Musica, senza steccati

martedì 22 febbraio 2011

Vecchioni, Napoli e Sanremo

Benigni esegeta dell'inno di Mameli; Luca Bizzarri contro l'insopportabile obbligatorietà morale della "bipartisaneria". Fuori dalla musica, sono stati questi i momenti più alti del Festival di Sanremo 2011. Dentro la musica, per quel poco che ho visto, l'apice si è raggiunto con Roberto Vecchioni. Ma non con Chiamami ancora amore (sui cui Luca Sofri ha scritto un post caustico e ricco di spunti), bensì con l'omaggio a Napoli.

Detto che, pur di genitori napoletani, la pronuncia del "prof" non è proprio quella di uno di Mergellina, la sua O surdato nnammurato è una delle più belle mai cantate. Vecchioni prende una canzone che invita a nozze gli amanti della napoletanità sguaiata e le regala la discrezione della poesia senza farle perdere di intensità.



E' un'operazione non facile, ma obbligatoria per restituire a quella canzone, e in generale a quella napoletana, la dignità di cui è intrisa. Sulle note di Napoli vive un equivoco madornale: l'idea è che siano tutte - tutte! - canzoni pensate per un'eterna festa. E allora le si canta urlando e lanciandosi in vorticose e ridanciane tarantelle, partecipi di una eterna festa organizzata per burlarsi della noia della vita. Non è così, e l'esempio di Roberto Murolo ne è una prova scientifica.

Vecchioni non snatura O Surdato nnammurato, ammorbidendola più del dovuto. Ne conserva l'incedere ritmico, ma lo affida a un tamburello e al pizzicato dei violini, lasciando che chitarra e mandolino facciano da colonna al brano preservandone il mood partenopeo. Quanto alla voce, è intensa e partecipe, vigorosa nel ritornello ma non sguaiata. Perché, comunque, quello è il canto di un soldato al fronte nella Prima Guerra Mondiale, che si strugge di nostalgia per il proprio amore, e che esorcizza con un inno alla "vita, vita mia" l'idea della morte, compagna della quotidianità della trincea. Dove le urla sono bandite.

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