Musica, senza steccati

giovedì 31 marzo 2011

Tela di Ragno: i migranti secondo Gianmaria Testa

Gianmaria Testa è una mia vecchia passione. Faceva il ferroviere, come mio padre, i miei nonni e una mezza dozzina di altri parenti, e smessi i turni scriveva canzoni. Ha vinto due volte il Premio Recanati, la Francia l'ha scoperto, ha suonato all'Olimpia di Parigi, e poi l'Italia si è accorta di lui. Inevitabili i paragoni con Paolo Conte: entrambi piemontesi (Testa è di Cuneo), entrambi musicisti dopo aver fatto altro. Musicalmente condividono una parentela che potremmo definire cuginanza di quarto grado. Insomma, se uno di loro fosse donna potrebbero sposarsi e far figli senza conseguenze.

Nel 2006 Testa ha pubblicato un disco, Da questa parte del mare. E' un concept, cioè tratta un solo tema:  i migranti, raccontati in fuga da paesi in guerra, o sepolti sotto il crollo di una miniera, o attraverso la gioia di un parto improvviso al mercato torinese di Porta Palazzo.

In quel disco c'è una canzone, per me, meravigliosa: Tela di Ragno. Non racconta, ma definisce. Con una cinquantina di metafore in salsa blues spiega un sentimento preciso: disagio. Ciò che si prova davanti a "quello che tende la mano al semaforo rosso".

Ascoltare Tela di Ragno in questi giorni fa pensare. Cosa, non lo so. Ma fa pensare. Intanto, penso che la più bella delle metafore di Testa sia quella che dice: "Sono l'amante tenuta nascosta che chiama a Natale". Gran disagio, ne converrete.

martedì 29 marzo 2011

Montalbano e la musica

Il commissario Montalbano e la musica non hanno un rapporto intenso. Almeno, ciò è quanto appare sia leggendo i libri di Camilleri sia guardando la fiction di Sironi. Il commissario ama il silenzio delle spiagge desolate, il suono dell'acqua quando nuota, e per per cercare spunti di indagine si affida letture colte.

Nella puntata in onda ieri sera, per esempio, c'era una chiara citazione di Edgar Allan Poe. Altre volte sono stati evocati Potocki e Faulkner. Dai racconti, in particolare, emerge tutta la bibliofilia del commissario, divoratore di libri nelle sue notti solitarie.

Pure, da uno come Montalbano ti aspetteresti una vicinanza al mondo della canzone. Camilleri ha scritto che il suo personaggio è un sessantottino, magari non di prima linea ma comunque coinvolto da quel tumulto. Eppure della musica di allora non c'è traccia. Se qualche suono si affaccia nella vita del poliziotto, è suono classico.

Nella Voce del Violino - il quarto romanzo - un grande musicista ritiratosi dalle scene suona un prezioso esemplare, movente dell'omicidio su cui è incentrata la storia. Nelle Ali della Sfinge, un prete con cui Montalbano ha un colloquio lo riceve suonando Debussy, La Plus que Lente. Nel Cane di Terracotta il commissario canticchia un tema dell'Incompiuta di Schubert, complimentandosi con se stesso per aver azzeccato i passaggi. E in un altro episodio (non ricordo quale) gorgheggia di felicità sulla Bohème (Che gelida manina...).

Insomma, poca musica (ma buona). Eppure, Montalbano è una musica precisa: la sigla con cui iniziano gli episodi televisivi. L'ha scritta Franco Piersanti, tra i massimi autori di colonne sonore in Italia, ed è un imprinting. La ascolti, e vedi Luca Zingaretti muoversi nel paradiso della Sicilia sud-orientale.

Il soundtrack di Montalbano è il migliore in circolazione tra quelli delle fiction. La tradizione delle sigle da telefilm è ricca, sia tra le produzioni straniere sia tra quelle nazionali. Ma qui c'è qualcosa in più. I silenzi voluti dal regista aprono gli spazi a commenti sonori di qualità altissima, veri e propri score cinematografici.

Alcuni di essi, poi, potrebbero vivere di vita propria. Oltre alla sigla (degna, per me, del miglior Piazzolla) c'è Tenderness, cornice dei momenti più intimi, con una linea di basso che tradisce la competenza di Piersanti in questo strumento.

Forse è proprio un soundtrack così a non far sentire la mancanza delle canzoni.

lunedì 28 marzo 2011

Bach, Bahrami, Chailly: la classica sbancherà ancora?

04:58 Posted by Igor Principe , , , 2 comments
E' stato pubblicato da poco, e solo per l'Italia, un cd con i cinque Concerti per pianoforte e orchestra di J.S. Bach. Il solista è Ramin Bahrami, il direttore è Riccardo Chailly, l'orchestra è il Gewandhaus di Lipsia. C'è da chiedersi se anche questo disco sbancherà le classifiche del pop come ha fatto il precedente lavoro di Chailly con l'ensemble tedesco, la Rapsodia in Blue (più altro) con Stefano Bollani al pianoforte.

Potrebbe capitare. Oltre alla presenza di due degli stessi ingredienti della precedente, fortunata formula, altri elementi fanno supporre che si sia sulla stessa strada.

Uno è Ramin Bahrami. Siamo agli antipodi da Bollani: questo jazza anche i Puffi, quello è un integralista bachiano  che, se suona Mozart o Chopin, prova rimorsi da scappatella (come dice in questa intervista da Fazio). Tuttavia, Bahrami è con Lang Lang il pianista di punta di questi tempi. L'impatto mediatico è minore, ma aver sfidato, senza uscirne perdente, il sommo Glenn Gould con le Variazioni Goldberg gli ha dato un certo lustro anche oltre la cerchia della classica. Insomma, il nome è di indubbio richiamo.

L'altro è J.S. Bach. Come Gershwin, è un autore da riscoprire. Lo ripeto per chi non abbia capito bene: è un autore da riscoprire. Lo so, sto parlando di uno dei massimi geni artistici della storia umana. Uno di quelli che sposta in avanti l'asticella della storia rinnovando le leggi in vigore e obbligando i posteri a seguirle. So tutto questo. Tuttavia, credo dovrebbe essere conosciuto più di quanto sia.

