Musica, senza steccati

giovedì 28 aprile 2011

Delay: gli aeroporti secondo Julia Kent

00:30 Posted by Unknown , , , No comments
Delay è il titolo di un disco del 2007 di Julia Kent. Ciascuna canzone ha il titolo di un aeroporto. Julia deve avere una predilezione per gli scali italiani, cui dedica tre brani dei dodici del disco: Malpensa, Fontanarosa ed Elmas.

La Kent è una violoncellista canadese, ha una formazione classica e suona un tipo di musica che in questo pezzo della Stampa viene definita "nuova musica classica". Magari mi sbaglio, ma ho l'impressione che di venti nuovi nella musica colta si parli da molto tempo. Credo dall'apparire dei minimalisti, nella metà degli anni Sessanta. Se le cose stanno così, la "nuova musica classica" si avvia a compiere i 50 anni.

Ma torniamo agli aeroporti. Julia Kent li racconta con un violoncello arricchito da effetti, con brani pacati, con armonie lente e reiterate. Se fossero paesaggi, sarebbero pianure. E la pianura è un paesaggio rischioso, perché per indovinarne il fascino devi essere un osservatore attento. Se mare, monti e colli sono estroversi e diretti, e ti mostrano da subito gli elementi del proprio fascino, la pianura è una donna sobria  e riservata, capace però di squarci di bellezza: una cascina lombarda immersa in un pioppeto è affascinante sia quando sa di vento e di azzurro, illuminata dal sole, sia quando sa dell'ovatta nebbiosa che a molti fa crollare il cuore.

I brani di Delay sono dunque pianure rischiose. Esprimono il tempo sospeso dell'attesa per il check-in e l'imbarco, il vagare stanco o curioso tra i negozi del duty-free, le sedute davanti a un giornale o a un portatile che precedono il viaggio. Attività che, di aeroporto in aeroporti, possono essere piacevoli o mortalmente noiose. In questo, la Kent ha centrato il punto. Delay è un disco profondamente reale: ci sono giorni in cui Malpensa è (quasi attraente), altri in cui ti ci impiccheresti.

PS: sempre meglio, comunque, di Music for Airports di Brian Eno. Lì è depressione geografica da sotto il livello del mare.

venerdì 22 aprile 2011

Duke Ellington e Louis Armstrong: historia magistra vitae

Il 3 e il 4 aprile 1961 Duke Ellington e Louis Armstrong si sono trovati a New York, presso gli studi della Rca, e hanno suonato insieme a Trummy Young (trombone), Barney Bigard (clarinetto), Mort Herbert (basso e Danny barcelona (batteria). Non ho idea di quanti brani abbiano eseguito: sta di fatto che 17 sono finiti in un disco: LouisArmstrong & DukeEllington - The Great Summit. Lo si trova in promozione da Feltrinelli.

Ascoltandolo mi sono chiesto il senso di un disco del genere. Mi spiego meglio. Nel 1961 l'astro nascente del jazz era John Coltrane (con il suo formidabile quartetto). Da due anni spira il vento della rivoluzione  di Miles Davis, che nel 1959 incide il disco con cui la musica afroamericana cambia la propria fisionomia (Kind of Blue). Gli hard boppers, simbolicamente guidati da Clifford Brown, si rifanno al blues ma con la frenesia visionaria dei beboppers, e rispondono così al jazz bianco e classicheggiante dei "californiani" Gerry Mulligan, Stan Getz, Dave Brubeck. Insomma, un magma di innovazione.

Duke e Satchmo sono la vecchissima guardia. Ai loro tempi, tra gli anni Venti e Trenta, hanno fatto la storia. Di Armstrong si dice che il jazz è così perché lui ha deciso, come un demiurgo, di plasmarlo in quel modo; Ellington ha cambiato le regole dell'armonizzazione dei fiati, forte della sua cultura musicale classica. Ma il loro jazz, in fin dei conti, è quello delle sale da concerto, degli smoking e degli strass, del ballo. E' gran musica, ma non è solo da ascoltare e non ha evidenze sociologiche.

Nel 1961 il jazz si ascolta. Per ballare c'è il rock'n'roll. E nemmeno si canta: Ella Fitzgerald, Billie Holiday, Sarah Vaughan sono anch'esse testimoni della storia (la Holiday, per inciso, è morta da 2 anni). Pure, in quel contesto i due "grandi vecchi" si chiudono in studio, suonano e incidono. Il disco che ne esce non è niente di innovativo; anzi, comincia addirittura con un bluff: Duke's Place, il primo brano, altro non è che C Jam Blues con un testo inutile per dare spazio all'affascinante raucedine di Satchmo. E il resto sono solo classici: Mood Indigo, The Mooche, Black and Tan Fantasy, etc. Il meglio di quanto composto da Ellington.

