han fatto altri). E poi, chi lo dice all'Accademia che dovrebbe cambiar nome?

sabato 19 novembre 2011

New Blood, Peter Gabriel si ripete. Felicemente.

Non so perché, ma una popstar che incontra un'orchestra è un fenomeno che mi ha sempre attratto. Anzi, no; credo invece di saperne il motivo: tutta colpa del mio amico Mirko e di quando mi sottopose l'ascolto del Live in Australia di Elton John. Ne rimasi affascinato (avrò avuto 15 anni, e a quel tempo si è molto influenzabili), così da allora ogni volta in cui violini, corni e legni suonano con i "leggeri" le antenne si mettono a vibrare.

L'ultima volta in cui è accaduto, però, le cose non sono andate benissimo. Colpa di Sting e di Simphonicity, esperienza per me deludente. Ecco perché mi sono accostato al Peter Gabriel sinfonico con un minimo di circospetto scetticismo. Poi subito dissolto dal piacere procuratomi da New Blood e, in concomitanza, da Stratch My Back.

Andiamo con ordine. Il secondo dei due dischi è, cronologicamente, il primo inciso dall'ex Genesis con un'orchestra sinfonica. Prudentemente, Gabriel ha pensato di vestire di classico i brani di altri. A esperimento riuscito, s'è dedicato alle proprie canzoni ed è nato New Blood. Una felice ripetizione.

Si tratta di due dischi, secondo me, riusciti perché Gabriel applica con sapienza l'arte del panettiere (di cui già dissi): rimpasta, rimette in forno e ne trae novità. Dimostrando di conoscere i segreti di un certo modo d'essere della musica - quello che ti chiede di dire cose nuove da note antiche -, il musicista inglese dà sul serio "nuova linfa" (il New Blood del titolo) alle proprie creazioni. Riuscendo laddove Sting ha fallito.

E' un riflesso cui non riesco a resistere, quello del paragone tra i due. Anche perché amo la musica di entrambi, sia quella di Genesis e Police, sia quella delle carriere soliste (anche se trovo in Gabriel una tenuta qualitativa più forte che in Sting). E comunque, il confronto mi permette di capire la sostanza del lavoro di riscrittura delle loro canzoni. In Simphonicity, è come se Sting avesse portato gli spartiti originali dicendo all'orchestra di suonarli; in New Blood, Gabriel porta loro spartiti nuovi, pur se scritti con le note di sempre. 

giovedì 17 novembre 2011

Le dissonanze di certa scienza

Ad aprire il capitolo intitolato Musica e Scienza, c'è da non finir più di leggere. Dopotutto la musica si basa sui numeri: quelli del ritmo, o quelli che regolano il temperamento equabile, cioè l'architettura di suoni su cui la maggior parte del pianeta costruisce melodie e armonie.

Uno dei paragrafi più corposi di quel libro riguarda le neuroscienze. La letteratura di settore tracima di studi dedicati a cosa faccia il cervello quando riceve stimoli musicali (io sono rimasto affascinato dalle teorie di Edwin E. Gordon sull'apprendimento). A riguardo, segnalo Musicofilia e Perché ci piace la musica, che spiegano senza avere pretese di verità oggettiva. Cosa che invece ho trovato in questo articolo del Wall Street Journal.

Anzi, mi correggo. L'articolo è dell'American Scientific, e Christopher Shea sul WSJ (cui sono arrivato grazie al Twitter di Alex Ross, storico e critico musicale tra i più autorevoli al mondo) lo smonta con argomenti tanto semplici quanto efficaci. In soldoni: la rivista scientifica afferma che tra uomo e pollo ci sono molte affinità. Tra queste, amare la musica consonante. Pare che i polli non sopportino, invece, le dissonanze, e così l'uomo.

E' una tesi di una semplicistica assurdità, che ignora - giustamente conclude Christopher Shea - come la musica sia ben più di questa cosa qui.

lunedì 14 novembre 2011

Musica e libertà: un pensiero di Vito Mancuso

Vito Mancuso ha scritto sul suo Facebook una presentazione al nuovo cd di Lucio Dalla, Se questo è amore. E' una riflessione filosofica sul perché l'uomo senta il bisogno di fare musica. Copio e incollo la prima parte; per la seconda, legata specificamente a Dalla, rimando al network.

"Per presentare il nuovo cd di Lucio Dalla faccio quello che so fare, cioè costruire pensiero, articolare riflessioni filosofiche e teologiche, e inizio col chiedermi perché gli esseri umano facciano musica. Perché da un essere biologicamente determinato è nata l’esigenza, è sorto il desiderio, di fare qualcosa di così poco biologico e di così poco determinato come la musica? Per rispondere alla domanda è utile sapere da dove viene il termine “musica” e perché l’arte del suono si chiami proprio così, musica, in moltissime lingue del mondo (persino in basco, finlandese, turco, filippino, swahili).