Anche Bach, infatti, subisce lo stesso servizio toccato ad altri tre giganti, e cioè aver scritto milioni di note ed essere universalmente conosciuto per non più di cinque di esse. Uno è Mozart: Eine Kleine Nachtmusik. L'altro è Beethoven: Sinfonia n. 5. Quindi, Verdi: Va' Pensiero. Aggiungo per eccesso di puntiglio, rispettivamente: Sinfonia n.. 40, Per Elisa, La Donna è Mobile. Idem per Bach: Toccata e fuga in re minore. Il resto, è buio totale.

C'è altro, ed è così tanto è che quasi impossibile parlarne. Ma se un direttore come Chailly ne parla come di qualcosa di inaffrontabile, per un giovane musicista; se un jazzista come Jacques Loussiers e un contemporaneo come Cesare Picco ne cavano riletture intriganti; se in un celebre saggio viene affiancato al matematico Goedel e al pittore Escher per le implicazioni matematiche della sua musica; se un suo frammento finisce addirittura nella compilation classica di Fabio Volo; insomma, se tutto questo, allora su Bach bisogna lavorare di divulgazione.

Ecco, la matematica, odiata dai più spesso grazie ad insegnanti incapaci di insegnarla senza indugiare in aridità. Allo stesso modo credo funzioni per Bach. O almeno, questa è la mia esperienza: quando studiavo le Invenzioni a due voci mi sentivo sotto tortura, come quando dovevo cercare di capire (invano) integrali e derivate.

Poi un giorno ho ascoltato questa cosa qui, e mi sono commosso. E pure un po' arrabbiato: dov'era questo Bach quando mi toccava studiarlo?

PS: ho scritto un po' tanto. Scusate, ma dopo tre giorni di silenzio ne avevo gran voglia.

giovedì 24 marzo 2011

Benzina al Fus (in senso letterale)

06:32 Posted by Igor Principe , , 2 comments
Nel giorno in cui Giancarlo Galan è nominato ministro della Cultura al posto di Sandro Bondi, il governo decide di reintegrare il Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo) e trova i fondi per farlo aumentando di 2 centesimi il prezzo della benzina.

(Breve inciso: quando ho parlato di Tremonti e del suo presunto marxismo Martchelo mi ha bacchettato su Facebook, dicendo che ho sporcato con la politica un bel blog. Lo ringrazio per il complimento, e aggiungo che mi dispiace dargli un nuovo dispiacere, ma penso di dover tornare sulla questione).

C'è da esserne lieti? Secondo Gianni Letta, sì. Secondo me, no. Si può essere forse solo un po più sereni. E' come quando hai un'ernia: puoi imbottirti di analgesici, ma se non ti operi il problema non si risolve. Bene, la tassa sulla benzina per la cultura è un analgesico, ma con fortissime controindicazioni. Potrebbe portare allergia.

Non credo ci voglia un genio della psicologia per capire che lavorare sul prezzo di un bene già ingiustificatamente alto, e in un periodo in cui il petrolio gioca al rialzo, alimenta la diffusione di questo ragionamento: "Ma perché devo pagare per la cultura, per i teatri, per la musica, per i cinema e per tutte queste cose qui, che già si fatica ad arrivare a fine mese?".

E' un ragionamento che non condivido, ma che non mi sento di condannare. Non è obbligatorio che tutti abbiano la passione delle arti e che le avvertano come essenziali alla vita, e non solo come semplice intrattenimento. Ma è obbligatorio che lo Stato italiano, proprio per la forza del patrimonio culturale di cui il Paese è titolare, adotti una politica che porti in primo piano la tutela e la promozione della cultura. E' obbligatorio che lo Stato italiano, cioè chi ne guida le istituzioni, capisca che quanto sopra è il nostro petrolio e  che le ricadute economiche di un suo adeguato sviluppo giovano a tutti. E' obbligatorio che lo Stato italiano smetta di ragionare come Marx (struttura = utile; sovrastruttura = orpello) e cambi radicalmente rotta potenziando l'economia della cultura portandola a essere uno dei motori principali della macchina Italia.

Se così facesse, chi ragiona come sopra smetterebbe di farlo perché capirebbe l'importanza del sostegno pubblico alla cultura, e accetterebbe più serenamente misure urgenti come quella adottata ieri. Perché non è in discussione la sua urgenza; è in discussione la sua modalità. Certo, se il governo avesse deciso prima di tagliare tutte le incredibili accise della benzina (TUTTORA gravata dal finanziamento della Etiopia del 1935; della crisi di Suez del 1956; del disastro del Vajont del 1963; dell'alluvione di Firenze del 1966; del terremoto del Belice del 1968; del terremoto del Friuli del 1976; del terremoto dell'Irpinia del 1980; della missione in Libano del 1983; della missione in Bosnia Erzegovina del 1996; del rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004) e poi di tassare TEMPORANEAMENTE la cultura, allora sarebbe stata una pillola senza controindicazioni. Ma così, è follia che si aggiunge alla follia.

Ma tant'è. prendiamoci 'sta pillola, però poi basta. Urge politica. Alta politica.

mercoledì 23 marzo 2011

Youtube e le nuove forme di creatività musicale

07:16 Posted by Igor Principe , , , No comments
Ho visto sul Post il video lì in basso e un riflesso pavloviano mi ha portato ad una vecchia canzone di Jovanotti, Parola. Inizia così: "Se tutti i grandi libri qualcuno li ha già scritti, se tutte le grandi frasi qualcuno le ha già dette, se tutte le grandi canzoni le hanno già cantate, mi chiedo ragazzi voi che cosa fate?".



Il musicista che ha realizzato il video - l'israeliano Kutiman - ha cercato qui e lì sulla rete e ha dato vita a un piccolo capolavoro. In pratica, ha scritto una canzone scritta da altri. Un mosaico inconsapevole, nel senso che ciascuno di coloro che vi prende parte non sa di esserne una tessera, e totalmente nuovo.

