Musica, senza steccati

lunedì 31 gennaio 2011

Il mio nome è Barry, John Barry

04:21 Posted by Unknown , , 1 comment
Ieri è morto John Barry. Aveva 78 anni. Scriveva musica, soprattutto per il cinema. E soprattutto per James Bond. Ma il tema di 007 non è il suo. E' di Monty Norman. Di Barry sono le canzoni di Goldfinger, Thunderball, e in generale quelle dei film usciti tra il 1964 e il 1987. E in questo c'è tutto il senso della sua carriera: star dietro le quinte, ma senza privarsi del successo.

Prendiamo La mia Africa: ci ha vinto l'Oscar, ma se pensi al soundtrack dici Mozart e l'andante del Concerto per clarinetto. Prendiamo Un uomo da marciapiede: ci ha vinto l'oscar, ma se pensi al soundtrack dici Harry Nilsson, Everybody's talking.

Dove John Barry esce in prima persona è in Balla coi Lupi, e in Nata Libera. Pensi a quei film, pensi alle musiche e, se ne cerchi l'autore, non ti sbagli: è tutta roba sua. Roba di un talento notevole, ancor più straordinario se pensi che diventa compositore prendendo lezioni per corrispondenza.

Ma insomma, John Barry sta soprattutto dietro le quinte. Salvo uscirne quando qualcuno chiude col suo nome la formula di rito dell'Academy Awards: "And the Oscar goes to..".

Insomma, ieri ci ha lasciato un altro bel pezzo di Novecento musicale. A me piace ricordarlo anche per altre due cose: una è Attenti a quei due, l'altra è nel video qui sotto (sul palco, Satchmo; dietro le quinte...).

giovedì 27 gennaio 2011

Il Giorno della Memoria con i Doctor 3

Nel Giorno della Memoria mi vengono in mente i Doctor 3. Sono italiani, fanno jazz e lo fanno bene. Molto bene. Tra le loro cose più suggestive c'è la rilettura del tema di Schindler's list. E' con quello che voglio ricordare quel che c'è da ricordare.




Ce n'è di cose con cui ricordare, tra libri, musiche e film. E' un elenco infinito, dal quale però voglio estrarre anche Europa Europa, e Jona che visse nella balena, e Train de vie. Con Schindler's list, sono i miei film preferiti sulla Shoah. Ma come musica, credo che John Williams abbia raggiunto il culmine. In quel tema c'è tutta la poetica malinconia della cultura yiddish, si sente respirare il mondo ashkenazita raccontato dall'immenso Isaac B. Singer. Ma c'è anche la singolarità di una melodia che non rifà il verso al klezmer e alla tradizione musicale ebraica. Se ne impregna, ma vive di vita propria, prestandosi alla fantasia di tre eccezionali jazzisti.

mercoledì 26 gennaio 2011

Roberto Vecchioni e i due modi di andare a Sanremo

Per Roberto Vecchioni ci sono due modi di andare a Sanremo: "O snobisticamente, da intellettuale, proponendo una cosa difficile, complicata, quasi a dire quanto sono bravo e chissenefrega se arrivo ultimo. Oppure adeguarsi, ovvero adattarsi allo schema della canzone all'italiana. Mi sono adeguato e e dopo una settimana di pensieri ho scritto di getto un motivo all'italiana".

La dichiarazione è raccolta da Mario Luzzatto Fegiz sul Corriere di oggi, dove si parla di Chiamami amore, il pezzo con cui Vecchioni gareggerà al prossimo Festival. Ed è una dichiarazione che non capisco. Che diavolo significa "schema della canzone all'italiana"? Strofa, strofa, ritornello, strofa, ritornello?

Davvero, non capisco. Se guardo a un minimo di storia del Festival, vedo che due canzoni italianissime e famosissime - Vita Spericolata (1983) e Donne (1985) - arrivarono rispettivamente penultime e ultime. Se guardo al Sanremo dell'ultimo decennio, vedo l'evento televisivo dominare su quello musicale, che pure non manca di offrire qualche chicca. Due tra tutte, nei miei gusti: Rospo, Quintorigo; Ricomincio da qui, Malika Ayane.