Il termine musica viene da Muse, le divinità greche figlie di Zeus e di Mnemosune, cioè del Dio principale e della Dea della memoria. Le Muse sono 9, e quella che presiede la musica si chiama Euterpe, “colei che rallegra”. Ma tra tutte le arti a cui le 9 Muse presiedono (la poesia epica, la poesia amorosa, la poesia lirica, la tragedia, la commedia, la storia, l’astronomia, la danza) solo la musica ha meritato il nome che viene direttamente da loro. Io penso che sia per il fatto che, più di ogni altra espressione dello spirito umano, la musica sia totalizzante: come prende la musica, come conquista, come unisce e come può anche devastare la musica, nessun’altra tra le arti lo può fare. La musica è l’espressione più alta dello spirito umano, e per questo ha un potere enorme sull’uomo e sulla sua libertà. Non a caso gli antichi, che conoscevano bene questo potere della musica, ne custodivano gelosamente i segreti e i filosofi discutevano tra loro quale fosse il tipo di musica più adatta all’educazione dei giovani. Per esempio nell’ottavo libro della Politica Aristotele, dopo aver detto che “nell’educazione dei giovani bisogna usare canti e armonie con un contenuto etico” (Politica 1342 A, ed. it. p. 341), e dopo aver privilegiato l’armonia dorica, aggiunge che Platone nel terzo libro della Repubblica si sbagliava a valutare positivamente l’armonia frigia.


Una cosa comunque a mio avviso è sicura: il fatto che gli esseri umani facciano musica dimostra che possono giungere a essere liberi dalle necessità biologiche e sociali. Per quanto ognuno di noi sia in buona parte necessitato dalla sua biologia e dal suo ambiente, in noi si può dare un che di non-necessitato, di libero, di sorgivo, che è la creatività, cioè la capacità di agire, e non solo di re-agire. La libertà come creatività trova la sua massima manifestazione nell’arte, e, a mio avviso, massimamente nella musica. Hans Jonas nel 1961 scrisse un bellissimo saggio dal titolo Homo pictor per sostenere che la produzione di immagini da parte degli esseri umani dimostra la loro separatezza, la loro peculiarità, rispetto al testo degli esseri viventi. Si potrebbe sostenere la medesima tesi con ancora più forza scrivendo un saggio dal titolo Homo musicus.


La musica mostra che noi nella nostra parte più alta siamo liberi, siamo atto, creazione, spontaneità. Il fare musica indica in modo supremo che siamo liberi, che veramente in noi agiscono le Muse, cioè l’unione del principio divino che dà forma al mondo con la nostra memoria, con la nostra anima spirituale
".

sabato 12 novembre 2011

Daniela D'Ercole, e il destino che...

07:26 Posted by Igor Principe , , 1 comment
"La cantante jazz Daniela D'Ercole è morta in un incidente stradale a New York. La 32enne è stata investita da un veicolo. Qualche mese fa era uscito il suo primo cd, The peacocks". Così dice una "breve" negli Spettacoli del Corriere della Sera. Di solito non leggo le brevi, ma oggi mi è capitato. Ho letto, e riletto, e riletto. Poche parole, ma dure e fredde come una pietra in inverno. Poche parole a lasciarti immaginare un futuro interrotto, e a chiederti come sarebbe stato.

Daniela D'Ercole era giovane e brava. Aveva una voce intensa, e il buon gusto di non orpellarla con inutili fronzoli. C'è, nel jazz e nel pop, una tendenza delle cantanti a vocalizzare e a vibrare in eccesso, un'indulgenza in virtuosismi alla lunga stucchevoli. Daniela pensava al sodo, come facevano le grandi.

Non credo ci sia altro da aggiungere (forse solo che The peacocks non è di qualche mese fa, ma del 2008). In questi casi, parli la musica. E', forse, il modo migliore per tenerne vivo il ricordo e per provare a lenire la rabbia che monta quando ti chiedi un perché cui non c'è risposta.

martedì 8 novembre 2011

Lo Springsteen italiano? Jovanotti!

06:25 Posted by Igor Principe , , 4 comments
L'ho aperto sul browser giorni fa, e da allora ci ragiono su. Si tratta di questo articolo: Meet the italian Bruce Springsteen, apparso su Salon senza firma. Racconta del concerto di Jovanotti allo Stern Grove Festival di San Francisco, e dei consensi che ne sono derivati.

Il titolo è un'esca formidabile, perché nel pezzo non c'è nulla che approfondisca un ipotetico legame artistico tra Lorenzo e Bruce. Si dice solo che Jovanotti è una "iconic star" come il Jersey Devil o Bono. Esattamente, si legge: "an iconic pop star who takes on issues from AIDS to poverty in Africa". Se riferimento c'è, è più con il leader degli U2 e la sua responsabilità sociale. Springsteen in questo è più defilato: dopo l'impegno in primissima persona nel No Nukes (i concerti del 1979 organizzati all'indomani dell'incidente di Three Mile Island), le sue partecipazioni a qualcosa di benefico sono state sempre molto discrete. Politica a parte, con gli "endorsement" prima per John Kerry e poi per Barack Obama, l'ultima sua apparizione "sociale" si è avuta nel 2001, all'indomani dell'11 settembre. Per dire: Bruce fu forse il maggiore degli assenti al Live Aid, essendo a quel tempo nel pieno del Born in the USA World Tour.