Pensiamoci. Ogni nuova canzone è, appunto, nuova. Ma il procedimento di composizione è quello di sempre: penso una musica, un testo, metto insieme, arrangio, rifinisco. Poi c'è il nuovo che nasce dalla reinterpretazione: Someday my prince will come smette di essere la canzone di Biancaneve e diventa grande jazz.

Qui c'è un nuovo tutto suo. C'è gente che ha fatto musica per fatti propri e ignorandosi bellamente a vicenda. Kutiman stralcia frammenti e li cuce insieme facendone un corpo unico. Fa come le americane di un tempo, che cucivano la coperta del corredo di una futura sposa con frammenti di altre coperte.

Ora, non credo che ciò possa diventare nuova norma compositiva. Però credo dimostri due cose: 1) la creatività si esprime sempre più mettendo in rete cose già esistenti; 2) la musica è nell'aria, e se la sai ascoltare sai anche come farla tua dandole nuova vita.

martedì 22 marzo 2011

Rai 5: il ritorno del servizio pubblico

04:32 Posted by Igor Principe , , No comments
Rai5 segna il ritorno del cosiddetto servizio pubblico. Lo so, affermazioni tanto perentorie confliggono con l'esercizio del dubbio, liberale e salutare. Ma sono preso da un moderato entusiasmo e non riesco a pensare in termini meno drastici.

Per anni la Rai è stata accusata di aver sacrificato il proprio ruolo, per l'appunto, di servizio pubblico all'ansia da prestazione da Auditel. Accuse motivate e sacrosante. Non è che adesso l'atteggiamento sia cambiato: sui primi tre canali Rai si tende sempre a inseguire gli ascolti con un atteggiamento che è nella logica della tv commerciale. Ma il digitale terrestre, vivaddio, ha riaperto quegli spazi che da tempo sembravano chiusi.

In questo caso il servizio pubblico riguarda la divulgazione culturale. Mi limito alla musica e alla segnalazione di quanto segue:
1) Diretta della prima della Scala, Walkiria di Wagner, lo scorso 7 dicembre
2) Diretta del Flauto Magico di Mozart, domenica scorsa
3) Messa in onda di uno speciale sugli U2 live dal tetto della Bbc di Londra, qualche settimana fa
4) Film sulla vita di Jimi Hendrix, sempre qualche settimana fa.

Sono solo quattro esempi, ma c'è molto altro.

Si potrebbe obiettare: perché non lo fa Rai3 (nata come avamposto culturale), che è più seguita? Così queste proposte rimarranno sempre per una nicchia. Legittima obiezione, ma eccepisco l'applicazione del principio di realtà: Rai 3 subisce l'assillo dello share, Rai5 no. E' quindi il campo perfetto dove giocare la partita.

Altro appunto: perché non fare qualcosa di più? Per esempio un programma di musica dal vivo come lo fu il meraviglioso Doc di Renzo Arbore, o una versione italiana dello Storyteller di Vh1, o una belle serie di divulgazione storico musicale che unisca il rigore accademico alla capacità affabulatoria di cui fu capace Alessandro Baricco ai tempi di L'amore è un dardo.

Ecco, se Rai5 arrivasse a tanto sarebbe un'isola felice. Per ora è un'oasi nel deserto. Che non è poco, comunque.

lunedì 21 marzo 2011

Jon Bon Jovi vs Steve Jobs

05:18 Posted by Igor Principe , , , 5 comments
Jon Bon Jovi ha indagato sull'omicidio del music business e ha trovato il colpevole: l'assassino è Steve Jobs. Lo hanno scritto in molti, tra cui Rockol, dove si leggono le considerazioni del cantante americano.

Il concetto è semplice: ah, signora mia, com'erano belli i tempi del vinile, delle cassette e dei cd. Ora i barbari di internet hanno rovinato tutto. Ma vuole mettere, signora mia, come si stava meglio quando ci si attardava a spulciare tra gli scaffali di un negozio, e all'acquisto di un disco sconosciuto ti muoveva l'esercizio di fantasia dell'immaginare i suoni e le canzoni dal solo sguardo ad una copertina?

Ma vuole mettere, signora mia, quanto era bello ed educativo che i ragazzi scommettessero la propria paghetta su un disco basandosi solo sulla fiducia nei confronti dell'artista?

Ma vuole mettere, signora mia, quanto deliziosamente poetici fossero i walkman, dove far scorrere avanti e indietro il nastro per cercare la canzone che piaceva di più? E che vuole che fosse portarsi una valigia di cassette quando si andava in vacanza: la poesia è anche sacrificio.

Ma vuole mettere, signora mia, quanto fosse affascinante il mercato di cassette sotto i banchi di scuola, rovinato da queste jumbomail che ti consentono di passare all'amico tutto un disco in un click?

Ecco, questo è il senso delle dichiarazioni di Jon Bon Jovi. Ora, non ho idea del perché di tanta passione per la paleontologia discografica. Ma se su iTunes i suoi dischi non si vendono, non è colpa di Jobs (che è poi quello che ha legalizzato il file sharing: se proprio, ma se proprio vogliamo trovare un assassino, è Shawn Fanning).

Fai il musicista, Jon. E vedrai come iTunes saprà sorriderti. Le indagini lasciale alle procure.

mercoledì 16 marzo 2011

Fratelli d'Italia

05:56 Posted by Igor Principe , No comments
In realtà si chiama Canto degli Italiani, ma per tutti è Fratelli d'Italia. E' giusto che sia questa la musica di domani, per il 150esimo dell'unità del paese. Nel link lo canta Mario Del Monaco.

Non c'è molto da aggiungere a quanto detto, e in quel modo, da Roberto Benigni a Sanremo. Forse solo un ricordo. Nel 2004 mi capitò di assistere a una lezione sull'inno tenuta da Michele D'Andrea, storico e impiegato allora all'ufficio stampa del Quirinale. Venne alla Biblioteca Braidense di Milano e raccontò il Canto degli Italiani a una platea di studenti di un istituto tecnico. Un gladiatore in un'arena di leoni poteva trovarsi più a proprio agio.