Non capisco, e provo a immaginare che Vecchioni sottintenda un richiamo al Sanremo del 1967, quello di Luigi Tenco. Cioè, quello in cui Luigi Tenco si uccise dopo che la sua Ciao amore ciao non si qualificò per la finale. La vulgata parla di una canzone troppo "alta" per poter essere apprezzata da un pubblico che, quell'anno, premiò la coppia Claudio Villa-Iva Zanicchi.

Ma è un'ipotesi che non mi piace. Rimane un fatto: non capisco. Per me un artista non deve elaborare tattiche. Deve esprimersi. Punto. Celentano, per esempio, lo fece nel 1970 proprio al Festival con una canzone dalla metrica quantomeno bizzarra: Chi non lavora non fa l'amore.

Per la cronaca: vinse.

lunedì 24 gennaio 2011

Dance impegnata: Nineteen

04:45 Posted by Unknown , , No comments
Dici "musica dance", e certo non le associ la parola "impegnata". Anzi, è tutto il contrario: disimpegno, sfogo, piedi che vanno dove vogliono, cervello che stacca dal mondo, suoni da seguire con il solo istinto.

Poi, mentre salti come un grillo convinto di avere ancora vent'anni (mentre l'affanno ti ricorda implacabile che ne hai quasi il doppio, ed è il caso di allenarsi un po' per non sentirne il triplo), ti ricordi di una canzone. Si intitola Nineteen, è di Paul Hardcastle. La passava Radio Deejay nel cuore degli anni più dance della storia, gli Ottanta. E su Deejay Tv andava a manetta il video.



Dici "musica dance", e pensi alle visioni cosmonautiche di Pump up the volume, al vestito bianco di Saturday Night Fever, al mantra trascinante di Natural Blues. A cose del genere, insomma. Certo non pensi al Vietnam e all'idea di lasciarci le penne a 19 anni. Per quelle cose c'è tanto di quel cinema, e magari Joan Baez o i Jefferson Airplane.

Invece, quel video ti fa smettere di ballare. Il sound elettronico e quel che esso ispira - luci stroboscopiche, palle di specchio, giacche con le spalline, capelli ingellati; insomma, l'armamentario di quegli anni - sono una danza macabra più beffarda di quella del maestro Saint-Saëns. E sono, soprattutto, un unicum: a memoria, non ricordo un brano scritto per passare in discoteca che parli dell'assurdità di morire a 19 anni mentre fai il soldato.

venerdì 21 gennaio 2011

E adesso ridateci il Grunge? E perché?

02:07 Posted by Unknown , 4 comments
C'è un articolo sulla Stampa di cui non capisco il titolo: E adesso ridateci il Grunge. Nel testo si parla dell'ultima "grande rivoluzione del rock e del costume", partendo dall'uscita di un libro fotografico - Grunge, appunto - dedicato ai gruppi che vent'anni fa fecero di Seattle una capitale della musica.

Fu una grande rivoluzione? Non lo so. Ricordo che un amico mi fece ascoltare Nirvana, Alice in Chains, Soundgarden e Pearl Jam. Solo gli ultimi mi piacquero un po' (ma ho cominciato ad apprezzarli qualche anno più tardi); gli altri facevano musica troppo dura. Il mio massimo di "hard" sono i Led Zeppelin. I grandiosi Led Zeppelin.

Certo, non fu tutta fuffa. Kurt Cobain aveva idee musicali nuove e interessanti, che emergono bene nell'Unplugged, dove sfrondate dei distorsori le sue canzoni rivelano una creatività armonica notevole. Ma mi chiedo, leggendo l'articolo, se davvero si possa parlare di ultima grande rivoluzione del rock e del costume.

Alla fine, come scrive l'autore del pezzo, il grunge raccoglieva il testimone del punk: scariche di energia distruttiva e malessere esistenziale. Quindi, la risposta è: no, non fu rivoluzione. Non fu niente di nuovo, solo una ripresa.

Quanto al costume: sì, uno stile volutamente trasandato si diffuse nelle scuole superiori e nelle matricole all'università (dal secondo anno in su le camicie a scacchi e i jeans stracciati diminuivano sensibilmente). Ma vogliamo chiamarla rivoluzione? Non basta parlare di moda?

Insomma: continuatori del punk, senza anfibi ma con camicie rubate a boscaioli dell'Idaho. Perché dovrebbero ridarceli?

giovedì 20 gennaio 2011

La musica del silenzio

Il silenzio è musica. Lo è nell'estremismo del John Cage di 4'33", lo è nel piacere che può dare quando finisce un rumore, lo è nell'assenza di musica indesiderata.