Ma lo ascolti, ed è magico. Ti ritrovi a swingare con la testa, a godere di strumenti in quegli anni decaduti (il clarinetto, re delle grandi orchestre, progressivamente scomparso dagli organici), a sorridere di Satchmo e del suo modo di cantare grattugiando le corde vocali.

Insomma, è storia. E capisci che aveva ragione Cicerone (o chi per lui) quando diceva Historia magistra vitae. Quando il caos del cambiamento domina gli eventi, è il caso di fermarsi un secondo a guardarsi indietro per capire chi si è e dove si sta andando. Duke e Satchmo, in quei giorni d'aprile del 1961, hanno regalato a tutti gli altri un utile - e bello - manuale di storia.

PS. C'è un'unica pecca, nel disco: manca Take the A-train, un brano di cui non riesco a fare a meno.

mercoledì 20 aprile 2011

20 aprile 2001: Giuseppe Sinopoli

Il 20 aprile 2001, dieci anni fa esatti, moriva Giuseppe Sinopoli. Stava dirigendo l'Aida a Berlino quando si accasciò pesantemente sul podio. Fu condotto immediatamente in ospedale, dove poche ore dopo si spense.
Su questo pezzo d'archivio del Corriere della Sera c'è la cronaca di quanto accadde. 

Di quei giorni ricordo la frequenza con la quale la scomparsa di Sinopoli fu iconizzata come "la morte che ogni musicista vorrebbe per sé". E' un'immagine faustiana, e fastidiosa. Vorrei sapere se davvero tutti gli artisti desiderino trapassare mentre sono occupati a fare il proprio mestiere. Di mio, lo troverei inopportuno; chiederei invece di andarmene non solo il più tardi possibile (Sinopoli aveva 54 anni; credo che nessun tipo di "bella morte" sia tanto bella da giustificare un addio tanto prematuro), ma anche facendo qualcosa di alternativo alla mia professione. Penso a Carlo Maria Giulini, altro grandissimo direttore d'orchestra. Se n'è andato che aveva 91 anni. Era un appassionato di calcio. Ecco, mi piace immaginarlo seduto in poltrona, che saluta la vita al 71esimo di un Chievo-Juventus.

Tornando a Sinopoli, ogni volta che leggevo di lui restavo di sasso. Non si perdeva l'occasione di ricordare il suo eclettismo: psichiatra, direttore d'orchestra, archeologo con specializzazione in Egittologia. E resto di sasso anche oggi, dopo aver scoperto che il suo titolo di studio ufficiale era quello di medico, e che gli studi in Conservatorio, pur con tutte le specializzazioni del caso (di cui è ricca la sua biografia), non portarono mai al diploma finale. Un curriculum sbilenco, con una laurea presa per passione e un mestiere studiato sul campo e mai formalizzato (e, se non ricordo male, una seconda laurea in archeologia che avrebbe raggiunto il giorno successivo a quel 20 aprile 1991, quando era fissata la discussione della tesi. Ma su questo punto potrei sbagliarmi). 

Forse la grandezza di Sinopoli - che non so giudicare sotto il profilo musicale - era anche in una vita di eccellenza, ma segnata da una normalità comune a molti. A quanti è capitato di aver fatto un mestiere che non c'entrava con i propri studi? 

Insomma, Sinopoli emanava il fascino del genio eclettico. E' stato questo, credo, l'elemento che una volta mi condusse alla Scala per sentirlo dirigere la Quinta di Gustav Mahler; e non l'essere il boemo tra gli autori con i quali, dicono i critici, rendeva al meglio; e nemmeno l'essere il quarto movimento di quella sinfonia tra le cose più belle della musica, e tra le più note. 

Fu una gran bella serata.  




martedì 19 aprile 2011

Raphael Gualazzi: prima la musica (vedi alla voce Paolo Conte)

Raphael Gualazzi è quel ragazzone che con Follia d'Amore ha vinto a Sanremo 2011 come nuova proposta. E' uno che sa suonare e lo dimostra nel suo disco, Reality and Fantasy.



