Musica, senza steccati

venerdì 25 febbraio 2011

Perché io amo la musica

07:47 Posted by Igor Principe , , , No comments
Il febbrone da cavallo con cui sto passando la giornata stimola i pensieri, più che la ricerca di notizie o di musiche di cui parlare (se invece si tratta di ascoltare, Grooves di Esperanza Spalding è un bel brano con cui cullarsi sul divano, con una tazza di tè caldo tra le mani)

Così, mi è venuto da pensare a un libro letto pochi anni fa: Non so, di Lorenzo Licalzi. E' un romanzo, ma gronda musica dalla prima all'ultima pagina. Il protagonista, Mario, è un musicomane, con profonda conoscenza del jazz e del blues. Prima di "diventare grande" conduce un programma notturno per una radio della cittadina in cui vive.

Mario si allontanerà dal mestiere di deejay, salvo ritornarvi quasi con forza. Verso la fine della storia, realizza che il suo mestiere sarà la musica. E poi fa una riflessione, che è la cosa più bella che io abbia mai letto sulla Seconda Arte.

"Io amo la musica per mille motivi di cui è inutile parlare perché sono i motivi per cui la amano tutti quelli che la amano davvero, ma la amo anche perché la musica è la manifestazione di un paradosso che nasce dalla fusione perfetta dell'inconciliabile. Uno spartito è un teorema fatto di estro creativo e calcolo matematico, un accordo unico di fantasia e di logica. Impossibile metterle insieme altrimenti, la fantasia e la logica, l'una annulla l'altra, tranne che nella musica".

giovedì 24 febbraio 2011

Il povero Apicella, gli Arcimboldi e il genio

Partiamo da una considerazione di Linkiesta: "Chi è quel genio che ha dato il teatro al giullare di corte?". Il teatro è l'Arcimboldi di Milano, 2400 posti. Il giullare di corte è Mariano Apicella, il cantante amico di Silvio Berlusconi. Il suo concerto milanese è stato annullato: un solo biglietto venduto.

Ragiono anzitutto sul "giullare di corte". Apicella sarebbe tale se la sua vicinanza a Berlusconi lo premiasse. Invece è evidente che lo danneggi. Ok, qualche volta va da Vespa. Ma i suoi dischi appaiono ogni tanto in classifica? E i suoi concerti sono seguiti? A parte notizie come queste - quasi un comunicato stampa - io non ho trovato molto, a riguardo.

Più che un giullare, insomma, un onesto mestierante della canzone napoletana (c'è di peggio: pensate ai neomelodici) incastrato in una strategia di comunicazione che, per ora, non va oltre al solito "bene o male, purché se ne parli". Ok, ne stiamo parlando. Ma al concerto non voleva andarci nessuno.

E qui veniamo al secondo punto: "chi è quel genio?". Non lo so, non riesco a immaginarlo. Un direttore di teatro dovrebbe puntare ad avere sia artisti sulla breccia, sia sconosciuti ipertalentuosi da far conoscere al mondo. Apicella non è né l'uno, né l'altro. Sulla breccia - in procinto di scivolare - c'è solo Berlusconi. Quanto alla scusa del Rubygate - cioè temere contestazioni al cantante per interposta persona, e quindi annullare il concerto per preservarlo dagli strali - è semplicemente ridicola. Avrebbe avuto un senso solo se, dichiarazione di voto alla mano, a esaurire il teatro fossero stati 2400 elettori del centrosinistra (o di quel che resta di Fli).

Almeno, signori degli Arcimboldi, abbiate il coraggio di metterci la faccia.

mercoledì 23 febbraio 2011

Alison Balsom, Hélène Grimaud e la bellezza nella musica

01:24 Posted by Igor Principe , , 6 comments
Ieri sera a Roma, nell'Aula Magna della Sapienza, ha suonato Alison Balsom. E' la trombettista più famosa del mondo, e lo è per tre motivi: 1) una donna che suona la tromba è una rarità; 2) la Balsom è molto, molto brava; 3) la Balsom è di una bellezza fantastica.

In un'intervista a Repubblica, la musicista ha dichiarato la propria consapevolezza della portata di cotanta beltà: "All'inizio è stata utile per farmi notare. Sappiamo tutti quanto sia importante l'aspetto fisico per una performer". Ha poi concluso: "Ma sono convinta che sia stato il mio modo di suonare a impormi e a farmi apprezzare. La bellezza è solo un regalo in più".

Parole scontate, quasi banali? Mica tanto. Leonetta Bentivoglio, che ha scritto il pezzo, ha fatto una considerazione sull'impatto estetico della Balsom: "Viene da pensare: ecco il solito bluff, privo di sostanza; qui conta il marketing sorretto da un'immagine smagliante". Ho subito pensato ad un'altra splendida creatura della musica classica, Hélène Grimaud: pianista, celebre anche per il proprio amore per i lupi. Guardate la copertina del suo ultimo disco, Resonances: io ho dovuto sopprimere l'istinto di comprarlo. A giudicare da quanto scrive di lei La voce di Fiordiligi (ottima blogger di musica), ho fatto bene. In sintesi: il suo disco, e tutta la filosofia che gli sta dietro, inganna l'ascoltatore. La Grimaud è più personaggio che musicista.

Insomma, nella musica classica sta accadendo qualcosa di simile a quanto da sempre accade in quella leggera: prendi un belloccio, costruiscigli addosso una canzone, lancialo sul mercato e goditi lo spettacolo. Mettersi a fare una casistica è inutile: mi limiterò a ricordare Tracy Spencer (anni 80). E - convinzione personale - Lady Gaga.

Pure, in ambito classico non mancano risvolti positivi. Nel caso di Alison Balsom, siamo di fronte alla perfezione: bella, innovativa, brava. In quello di Hélène Grimaud, a un'espressione di furbizia. Eppure, se io avessi comprato il suo disco, avrei scoperto la Sonata K 310 di Mozart, la Sonata di Alban Berg, la Sonata in si minore di Liszt, le Danze popolari rumene di Bartòk. Magari avrei spento il cd dopo dieci minuti; magari avrei incontrato un mondo di cui innamorarmi. E seguendo l'amore, mi sarei imbattuto in una Fiordiligi da cui imparare qualcosa, arricchendomi ulteriormente.