Perché sì, ci sono momenti in cui di musica non ne vuoi. In cui chiedi solo di sentire un cinguettio, le foglie che frusciano, la voce del tuo respiro, le parole di chi ti sta parlando. Ché nulla è più fastidioso di un sottofondo durante una conversazione: ti perdi la musica e quel che dice il tuo interlocutore.

Che il silenzio sia musica lo sanno anzitutto i musicisti. Riccardo Chailly, al ristorante, chiede non ci sia sottofondo: "Sono un musicista, amo la musica e non mi piace sia svilita in quel modo", disse in un'intervista di qualche anno fa. Cesare Picco è ancora più esplicito, e parla di "inquinamento musicale", che nasce dall'avere "La musica di Mozart in un ascensore o come sottofondo a un servizio sulle stragi familiari".

Ecco, il loro è il segno di un vero amore, capace di nutrirsi anche di lontananza, allergico all'ossessione dell'esserci sempre e comunque. Quasi fosse stalking.

mercoledì 19 gennaio 2011

Bird: Charlie Parker secondo Clint Eastwood

Un conto sono le colonne sonore, un altro i film che raccontano la musica. Parlare di Clint Eastwood è come fare di suono ed immagine un tutt'uno. Perché il buon Clint da circa 31 anni si occupa anche di colonne sonore (non per Hereafter, pare).



Un suo gran film che racconta la musica è Bird (1988), biografia per lo schermo di Charlie Parker. Sassofonista, inventore del bebop insieme ad un altro manipolo di visionari (Dizzy Gillespie, tra tutti), Parker ha vissuto come in un 'oleografia: geniale e tormentato. Se volete, è un po' oleografico anche il film. Si comincia con un giovane Charlie che partecipa a una jam-session suonando un'avanguardia poco digeribile. Il pubblico non apprezza, il batterista svita un piatto e lo lancia sul palco. E' il segnale inequivocabile di una bocciatura.

Scena successiva: Charlie Parker è già "Bird", suona le sue affascinanti avanguardie e il pubblico impazzisce. Morale un po' scontata: se ci credi, ce la fai. Da lì comincia il racconto struggente di un uomo che - come Mozart, Wagner, Schoenberg, Elvis, i Beatles, Miles Davis - ha scritto nuove regole e le ha fatte applicare, spingendo avanti di una tacca la musica sull'asse della propria storia.

Il racconto cattura, complice una colonna sonora inevitabilmente bella, ricca di tutti i grandi temi del bebop. Non emergono rivelazioni o segreti sconvolgenti: Charlie Parker (interpretato da un sontuoso Forrest Whitaker) appare per quello che i libri sul jazz hanno raccontato. Cioè un genio instradato verso la propria autodistruzione.

Pure, al film non sono mancate critiche. Ne ricordo due, entrambi dei miei vecchi insegnanti di storia e di armonia del jazz. Il primo parlava di un'operazione truffaldina: di ogni brano l'unica cosa autentica era la parte di Parker, mentre le altre erano state eseguite ad hoc. Ovviamente se ne sono accorti solo i puristi.
L'altro docente diceva che Parker non era solo istinto, come appare nel film. Aveva una sua cultura musicale e l'ha teorizzata, anche in qualche manuale.

Critiche che, sinceramente, mi sembrano superabili. Se lo trovate in giro, non perdetevelo. E' un gran bel film, e c'è della gran buona musica.

martedì 18 gennaio 2011

The Social Network: quando il soundtrack rilegge bene il passato

The Social Network ha vinto molto ai Golden Globes. Anche il premio per il miglior soundtrack, assegnato a Trent Reznor e Atticus Ross. Reznor è quello che ha creato i Nine Inch Nails.

Da tempo i soundtrack non sono fatti di di soli commenti sonori. In altre parole, l'epoca dei Morricone (o dei Rota, o Williams: fate voi), capaci di scrivere temi indimenticabili, è finita da un pezzo. Ora il compito di fissare nella memoria la musica per film è affidato alle canzoni. Così ogni soundtrack che si rispetti ne ha una, che serve molto anche al lancio pubblicitario.