Ma dove, allora, Jovanotti è il nostro Springsteen? Io credo che a Salon siano rimasti colpiti da questo video e dalla sua carica, e che l'istinto abbia acceso la scintilla del legame.


L'Ombelico del mondo è energia pura, e in effetti il parallelismo ci sta: la padronanza del palco e l'energia genuina imparentano strettamente i due artisti. A unirli è, forse, anche la filosofia del proprio mestiere: gettato alle ortiche il nichilismo della triade "sesso, droga e rock'n'roll", Springsteen e Jovanotti lavorano all'equazione "rock'n'roll = sesso", trasformando i loro show in tre ore di sana, corroborante, esplosiva eccitazione. Ne esci, e ne vuoi ancora.

Almeno, è questo ciò che mi capita ogni volta che assisto a un concerto di Bruce, sul quale però ho dichiarato totale acriticità. Ma ricordo anche che l'unica volta in cui ho visto dal vivo Jovanotti mi ha folgorato: era il 1994, era appena uscito il disco con lo stesso titolo e lui, a Monza, ha suonato con Eros Ramazzotti e Pino Daniele. E li ha surclassati: sembrava che il Brianteo fosse pieno solo per lui.

Ecco, in questo Jovanotti è lo Springsteen italiano. Ma per il resto, no. Tra l'altro, nello stesso articolo si legge come la musica abbia, in Lorenzo, un peso maggiore rispetto alle parole; rapporto invertito, invece, nei lavori di Bruce. E comunque, tengo a dire un'altra cosa: i paralleli sono una fesseria. Uno tra tutti: l'accostamento tra Bob Dylan e Francesco De Gregori, debolissimamente suffragato dal cantare entrambi molto fuori metrica. Del ruolo di Springsteen come pietra di paragone, poi, si è davvero abusato, accostandone i seguenti nomi: Vasco Rossi (sempre per le animalità da palcoscenico), Ligabue (poetica, palco e musica), Massimo Priviero (ad inizio carriera veniva lanciato con la stessa frase utilizzata per Bruce: "Ho visto il futuro del rock italiano e il suo nome è Massimo...").

Se c'è un modo per banalizzare musica e artisti, secondo me, questo è il più efficace.

domenica 6 novembre 2011

Se Gateano Curreri ti spiazza con una banalità.

07:16 Posted by Igor Principe , , 8 comments
Se Gateano Curreri ti spiazza con una banalità, ci resti male. Come accadrebbe se lo facesse chiunque sia destinatario di un po' della tua stima. Curreri mi ha spiazzato stamattina.

Ero in auto, in una Milano uggiosa e non trafficata, insopportabilmente calda per essere il 6 novembre ma a suo modo affascinante, vestita della sobrietà di cui è capace l'autunno. Facendo zapping sullo stereo ho incappato nel finale di Grande figlio di puttana, cantata dal vivo su Radio 2. Curreri gorgheggiava rauco (un ossimoro, ne convengo; ma ci riusciva) mentre il gruppo chiudeva il brano con un tiro mica male, a striature funky. Due minuti piacevolissimi, in cui ho pensato che gli Stadio, dei quali conosco bene solo Chiedi chi erano i Beatles, sono quel tipo di gruppo verso cui si prova un'istintiva simpatia pur non essendone fan. Un gruppo di onesti artigiani della musica leggera, capaci e preparati ma tutt'altro che divi. Di quelli che ne incontri il batterista al bar del paese, giù in Emilia, e non lo riconosci se non te lo dice il barman, felice di averlo come cliente abituale. Gente con i piedi per terra, insomma: sanno di esser bravi e non te lo fanno pesare. Impressione confermatami proprio da Curreri, che ho sentito di recente alla presentazione del libro di Gianfelice Facchetti su suo padre: ricordi di infanzia, considerazioni su un calcio poetico e soffocato dal business attuale, pensieri non banali su due uomini nel senso più pieno del termine, cui gli Stadio hanno dedicato una delle canzoni del loro ultimo disco. Il brano si chiama Gateano e Giacinto, e non ci vuole un Mba per capire che si tratta di Scirea e Facchetti.

Pensavo gran bene di loro e di Curreri, in auto, mentre la canzone finiva. Applausi, poi il presentatore chiede al cantante come faccia ad avere quella voce lì. Lui prima fa: "Un amico, Piero Pelù, dice che al posto delle corde vocali ho del filo spinato". Lì per lì mi chiedo che diavolo voglia dire, ma non ho tempo di pensarci perché Curreri prosegue: "Non è che abbia una tecnica, magari ho cercato di tirarne fuori una mia in tutto questo tempo. Diciamo che provo ad usare la voce come uno strumento".