Insomma, se due occhi color "acqua di scoglio" (per dirla con Montanelli) e un viso angelico riescono a portarmi là dove non sarei mai andato, beh, siano i benvenuti. Quanto alla Balsom, non so dire se sia così strepitosa. Mi fido dei critici di classica. Nel mio piccolo di appassionato del tango e di Astor Piazzolla, posso dire che la sua Libertango è notevole.

martedì 22 febbraio 2011

Vecchioni, Napoli e Sanremo

Benigni esegeta dell'inno di Mameli; Luca Bizzarri contro l'insopportabile obbligatorietà morale della "bipartisaneria". Fuori dalla musica, sono stati questi i momenti più alti del Festival di Sanremo 2011. Dentro la musica, per quel poco che ho visto, l'apice si è raggiunto con Roberto Vecchioni. Ma non con Chiamami ancora amore (sui cui Luca Sofri ha scritto un post caustico e ricco di spunti), bensì con l'omaggio a Napoli.

Detto che, pur di genitori napoletani, la pronuncia del "prof" non è proprio quella di uno di Mergellina, la sua O surdato nnammurato è una delle più belle mai cantate. Vecchioni prende una canzone che invita a nozze gli amanti della napoletanità sguaiata e le regala la discrezione della poesia senza farle perdere di intensità.



E' un'operazione non facile, ma obbligatoria per restituire a quella canzone, e in generale a quella napoletana, la dignità di cui è intrisa. Sulle note di Napoli vive un equivoco madornale: l'idea è che siano tutte - tutte! - canzoni pensate per un'eterna festa. E allora le si canta urlando e lanciandosi in vorticose e ridanciane tarantelle, partecipi di una eterna festa organizzata per burlarsi della noia della vita. Non è così, e l'esempio di Roberto Murolo ne è una prova scientifica.

Vecchioni non snatura O Surdato nnammurato, ammorbidendola più del dovuto. Ne conserva l'incedere ritmico, ma lo affida a un tamburello e al pizzicato dei violini, lasciando che chitarra e mandolino facciano da colonna al brano preservandone il mood partenopeo. Quanto alla voce, è intensa e partecipe, vigorosa nel ritornello ma non sguaiata. Perché, comunque, quello è il canto di un soldato al fronte nella Prima Guerra Mondiale, che si strugge di nostalgia per il proprio amore, e che esorcizza con un inno alla "vita, vita mia" l'idea della morte, compagna della quotidianità della trincea. Dove le urla sono bandite.

lunedì 21 febbraio 2011

Chiamami ancora amore: una canzone all'italiana

Chiamami ancora amore è una canzone all'italiana. Non lo dico io, lo ha detto Roberto Vecchioni qualche settimana fa in un'intervista al Corriere della Sera. Con quella canzone all'italiana ha vinto il 61esimo Festival di Sanremo. Non so dire - e non sta a me dirlo - se sia una vittoria meritata: del Festival ho ascoltato poco.

Però, sulla base di quanto dichiarò al Corriere, deduco che Vecchioni abbia vinto giocando di tattica. Ha scritto una canzone perfetta: testo toccante, con due o tre frasi pronte per essere scritte sul diario; musica impeccabile; interpretazione sentita; tema eterno (ah, l'amore). Una canzone tattica, e per nulla innovativa. Anzi, quasi una copia di una sua canzone del 2002 (Storia e leggenda del lanciatore di coltelli).

Ora, non voglio fare della sociologia spicciola, ma se ci rifletto un attimo mi dico che quella canzone è lo specchio di un paese fermo al palo, rassicurato dai consueti schemi e incapace di portare gli innovatori alla ribalta del grande pubblico. A meno che non si voglia considerare innovatore Raphael Gualazzi, vincitore tra i giovani con un tipo di musica che nasceva negli Usa alla fine del secolo XIX (inciso: meraviglioso Morandi nel chiamare "il tuo amico musicista" un trombettista di fama internazionale qual è Fabrizio Bosso).

Insomma, la solita storia. Nel 1958 Modugno rivoluzionò il Festival e la canzone con Nel blu dipinto di blu, che identifica l'Italia nel mondo. Nel 1970 Celentano e la Mori vinsero con Chi non lavora non fa l'amore. Due canzoni che le ascolti oggi e ancora ti stupisce il carico di novità di cui sono capaci. Siamo fermi lì.

Post scriptum: Vecchioni mi continuerà a piacere sempre. Per Luci a San Siro, per Le lettere d'amore. E per i Barbapapà, trait d'union tra me e i miei figli, che dopo cena non mi danno pace se non gli metto il dvd. "Tu li vedi trasformare, come gli vaa..."

domenica 20 febbraio 2011

Festival di Sanremo: il 1996 (2)

Per la serata inaugurale del Festival di Sanremo del 1996 ci siamo ritrovati in quattro a casa di un amico. Pizza, birra e attesa alle stelle. A ciascuno di noi, delle vicende sanremesi, non è mai fregato nulla. Ma quell'anno non si poteva mancare, perché le prime note le avrebbe suonate lui.



Cos'altro aggiungere? Che Springsteen aveva chiesto di arrivare, suonare e andar via, e che al termine di The Ghost of Tom Joad Baudo lo ha letteralmente braccato, e Bruce ha dovuto divincolarsi a forza per tornare dietro le quinte mentre il Pippone nazionale, con l'eleganza di chi sa stare al mondo, obbligava il pubblico alla standing ovation. E che subito dopo annunciava l'inizio della gara e l'ingresso sul palco di Albano.