The Social Network si è affidato a un brano già noto: Creep, Radiohead. Canzone fantastica al punto che un tale Vasco Rossi ha voluto rifarla. L'ha rifatta anche Scala and Kolacny Brothers, e la loro versione è finita nel film su Zuckerberg.

Credo sia una rilettura splendida. In un post passato mi ero detto poco persuaso del concetto di cover, convinto che rifare pezzi di altri spesso non porti a nulla. Colpa, forse, del demone jazzistico. Lì si parla di standard, e la regola è "niente regole": anzi, più prendi un brano e lo stravolgi, meglio è.

Beh, la versione cinematografica di Creep mi entusiasma. Non ho visto il film, ma voglio farlo quanto prima. Non solo per la curiosità di conoscere la storia dell'inventore di una cosa di cui non riesco più a fare a meno, ma anche per capire se quella splendida versione sia stata messa su una scena adatta. Mi piacerebbe, insomma, riprovare l'emozione vissuta guardando una scena di La ricerca della felicità in cui, sotto, si sentiva questa canzone.

venerdì 14 gennaio 2011

Il lavoro musicale

03:36 Posted by Unknown , , , No comments
Mi rifaccio a Luciano Bianciardi per ragionare su un'idea: e se studiare musica fosse un'ottima idea per un lavoro sicuro?

La domanda parte da un presupposto: di sicuro, in campo professionale, non c'è più nulla. Tramontate l'idea del posto fisso e quella di godere di un qualsivoglia trattamento pensionistico, la musica non offre forse più prospettive del giornalismo o dell'avvocatura (cito due mestieri verso i quali si continua a sognare con accanimento. Eccessivo)?

A darmi una risposta è un dato: boom di iscrizioni ai licei musicali e coreutici. Un misto di innato ottimismo e istinto di conservazione da parte della specie umana mi obbliga a credere che quella voglia di istruzione musicale superiore non sia dettata da X-Factor e dai talent show. Ma non sono così ingenuo da pensare si tratti di una versione italica dell'effetto Orchestra Simon Bolivar. O solo di esso.

Mi illudo, dunque, di pensare che tanto desiderio di far musica, impararla e magari trarne di che vivere nasca da una ricetta equilibrata, in cui l'idealismo del sogno - essere un musicista - si mescoli al realismo ottimista di chi ne abbia valutato le cosiddette "opportunità professionali". Che sono molte più che in passato.

Intendiamoci, i mestieri musicali sono più o meno gli stessi: suonare, comporre, insegnare. Ma penso ai quattro under 30 italiani chiamati nella YouTube Orchestra; a Michael Giacchino, un premio Oscar a servizio di videogiochi e serie televisive; alla musica per bimbi tra 0 e 36 mesi.

Ecco, penso a quelle tre cose, in cui si esprimono nuove opportunità di suonare, comporre, insegnare. E mi dico che ciò è più forte dei tagli alla cultura, della Scala che chiude e di tutto quel che sembra oscurare l'orizzonte del lavoro musicale. Giri lo sguardo, e scopri che l'orizzonte è illuminato.

giovedì 13 gennaio 2011

Trattar bene la musica

08:10 Posted by Unknown , , , No comments
Trattar bene la musica è anche scriverne in un certo modo. Oggi ho conosciuto un collega, Lorenzo Barbieri, che da 10 anni fa il giornalista musicale. Abbiamo scoperto la comune passione per Springsteen, e ci siamo detti d'accordo su un punto: basta con chi è più realista del re.

Parlavamo di quei fans che alternano tra idolatria e intransigenza. Quelli che davanti a Working on a Dream storcono il naso perché è troppo "pop", e rinnega il vero Springsteen. Che deve essere rock. Punto.

Parlavamo di quelli che fanno dell'"anzianità di servizio" una pretesa di infallibilità. Come la signora che ho conosciuto a Torino nel 2009, prima dello show: sosteneva che l'anno prima, a Milano, avesse suonato una canzone precisa. Io, che quel concerto ricorderò per sempre e che ho ottima memoria, le dicevo a ragione che non l'aveva eseguita. Spazientita, mi ha liquidato: "ragazzino, io ho visto Winterland 1978". Che è come se un fan italiano di Simon&Garfunkel ti dicesse di aver visto il Concerto a Central Park, o un melomane di aver visto la storica Traviata del 1956 alla Scala, con la Callas (l'opera fu riproposta solo nel 1990). Ok, hai visto la Storia; ma ciò non fa di te l'oracolo di Delfi. L'ho assecondata.