Tiro, gol. Portiere (io) da una parte, pallone dall'altra. Spiazzato da una delle più colossali banalità mai ascoltate in vita mia. Mi sono chiesto se Mina usasse la voce come una caffettiera, Billie Holiday come una pompa per biciclette, Frank Sinatra come un materassino ed Enrico Caruso come un cocktail.

Ho spento la radio. L'umore aveva il colore del cielo.

venerdì 4 novembre 2011

Dieci cose che la musica insegna (di Marco Tutino)

08:19 Posted by Igor Principe , , No comments
Ho allacciato un contatto su Facebook con Marco Tutino, e ne sono felice per vari motivi. Tra tutti, la possibilità di ricevere spunti di riflessione su un'arte di cui lui è protagonista. Oggi me ne ha già offerti dieci, con una sua nota su altrettante cose che la musica è capace di insegnare.

Tre, in particolare, mi hanno colpito:

- L’Armonia: per apprezzare la consonanza, è necessario accostarla alla dissonanza: una successione di fatti concordanti, alla lunga è stucchevole. Diffidare dunque di coloro che sono sempre in sintonia con te, che ti lodano a prescindere, che non dissentono mai: c’è sotto qualcosa. Ogni tanto, qualcuno che ti ricordi che sei umano e fallibile, ti farà apprezzare con maggior soddisfazione una meritata lode.
 (Ovvero, l'importanza di cantare fuori dal coro).

- Ho imparato dalla musica che la razionalità non esaurisce la nostra percezione del mondo. In questo, la musica è una metafora perfetta di quanto sia sbagliato pensare che sia solo necessario pensare, e che tutto sia controllabile e soprattutto riconducibile a qualche modello matematico. Esiste il Mistero. Esiste ciò che non dovrebbe esistere, ciò che non comprendiamo come possa esistere, ma c’è, si manifesta. Non temiamolo, accettiamolo. Lasciamo che faccia il suo mestiere, lasciamoci spiazzare dalla magia del mondo. Poi, rimettiamoci al lavoro.
(Qui mi viene in mente Lorenzo Licalzi, e il suo pensiero sul miracolo della musica come perfetta fusione dell'inconciliabile).

- La musica insegna meglio di altre discipline che le categorie, le scale di valori, la serie A e la serie B, sovente ingannano. La musica bella può risiedere nella più semplice canzonetta, la musica brutta nella più complessa delle partiture...e dunque, che lo snobismo non conduce a nessuna verità, ma solo e sempre ritorna al nostro io più meschino.
(Qui non c'è altro da aggiungere. C'è solo da esserne lieti).

mercoledì 2 novembre 2011

La cadenza, e la caduta del sodalizio Abbado-Grimaud

04:27 Posted by Igor Principe , , , No comments
Il tema di questi giorni, in ambito classico, è la fine del sodalizio tra Claudio Abbado ed Hélène Grimaud per colpa di un dissidio su una cadenza. Cioè su un passaggio solista del Concerto per pianoforte e orchestra n. 23 di Wolfgang Amadeus Mozart. La storia è raccontata, come al solito senza fronzoli, dal Post; il New York Times le dedica ampio spazio, e a segnalarlo è un tweet di Mario Platero, storico corrispondente dagli Usa per il Sole 24 Ore.

Spulciando sempre su Twitter, mi sono imbattuto in Franco De Benedetti, l'economista, che scrive: "Bravo Abbado! Perde la pazienza per la supponenza sulla cadenza. Così la Grimaud resta senza." E su un pezzo di Linkiesta.it, a firma Michele Fusco, in cui si parte dal dissidio per interrogarsi sulla fragilità dei rapporti umani, anche di quelli che paiono più solidi. Tra le righe, Fusco piazza questa considerazione: "Probabilmente, i due, molte altre volte si sono trovati di fronte a un dissidio musicale e altrettanto probabilmente lei, la donna, ha dovuto abbassare il capo di fronte all'imponenza del Maestro che disponeva per il meglio. Dopo sedici, lunghi anni, la Grimaud ha inteso far sapere, ha inteso far sentire, che il vento era cambiato. E tutto insieme, ha presentato il conto".

Il "probabilmente" mitiga le certezze, ma pare evidente che Fusco - non come De Benedetti - stia dalla parte della pianista. A riguardo, per quel che vale, io non ho certezze, e altrettanto probabilmente potrei immaginare che nei sedici anni di sodalizio artistico sia stato Abbado a lasciare il passo alle idee della Grimaud, personaggio di un certo temperamento, molto attenta alla comunicazione (lo scrissi in questo post, litigando con un anonimo lettore). E che il maestro, di fronte all'imposizione di un'ultima idea, abbia detto basta. Ma è una riflessione secondaria rispetto ad altri pensieri nati dalla lettura di questa vicenda. E cioè:

1) vedere che se ne occupano non solo i media tradizionali (NYTimes, Corriere della Sera) ma anche due magazine web tout court come Linkiesta e Il Post mi fa pensare che certi temi siano di richiamo sulla rete. E che quindi in rete ci sia richiesta di qualità, e non solo di fesserie.