Quanto al 1996 (dominato moralmente, al Festival, da Elio e le Storie Tese), in Italia l'Ulivo vince le politiche e Romano Prodi è a capo del Governo. Il Milan vince lo scudetto, la Juventus la Champions League e la Coppa Intercontinentale, la Germania gli Europei in Inghilterra. Danny Mendes è la prima miss Italia di colore della storia. Michael Johnson vince i 200 m alle Olimpiadi di Atlanta e spazza via il record di Pietro Mennea, che durava dal 1979. Boris Eltsin è eletto presidente in Russia. Si sciolgono i Take That e i Ramones. Oscar come miglior film a Braveheart, di e con Mel Gibson.

sabato 19 febbraio 2011

Festival di Sanremo: il 1996 (1)

Il Festival di Sanremo del 1996 è uno squillo di tromba nel silenzio più profondo. E a darlo provvedono gli EELST, ovvero gli Elio E Le Storie Tese. Cantano La terra dei cachi, e arrivano secondi. Davanti a loro, la coppia Ron-Tosca, con Vorrei incontrarti tra cent'anni.



L'edizione 1996 fu uno squillo di tromba per molti motivi. Anzitutto, per le performance di Elio: una volta è su un palco con un braccio finto; un'altra, lui e i suoi sodali sono vestiti come i Rockets. Poi perché si disse che gli EELST non vinsero grazie a una manovra di Pippo Baudo, che modificò i voti finali pur di far vincere una canzone classicamente sanremese. Poi perché la vittoriosa canzone sanremese fu accusata di doppio plagio: da Shakespeare (il verso iniziale è lo stesso di un sonetto del sommo britannico), dagli Extreme (l'arpeggio di chitarra iniziale richiama fin troppo quello di More than words).

Insomma, fanfare a pieno regime. Fu fanfara anche per me, che tornai a interessarmi al Festival proprio grazie agli EELST, per i quali tifavo come un indemoniato (tornai a interessarmene anche per un motivo di cui dirò domani). Caustici e bravissimi, Elio e compagnia rappresentavano un sano sberleffo alla retorica festivaliera. A loro modo, erano paladini di tutti coloro che in Sanremo vedevano un evento tanto tonitruante quanto anacronistico. Un evento inutile.

La mia avversione si fondava anche su altre ragioni. Già dall'88, grazie alla scoperta della "storia della musica", Sanremo cominciava ad apparirmi come un contenitore musicale lontano dalla mia sensibilità. Otto anni più tardi - durante i quali la musica è stata nella mia vita con i sabati in sala prove a spremersi di blues e rock, la folgorazione per il jazz e un anno di relativi studi alla Civica di Milano con Enrico Intra, Franco Cerri e Sante Palumbo, l'esame di teoria e solfeggio, gli studi classici per un quinto anno di pianoforte mai sostenuto, il mai sopito interesse per la classica (diventato amore più tardi), qualche piccolo esercizio di composizione e arrangiamento, la canzone d'autore e le sue radici (gli chansonnier), la scoperta di tango, fado, bossa nova, i primi articoli musicali per un quindicinale di Sesto San Giovanni -, otto anni più tardi, dicevo, Sanremo era una trasmissione televisiva da evitare o, alla peggio, da lasciar scorrere in un distratto sottofondo ad altre attività.

E così è rimasto, dal 1997 ad oggi. Non che lo eviti del tutto: di solito il giorno dopo una serata mi trovo a cercar qualcosa su YouTube. Inoltre, credo che canzoni sanremesi come Sentimento, o Di sole e di azzurro, o Un discorso in generale siano delle gran canzoni. E in una serata come quella di giovedì scorso, dedicata ai 150 anni dell'Italia, mi ritrovo davanti alla tv ad ascoltare, ad apprezzare (Vecchioni) e a immaginare la salma di Giuseppe Verdi che si infuria (Al Bano). Ma non posso non pensare al declino del Festival come momento musicale e al suo essere solo evento televisivo. E' ovvio che sia così: come la musica, da quindici anni, non riesce più a identificare un'epoca attraverso il suo sound, così Sanremo non riesce a restare nella storia e nella memoria.

A meno che non ci suoni... ne parliamo domani.

venerdì 18 febbraio 2011

Festival di Sanremo: il 1988

Per quel che mi riguarda, il Sanremo dell'87 è il Festival che più mi è rimasto dentro. A farmelo capire è l'edizione del 1988, che ricordo solo per tre cose: 1) la canzone che ha vinto (Perdere l'amore, Massimo Ranieri); 2) l'oro olimpico di Alberto Tomba a Calgary, con la gara trasmessa in diretta nel mezzo del Festival; 3) la canzone che più ho cantato: La valle dei Timbales, dei Figli di Bubba.



La ragione di tanto disinteresse è semplice: stavo crescendo, e scoprivo l'universo musicale. In terza media ero totalmente calato nel presente: ascoltavo pressoché esclusivamente la musica di quel momento. E la musica di quel momento passò in gran parte da quel Palarock che a Sanremo ospitava gli ospiti stranieri. E' di quello che si parlava con gli amici, oltre che della spallina galeotta di Patsi Kensit e di Claudio Villa, la cui morte annunciata in diretta prendeva i contorni di un piccolo evento di cui esser testimoni.

Tutto cambia l'anno dopo. La prima liceo scientifico è una scuola anche di storia della musica, dove diciottenni sorprendentemente disponibili si fanno maestri e ti spiegano chi sono i Doors, i Pink Floyd, Eric Clapton, i Dire Straits, Jimi Hendrix, i Led Zeppelin, i Police e compagnia cantando. Scopri che molti dei "grandi" hanno un gruppo e passano il sabato pomeriggio in sala prove. Li segui, ti unisci a loro. Suoni - o almeno, ci provi - cose che ti appaiono formidabili: i King Crimson, gli Yes. Confini in solaio il presente e ti butti nella storia.

A quel punto, Sanremo ti appare anacronistico e noioso. L'indole ti si fa scanzonata, e i Figli di Bubba diventano piccoli idoli con i quali buggerare la seriosità della Canzone Italiana. Che, per te, è quella di altri: De Gregori, De André, Dalla. Altre splendide scoperte di quell'epoca.