Invece D'Andrea parlò per un'ora buona, e alla fine gli studenti - tra i quali il sottoscritto, fuori quota, imbucato per scrivere un articolo - furono tutti in piedi a cantare l'inno con una convinzione sincera. Con sette anni di anticipo, avevo un Benigni sui generis davanti ai miei occhi.

Ho provato a cercare quell'articolo, ma invano. Sicché di quella mattina mi restano momenti vaghi. Ricordo però che parlai con D'Andrea delle esecuzioni dell'inno, lamentandomi di quella più diffusa (la fanfara prima degli eventi sportivi) ed elogiando quella orchestrale in apertura del Concerto di Natale al Senato. Lo storico replicò più o meno così: "ma è debole, non è quella giusta. Bisogna pensare ad una cabaletta, e a come Novaro la immaginò. La prima parte è un canto che viene da lontano per svegliare le coscienze dei patrioti e chiamarli all'azione. Dopo il "paraponzipò" ritmo e musica si intensificano, i patrioti si svegliano, si cercano e rispondono alla chiamata del canto. Se non si tiene conto di questo, non si capisce il senso dell'inno".

Resto dell'idea che la versione per fanfara sia insopportabile. E che quando ci sono di mezzo gli archi e l'orchestra tutta, del nostro inno non si possa poi dir così male. E a quelli che vorrebbero sostituirlo con il Va' Pensiero vorrei dire due cose: 1) perché appropriarsi del coro degli ebrei esuli quando possiamo avere una cosa  autenticamente italiana? 2) una fanfara ve lo farebbe odiare comunque.

martedì 15 marzo 2011

Il Discorso del Re scritto da Beethoven

03:00 Posted by Igor Principe , , , 2 comments
Il Discorso del Re è il film del momento. La storia è nota: Giorgio VI diventa re d'Inghilterra dopo l'abdicazione di Edoardo VIII, pazzo d'amore per Wallis Simpson. Il neo sovrano è tutto tranne che felice: la balbuzie gli impedisce di tenere discorsi pubblici senza inciampi carichi di doloroso imbarazzo. Un eccentrico attore australiano, sedicente logopedista, lo aiuterà a superare il problema. Giorgio VI diventerà un simbolo di resistenza, faro di luce cui il popolo inglese guarda durante il buio della Seconda Guerra Mondiale.

La scelta della colonna sonora è, se vogliamo, un po' ruffiana. Sfruttando la cornice aristocratica e il pedigree dei personaggi, a farla da padrone è la musica classica. Dopo un commento sonoro iniziale abbastanza irrilevante, e comunque di stampo classico, emergono i giganti. Uno è Mozart (Overture delle Nozze di Figaro e Concerto per clarinetto; di questo, almeno, il primo movimento e non il secondo); l'altro è Beethoven.

Del buon Ludwig si ascoltano il Concerto per pianoforte n. 5, "Imperatore" e l'Allegretto (secondo movimento) della Sinfonia n. 7. Quest'ultimo è il tema centrale del film poiché accompagna, appunto, il Discorso del Re, cioè il primo discorso che Giorgio VI tiene al popolo inglese, via Bbc, dopo l'inizio della Seconda Guerra Mondiale.

Anche qui, se vogliamo, la scena è costruita in modo ruffiano. Chiusi in uno stanzino ci sono il sovrano, il logopedista e un microfono. Mentre il primo parla, il secondo lo dirige: gli dà gli attacchi, le pause, il ritmo. Sotto, intanto, scorre l'Allegretto. Non c'è alcunché di innovativo, in questo tipo di cinema. Eppure l'emozione è lì che ti si siede in braccio.

E la stessa emozione ti resta accanto anche dopo, quando a freddo ci ripensi e ti inventi una giustificazione poetica per quella scena. Entrambi, il Re e Beethoven, avevano un problema piuttosto serio: uno la balbuzie, l'altro la sordità. Affratellati nella sventura, il sovrano e il musicista celebrano la parentela nella scena clou del film. Non poteva che essere un sordo, insomma, a scrivere in musica il discorso di un re balbuziente, regalandogli un aforisma: "Solo attraverso la sofferenza si può giungere alla gioia".

lunedì 14 marzo 2011

Il Giappone, la musica e l'aplomb di Sakamoto

02:22 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Se collego le parole musica e Giappone mi viene in mente quanto segue: 1) case di legno, geishe e suoni esotici; 2) le sigle dei cartoni animati; 3) i metodi didattici Yamaha e Suzuki, inspiegabilmente elaborati da industrie produttrici di automobili e motociclette; 4) Ryuichi Sakamoto.

E' soprattutto a lui che ho pensato immaginando un omaggio musicale al Giappone di questi giorni. Sarò banale, ma se mi avessero chiesto un soundtrack ad un servizio giornalistico di commento a quanto sta accadendo laggiù avrei scelto The Sheltering Sky.

Poi, però, mi è capitato di leggere The Classifica, il consueto pezzo di Paolo Madeddu su Macchianera. Si parla di Sakamoto e del suo twitter. Questa la sequenza del giorno della scossa principale.: “Terremoto di magnitudo 7.9 in Giappone. Arriverà un grosso tsunami”. “I danni devono essere incredibili”. “Magnitudo 8.4". “I danni devono essere di milioni di dollari”.

Commenta Paolo: "Beh, quando uno sa mantenere un aplomb". Mi chiedo se, per mantenere quell'aplomb che tutto il mondo sta ammirando, i milioni di giapponesi investiti dalla tragedia abbiano pensato la stessa cosa.

Ad ogni modo, l'omaggio al Giappone diventa un altro. Quello di Cesare Picco, che quel paese lo conosce bene, che in quel paese è conosciuto bene e che a una delle opere letterarie più antiche della tradizione giapponese - Genji - si è ispirato per fare musica.

sabato 12 marzo 2011

Nilla Pizzi, una cantante impegnata

E' morta Nilla Pizzi. E' stata la prima vincitrice del Festival di Sanremo, e una delle cantanti più importanti nella storia della musica leggera italiana.