2) nessuno, di quelli che ho letto, ha posto l'accento sull'inevitabilità di un approccio conflittuale tra il direttore e la solista. Giusto per capirci: la cadenza è un momento in cui il pianoforte suona da solo, ed è libero entri certi limiti di dare un'interpretazione estensiva alla musica, cioè di variare i passaggi scritti dall'autore e addirittura di inventarne di nuovi. Nella fattispecie, il "filologo" Abbado chiedeva si suonasse quanto pensato da Mozart, la pianista Grimaud voleva eseguire la cadenza "riscritta" da Ferruccio Busoni. Questi, come accennato qui, è tra i più grandi interpreti nella storia del pianoforte. Giocoforza, la pianista caldeggia il passaggio che esalta lo strumento.

3) La musica, anche in questo, è meravigliosa. Tutta l'arte è foriera di scontri ideologici, di cui però si rendono protagonisti i critici. Ma ho l'impressione che solo nella "seconda arte" 80 secondi di note scritte due secoli fa possano costituire un casus belli tra i musicisti, in nome di opposte visioni su quanta libertà sia opportuna per raggiungere il miglior risultato artistico.

giovedì 27 ottobre 2011

Un Natale con Mahalia Jackson

Il Post è molto attento agli anniversari musicali. Oggi mi ricorda i cento anni di Mahalia Jackson, e mi dice - non lo sapevo - che cantò il brano gospel più venduto nella storia (Move on up little higher, 8 milioni di copie). Parlando della Jackson, soprattutto mi ricorda il Natale. Anzi, un Natale, di cui però ho dimenticato l'anno (a spanne, metà anni Novanta). Un Natale, a suo modo, rivoluzionario.

I miei Natali in famiglia sono sempre stati meravigliosamente chiassosi. Si festeggiava a casa dei nonni materni secondo rituali ben precisi. La sera del 23 dicembre, mi trasferivo lì a dormire. La mattina successiva mia nonna si alzava alle 5 per impastare le pettole (le pizze fritte foggiane), da consumare a pranzo come "sedativo" della fame in attesa del cenone. Alle 6 almeno cinque commensali (il sottoscritto, il nonno e quei due o tre zii che ancora vivevano lì) si davano convegno al tavolo della cucina, per gustarsi le prime pettole calde. Alle 8 la nonna riusciva a salvare le ultime pizze per chi sarebbe arrivato a pranzo.

Il rito delle pettole avviava la liturgia del Natale in famiglia, per certi versi analogo a quello di casa Cupiello (spesso molto meno drammatico: non ricordo liti per storie di corna), e nella colonna sonora delle celebrazioni si avvicendarono due dischi. Nel primissimo periodo (fino alla metà degli anni Ottanta) era White Christmas di Pat Boone; dopo, Bing Crosby per il celeberrimo lp dallo stesso titolo. A mo' di mantra, giravano in loop sul piatto. Il mio compito era cambiare il lato quando si esaurivano le canzoni. Quella di Pat Boone che più mi piaceva era Jingle Bells; di Crosby adoravo (e adoro) tutto il disco, con una predilezione per la title track.

Quando i Natali dai nonni si sono esauriti, s'è provato a ricrearne l'atmosfera altrove: casa dei miei, o di altri zii. Non era la stessa cosa, malgrado sul piatto - e poi nel lettore cd - continuasse a girare l'inimitabile voce di Bing. Ad un certo punto, forse spinta dal desiderio di sganciarsi da un passato via via sempre più mitologico e ingombrante, mia madre decise di cambiare e, in una mattina di dicembre prossima alla Vigilia, mise su un cd di canti natalizi vari. Credo lo comprò alla Standa per non più di 5000 lire. Il primo brano era Silent Night.

In casa si diffuse una voce calda e potente. Una voce di sofferenza e di gioia. Una voce perfetta. Era quella di Mahalia Jackson. Ne restammo folgorati. Quel brano (l'unico da salvare in tutto il disco) fu settato in modalità repeat e pian piano si fece strada accanto a Bing Crosby. Non lo scalzò mai dal trono di Re del Natale, ma fu una piccola rivoluzione: con Mahalia, si decise di aprire le porte dei nostri fonografi a molti altri artisti cimentatisi con il repertorio natalizio. Nel suo piccolo, Mahalia Jackson portò in casa germi di democrazia musicale.

martedì 25 ottobre 2011

Sostiene Bollani: repetita juvant!

