Musica, senza steccati

lunedì 3 gennaio 2011

Il Concerto di Capodanno, la Fenice e l'esterofilia

Da sette anni ad oggi in Italia il Concerto di Capodanno è doppio: si tiene alla Fenice di Venezia e al Musikverein di Vienna. Il primo, appunto, ha sette anni (2003-2010), il secondo qualcuno in più: fu istituito nel 1939, quando l'Austria non esisteva. Al suo posto, un incubo di nome Terzo Reich.

Ora, in tutte le grandi capitali si festeggia in musica il Capodanno. Lo si fa a Berlino, a Dresda, a Lipsia (per stare ai grandi centri del sinfonismo mitteleuropeo). Lo si fa anche a Milano, dove un direttore quale Riccardo Chailly ha istituito la consuetudine, tipica della suddetta cultura sinfonica, dell'esecuzione della Nona di Beethoven. Evento che si ripete felicemente anche dopo la partenza di Chailly per Lipsia.

Ma si sa: è la tv che determina l'evento. E allora, mentre il tutto il mondo il Concerto di Capodanno è quello dei Wiener Philharmoniker (con diretta televisiva), da noi è questo ed è anche quello della Fenice.

La concomitanza d'orario non consente scelta: uno va in differita (Vienna), l'altro in diretta (Venezia). Quest'anno, diretta parziale: s'è vista solo la seconda parte, con programma dedicato alle grandi pagine operistiche. Che, va da sé, sono italiane. Al principio dell'anno in cui si festeggerà il 150esimo anniversario dell'Unità del Paese, cosa c'è di meglio se non ricordare agli spettatori quanta Italia ci sia nella storia e nella cultura dell'Opera?

Bene: mai operazione fu più vomitevolmente retorica. Primo, perché è offensivo ricordare tanta grandezza e poi tagliarne il sostegno economico (anche se il discorso è complicato, perché bisognerebbe parlare di gestione oculata delle risorse, concetto sconosciuto a molti centri di cultura; e anche di educazione musicale, quella scolastica, pressoché inesistente).

Secondo, perché è doppiamente offensivo contaminare la musica, linguaggio universale per antonomasia, con pretese di identità. L'italianissimo Antonio Salieri era viennese a tutti gli effetti; il tedesco Haendel fu naturalizzato inglese; l'austriaco Mozart non poteva privarsi dell'italiano Da Ponte. E potrei continuare per pagine.

La suddetta pretesa di identità si è incarnata in due fatti: il taglio dalla diretta della prima parte del programma, con la Sinfonia Dal Nuovo Mondo di Dvorak (celebrazione delle Americhe da parte di un boemo), tra le cose più belle mai composte nella storia, che stonava con le intenzioni musical-patriottiche televisive; le dichiarazioni di un senatore leghista, Piergiorgio Stiffoni, sulla scelta dell'inglese Daniel Harding (foto) come direttore del concerto.

Stiffoni ha parlato di eccesso di "esterofilia". Il commento è scontato. Preferisco allora pensare a cosa avrebbe detto Stiffoni se gli avessero chiesto di commentare la nomina del milanese Alberto Veronesi alla guida della Carnegie Hall Opera di New York. Mi spingo a immaginare cose tipo "riconoscimento a un genio lombardo, a testimonianza di quanto la nostra Padania si faccia strada nel mondo".

Il problema, insomma, è ben oltre i tagli alla cultura.

2 commenti:

  1. Il problema è che certi "uomini di cultura" andrebbero tagliati... ma in uno stretto senso anatomico!

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  2. Duccio: essenziale ed efficace

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