E' un lavoro piuttosto corposo: 16 canzoni, nelle quali il pianista si sbizzarrisce tra jazz, funk, organi Hammond, standard piuttosto celebri (Caravan) e marcette in due quarti introdotte dal kazoo.

La marcetta in questione è la title track (su nel video), che ostenta senza remore gli ingredienti del Paolo Conte più tipico. Beh, se proprio vogliamo giocare al giochino degli eredi, allora Gualazzi è quello che ha più diritto di apparire nel testamento dell'avvocato di Asti.

E' un giochino stupido, lo so. Anche perché non ci prende mai. Una volta l'erede è Sergio Cammariere, perché ama jazzare (poco importa che suoni molto meglio di Conte e che racconti storie del tutto lontane dalla poetica contiana); un'altra lo è Gianmaria Testa (perché è piemontese, sbanca l'Olimpia di Parigi e prima di fare il musicista si occupava d'altro; che poi faccia musica radicalmente diversa, è un dettaglio); in alcuni casi lo è stato Daniele Silvestri (atmosfere vagamente jazz in Le cose che abbiamo in comune, decisamente astigiane in Banalità, testi molto curati sotto il profilo letterario; ma trovatemi Conte in Salirò o in Cohiba). Manca solo che si citi lo Stefano Bollani di Copacabana.

Allora, perché Gualazzi? Perché, come per Conte, c'è prima la musica. Si sente subito che il giovane urbinate punta alle note, siano esse quelle prodotte dagli strumenti o quelle cantate dal testo. Gualazzi canta spesso in inglese, e se ti concentri sulla traduzione capisci che usa le parole come fossero note: devono suonare in un certo modo. Quanto ai brani in italiano, è evidente che la forza cantautoriale è debole.

Ma quindi, come può un non cantautore essere l'erede di uno dei massimi cantautori italiani, vincitore anni fa del Premio Librex Montale per il valore letterario delle proprie canzoni? Francamente, non lo so. Ma il bello è proprio questo.

lunedì 18 aprile 2011

Facebook: più di un jukebox

03:43 Posted by Unknown , , No comments
Una cosa per la quale apprezzo molto Facebook sono gli amici. Frase degna del miglior monsieur de La Palice, che quindi merita di essere approfondita.

Apprezzo gli amici perché suggeriscono, stimolano, propogono. Confesso che una buona metà del mio aggiornamento quotidiano sul mondo passa dai loro post su Facebook. E constato con piacere che un'altra buona parte di essi riguarda la musica.

La curiosità per il tema mi ha portato a seguire pagine dedicate agli artisti, ed è quindi come essere in contatto costante con un ufficio stampa decisamente informale (con qualcuno, come Musica Nuda, che ama promuovere anche altri artisti). Ma se anche suoni e note fossero l'ultimo dei miei pensieri, sarei comunque stimolato da un nutrito gruzzolo di amici piuttosto attivi nel segnalare cose da ascoltare.

Facebook, insomma, è un meraviglioso juke box. Anzi, di più. In quelle affascinanti scatole sonore trovavi di solito le hit del momento e qualche vecchio successo. Su Facebook, trovo perle continue. Me le passano Edoardo, il mio pusher di fiducia per la classica; Luca, blogger di contemporanea; Laurenji Bloom e Marcello, segugi nel bosco dell'indie; Anna, che oggi mi ha fatto riscoprire Yael Naim.

Ora, non è il caso di far l'elenco di tutti quelli che postano musica. Ma il concetto mi pare chiaro. E mi viene in mente lo scambio di opinioni su un post dedicato a Bon Jovi, di qualche settimana fa. Dopo aver criticato il rocker per la sua visione cenozoica dell'industria musicale, ho discusso con una sua fan. E' vero, il vinile resta il non plus ultra della qualità dell'ascolto; è vero, c'è bisogno di educazione all'ascolto per non trovarsi a vivere note e artisti in modo del tutto passivo (tema di un altro post)

Ma come potrei, adesso, anche solo pensare di rinunciare alle infinite strade che dalla rete conducono alla scoperta continua di nuova musica (e nuove idee, in generale)?

Infatti, non riesco nemmeno a pensarlo.

venerdì 15 aprile 2011

Habemus Papam! Habemus Musicam!

Si parla inevitabilmente di Habemus Papam, il film di Nanni Moretti che esce oggi nelle sale, che sarà in concorso a Cannes e che è stato presentato ieri alla stampa.