06:16 Posted by Igor Principe , , No comments
Domenica scorsa, con la sesta puntata e sempre a orari insostenibili, si è concluso Sostiene Bollani. Se mi chiedesserlo di farlo, lo voterei come programma televisivo dell'anno. Se proprio devo trovargli un difetto, lo vedo nei momenti in cui - soprattutto nelle prime puntate - Bollani indugiava in trascurabili comicità linguistiche, rivolgendosi in un inesistente danese ai due suoi sodali di Danish Trio, Morten Lund e Jesper Bodilsen. Ciò tolto, il resto è stata pura perfezione.

Più che una critica, che poi sarebbe un entusiastico racconto di sei appassionate visioni televisive, vorrei che fosse l'elenco di chi vi ha suonato/recitato/cantato a far capire la qualità dell'arte proposta da Sostiene Bollani: Irene Grandi, Gabriele Mirabassi, Funkoff, Petra Magoni, Ferruccio Spinetti, Peppe Servillo, Vinicio Capossela, Monica Demuru, Gianluca Petrella, Joe Barbieri, Trilok Gurtu, Paolo Fresu, Stefano Belisari detto Elio, Daniele Silvestri, Bobo Rondelli, Lella Costa, Fabio Concato, Enrico Rava, Marco Baliani, David Riondino, Neri Marcorè, Stian Carstensen. E con loro, Bollani, i suddetti danesi e una Caterina Guzzanti frizzante e perfetta nel suo ruolo, tutt'altro che secondario, di spalla.

I latini dicevano: repetita juvant, ripetere le cose giova. Sostiene Bollani va ripetuto, e presto. Rai 3 ha avuto coraggio ed è stata premiata con un audience sorprendente (per quel che valgono i dati Auditel). Ma quel che più conta, è che ha saputo fare cultura intonandosi sull'oggi, in solo con la divulgazione non sussiegosa si riesce a trasmettere sapere. In altre parole, ha saputo fare quel "servizio pubblico musicale" che, qualche mese fa, mi sembrava appannaggio dei pochi amanti di Rai 5.

In attesa di un Ri-Sostiene Bollani, c'è l'archivio on line: tutte le puntate e gli estratti. Anche questo, un bel servizio.

domenica 23 ottobre 2011

I 200 anni di Franz Liszt

07:18 Posted by Igor Principe , No comments
Ieri Franz Liszt ha compiuto 200 anni. Fosse stato italiano, si sarebbe chiamato Francesco Farina (ché quello significa, in ungherese, "liszt"). Con un altro italiano, Ferruccio Busoni, e con l'ucraino Sviatoslav Richter, condivide il titolo di miglior pianista della storia (lo sostiene Piero Rattalino, che l'arte degli 88 tasti conosce come pochi altri al mondo). Al museo del Teatro alla Scala, dove il musicista suonò nel 1838, è esposto un pianoforte che gli appartenne.

Se chiedessimo a un appassionato di musica classica di rispondere con un nome alla domanda "CHI E' il pianoforte?", otterremmo un "Franz Liszt" da riflesso pavloviano. Il Sogno d'amore, la Campanella e la Rapsodia Ungherese sono il più chiaro certificato di quel riflesso, e rimandano al tempo in cui l'ungherese al pianoforte e Niccolò Paganini al violino sobillavano gli istinti del pubblico come solo la beatlemania ha saputo fare oltre un secolo più tardi. Ma se lasciamo l'immaginario collettivo per addentrarci nelle pieghe delle riflessioni di studiosi e musicisti, scopriamo che Liszt è stato per lungo tempo ostracizzato proprio dai pianisti. Ecco, per esempio, cosa scriveva Alfred Brendel nel 1961:

"So che mi comprometto difendendo la causa di Liszt. Nell’Europa centrale, in Olanda e in Scandinavia, il pubblico si irrita quando vede il suo nome figurare in un concerto. Quando il programma comprende anche una Sonata di Beethoven, l’ascoltatore è pronto a chiudere le orecchie e a proiettare su questa interpretazione tutti i pregiudizi che nutre nei confronti della musica di Liszt: superficialità altisonante, facile sentimentalismo, assenza di forma, effetti gratuiti. Insomma, un pianista che difende Liszt non può essere preso in seria considerazione come interprete dei classici. Si dimentica che Liszt era il più grande interprete di Beethoven dell’Ottocento. Sarebbe più sensato ammettere che il vero interprete di Liszt può essere solo un pianista che abbia confermato la sua competenza come esecutore dei capolavori classici".