Si sa che la musica evoca ricordi e sensazioni, così mi scopro a rivivere le domeniche mattina di quando avevo tra  i 14 e i 15 anni. Spesso, il sabato, dormivo dai miei nonni. C'era con noi uno zio piuttosto appassionato di canzoni, che per un po' di tempo ha avuto la fissa dei brani degli anni Quaranta e Cinquanta. Aveva una cassetta Sony che cominciava con Papaveri e papere. Siccome era un burlone, gli piaceva metterla nello stereo alle 8 della domenica mattina, regalandomi una filastrocca con cui tirarmi su.

Allora non erano bei risvegli, soprattutto se la sera prima ti eri visto con gli amici. Visti adesso, c'è tutta la malinconia dei ricordi di momenti felici, e del pensiero che lo zio ci ha lasciati ormai cinque anni fa. Ad ogni modo, quella che per me era una canzoncina da nulla in effetti è una filastrocca ad alto tasso di satira. Leggetene la storia e la morale: è divertente pensare a Nilla Pizzi come a una cantante impegnata.

venerdì 11 marzo 2011

Tagli al Fus: ma Tremonti è marxista?

01:15 Posted by Igor Principe , , , No comments
Il mondo delle arti e della cultura è in rivolta per il congelamento di 50 milioni di euro destinati al Fus, il Fondo unico dello spettacolo. Uno strumento pessimo e indispensabile. Pessimo perché nessuno ne ha mai capito i criteri di  funzionamento, genericamente sintetizzati nell'efficace immagine della pioggia; indispensabile, perché in un sistema come quello italiano, dove il finanziamento pubblico alla cultura è centrale, senza Fus non si va da nessuna parte.

Possiamo star qui a discutere ore di riforme del Fondo, e in generale di filosofia del finanziamento della cultura. Io, per esempio, ammiro molto la defiscalizzazione degli investimenti in cultura diffusa nei paesi anglosassoni (ovvero: finanzi un museo, un'orchestra, un circo, un circolo filologico e io, Stato, detraggo quella somma dal tuo imponibile facendoti pagare meno tasse). Ma sono consapevole che ciò non sia una panacea, come dimostra un articolo del Giornale della Musica sulla chiusura delle orchestre regionali negli Stati Uniti. Il giudice finale, insomma, rimane il pubblico.

Tuttavia, questo accanimento del governo su cultura e università mi lascia senza parole. Non sono mancati, sui giornali, i retroscena su consigli dei ministri in cui Bondi e la Gelmini rimbalzavano contro il muro di gomma eretto da Tremonti a difesa delle italiche finanze, al grido di "primum vivere, deinde philosophari". D'accordo, il pragmatismo è necessario per far quadrare i conti. E la situazione che ha descritto ieri il ministro dell'Economia ad Annozero, si condivida o meno, è oggettivamente preoccupante. Pure, non riesco a credere che essa legittimi una scure tanto violenta sul quel philosophari, che è centrale per l'economia italiana.

Quella scure non si giustifica per due ragioni. Anzitutto, perché sembra che la fucina di sprechi sia solo nell'ambito culturale. Il che non è vero. E se anche lo fosse, non è con la mannaia che risolve il problema ma con una seria politica culturale di riforma sia del finanziamento pubblico agli enti culturali e sia dello stesso Fus (certo, se ci fosse un ministro in carica sarebbe meglio). In secondo luogo, perché la scure esprime l'inconsapevolezza di quel che siamo. E' inutile girarci intorno: l'Italia è anzitutto paesaggio, cultura, arte, design, musica, turismo. Certo, non manca l'ossatura industriale, dove spiccano eccellenze riconosciute a livello mondiale. Però noi siamo cultura, che non è una padellata di aria fritta, ma carburante per l'economia. E non lo dico io, ma un tale Richard Florida, che a queste cose ha dedicato un brillante saggio: L'ascesa della nuova classe creativa.

Insomma, la conoscenza e l'immaterialità sono la spinta per stare tutti meglio. Invece no, qui si continua a pensare che la stabilità dei rapporti economici esistenti - con l'aggravante dell'incapacità di pensarne di nuovi, basati proprio sullo scambio della succitata immaterialità - venga prima di tutto il resto. Si pensa ancora in termini di struttura e sovrastruttura. Si pensa come Marx, Carlo Marx.

Se le cose stanno così, allora ha ragione Berlusconi: i comunisti esistono, eccome. Lui è il primo, e Tremonti il secondo.

giovedì 10 marzo 2011

Bruce Springsteen: dvd, vinile, nuovo disco, nuovo tour

04:16 Posted by Igor Principe , , 2 comments
Dice Rockol che Bruce Springsteen sta per tornare alla grande sul mercato discografico: un disco in vinile, un dvd, un album di inediti e un conseguente tour. Da fan non proprio dell'ultima ora (volevo andare al mitologico concerto di San Siro del 1985, considerate quanti anni sono passati), dico: "troppa grazia, Sant'Antonio!".

L'ultima uscita di Bruce è di novembre: The Promise, fatto di 3 cd, 3 dvd e un booklet titanico. Se non hai nulla da fare, te lo bevi in una settimana. Ma se hai una vita mediamente normale - una famiglia, un lavoro, qualche amico da vedere, una serata a settimana da dedicare a una passione, parenti cui ogni tanto recar visita, libri da leggere e altri dischi da ascoltare - ti serve del tempo. Molto tempo. Pure troppo.

A questo aggiungiamo che pochi mesi prima il nostro ha pubblicato London Calling, gran bel dvd sul suo concerto al festival di Glastonbury del 2009. C'è bisogno di altro tempo. Molto tempo. Pure troppo.

Adesso si ventila l'ipotesi di altro materiale. Sinceramente, mi basterebbero il nuovo disco e il nuovo tour. Anzitutto perché arriverebbero nel 2012, lasciandomi del tempo (non molto) per godere delle ultime produzioni. E poi perché un po' rimpiango i tempi in cui Bruce, da un lato, si concedeva pause più lunghe, e dall'altro non saccheggiava il proprio solaio tirandone fuori di tutto.