Parlavamo di quelli che, in generale, idolatrano la musica, la triade sesso-droga-rock'n'roll e gli artisti. Di quelli che fanno del pop/rock una questione filosofico-spirituale. Di quelli che - detta brutale - se la menano.

Lorenzo, a un certo punto, ha detto una cosa: "La musica è come la vita. Io cerco solo di raccontarla, di capire come nasce un disco, di ricostruire la strada che porta alla formazione di un gruppo e di dirti cosa suona".

Ecco, raccontarla. Senza per forza cercare di capire, e poi di insegnare qualcosa a qualcuno. Questo è trattar bene la musica. Non ho letto niente, finora, di Barbieri. Ma mi sa che è il caso di cominciare.

mercoledì 12 gennaio 2011

Il ritorno dei Duran Duran e quella strana voglia di anni '80

04:52 Posted by Unknown No comments
I Duran Duran sono tornati con un nuovo disco: All you need is now. Non l'ho ascoltato, ma da quanto ne leggo su Rockol pare pensato per far rivivere l'epoca d'oro del gruppo britannico: gli anni '80. Dei quali, in giro, c'è una strana voglia.

La presenza di anfibi Timberland ai piedi di un sacco di gente, in un range di età compresa tra i 15 e i 45 anni, e di una quasi analoga diffusione di piumini Moncler, sono i sintomi più evidenti del rinnovato fascino di un'epoca marchiata dalla spensieratezza. Epoca che ha partorito una valanga di musica, bollata con spregio come commerciale eppure ricca di pepite. E comunque nobilitata dai ricordi di chi, in quegli anni, fu adolescente in un mondo colorato, bonificato dal piombo del decennio precedente.

Seguendo l'idea del ripetersi della Storia, a suffragare una riproposizione di quel decennio è anche la supposta crisi del cantautorato italiano, che allora sembrò sparire sotto i colpi dell'esercito pop/rock angloamericano - cosa che non impedì a De André (da ieri sono 12 anni che ci manca) di scrivere Crêuza de mä, e a De Gregori La Donna Cannone.

Non so se ci ritroveremo, vent'anni e passa dopo, a scegliere ancora tra Duran e Spands (lo chiede @alexethno sul suo Twitter). Spandau che, guarda caso, si sono rivisti di recente. Ma volendo giocare, allora mi chiedo chi vorrei rivedere di nuovo su un palco dei grandi dell'epoca. D'istinto dico Dire Straits, Fine Young Cannibals e Bronski Beat. E aggiungo anche il tizio nel video qui sotto, che mi faceva molta simpatia.

martedì 11 gennaio 2011

Trattar male la musica

05:30 Posted by Unknown , , No comments
Ci sono molti modi di trattar male la musica. Uno è suonandola come non si deve, anche se ciò può generare a sua volta momenti d'arte sublime: penso ad una pagina di Barnum (Baricco, sì, ancora lui) dedicata ad un recital di Sviatoslav Richter. Il pianista canna del tutto l'esecuzione del brano (non ricordo quale), ma ne viene fuori una cosa che lo scrittore definisce Guernica. Ovvero, un affascinante casino e, al contempo, un'opera d'arte.

Un altro modo di trattar male la musica è prendere una canzone e farne una cover pessima. Bene, mi è appena accaduto di ascoltarne due di fila. Il mio collega Ivano, che fa il grafico, ama lavorare con sottofondo musicale. La sua radio ha appena infilato una doppietta micidiale: And I love her (Beatles) in veste gitana; Satisfaction (Rolling Stones) in veste caraibica. Non aggiungo altro.

C'è poi un terzo modo: scrivere grandi banalità. Ora, non escludo - anzi! - di averlo fatto anche io, sia quando il giornalismo musicale mi dava di che campare sia adesso, in un blog che si nutre di divertimento e passione. Ma una notizia così palesemente ovvia - La musica dà piacere al cervello - che cosa ti fa pensare? Che desse piacere agli alluci?