Prima di ieri ho curiosato in rete, spinto da un microtrailer fulminante in cui Moretti-psicanalista chiede al Papa se abbia problemi con la fede. Sono entrato nel sito del film e ho visto che c'è un capitolo dedicato alla musica. Ho visto che l'ha scritta Franco Piersanti, che con Moretti ha lavorato spesso (da ultimo nel Caimano). Ho ascoltato una traccia, e mi è piaciuta assai. Il che mi ha portato a elaborare un pregiudizio. Inteso come giudizio dato prima.

Il pre-giudizio è questo: Habemus Papam è un film molto curato sotto il profilo musicale. La presenza di Piersanti (l'autore del soundtrack del Commissario Montalbano) è una prima prova. Una seconda prova è la scelta della canzone guida: Todo Cambia. La canta Mercedes Sosa, argentina, icona del folk sudamericano.

E' una gran canzone: ti rimane in testa perché è orecchiabile, ma grazie a una sorta di "fuori sincrono" tra la linea degli strumenti e quella della voce riesce a non essere scontata.

Ciò mi conferma una caratteristica che di Moretti ho sempre apprezzato, pur non essendo un morettiano e non avendo visto tutti i suoi film. E cioè, la cura per l'aspetto musicale. Dalla Stanza del figlio è uscita la chicca By this river, di Brian Eno. Da Caro Diario sono memorabili due sequenze: la gita da Pasolini sulle note del Koln Concert; il bighellonare sulla spiaggia di Stromboli su musica di Nicola Piovani. Da Aprile, la paternità commentata da Ludovico Einaudi; e lo "sdoganamento" del Jovanotti non ancora filosofo. Ancora dalla Stanza del figlio, la spensierata poesia di Insieme a te non ci sto più (Paolo Conte per Caterina Caselli).

Un piccolo catalogo di prove su cui fondo senza remore il mio pre-giudizio. Spero di non ricredermi dopo aver visto il film. Ma non credo accadrà.

giovedì 14 aprile 2011

Franco Cerri: prima l'uomo, poi il musicista

07:33 Posted by Unknown , , 2 comments
Pochi giorni fa è uscito sul Corriere un bell'articolo di Paolo Di Stefano su Franco Cerri. In molti lo ricorderanno come protagonista dello spot di un detersivo: faceva l'uomo in ammollo. Ma prima di tutto, Cerri è un pilastro del jazz, europeo e mondiale. Suona la chitarra, e l'ha fatto con tutti i più grandi (bastino questi nomi: Billie Holiday, Django Reinhardt, Dizzy Gillespie, Chet Baker). Ha ottantacinque anni, e sta per pubblicare un nuovo disco con la Map.

L'articolo e il video di Corriere.it (per inciso, ottimo esempio di integrazione tra diversi media) rendono Cerri nel modo più autentico possibile. Lui è davvero così, elegante e discreto, insicuro perché "la troppa sicurezza fa sgambetti". E dico davvero perché - per una volta, indugio nel memorialismo - l'ho conosciuto e un po' frequentato.

Nel 1996 ho frequentato la Civica Scuola di jazz di Milano. Il mio insegnante di strumento (Sante Palumbo, pianoforte) mi segnalò per una classe di musica d'insieme. Dovevo accompagnare un coro in Beautiful Love, e Cerri guidava il gruppo.

Non dimenticherò mai la serenità con la quale riusciva a trasferire la propria sconfinata preparazione, a suggerire armonizzazioni, a dettare fraseggi, a rendere il mood che voleva il brano esprimesse. Ma soprattutto, non dimenticherò mai una frase che mi disse alla fine della prima lezione: "Hai suonato bene. Ma ricorda: prima c'è l'uomo, poi il musicista".

Detta così, può sembrare soltanto un monito. Come a dire: non credere di essere Keith Jarrett, devi mangiarne di polvere. Ma è ben altro. E' un faro nella notte, un principio del saper stare al mondo. In un ambiente che non mi persuase - una volta dichiarai di ascoltare Paolo Conte, e gran parte dei miei compagni di corso mi guardò come se venissi da Plutone - la frase di Cerri, per me che al tempo avevo 23 anni, fu il modo per capire molte cose. Anche che la vita del musicista non rispondeva all'idea di me come uomo.

Prima l'uomo, poi il musicista (oggi vale con giornalista). E' una delle poche cose di cui sono sicuro.

(Primo e ultimo post con notazioni tanto personali. Da domani, si torna alla normalità).

mercoledì 13 aprile 2011

La classica ha davvero bisogno di David Garrett?

