Musica, senza steccati

sabato 19 febbraio 2011

Festival di Sanremo: il 1996 (1)

Il Festival di Sanremo del 1996 è uno squillo di tromba nel silenzio più profondo. E a darlo provvedono gli EELST, ovvero gli Elio E Le Storie Tese. Cantano La terra dei cachi, e arrivano secondi. Davanti a loro, la coppia Ron-Tosca, con Vorrei incontrarti tra cent'anni.



L'edizione 1996 fu uno squillo di tromba per molti motivi. Anzitutto, per le performance di Elio: una volta è su un palco con un braccio finto; un'altra, lui e i suoi sodali sono vestiti come i Rockets. Poi perché si disse che gli EELST non vinsero grazie a una manovra di Pippo Baudo, che modificò i voti finali pur di far vincere una canzone classicamente sanremese. Poi perché la vittoriosa canzone sanremese fu accusata di doppio plagio: da Shakespeare (il verso iniziale è lo stesso di un sonetto del sommo britannico), dagli Extreme (l'arpeggio di chitarra iniziale richiama fin troppo quello di More than words).

Insomma, fanfare a pieno regime. Fu fanfara anche per me, che tornai a interessarmi al Festival proprio grazie agli EELST, per i quali tifavo come un indemoniato (tornai a interessarmene anche per un motivo di cui dirò domani). Caustici e bravissimi, Elio e compagnia rappresentavano un sano sberleffo alla retorica festivaliera. A loro modo, erano paladini di tutti coloro che in Sanremo vedevano un evento tanto tonitruante quanto anacronistico. Un evento inutile.

La mia avversione si fondava anche su altre ragioni. Già dall'88, grazie alla scoperta della "storia della musica", Sanremo cominciava ad apparirmi come un contenitore musicale lontano dalla mia sensibilità. Otto anni più tardi - durante i quali la musica è stata nella mia vita con i sabati in sala prove a spremersi di blues e rock, la folgorazione per il jazz e un anno di relativi studi alla Civica di Milano con Enrico Intra, Franco Cerri e Sante Palumbo, l'esame di teoria e solfeggio, gli studi classici per un quinto anno di pianoforte mai sostenuto, il mai sopito interesse per la classica (diventato amore più tardi), qualche piccolo esercizio di composizione e arrangiamento, la canzone d'autore e le sue radici (gli chansonnier), la scoperta di tango, fado, bossa nova, i primi articoli musicali per un quindicinale di Sesto San Giovanni -, otto anni più tardi, dicevo, Sanremo era una trasmissione televisiva da evitare o, alla peggio, da lasciar scorrere in un distratto sottofondo ad altre attività.

E così è rimasto, dal 1997 ad oggi. Non che lo eviti del tutto: di solito il giorno dopo una serata mi trovo a cercar qualcosa su YouTube. Inoltre, credo che canzoni sanremesi come Sentimento, o Di sole e di azzurro, o Un discorso in generale siano delle gran canzoni. E in una serata come quella di giovedì scorso, dedicata ai 150 anni dell'Italia, mi ritrovo davanti alla tv ad ascoltare, ad apprezzare (Vecchioni) e a immaginare la salma di Giuseppe Verdi che si infuria (Al Bano). Ma non posso non pensare al declino del Festival come momento musicale e al suo essere solo evento televisivo. E' ovvio che sia così: come la musica, da quindici anni, non riesce più a identificare un'epoca attraverso il suo sound, così Sanremo non riesce a restare nella storia e nella memoria.

A meno che non ci suoni... ne parliamo domani.

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