C'è infine un quarto modo: scrivere cose senza senso. Parlo della critica musicale, ma non del suo essere troppo spesso avvitata in considerazioni incomprensibili ai più. Parlo di questo: la morte del rock. Idea trita e ritrita, che però il Guardian ripropone per parlare dei 100 singoli più venduti in Gran Bretagna nel 2010. Pare che solo tre di quelle canzoni appartenessero alla categoria Rock. Tutto il resto è PopIl Post pubblica i video dei tre brani. Beh, se quello è rock, io sono Arturo Toscanini. Un tipo facile alla collera, la stessa che mi è amica in una giornata in cui, nel breve volgere di un'ora, mi sono imbattuto nei modi 2, 3 e 4 di trattar male la musica. Sogno il modo numero 1.

lunedì 10 gennaio 2011

Perché Pollock sì e la musica colta no? Azzardo due risposte.

Su Repubblica di sabato due articoli cercano una risposta alla domanda: perché il pubblico va a vedere una mostra di Jackson Pollock e non va ad un concerto di John Cage? In altre parole, perché l'arte contemporanea è apprezzata e la musica contemporanea no?

L'articolo principale è del critico musicale Alex Ross; quello di spalla è di Alessandro Baricco, che al rapporto tra musica colta e modernità ha dedicato un suo bel libro, L'anima di Hegel e le mucche del Wisconsin. Sono pezzi corposi: per fortuna Il Post ha colto il punto centrale di entrambi.

Il tema è complesso. Bisognerebbe parlare dei rapporti tra tonalità e atonalità, confrontare teorie secondo cui tra l'una e l'altra c'è piena continuità con altre che la negano parlando di rottura, capire il contesto storico in cui è nata ed è maturata la musica contemporanea, e perché si è progressivamente distaccata dal pubblico. Baricco, nel libro citato, dà un minimo di elementi per farsi un'idea.

Quanto alle risposte - perché Pollock sì e Cage no? - ne azzardo due. Lo faccio con l'accetta, ché sto andando troppo per le lunghe. Ma lo faccio.

1) questione tempo. Di fronte ad un'opera d'arte contemporanea si tende a comportarsi come davanti alle macchie di Rorschach: guardi, e qualcosa ti viene in mente. Sia essa un "questo lo facevo anche io", sia essa una dottissima elucubrazione su un percorso artistico che va da Giotto a Pollock passando per Pontormo, Vermeer, Cezanne e Klimt. Il punto è che quest'attività può richiederti anche solo 1 secondo. La musica contemporanea chiede più tempo e più coinvolgimento: devi star seduto, ascoltare, concentrarti. Ecco perché alla Modern Tate c'è la coda: al massimo, se proprio quel che vedi non ti piace, concludi velocemente il tuo giro e ripieghi in caffetteria. Da un concerto non si va via se non almeno alla fine del primo tempo.

2) questione assedio. L'arte contemporanea non è assediata dai classici come lo è la musica contemporanea. La produzione di Van Gogh è finita, i suoi quadri sono bell'e che fatti. Mimmo Paladino ha molta più libertà di azione, perché sa che nessuno andrebbe a vedere una mostra di un pittore che si rifà platealmente al citato. Mentre l'arte visiva è quella, e non la riproponi, la musica è per sua natura riproponibile, dal vivo o su disco. Ciò fa sì che la musica contemporanea continui a essere assediata dalla classica, dal jazz, dal rock, dal pop, dalla popolare. In altre parole, da un diluvio di musica tonale, nuova o antica, semplice o complessa, che alle orecchie del pubblico arriva diretta come un treno. La contemporanea è meno immediata, e per arrivare ha bisogno di varie cose: passione, tempo per l'ascolto, magari qualcuno che ti dia un minimo di basi per capirla e goderla.

Mi spiace per Ross, ma temo che mancando quegli elementi la situazione non cambierà.

venerdì 7 gennaio 2011

Bobby McFerrin ci dice che la musica è dentro di noi

World Science Festival 2009. Bobby McFerrin - universalmente noto per Don't worry, be happy - dimostra che la musica è dentro di noi. Guardate il video.



McFerrin gioca sulla scala pentatonica, base del blues. Dà al pubblico due note, lo tiene lì per un po' e poi lo porta a scoprire una terza, senza dirgli nulla.

Il gioco continua, tra le risate dei relatori e il canto del pubblico (mediamente intonato, e questa è una notizia). Dei rapporti tra neuroscienze e musica è sterminato il catalogo, a partire da Musicofilia di Oliver Sacks per arrivare alle teorie di Edwin E. Gordon.