Parlando del 1988, si ricordano l'elezione di George Bush sr. alla Casa Bianca; la tragedia delle Frecce Tricolori a Ramstein; lo scudetto al Milan di Sacchi e l'inizio della relativa era; il gol di Van Basten in finale agli Europei contro l'Urss; il volo Pan Am che esplode nel cielo di Lockerbie, in Scozia; l'inizio del caso Sofri; il rilascio del piccolo Marco Fiora, otto anni, dopo 520 giorni di rapimento (e una successiva intervista di Sandro Mayer al piccolo, durante una Domenica In, in cui il "giornalista" chiese: "cosa ti mancava di più, i giocattoli o mamma e papà?).
L'ultimo imperatore, di Bernardo Bertolucci, vince 9 Oscar. Il Mondiale F1 è di Ayrton Senna su McLaren.

giovedì 17 febbraio 2011

Festival di Sanremo: il 1987 (2)

L'altra delle due canzoni che ricordo con piacere del Festival di Sanremo (la prima è Quello che le donne non dicono) è Il Garibaldi Innamorato. Sergio Caputo, che ne è l'autore, è un musicista con i controfiocchi, attento più a far bene il proprio mestiere che a cercare una visibilità tutta televisiva. Il Garibaldi si innesta con un certo peso nella tradizione sanremese delle canzoni outsider; quelle che sai che non vinceranno mai, ma che piaceranno molto. Penso a Il Clarinetto, ad A che servono gli Dei (un'altro 1987, mamma mia che annata!), a Rospo, a Salirò, a tante altre.

Infatti, il Garibaldi piace. Caputo azzecca il brano con una equilibrata emulsione di ritmo sudamericano - quasi una rumba - venato di jazz e funky, tema memorizzabile all'istante e testo azzeccato.



Dei fatti salienti del 1987 ho già detto nel post precedente. Ma devo aggiungere tre cose su Sanremo: nell'87 vincono MorandiRuggeriTozzi; prima della loro esibizione, nella serata finale, Pippo Baudo annuncia la morte di Claudio Villa; al Palafiori, dove si esibiscono gli ospiti stranieri, Patsi Kensit fa un involontario strip tease (avevo detto in questo post che era il 1988: chiedo venia).

Infine, un ricordo personale che mi lega al Garibaldi Innamorato. Si tratta del mio professore di musica di terza media. Si chiamava Radice, mostrava una decisa tendenza alla pinguedine e amava alla follia il jazz. Prese il programma ministeriale - fatto di strazianti ore di pratica sul flauto e di soporifere ore di teoria e storia - e lo cestinò, sostituendolo con la musica afroamericana. Quando ci parlò di Charlie Parker, si commosse. Potete capire la reazione di quella stupefacente dimostrazione di illogicità che è una classe di terza media, dove futuri esponenti della classe dirigente riescono a convivere pacificamente con prossimi ospiti delle patrie galere. Credo ci sia gente che ancora ride, pensando al prof scosso dal ricordo di Bird. A me fece tenerezza; poi, quando capii chi era Charlie Parker, capii anche che il Radice era un coraggioso visionario.

mercoledì 16 febbraio 2011

Festival di Sanremo: il 1987 (1)

Il Festival di Sanremo del 1987 è una fonte di ricordi tuttora molto intensi. Quello più personale riguarda la settimana bianca all'Aprica, durante la quale imparo cosa siano un paio di sci. La colonna sonora di quei sette giorni è una cassetta Tdk su cui mio zio Giorgio ha registrato le canzoni del Festival, e che in casa gira senza soste. Il brano che mi piace meno, di quella cassetta, è Tanti auguri a te, di Marcella Bella.

Due, invece, mi piacciono molto. Uno vince il premio della critica: Quello che le donne non dicono, testo di Enrico Ruggeri, voce di Fiorella Mannoia. E' tra i più bei brani nella storia della canzone italiana, ché ad ascoltarlo 24 anni più tardi sembra scritto adesso.



Quanto al 1987, ero in terza media e non avevo preoccupazioni diverse da quelle di cui ho detto parlando del Sanremo 1986. Di quell'anno, da ricordare, lo scudetto al Napoli di Maradona, Ben Johnson che schianta il record sui 100m ai Mondiali di Atletica a Roma, l'addio al calcio di Michel Platini, il Mondiale F1 a Nelson Piquet su Williams
In politica, le elezioni portano al Governo il Dc Giovanni Goria, 44 anni, il più giovane premier nella storia repubblicana. E alla segreteria del Msi sale un certo Gianfranco Fini. L'Oscar per il miglior film va a Platoon, di Oliver Stone. In musica, a settembre Madonna infiamma il Comunale di Torino con il suo primo concerto in Italia. 

martedì 15 febbraio 2011

Festival di Sanremo: il 1986

Comincia oggi la 61esima edizione del Festival di Sanremo. Si sa che da qui a domenica non si parlerà d'altro. O meglio, non si parlerà che di televisione: Gianni Morandi, Belen Rodriguez, Elisabetta Canalis, Luca&Paolo catalizzeranno l'attenzione dei più. Poi si parlerà anche di musica.

Anche io, nel mio piccolissimo, fino a domenica non parlerò che di Sanremo. Ma in questo modo: immaginate che qualcuno mi chieda "dimmi a bruciapelo i sei ricordi più vividi che ti legano al Festival". Le risposte saranno date, una al giorno, in ordine cronologico.

Si parte dal 1986. Ero in seconda  media, e come la quasi totalità dei miei coetanei avevo poche preoccupazioni. Quella che avrebbe dovuto essere la principale, il rendimento scolastico, lasciava spazio a tre altre: 1) la moda paninara; 2) il gioco del pallone; 3) la musica. La scuola era un diversivo da affrontare con il minimo sforzo, assicurandosi quel minimo in più della sufficienza che soddisfacesse professori e, soprattutto, mamma e papà.

E' a quegli anni - di fango, per gli storici; di bambagia, per me - che risale il primo, vero ricordo sanremese. Prima ci sono solo reminiscenze in forma di flash: Alice, Tiziana Rivale, Vasco Rossi, Simon Le Bon sul palco con una caviglia rotta. La prima immagine vivida, invece, è quella di Renzo Arbore che annuncia la vittoria di Eros Ramazzotti. Arbore non era il presentatore, ma uno dei concorrenti. Arriva secondo, con Il Clarinetto, capolavoro di sfrontata ironia.