Lo so, è un'opinione che fa a pugni con la filosofia del fan springsteeniano, il cui sogno più perverso è poter un giorno ascoltare il bootleg "Having a shower - Bruce sings New York New York". Ma rimpiango i tempi in cui il saccheggio del solaio di Springsteen era un'attività da monomaniaci, capaci di discettare per ore sul confronto tra la Racing in the street ufficiale e l'outtake di Darkness on the edge of town, recuperato su nastri pirata oggetto di un'attività da contrabbandisti provetti.

Adesso è tutto sotto l'egida ufficiale dell'etichetta discografica, con buona pace della poetica carboneria dei fans. Ora, passi per questo aspetto: nessun fan può vantare privative sul lavoro del proprio artista preferito, e se questi decide di aprire gli archivi, allora sia. Ma quello che non capisco è una frase di Rockol sulla pubblicazione del materiale già noto in forma di dvd e vinile: "Il Boss avrebbe così tutto il tempo - stando almeno alle indiscrezioni filtrate oltreoceano - di lavorare in studio fino alle fine dell'estate, giusto in tempo per pubblicare in ottobre il nuovo album di inediti da studio con la E Street Band".

Perché, se non lo fa gli manca il tempo per fare il nuovo disco? Deve tenerci buoni buoni?

mercoledì 9 marzo 2011

UAG: United Artists for Gheddafi

03:08 Posted by Igor Principe , , No comments
Notizia di qualche giorno fa: Nelly Furtado spiega su Twitter di aver cantato nel 2007 al cospetto di Muhammar Gheddafi in un hotel in Italia. Si scopre poi che altri cantanti sarebbero stati ingaggiati dal galantuomo di Tripoli per spettacoli privati: Lionel Ritchie, Beyoncè, Maria Carey, 50 Cent e qualcun altro ancora. Tutti a scusarsi, e a dire che poi i soldi li hanno dati in beneficenza. Tutti, tranne 50 Cent.

Istintivamente sto con lui. Almeno non è ipocrita. Perché quel che mi urta, di tutta sta storia, non è che ci siano andati, da Gheddafi, ma che a distanza di anni ne prendano le distanze. Come dire: "Ehi, guardate che non lo sapevo chi fosse. Pagava bene, e per solo un ora di show. Ma tranquilli, adesso do tutto in beneficenza e la questione è risolta".

No, non è risolta. Gheddafi è al potere da 41 anni e ha litigato spesso con mezzo mondo. Che non sia cresciuto alla scuola di Locke e Montesquieu lo capisce anche chi ignora chi fossero questi due. Certo, non è Ahmadinejad (o almeno, non era percepito come tale fino a pochi giorni fa) che blatera ogni due per tre di complotti ebraici, finti Olocausti e altre amenità. Ma uno che è al potere da 41 anni non è un democratico.

Quindi, o accetti che un governo autoritario (se proprio vogliamo metterla già dolce) e pittoresco ti strapaghi per il minimo sforzo, e ci vai, e poi però lo dici chiaramente ("Era un buon affare, e la musica è anche business") o non ci vai. Ma la beneficenza postuma è francamente ridicola.

Certo, uno si chiede perché una popstar gonfia di dollari debba comunque accettare un incarico di cui davvero non ha bisogno. Ernesto Assante, in una sua nota su Facebook, formula la domanda usando la parola "artisti". Ecco, secondo me il punto è questo. A costo di apparire snob, io credo che un artista non l'avrebbe mai fatto.

Un intrattenitore, sì.

martedì 8 marzo 2011

Billie Holiday, la donna simbolo del jazz

02:19 Posted by Igor Principe , , 1 comment
"Le donne odiavano il jazz, e non si capisce il motivo". Ma Paolo Conte è il primo a sapere quanto certe donne abbiano fatto grande la musica afroamericana. Dinah Washington, Bessie Smith, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Nina Simone sono i nomi cui si pensa subito. Poi c'è Billie Holiday, il simbolo di questa meravigliosa forma d'arte.

Sì, lo so: "se non sai cos'è, allora è jazz". E allora com'è possibile individuare l'espressione simbolica di qualcosa di sfuggente? Per riuscirci, basta pensare alle radici: blues, spirituals, gospel. E gli holler cantati nei campi di lavoro, sotto schiavitù. Tutto nasce da lì, anche lo swing scanzonato e leggero di Glenn Miller. E da lì viene, più di tutte, Billie Holiday.

La sua vita è riassunta qui, ed è raccontata nell'autobiografia Lady sings the blues. Dolore, miseria e stenti sono i compagni di viaggio di una voce unica, grezza e cupa, quasi rassegnata. Ma che suonava come una specie di avanguardia (absit iniuria verbis, ma io quando ascolto Amy Winehouse o Malika Ayane ci ritrovo strascichi di Lady Day).

Così legata alle radici del blues, Billie Holiday è la donna simbolo del jazz perché ricorda a tutti che la musica afroamericana è anche e soprattutto grido di denuncia. Sì, poi vennero i bordelli, le sale da ballo e i bei vestiti. Ma prima c'era l'urlo di dolore per la condanna a una "non vita". Lei non se ne dimentica, e proprio nel momento in cui la protesta sta per trasferirsi nei suoni frenetici del be-bop, decide di cantare Strange Fruit. Nei registri ufficiali della canzone è rubricata come il primo brano di denuncia civile. Parla di strani frutti che pendono dagli alberi degli stati del Sud. Leggete il testo, e capirete come dovevano sentirsi quelli che l'ascoltarono la prima volta.

