Musica, senza steccati

giovedì 31 marzo 2011

Tela di Ragno: i migranti secondo Gianmaria Testa

Gianmaria Testa è una mia vecchia passione. Faceva il ferroviere, come mio padre, i miei nonni e una mezza dozzina di altri parenti, e smessi i turni scriveva canzoni. Ha vinto due volte il Premio Recanati, la Francia l'ha scoperto, ha suonato all'Olimpia di Parigi, e poi l'Italia si è accorta di lui. Inevitabili i paragoni con Paolo Conte: entrambi piemontesi (Testa è di Cuneo), entrambi musicisti dopo aver fatto altro. Musicalmente condividono una parentela che potremmo definire cuginanza di quarto grado. Insomma, se uno di loro fosse donna potrebbero sposarsi e far figli senza conseguenze.

Nel 2006 Testa ha pubblicato un disco, Da questa parte del mare. E' un concept, cioè tratta un solo tema:  i migranti, raccontati in fuga da paesi in guerra, o sepolti sotto il crollo di una miniera, o attraverso la gioia di un parto improvviso al mercato torinese di Porta Palazzo.

In quel disco c'è una canzone, per me, meravigliosa: Tela di Ragno. Non racconta, ma definisce. Con una cinquantina di metafore in salsa blues spiega un sentimento preciso: disagio. Ciò che si prova davanti a "quello che tende la mano al semaforo rosso".

Ascoltare Tela di Ragno in questi giorni fa pensare. Cosa, non lo so. Ma fa pensare. Intanto, penso che la più bella delle metafore di Testa sia quella che dice: "Sono l'amante tenuta nascosta che chiama a Natale". Gran disagio, ne converrete.

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