Libri utili e interessanti, nei quali trovare molte risposte ad altrettanti "perché?". Ma come spesso accade alla fotografia, capace con un click di raccontare la Storia meglio di un saggio, credo che quei tre minuti di Bobby McFerrin dicano tutto quel che c'è da dire su quanta musica scorra nella natura umana.

mercoledì 5 gennaio 2011

Di Michael Jackson, e delle canzoni che sai anche se non le hai

Si parla abbastanza, in questi giorni, di Michael Jackson. Pruriti di cronaca nera (era già morto prima che chiamassero il 911; è stato ucciso dal medico; etc. etc.) si intrecciano a considerazioni su Michael, il disco postumo.

Non è di questo che vorrei parlare, sia perché non l'ho ascoltato (e ciò basta) sia perché l'idea del disco postumo non mi ha mai persuaso (scetticismo confermato da Made in Heaven, dei Queen). Vorrei invece considerare come Michael Jackson sia presente nella mia vita musicale senza che io gli abbia mai aperto la porta di casa.

E' un curioso fenomeno, che con maggior potenza riguarda anche Vasco Rossi: non ho suoi dischi, ma ne conosco le canzoni. E alcune di esse sono il soundtrack di ricordi preziosi. Liberi Liberi, per esempio, sarà sempre la gita di seconda liceo a Sabaudia e al Monte Circeo.

Per Jackson i ricordi sono ancora più radicati. Bad sono i lunghissimi pomeriggi a casa di Mirko, a scannarci in confronti improbabili: lui fan del pop, Queen ed Elton John su tutti; io springsteeniano ardente. "Meglio i miei", "No, il mio", "Il tuo tira urlacci", "I tuoi sono finti". Un gioco delle parti, perché poi io me li divoravo, i Queen ed Elton John, e lui in fondo Bruce lo apprezzava. Ma era bello sfinirci in un discorso che, alla fine, era come dire: "Mangia di più un pollo o pesa di più il Piombo? Sì, ma il treno va più forte".

Ma torniamo a Jacko. Quel tizio lì, talentuoso e bizzarro, era nelle mie corde da tempo. Da Billie Jean, per l'esattezza. Terza o quarta elementare, una tv in bianco e nero manda un video in cui Jacko, ad ogni passo, illumina la strada su cui cammina. Il giro di basso è stregante, il synth gioca sulle sincopi e ti si piazza nella memoria. Per un bimbo di otto anni già attratto dalla musica è come affacciarsi per la prima volta a una finestra per vedere come è fatto il mondo.

Bene, quella è Billie Jean. Ma la mia preferita è Man In The Mirror, gospel all'ennesima potenza malgrado i suoni sintetici degli anni 80. Lì non ci sono ricordi di epoche, ma c'è un'immagine precisa: guardo Deejay Television, passano il video, e in uno stacco dopo una pausa la musica riprende forza sull'immagine di un'esplosione atomica. Ricordo nitidamente di aver avuto un sussulto. Da allora, quella canzone è mia.

Anche se non l'ho mai avuta.

martedì 4 gennaio 2011

Meteore: Fairground Attraction

Come il cielo, anche la musica è fatta di astri e meteore. Alcune di esse hanno lasciato una scia più brillante di altre, e tra queste ci sono i Fairground Attraction. Scozzesi, tre anni di vita (1987-1990) e un disco gran bello: The First of a Million Kisses.

Nel video sotto c'è il singolo che li lanciò, Perfect. Una canzone a suo modo, appunto, perfetta: semplice e immediata, ti si piazza in testa al primo ascolto e non ti lascia più, regalandoti una robusta dose di buonumore.




I Fairground Attraction sono figli di un periodo d'oro: gli anni 80. Anni tacciati di superficialità commerciale, serbatoio di una musica fatta per non restare. Beh, credo sia un giudizio molto superficiale. E' vero che le pietre miliari - soprattutto del rock - sono state scolpite nei 60 e nei 70; ma non si può dimenticare che nel decennio degli anni di fango, dell'edonismo reaganiano, del consumismo paninaro, del disimpegno politico sono esplosi gli U2, Michael Jackson, Prince, Madonna, si sono consacrati Elton John e i Queen, Bruce Springsteen è diventato una star mondiale, sono emersi i Dire Straits, hanno fatto grandi cose i Cure, i Simple Minds, i Bronski Beat, gli Style Council, i Simply Red, Sade... l'elenco è lungo, finiamola qui.