Oggi sono cent'anni dalla sua nascita. Val la pena di riascoltarla, Strange Fruit.

lunedì 7 marzo 2011

Richard Galliano al Blue Note di Milano: la luce e l'ombra

00:59 Posted by Igor Principe No comments
Richard Galliano ha tenuto due serate al Blue Note di Milano con il suo trio, French Touch. Ho seguito la prima. Parliamo dell'ombra, che è nel locale. No, l'illuminazione non c'entra; parlo della regola diffusa in in tutti Blue Note del mondo: il concerto a doppio turno, un'idiozia sesquipedale. Due set da 1 ora e 15 minuti l'uno sono un coitus interruptus (non è mia, ma di Federico. Ero con lui e con altri amici). Nel momento in cui tutto è al culmine - il musicista, il pubblico, l'atmosfera - bisogna fermarsi e lasciare il posto a quelli che si son prenotati per il turno successivo. Che almeno, per civile regola di democrazia, si svolge esattamente come il primo. Se a questo aggiungi che il Blue Note si propone come tempio del jazz, e se c'è una musica che vive dell'istante offrendosi all'invenzione momentanea, allergica allo steccato del tempo prefissato, è proprio il jazz, ecco servito il paradosso.

Ciò detto, veniamo a Galliano. Non intendo recensire alcunché, non ne ho i mezzi e soprattutto non ne ho lo spirito. Perché deve essere che sto invecchiando, che non andavo a un concerto da un pezzo, che ritrovare cari amici dopo una moltitudine di anni è stato bello e singolare, che ero alla fine di una settimana ad altissimo stress, che da mesi ho riscoperto una passione per la musica che temevo sopita senza rimedio, che il mio sogno segreto è imparare la fisarmonica diatonica; sta di fatto che alle prime note (Tango pour Claude) mi sono commosso. E non poco: labbro tremulo, ho dovuto ricacciare indietro più d'una lacrimuccia.

Stessa scena per Tangaria, e non vi dico per Spleen (suonata con quel miracolo di sonorità che è l'accordina). Insomma, non sono in grado di scrivere alcunché di distaccato. Tuttavia, durante Aurore sono riuscito a ricompormi e a fare una riflessione serena. Questa: se questo blog dovesse scegliersi come icona un artista, e uno solo, direi proprio Richard Galliano. Mi sono chiesto che tipo di musica stessi ascoltando, venerdì sera. Jazz? Popolare? Folk? Classica? Sì, perché il pezzo che ha introdotto Libertango è stata una fuga di pieno sapore bachiano (Galliano ha da poco inciso un disco di musiche di J.S. Bach).

Insomma, cosa nasceva sul palco dall'alchimia di fisarmonica, contrabbasso e chitarra classica? L'unica risposta è stata: musica, senza steccati. Il leitmotiv di questo blog.

venerdì 4 marzo 2011

Musicheparole: la tenacia di Federico Villa

01:08 Posted by Igor Principe , , 3 comments
Musicheparole è il disco di Federico Villa. Per dovere di onestà, dichiaro da subito di essere immerso in un conflitto di interessi che cercherò di mitigare non scrivendo una recensione. Ma la sua è una storia che conosco bene, e voglio raccontarla. Perché è una storia di tenacia (che renderà questo post più lungo dei soliti)

Di giorno, Federico progetta. E' immerso in quel mondo che fa di Milano la capitale del design, e lui la interpreta al meglio. Di sera, o dipinge (non tantissimo) o suona (quasi sempre). Gli piacciono le canzoni, ne scrive qualcuna. Poi qualcuna ancora. E ancora. Quindi pensa: e se le mettessi su disco?

Così impara a usare Pro Tools, e dà vita a Cose Così. Stampa qualche centinaio  di copie, booklet incluso, e le gira agli amici. Che ascoltano, consigliano, si esprimono. Ma nulla si muove.

Ora, pensate di avere quasi quarant'anni, di fare un lavoro che vi soddisfa, una donna che amate, di riuscire ad assecondare le vostre brucianti passioni (viaggi, mostre, concerti). E non solo da fruitore, ma dipingendo e suonando in giro per locali. Forse vi sentireste appagati. Federico sente invece che qualcosa può essere ancora messo a posto, che quindici canzoni forse sono troppe e allora meglio qualcuna in meno, ma più curata, levigata là dove c'è un'asperità, e costruita meglio che con un pur professionale programma per computer.

Così scrive e suona, e ha tra le mani otto canzoni. Decide di farsi un regalo, e affitta un vero studio di registrazione. Due giorni, uno è quello del suo quarantesimo compleanno. Chiama a raccolta quelli che lui considera musicisti (e magari non lo sono, almeno di mestiere) e li porta in studio. Nessuno ha mai suonato con l'altro. Federico distruibuisce gli spartiti e dà il via alle prove. Non più di due prove a brano, e in quarantotto ore il disco c'è.

Beh, non è proprio così. Prima di avere il disco c'è la post produzione e tutto il resto. Non andiamo troppo per le lunghe. In autunno, il disco arriva: Musicheparole. E' come il primo, ma fatto meglio. Tanto meglio che in inverno (prima di Natale, credo) un produttore serio, Massimo Monti, lo chiama. "Ho parlato con Alex, il bassista. Il disco mi piace, ti voglio tra gli artisti della mia etichetta".

Il disco, con le vesti opportune, è in distribuzione in questi giorni. Federico comincerà a girare per concorsi, rassegne, e a fare quel che fa un artista da lanciare. Non si aspetta dischi di platino e concerti a San Siro. Credo che se gli proponessero una serata in un jazz club in Bretagna sarebbe la persona più felice del mondo. E io con lui.

Perché io, Federico, lo conosco da quasi vent'anni. Abbiamo suonato insieme centinaia di volte, nel nostro Just Friends Quartet. Ci vediamo a cena, mi ha aiutato a montare le culle dei miei due figli. Un giorno dell'anno scorso mi chiama e mi dice: "Ho due canzoni in cui ti voglio al piano. Sarebbe un bel regalo di compleanno".

Eccolo, il conflitto di interessi. Musicheparole è il disco di un amico, e in due brani chi suona il pianoforte è il titolare di questo blog. Non posso e non voglio dirvi se sia un bel disco. Ma non potevo tenere solo per me questa storia.

giovedì 3 marzo 2011

Musica Nuda: Ferruccio e Petra Complici fino in fondo

Il 15 marzo esce Complici, il nuovo disco di Musica Nuda. Cioè di Ferruccio Spinetti e Petra Magoni. Cioè di due autentici intepreti.