Le parole di Brendel accendono in un attimo lo stoppino della polemica contro un modo di vivere la musica esclusivamente cerebrale; soprattutto, contro la pretesa che allo stesso modo la viva il pubblico. Ma polemizzare durante un compleanno non è elegante. Preferisco, nel mio piccolo, suggerire quanto segue:

- un articolo di Alex Ross su un libro dedicato alla morte di Liszt (molto meno gotica di quanto s'è tentato di far credere, essendo lui spirato in un luogo controverso qual è Bayreuth);
- Vladimir Horowitz che suona la Consolazione n. 3 in re bemolle maggiore (sia perché è Horowitz, sia perché è l'unica cosa di Liszt che ho nel mio limitatissimo repertorio, e la maestra che mi impose di studiarla era strepitosamente bella);
- il video lì sotto, suggeritomi da Emanuele Menietti (e che mi fa pensare a un discorso sull'infinita fecondità di certa musica).

mercoledì 19 ottobre 2011

L'infinita fecondità di West Side Story

Il Post mi ricorda che cinquant'anni fa usciva nei cinema West Side Story. Fu il film musicale più premiato della storia: basti citare i 10 Oscar, tra i quali il più importante, quello di miglior film. Per un verso, si può pensare fosse facile tirar fuori un catalizzatore di premi da ciò che, quattro anni prima, andò in scena a Broadway. L'opera di Leonard Bernstein (musiche) e Stephen Sondheim (testi) ebbe infatti 732 repliche in quel di New York, prima di affrontare un tour altrettanto apprezzato. Per un altro verso, invece, c'è da considerare che partorire un capolavoro da un altro capolavoro è quanto di più difficile un artista possa fare. Nel caso di West Side Story, ho l'impressione che questa fecondità sia infinita.

Già di suo, l'opera è una versione novecentesca di un titano della letteratura mondiale: Romeo e Giulietta, di quel geniaccio di William Shakespeare (che già a sua volta aveva pescato nel passato). Nel quadro di un gioco facile fino al punto da risultar scontato - la tragedia scaturita da un amore che non s'ha da vivere - West Side Story infila la novità della musica: "o Romeo, Romeo" lascia quindi il posto a Somewhere, America, Maria e a tutti gli altri capolavori che Bernstein e Sondheim, illuminati da una scintilla di sovrumanità, sono stati capaci di comporre. Panettieri sublimi, hanno preso una pasta lasciata lì a lievitare da quattro secoli e ne hanno cotto un capolavoro, i cui lieviti si sono poi diffusi per finire nelle mani di altri panettieri, certificando l'infinita fecondità di un'opera rubricata sotto la voce musical, ma in grado di stare a proprio massimo agio anche su un palco come quello della Scala (dove la vidi una decina di anni fa).

Come esempio di infinita fecondità credo possa bastare quanto segue: i Queen che citano smaccatamente, ma "a contrario", il verso iniziale di Somewhere; America, riletta dai Nice con Keith Emerson che riesce a infilarci anche Dvořák; I feel pretty come l'hanno suonata qualche settimana fa durante Sostiene Bollani (qui sotto).

venerdì 14 ottobre 2011

Teatro alla Scala: Daniel Barenboim è il nuovo direttore musicale

Daniel Barenboim è il nuovo direttore musicale del Teatro alla Scala. In realtà, il maestro ha a che fare con il Piermarini dal 2006, cioè da quando succedette a Riccardo Muti ma in un ruolo creato ad hoc: "maestro scaligero", forse un modo per non lasciare sguarnito il più celebre teatro musicale al mondo di una guida che non fosse solo quella del sovrintendente. Ufficializzando la carica di direttore, la Scala sceglie la continuità con un calibro di proporzioni titaniche, ed è giusto così: il blasone del teatro invoca un nome di massima sicurezza.

Più che un'analisi musicale - per la quale non ho gli strumenti (è il caso di dirlo), e che, francamente, sarebbe scontato: per dire, vai a trovare un interista che, se in nerazzurro fosse arrivato Xavi, avrebbe storto il naso - mi intriga quella sul piano umano. Barenboim mi aveva affascinato qualche anno fa, quando lo vidi su Rai3 con la West Eastern Divan Orchestra in una serata che il servizio pubblico dovrebbe fare almeno una volta a settimana. Come i grandissimi sanno fare - Leonard Bernstein, per fare un nome - sapeva raccontare la musica. E il racconto della musica, si sa, è ciò che manca per consentirle di raggiungere il più ampio dei possibili pubblici.

Inoltre, Barenboim è un separatore, strenuo difensore di Richard Wagner. Il direttore è argentino di origini ebraiche, e ha passaporto israeliano. Pure, ha sempre sostenuto l'inesistenza dei legami tra la musica del tedesco, l'antisemitismo e il Nazionalsocialismo. Fu lui, e non altri, a dirigere nel 2001 in Israele il preludio di Tristan und Isolde, sdoganando Wagner in terra ebraica. Questo significa una cosa sola: "apertura mentale". La Scala non potrà che beneficiarne.

Poi, Barenboim non è solo un grande direttore ma anche uno degli interpreti più accreditati di Beethoven e delle sue sonate. Le eseguì tutte - sono 32 - proprio alla Scala nel 2007. Qui sotto suona il secondo movimento della "Patetica".

Mettetevi comodi.

giovedì 13 ottobre 2011

Mr. Paul Simon, 70 anni di talentuoso songwriting

08:40 Posted by Igor Principe , , , No comments
Scopro per caso che oggi Paul Simon compie 70 anni. Se c'è un marchio musicale che dice la verità, è proprio quello di Simon&Garfunkel. Il longilineo Art, infatti, viene sicuramente dopo il piccolo e geniale Paul, cui si deve la musica con cui il duo ha saputo scrivere splendide pagine di storia della musica leggera.