In quel periodo incasinato e fecondo, dove trascurabili fenomeni quali gli Eight Wonder (di cui si ricorda la spallina cadente di Patsy Kensit al Sanremo 1988) si esprimevano accanto ai suddetti calibri, i Fairground Attraction si sono palesati con un disco eccellente, forse perché per nulla legato ai suoni di allora. Sintetizzatori, batterie elettroniche, bassi alterati, chitarre sature di delay e flanger non trovano asilo nelle canzoni del gruppo scozzese, guidato da una Eddi Reader tanto brava quanto affascinante nella sua contagiosa simpatia.

Di loro ricordo, in particolare, un passaggio a Doc, con una interpretazione trascinante di Perfect. Fu un bel momento di musica in tv.

lunedì 3 gennaio 2011

Il Concerto di Capodanno, la Fenice e l'esterofilia

Da sette anni ad oggi in Italia il Concerto di Capodanno è doppio: si tiene alla Fenice di Venezia e al Musikverein di Vienna. Il primo, appunto, ha sette anni (2003-2010), il secondo qualcuno in più: fu istituito nel 1939, quando l'Austria non esisteva. Al suo posto, un incubo di nome Terzo Reich.

Ora, in tutte le grandi capitali si festeggia in musica il Capodanno. Lo si fa a Berlino, a Dresda, a Lipsia (per stare ai grandi centri del sinfonismo mitteleuropeo). Lo si fa anche a Milano, dove un direttore quale Riccardo Chailly ha istituito la consuetudine, tipica della suddetta cultura sinfonica, dell'esecuzione della Nona di Beethoven. Evento che si ripete felicemente anche dopo la partenza di Chailly per Lipsia.

Ma si sa: è la tv che determina l'evento. E allora, mentre il tutto il mondo il Concerto di Capodanno è quello dei Wiener Philharmoniker (con diretta televisiva), da noi è questo ed è anche quello della Fenice.

La concomitanza d'orario non consente scelta: uno va in differita (Vienna), l'altro in diretta (Venezia). Quest'anno, diretta parziale: s'è vista solo la seconda parte, con programma dedicato alle grandi pagine operistiche. Che, va da sé, sono italiane. Al principio dell'anno in cui si festeggerà il 150esimo anniversario dell'Unità del Paese, cosa c'è di meglio se non ricordare agli spettatori quanta Italia ci sia nella storia e nella cultura dell'Opera?

Bene: mai operazione fu più vomitevolmente retorica. Primo, perché è offensivo ricordare tanta grandezza e poi tagliarne il sostegno economico (anche se il discorso è complicato, perché bisognerebbe parlare di gestione oculata delle risorse, concetto sconosciuto a molti centri di cultura; e anche di educazione musicale, quella scolastica, pressoché inesistente).

Secondo, perché è doppiamente offensivo contaminare la musica, linguaggio universale per antonomasia, con pretese di identità. L'italianissimo Antonio Salieri era viennese a tutti gli effetti; il tedesco Haendel fu naturalizzato inglese; l'austriaco Mozart non poteva privarsi dell'italiano Da Ponte. E potrei continuare per pagine.

La suddetta pretesa di identità si è incarnata in due fatti: il taglio dalla diretta della prima parte del programma, con la Sinfonia Dal Nuovo Mondo di Dvorak (celebrazione delle Americhe da parte di un boemo), tra le cose più belle mai composte nella storia, che stonava con le intenzioni musical-patriottiche televisive; le dichiarazioni di un senatore leghista, Piergiorgio Stiffoni, sulla scelta dell'inglese Daniel Harding (foto) come direttore del concerto.

Stiffoni ha parlato di eccesso di "esterofilia". Il commento è scontato. Preferisco allora pensare a cosa avrebbe detto Stiffoni se gli avessero chiesto di commentare la nomina del milanese Alberto Veronesi alla guida della Carnegie Hall Opera di New York. Mi spingo a immaginare cose tipo "riconoscimento a un genio lombardo, a testimonianza di quanto la nostra Padania si faccia strada nel mondo".

Il problema, insomma, è ben oltre i tagli alla cultura.