Quanto al 1986, eccone un breve profilo: è l'anno dei missili su Lampedusa e di Chernobyl. Capo del Governo è Bettino Craxi, al Quirinale c'è Sandro Pertini. La Juventus di Platini e Trapattoni vince lo scudetto. Ai Mondiali in Messico trionfa l'Argentina di Maradona, e tramonta l'Italia di Bearzot. Alain Prost su McLaren vince il Campionato di F1. L'Oscar come miglior film va a La Mia Africa. Ed Eros Ramazzotti vince il Festival di Sanremo (ah, l'ho già detto?).

lunedì 14 febbraio 2011

Chiude il Teatro Smeraldo, apre Eataly

Il Teatro Smeraldo di Milano chiuderà. Al suo posto arriva Eataly. Lo scrive il Corriere della Sera, sul quale è possibile ricostruire la sconcertante vicenda di cui lo Smeraldo è, suo malgrado, protagonista dal 2006 (prima la crisi, poi la certezza della chiusura). Suo malgrado, perché la fine non è colpa di una cattiva gestione dei suoi impresari, ma di un Comune che non ha saputo gestire come si deve una gara d'appalto.

Il patron dello Smeraldo, Gian Mario Longoni, molto serenamente, non fa storie ma pensa solo a riaprire il teatro da qualche altra parte (magari a trasferirlo agli Arcimboldi). E a ben vedere, si possono indovinare alcuni motivi per cui, alla fine, la sua chiusura non è così drammatica. Anzitutto, non chiude perché il pubblico non ci andava, ma perché non era più in condizione di andarci. La voglia di Smeraldo non è scemata.

E poi perché al suo posto aprirà Eataly, impresa meritoria, e non l'ennesimo inutile negozio di vestiti.

E poi.. e poi basta: qui si chiude l'edulcorazione. Rimane la tristezza per la chiusura di un teatro storico, particolarmente vocato alla musica. Nei miei ricordi rimarranno due o tre strepitosi concerti di Paolo Conte, l'ultima tournèe di Fabrizio De Andrè (a lato il biglietto, che conservo tra le cose più care), il trio di Keith Jarrett, i Chieftains, un concerto a sorpresa di Fabio Concato (me lo regalò mia moglie, a cui piace, e fu una delle nostre prime uscite insieme). E ricorderò per sempre la cinquantina di persone, tra cui il sottoscritto, con le orecchie incollate alle porte di sicurezza che danno su viale Monte Grappa. Noi fuori, e dentro Springsteen. Fu emozionante, comunque.

Quanto ai parcheggi, è l'ennesimo sintomo di come l'Italia tratti i propri beni culturali. A Pompei, l'incuria; a Milano, l'incapacità di trattare un appalto come si deve. Vicende come questa mi confermano che il problema non è di fondi alla cultura, ma di cultura e basta.

venerdì 11 febbraio 2011

Stefano Bollani, il giocoliere

Stefano Bollani è tra i migliori pianisti in circolazione, almeno nell'ambito del jazz. L'unico momento in cui l'ho sentito misurarsi con un artista catalogato nell'ambito "classica" è stato quello della Rapsodia in Blu di Gershwin, con Riccardo Chailly e la Gewandhaus Orchestra di Lipsia. E il nome dell'autore dice quanto ancora di jazz ci sia in quel disco.

Stefano Bollani, soprattutto, è un giocoliere. Del jazz maneggia con cura estrema la capacità di improvvisare su qualsiasi tema, e di rileggerlo non solo secondo i codici di quella musica (lo swing, le blue notes, le sincopi, la fantasia armonica), ma anche secondo altre grammatiche.

Un esempio è nel video lì sotto. Si tratta di un frammento di una Lezione di Musica tenuta dallo stesso Bollani al Parco della Musica di Roma nell'aprile del 2009. Due ore a parlare di rapporti tra classica e jazz, parlando di Stravinsky e Ravel, suonando Milhaud, Gershwin, Joplin. E chiudendo con un tema caro a chi è stato bambino negli anni Ottanta.



Quattro minuti di musica. Quattro minuti per svelarne la magia - se ancora ce ne fosse bisogno. Quattro minuti per ridere, e poi rimanere interdetti da tutto quello che il pianista riesce a tirar fuori da una melodia pazzescamente infantile. Quattro minuti per pensare che la musica è come il pongo, e che quando finisce nelle mani di un giocoliere puoi aspettarti di tutto.

giovedì 10 febbraio 2011

Bob Dylan: "Io sono le mie parole". E la musica?

04:54 Posted by Igor Principe , , , , , 9 comments
"Io sono le mie parole". Così Bob Dylan su se stesso. Reazione istintiva: "Ma come, non sei un musicista?"

Parte da qui una riflessione che è già stata oggetto di un post su Manta-Ray, animata da una domanda: nella canzone, prima la musica o le parole? Lo so, è una domanda pericolosa, ci si può avvitare in sofismi inutili per affermare opinioni assolute - la musica; no, le parole - che, secondo me, non hanno ragione di esistere.

Io credo che musica e parole formino un corpo unico. A questo sono giunto dopo averne discusso con Martchelo (il titolare di Manta-Ray), che propende per il peso assoluto della musica, almeno nel pop. Nel nostro scambio di opinione, io sostenevo la centralità del testo. Dopo qualche pensiero in più, mi rendo conto che dibattevo da una prospettiva limitata. E che le cose sono, come sempre, più complesse di come appaiano.

Il punto è: cos'è che fa grande una canzone? Il testo, la musica? La risposta non c'è. La grandezza è nell'estro dell'artista, nella sua originalità, nella sua arte. Che può riguardare sia il testo che le note. Ora, i "musicofili", che di solito non amano i cantautori, sostengono che le loro canzoni non siano musica, ma qualcos'altro. Poesia, forse: ma non musica. E i "parolofili", che di solito non amano le canzonette, sostengono che le popstar producano brani da ascensore o da aeroporto.

Non mi convince. Ho l'impressione che gli uni e gli altri si perdano il meglio dei rispettivi ambiti. Blowin' in the wind ha scosso le coscienze basandosi su tre accordi, facendo di Dylan un epigono di Omero (che l'Iliade e l'Odissea le cantava, non le recitava, e lo faceva su un'armonia meno che elementare): è una gran canzone. Bohemian Rapsody racconta una storia improbabile, ma su una musica intrisa di genialità: è una gran canzone.