La loro storia è affascinante. Si incontrano sette anni fa come farebbero due amici in un pomeriggio da passare suonando e cantando. Solo che gli amici normali lo fanno a casa, e di solito la chitarra è scordata e la voce non è che sia sempre il massimo. Loro lo fanno in uno studio di registrazione, la chitarra è un contrabbasso e la voce è virtuosa ma al contempo calda. In quel pomeriggio del 2004 nasce Musica Nuda, cioè il nome del duo e del suo primo disco.

Sette anni dopo Ferruccio Spinetti e Petra Magoni sono tra le perle della gioielleria musicale italiana. Dire che fanno cover è limitativo, e non solo perché nei loro album da tempo di affacciano gli inediti, ma soprattutto per l'approccio jazzistico, che consente loro di rendere standard (che è un concetto diverso da cover, sul quale un giorno tenterò una spiegazione, in primo luogo a me stesso) i brani con cui si cimentano.

Però, attenzione, non sono jazzisti. Sono semplicemente musicisti. E davvero nuda è la loro musica: scabra ed essenziale, ma attraente come il nudo sa essere. Ogni tanto si aggiunge qualche altro strumento che amplifica il potere seduttivo del corpo musicale, non più nudo ma velato da un conturbante "vedo-non vedo" (un esempio tra tutti: La canzone dei vecchi amanti, dove il velo è il pianoforte di Stefano Bollani). Però l'essenza è lì, nelle evoluzioni di Ferruccio sulle corde metalliche e di Petra su quelle vocali.

Con due ingredienti riescono a immaginare mondi nuovi, portando la musica alla massima espressione di se stessa, che sta nella capacità di dire cose nuove da cose già sentite. Come questa Come together.

mercoledì 2 marzo 2011

Jimi Hendrix, agli antipodi di Mozart

01:47 Posted by Igor Principe , , , No comments
Se il talento ha due facce, una è quella di Jimi Hendrix, l'altra è quella di Mozart. Questo pensavo domenica scorsa, mentre guardavo su Rai5 un film dedicato alla vita del chitarrista di Seattle.

Un film molto bello, in cui tra spezzoni di concerti, interviste e frammenti sonori Hendrix si raccontava, anche affidandosi alle lettere spedite al padre lungo la strada per la gloria imperitura. Guardavo, e continuavo a pensare a Mozart. Al sublime talento che li incatena l'uno all'altro, e alla distanza siderale tra le loro epoche e le loro vite.

Certo, entrambi sono passati al Creatore anzitempo (28 anni Jimi, 35 Amadeus). Ed entrambi indugiavano in una certa dissolutezza. Quanto all'atto finale, poi, nessuno dei due ha di che rallegrarsi: soffocato dal proprio vomito Hendrix, sbattuto in una fossa comune Mozart.

Cio detto, è difficile immaginare due genialità tanto lontane. Musicista da sempre (prima composizione a 3 anni) l'austriaco, educato alle arti, irriverente ma in un contesto di nobiltà, musicalmente coltissimo, a massimo agio con la scrittura musicale più complessa.

Musicista dai 14 anni l'americano, scuole il minimo essenziale, educato alla strada e alla disciplina militare (è stato parà nell'US Army), irriverente in un contesto esplosivo (gli anni Sessanta), musicalmente grezzo e asciutto.

Due geni opposti. A metterli in strada e a dir loro di andare, l'uno andrebbe di qui e l'altro di là. Ma come tutti gli opposti, finirebbero per incontrarsi. Penso alla Sinfonia n. 40 e a Voodoo Child: in entrambi cogli l'essenza della musica, una sorta di perfezione speculare in cui ogni nota suona esattamente come te lo aspetti. E tutt'e due raccontano una specie di viaggio al cuore delle cose. Mozart riduce la complessità ad un tema che ricordi da subito, e che continui a ritrovare anche quando le note disegnano armonie del tutto inedite per i tempi. Hendrix va dritto al sodo, come uno sciamano che voglia raccogliere il respiro della terra. L'uno è rarefatto e leggero, l'altro è denso tribale. Ma tutt'e due cambiano le regole, alzando di un paio di tacche l'asticella della conoscenza.

martedì 1 marzo 2011

Randy Newman: ancora Oscar, ancora per i cartoni animati

02:11 Posted by Igor Principe , , 1 comment
Oscar musicali 2011: Trent Raznor e Aticcus Ross per la miglior colonna sonora (The Social Network); Randy Newman per la miglior canzone (We Belong Together, da Toy Story 3).

Non conosco abbastanza Randy Newman da averne un'opinione. Ma ho letto la sua storia e sono rimasto affascinato da quanto fondato sia il mistero che l'avvolge. Perché, a detta di chi ne sa, è un genio del songwriting e del soundtrack, ma se lo filano in pochi, forti appassionati. Dovrebbe essere uno dai livelli di fama di un Elton John, invece traccheggia a "metà classifica", zona da cui ogni tanto emerge perché il mondo si ricorda di quanto è bravo.

Accade con gli Oscar: ieri il secondo, nel 2002 il primo per If I didn't have you, per Monsters & Co. (per il quale vince anche come original soundtrack). Ancora un cartone animato, quasi uno scherzo del destino per un autore che sembra un Paolo Conte inespresso. Come l'avvocato, anche Newman comincia scrivendo per altri (e continuando a farlo), ma quando poi decide di farlo per se stesso non riesce ad abbandonare la cerchia delle migliaia di devotissimi fans. Ora, non che Conte riempia gli stadi; ma a naso mi sembra di poter dire che i filotti di tutti esaurito di cui l'astigiano è capace all'estero non siano alla portata di Randy Newman.

Ad ogni modo, l'Oscar 2011 può diventare uno spunto per ascoltarlo di più. Anche se certe sue canzoni sono  tra quelle che le sai anche se non le hai. Penso a quella del video lì sotto, fonte di infiniti turbamenti preadolescenziali. Bene, si sappia che Joe Cocker c'entra ben poco. E che Newman la scrisse per ironizzare su un feticista del sesso. Poi venne il film, venne Kim Basinger e quella canzone divenne "il sesso".