Giocando sulla forza evocativa della musica, riesco a dare una forma precisa alla mia linea del tempo e scopro che Paul Simon ne è una ricorrente pietra miliare. C'è ovviamente uno sfasamento, rispetto alla timeline della Storia: lui e Garfunkel hanno impresso un segno negli anni Sessanta, quando i miei genitori erano impegnati a conoscersi e, con opportuna prudenza, evitavano di affrettare il discorso sull'eventualità di una prole. Alle mie orecchie, quindi, Simon&Garfunkel sono emersi almeno una decina d'anni dopo il loro scioglimento (1969), quando con la complicità di un paio di zii ho scoperto le canzoni e il rock.

Sì, ora che ci penso il duo e i Beatles sono stati i sacerdoti che mi hanno battezzato alla musica leggera. I Fab Four, tuttavia, sono rimasti evocatori di memorie d'infanzia: la loro qualità, che me li fa amare, è un dato oggettivo come lo è quella di Beethoven, e non si lega alla mia esistenza nel modo in cui, invece, lo fa Paul Simon, prima in duo, poi da solo. Così, la colonna sonora del Laureato è stata l'infinito soundtrack delle serate dei miei genitori con parenti e amici, che io ascoltavo dalla mia stanza da letto, dove arrivavano flebili i suoni di The Sound of Silence, Mrs. Robinson, Scarborough Fair. Anni dopo, Graceland è stata una ventata di pura qualità nella garrula festa sonora degli anni '80. Poi, Rhythm of the Saints era il cd che caricavo nel lettore di un'amica, sperando che il folk amazzonico la aiutasse a trovarmi un po' più che simpatico. E infine, Bridge over trouble water secondo l'idea di Roberta Flack è stata la ragione per la quale una precisa scena di La ricerca della felicità ha saputo emozionarmi.

E poi c'è una canzone che ricorre più spesso di tutte le altre, e che esce dal recinto del Laureato per seguirmi nei miei anni più spensierati, durante i quali ho cementato le amicizie con cui avrò a che fare per sempre. Una di loro, in particolare, E' questo brano.

giovedì 6 ottobre 2011

Steve Jobs, e la forza dell'arrivare secondi (con l'eccezione del caso)

01:16 Posted by Igor Principe , , , 8 comments
Steve Jobs è, per certi versi, la prova di una teoria che Martchelo mi ha sottoposto durante una chiacchierata: nell'innovazione vince chi arriva secondo. Cioè chi perfeziona l'intuizione di altri. Non sono uno storico dell'informatica, ma ho l'impressione che la teoria, riguardo Jobs, si confermi a contrario: Apple ha inventato il personal computer, Ibm prima e Microsoft poi lo hanno diffuso nel mondo. Ripeto, è un'impressione: se qualcuno vorrà correggermi, è benvenuto.

La stessa teoria si conferma invece in modo lineare in ambito musicale. Se download è una delle parole che ha segnato il primo decennio del secolo XXI non lo si deve a Steve Jobs ma a Shawn Fanning, l'inventore di Napster. E' lui che ha portato milioni di persone a fruire della musica dall'hi-fi di casa alle casse del computer. Quel che ha fatto Jobs è stato, appunto, perfezionare l'idea di Fanning dandole una veste legale (iTunes store) e chic (iPod, icona dei nostri tempi). Jobs è arrivato secondo, e ha vinto.

Come per ogni buona regola, c'è anche l'eccezione, e si chiama GarageBand. Chi di voi abbia un Mac sa di cosa stia parlando; chi no, sappia che è un programma per comporre musica. Si collega allo strumento con un'interfaccia Midi, ed è come avere un piccolo studio di registrazione sulla scrivania. Ci sono musicisti - il primo che mi sovviene è Francesco Bianconi, dei Baustelle - che creano il grosso dei propri brani su quel programma, per completarli poi su una piattaforma professionale. Poi ci sono gli amatori, come me, che GarageBand lo usano quando, pervasi da un delirio creativo insostenibile, credono sia giunto il momento di giocare a "facciamo Wagner". E pur non avendo una spiccata dimestichezza con gli attrezzi informatici, riescono a smanettare con le tracce e a mettere insieme qualcosa di decente. Se poi hai un amico che ti stima (forse troppo), finisce che quel qualcosa di decente diventi un soundtrack. E non una volta, ma due.

Con GarageBand, Steve Jobs è arrivato primo. Più che in iTunes e iPod, è lì che sento il peso dell'innovazione di Apple nella musica. Ed è per quello che, se ne avessi avuto l'occasione, avrei detto grazie all'uomo che oggi è scomparso. Perché senza GarageBand (e senza Giovanni, l'amico che mi stima forse troppo) non avrei mai provato l'emozione - nel mio piccolissimo - di una mia musica come voce per immagini.