Insomma, l'uno non nega l'altro. Se così fosse, Paolo Conte sarebbe la negazione di se stesso, capace di raccontare l'epica del ciclismo con Bartali (testo sublime su una marcetta facile facile) e di mettere del jazz elegantissimo sotto un non-testo (Macaco).

"Quindi, per quel che importa, per me; canzone= musiche+parole (non necessariamente in ordine)". A dirlo non sono io, ma Federico, in uno dei commenti al post di Martchelo. Alla fine, ha ragione lui.

mercoledì 9 febbraio 2011

A Parigi, Mozart compone il futuro

03:52 Posted by Igor Principe , , No comments
Nel maggio del 1778 Wolfgang Amadeus Mozart è a Parigi. E non ci si trova bene. Ma questo non gli impedisce di esprimere il proprio genio. Anzi, il malessere sembra ispirarlo.
Nella capitale francese compone la Sonata in Fa maggiore K 332. Ma potremmo dire che compone il futuro. Mozart non si inventa nulla di particolarmente complesso (è letteratura per pianoforte che si può serenamente affrontare dopo 2 o 3 anni di studio), ma in due punti anticipa prima l'Ottocento, poi il Novecento.

Tutto questo non lo dico io. Lo dice Cesare Picco nel suo blog, di cui ho già parlato. Ora, non è che ogni volta in cui Picco pubblicherà un post io lo riprenderò. Sarei tentato di farlo, perché gli spunti sono sempre interessanti; ma non sarebbe onesto. Però questa volta non ho potuto trattenermi, anzitutto perché quando qualcuno riesce a divulgare cultura in modo piacevole e originale, merita che lo si segnali. (consiglio sottovoce: perché, caro Cesare, non tieni un corso di storia della musica? Ci sarebbe la coda per ascoltarti).

E poi perché mi suggerisce una domanda: quanto si crea dal nulla, e quanto si copia? Sì, l'ho messa giù brutale, ma è questo che mi chiedo dopo aver visto il video post di Picco e aver riascoltato bene quella Sonata. L'anticipo di due epoche, si diceva. L'orecchio attento riconoscerà, ad un certo punto, l'incipit de La donna è mobile; quello ancor più attento, il giro armonico de Le foglie morte. Una delle arie che segna l'Ottocento; uno dei brani che marchia il Novecento (non solo la canzone popolare francese, ma anche il jazz).

Picco - mi pare – propende per l'idea della copia: Verdi prima, e Kosma poi, hanno ripreso quei frammenti e li hanno fatti propri. Io, francamente, non lo so. Forse preferisco stupirmi davanti alle infinite possibilità della musica, all'idea che una melodia sonnecchi per uno o due secoli prima di svegliarsi con addosso un altro vestito, il frac della lirica o il maglione nero dell'esistenzialismo, e riproporsi alle orecchie del pubblico. O forse preferisco sbalordirmi cullandomi su una follia: immaginare che Mozart, genio supremo, sapesse già tutto. E che, coscientemente, avesse scritto quei passaggi sapendo quanto futuro vi fosse dentro.   

martedì 8 febbraio 2011

Latino-americana: non solo salsa e merengue

Bacalov e i profumi della gaiezza latino-americana.  Si intitolava così la serie di tre concerti che Luis Bacalov (noto ai più per la colonna sonora del Postino, premiata con l'Oscar) ha tenuto all'Auditorium di Milano con l'Orchestra Verdi. In programma: la prima assoluta di un concerto per pianoforte e orchestra dello stesso Bacalov; Estancia, di Alberto Ginastera; Sensemayà, di Silvestre Revueltas; El Salon Mexico, di Aaron Copland.

Un programma che dice molto di cose di cui poco si sa. Una tra tutte: la musica-latino americana non è solo salsa e merengue.

Guardando ai suoni di quel continente si è vittime di riflessi pavloviani. Complice la diffusione di scuole di danza e di locali a tema, si sta radicando l'idea che ai Caraibi ci siano solo salsa e merengue, in Brasile samba e bossa nova, in Argentina solo il tango, in Messico solo chitarre e ai-ai-ai-ai!

La realtà è diversa. Non si può negare che quanto sopra sia il biglietto da visita con cui quei Paesi si presentano al mondo in ambito musicale. Ma limitarsi ad essi sarebbe come dire che in Italia c'è solo la tarantella, o in Francia la chanson.

Non solo salsa e merengue, allora. Ma cos'altro? Il choro, per esempio, radicatissima nella cultura popolare brasiliana; o la zamba, diffusissima tra Argentina, Uruguay e Bolivia. Per non dire dell'habanera. E questo solo per stare al repertorio, diciamo così, folk.

C'è poi un universo di suoni che riguarda il repertorio cosiddetto colto, che da quelle suggestioni ha tratto pagine bellissime. Il programma del concerto di Bacalov ne è un esempio: basti pensare allo statunitense Copland ispirato dai colori del Messico. Penso anche a Ignacio Cervantes e alle sue danze cubane.

Insomma, un mondo da scoprire. A cominciare, magari, dall'argentino Alberto Ginastera. Sotto c'è un frammento di Estancia: suona l'Orchestra Simon Bolivar, diretta da Gustavo Dudamel.

lunedì 7 febbraio 2011

Jack White: un futuro targato Morricone

Il 2 febbraio i White Stripes hanno comunicato la fine del sodalizio artistico. In rete si è diffusa tristezza – inconsolabile quella di Martchelo, per dire di un blogger che di indie ne sa. Ma forse c'è da stare allegri.

Mi spiego: non sto gioendo alla fine del duo di cui, come credo i più, conosco solo quella Seven Nation Army che fece da colonna sonora alla vittoria dell'Italia nel mondiale di Germania 2006. Dico che c'è da stare allegri perché nel futuro di Jack White (che con la ex moglie Meg costituiva il duo) c'è un progetto affascinante. Si chiama Rome, ma significa Morricone.

Ne scrive approfonditamente Paolo Giordano su Soundcheck: un gruppo di artisti, tra cui spiccano White e Norah Jones, sta lavorando a un disco (in uscita a marzo) che omaggia l'immenso Ennio e la sua opera. E lo fa – qui sta il bello – non rileggendo la sua musica, ma creandone di nuova che ad essa si ispira inequivocabilmente. Gli artisti (prodotti dall'italiano Daniele Luppi, compositore molto apprezzato all'estero anche nella veste di produttore: i cervelli in fuga non sono solo ricercatori universitari) hanno ascoltato e ascoltato Morricone (ce n'è da ascoltare: ha scritto 400 colonne sonore e migliaia di arrangiamenti. Uno tra tutti: Sapore di sale), poi si son messi a suonare.

Ne è uscito qualcosa di cui c'è un assaggio nei 4 minuti disponibili su Soundcloud, da ascoltare senza impazzire nell'indovinare passaggi di Giù la testa o di C'era una volta in America. Ci sono e non ci sono, com'è normale in musiche che nascono da echi di altre. Quel che conta, in questo caso e comunque dopo un semplice assaggio, è una cosa: buona musica genera buona musica. Non è sempre così, ma quando accade c'è di che gioirne.  

venerdì 4 febbraio 2011

Mo' Better Blues: il jazz secondo Spike Lee

04:25 Posted by Igor Principe , , , 1 comment
Dopo Bird, un altro film con cui farsi un'idea del jazz è Mo' Better Blues, diretto da Spike Lee. Non c'è alcunché di autobiografico, anche se pare che la storia del protagonista (Denzel Washington) sia ispirata alla vita di Cole Porter. Eppure, l'unico jazzista espressamente richiamato in alcune scene è John Coltrane.

Comunque, il film racconta la vita di Bleek Gilliam (Washington) e del suo quintetto, piuttosto in auge sulla scena newyorchese. E di tante altre cose:

- Il talento. Prima scena: il piccolo Bleek, invece di andare a giocare a baseball con gli amici, è costretto dalla madre a esercitarsi con la tromba. Lui dice di odiarla, ma la suona. Seconda scena: Bleek è adulto, suona in un locale e tutti lo osannano. Pensi: ecco, aveva ragione la madre. Invece, aveva ragione lui.

- Lo studio. Aveva ragione Bleek perché puoi studiare quanto vuoi, ma il talento è altro. In una scena, una delle due bellissime donne che si contendono il nostro gli piomba in casa nell'ora dedicata all'esercizio. Lui non ne è felice, e le dice una cosa tipo: "se voglio combinare qualcosa, devo organizzarmi". Alla fine prevale la disorganizzazione di un amplesso. Ma il punto è che Bleek sa di non essere all'altezza del suo rivale (anche in amore) Shadow (Wesley Snipes), il sassofonista. Quello che suona da dio, e senza aver bisogno di troppo studio. Quello che cerca di far le scarpe a Bleek.

- Il razzismo. C'è, ma al contrario. Il batterista ha una donna. E' francese, è bianca. Il gruppo tenta di isolarla. Lui la porta ad una prova, e loro insorgono: "lo sai che nelle prove le donne non sono ammesse". "Lo dite solo perché è bianca". E via alla rissa, che si chiude a risate con foto di bellezze nere attaccate agli specchi al grido di "queste sì che sono donne!".

- New York. C'è, ma è quella di Brooklyn. Un posto bellissimo.

- L'amicizia. Spike Lee interpreta anche il manager di Bleek. E' divorato dalla malattia del gioco: scommette anche le mutande, continua a perdere, è indebitato fino al collo. Una sera vengono a prenderlo per gonfiarlo di botte. Bleek lo difende, e le botte le prende lui. Si rompe le labbra, per mesi non può suonare. Poi riprende, torna sul palco con il gruppo, di cui ora Shadow è il leader e la fanciulla di cui sopra la cantante. Bleek suona, ed è un fiasco. L'amicizia ha distrutto una carriera.

- L'amore. Bleek esce dal locale in lacrime, e corre dalla sua fidanzata storica, mentre la fanciulla di cui sopra continua a cantare, felice di essere arrivata dove voleva. Lui chiede alla sua bella di salvargli la vita, lei resiste. Poi cede. Seguono nozze e figli. Viva la vita, e in culo il jazz.

- La musica. Gli attori fingono di suonare cose che, in realtà, sono eseguite dal quintetto di Brandford Marsalis. Ed eseguite benone.

- L'antisemitismo. I gestori del locale in cui suona il gruppo (intrpretati dai fratelli John e Nick Turturro) sono ebrei e tirchi. La cosa suscitò polemiche; ridicole, secondo me. Di antisemitismo non c'è traccia.

Per tutte queste cose, è un film che consiglio di rintracciare. Questo è il brano che gli dà il titolo.

giovedì 3 febbraio 2011

Riccardo Chailly, Filarmonica della Scala, 6 febbraio 2011: qualche motivo per andarci.

Riccardo Chailly dirigerà la Filarmonica della Scala domenica 6 e lunedì 7 febbraio 2001. Qualche motivo per non perderselo (soprattutto il primo dei due concerti).

1) Perché si tratta di una prova aperta. Questo non significa che il maestro interromperà di continuo l'orchestra per sistemare o rifinire l'esecuzione. Ma potrebbe accadere, e allora diventa interessante assistere alla costruzione del suono, alla comunicazione di un'idea e alla sua realizzazione, a far sì che un'ottantina di persone suonino come una sola. In altre parole, al verificarsi di un puro atto creativo.

2) Perché l'incasso della prova aperta sarà devoluto alla "Comunità nuova", associazione non profit dedita all'accoglienza e al recupero di tossicodipendenti.

3) Perché il programma prevede la Sinfonia n. 7 di Dvorak e il Concerto n.1 per Pianoforte di Tchaikovsky. Due capolavori: noto anche ai rocker il secondo, meno conosciuto ma non meno bello il primo.

4) Perché almeno una volta nella vita alla Scala ci si deve andare. Affacciarsi nella sala del Piermarini toglie il fiato.

5) Perché Chailly è un grande direttore. E non parlo solo di qualità musicali, ma soprattutto umane. Mi permetto un aneddoto: anni fa lo intervistai. Mi colpì una considerazione: "Ho diretto il mio primo concerto a 14 anni, in un'indecente precocità".
"Perché indecente?", chiesi.
"Perché se a quell'età avessi giocato un po' di più a pallone, sarebbe stato meglio".
"Ma non sarebbe diventato Riccardo Chailly", obiettai. L'espressione che ne seguì mi disse che non l'avevo convinto.

Ecco, un musicista così - lontano dal considerarsi un predestinato, capace di dubitar di se stesso - merita di essere ascoltato.

mercoledì 2 febbraio 2011

Giovanni Allevi: provi a difenderlo, e scopri che non ci riesci

06:14 Posted by Igor Principe , , No comments
Giovanni Allevi ha suscitato una nuova polemica. Non per colpa sua, ma per colpa della Rai che gli ha affidato la reinterpretazione dell'inno di Mameli. La Stampa ha raccolto alcune considerazioni di personalità della musica cosiddetta "colta", e il coro è unanime: vergogna!

I più arrabbiati parlano di "acme della vergogna per la bistrattata cultura italica". I più moderati di "idea mistificatoria" di cultura. Ora, che Allevi non mi convinca l'ho già detto. Ma quando gli attacchi diventano così forti, mi scatta dentro un istinto garantista da avvocato d'ufficio che mi spinge a tracciare una linea di strenua difesa.

Oggettivamente, dov'è lo scandalo? Non stiamo parlando di Vasco Rossi sul podio dell'Orchestra Sinfonica della Rai, o di qualunque altro musicista che non abbia un curriculum adeguato. Parliamo di uno che in Conservatorio ha preso un diploma in strumento e uno in composizione e direzione d'orchestra. Quindi, la forma è rispettata.

Inoltre, parliamo di un pianista che ha Chopin tra i propri numi tutelari. Ciò dovrebbe rassicurare anche quegli ultimi tromboni per i quali ascoltare musica leggera è sintomo di deriva verso l'Apocalisse: Allevi potrebbe essere un viatico per la scoperta del repertorio  classico da parte di chi non vi è avvezzo.

Insomma, ecco due buone ragioni per le quali lo stridor d'archetti contro l'Allevi nazionale mi sembra esagerato. Poi, però, leggo alcune cose. Per esempio, che non ha il pianoforte a casa perché lui sale sul palco e suona (chiosa di uno degli indignati di cui sopra: "Si sente che non studia". Dagli torto).

O questa: "L’Inno di Mameli per me è come il Natale, fa parte della mia identità genetica e mi piace perché è pieno di slancio entusiastico. Stiamo vivendo un’epoca non di crisi ma di transizione verso un nuovo Rinascimento» (visti i tempi, c'è da immaginare un rinascimento jazzistico, che com'è noto ebbe una delle sue migliori espressioni nei bordelli di New Orleans).

Oppure questa: "Sono diventato direttore guardando il maestro Riccardo Muti su Youtube" (tratta da Popstar della Cultura).

E concludi: caro Giovanni, trovati un altro avvocato. Io devo stare su Youtube a cercar di Morricone. Un giorno scriverò colonne sonore, e vincerò l'Oscar.

martedì 1 febbraio 2011

PJ harvey e i compositori di guerra

05:55 Posted by Igor Principe , , , , 2 comments
Quando PJ Harvey si domanda dove siano "i compositori di guerra", avverto disagio. La cantante inglese se lo è chiesto nel corso di un'intervista - ripresa da Rockol - dedicata al suo ultimo disco, Let England Shake, in cui di guerra trattano un bel po' di brani.

Si legge su Rockol: "Mi sono chiesta se vi fosse un posto di lavoro come corrispondente ufficiale di canzoni di guerra, perché so che ci sono i poeti di guerra e gli artisti di guerra. Quindi ho pensato: beh, e dove sono i compositori di guerra?".

A me pare che i compositori di guerra ci siano da sempre. Alcuni esempi:

- Ludwig van Beethoven. Tedesco, autore della Sinfonia n. 3 "Eroica". L'eroe è Napoleone, uno che con gli eserciti aveva un certo feeling (poi Beethoven ritirò la dedica).

- La musica turca degli yani çeri, cioè le giovani truppe. Per noi sono i Giannizzeri, che arrivarono in Europa accompagnati da fanfare letteralmente battagliere: volume altissimo, percussioni tonitruanti, oboi capaci di stridore lancinante. C'era darsela a gambe prima delle sciabolate.

- Richard Wagner. Tedesco, divenne suo malgrado compositore di guerra grazie  ai galantuomini legati al nazionalsocialismo, che si inebriavano di Walkiria e Tannhauser sognando di dominar l'Europa. Un'accoppiata micidiale, capace di far ribollir di furore bellico anche un mite clarinettista di New York.

- Fabrizio De Andrè. Genovese. Autore de la Guerra di Piero. Di come, se c'è da morir battagliando, sia meglio farlo in inverno.

- Francesco De Gregori. Romano. Autore di Generale. Di come la guerra è bella anche se fa male.

- Robert Zimmermann (aka Bob Dylan). Statunitense. Autore di Blowin' in the wind. Di come una canzone francamente noiosa sia capace di diventare un monumento.

- Edwin Starr. Statunitense. Autore di War. Di come la guerra significhi la distruzione di vite innocenti (e di come il tuo brano, messo in bocca ad un connazionale, conosca il successo globale).

- George Alan O'Dowd (aka Boy george). Autore di The War Song. Di come la guerra è stupida e la gente è stupida (e conciarsi in quel modo è da illuminati, eh?) (lo dico con affetto: mi piacevano, i Culture Club).

- Piero Pelù, Luciano Ligabue, Lorenzo Jovanotti. Autori di Il mio nome è mai più. Di come "mai più anche trittici come questo, per favore".

Mi fermo qui. Consiglio per l'artista PJ Harvey: perché non promuovere il proprio disco con meno baldanza? Così, giusto per non far venire voglia di non ascoltarlo.