Un disco molto promosso in questi giorni è Rock Simphonies, di David Garrett. L'etichetta è Decca, major storica dell'editoria musicale classica. Mi chiedo perché la casa discografica che, da ultimo, sta ottenenendo riscontri altissimi con Chailly-Bollani-Gershwin e Chailly-Bahrami-Bach debba puntare su un disco come Rock Simphonies. Mi chiedo, di rimando, se la classica abbia bisogno di un David Garrett.

Precisiamo: Garrett è un musicista di estrazione colta, e incide dal 1994 per Deutsche Grammophone. Ma è anche un grande appassionato di pop e rock. In questo disco li mette insieme. L'ho ascoltato e, per quanto conti, il mio giudizio è il seguente: da ridere.

Non voglio sembrare snob, ma è davvero quel che mi è accaduto alla quarta traccia, Walk this way. Nell'originale la cantano i Run Dmc con gli Aerosmith, ed è esplosiva: la miscela perfetta delle energie rap e hard rock. Qui c'è Garrett che umilia uno Stradivari per ripetere l'irripetibile, ovvero il fraseggio rapper. Irripetibile perché solo voce e parola sono in grado di rendere una non-melodia. Sono scoppiato a ridere.

Recuperato un minimo di contegno, cerco una risposta alla domanda del titolo, e inevitabilmente mi dico di no. Cioè: e' molto probabile che la classica abbia bisogno del Garrett classico (ma mi vien da diffidare di un musicista che è entrato nel Guinness dei Primati per aver suonato Il volo del calabrone in 1 minuto e 6 secondi. Anche David Helfgott aveva una tecnica pazzesca, ma con dieci martelli al posto delle dita).

Quel che non trovo logico è che Decca affidi a un prodotto come Rock simphonies il compito, nobile, della contaminazione tra i generi. E con quale intento? Quello di avvicinare i "ggiovani" alla classica? Il successo dei citati Bach e Gershwin, acquistati davvero da tutti e a tutte le età, non è sufficiente?

Poiché la risposta è scontata, deduco che l'operazione punti solo a far cassa. Tutto ciò è legittimo, per carità. Ma non mi si parli di contaminazione, o di memorabile incontro tra rock e classica. Su quest'ultimo punto il passato offre esempi migliori (gli Yes o i Queen, per dirne due). Sull'altro, mi piace segnalare una cosa cui ho accennato solo ieri. Si chiama Risvegliatevi!, è di Filippo Del Corno. E ha un titolo quanto mai pertinente.

martedì 12 aprile 2011

Russia: Finardi canta Vysotsky

Nel giorno in cui cadono i cinquant'anni del volo di Yuri Gagarin, parlare di Russia è inevitabile. Anche perché ieri sera, al teatro dell'Elfo di Milano, è andato in scena uno spettacolo di cui proprio Russia è il titolo. Sul palco, Eugenio Finardi e l'orchestra Sentieri Selvaggi, diretta da Carlo Boccadoro. Dal palco, le canzoni di Vladimir "Volodia" Vysotsky.

Chi era costui? Per farsi un'idea, basti leggere qualche nota biografica. Ma per capirlo davvero, è necessario riprendere le parole con cui Finardi ieri sera l'ha presentato al pubblico (tra cui c'era un tale Franco Battiato). Cito a memoria: "Se il Novecento è stato il secolo che ha celebrato i ribelli, Vysotsky è stato il più ribelle di tutti. Si è messo contro l'Unione Sovietica; quella più cupa, quella di Breznev, ormai priva di ogni ideale e fatta solo di burocrazia e oppressione".

Vysotsky era attore e musicista. Usava la chitarra come i ragazzi di Budapest usarono il fucile nel 1956; contro di lui, il Cremlino non mandò l'Armata Rossa ma quella, non meno terribile, dell'emarginazione. Cosa che non gli impedì - anzi - di scrivere canzoni formidabili, urticanti, spassose, malinconiche. Canzoni che ieri sera, opportunamente tradotte (e bene) in italiano, Finardi e i Sentieri hanno suonato splendidamente.

Lo spettacolo ha riproposto integralmente Il cantante al microfono, disco altrettanto splendido. Ogni tanto il cantante prendeva una pausa per lasciar spazio all'orchestra, che è tra i più quotati ensemble di repertorio contemporaneo. Gli  intervalli sono stati tre, e l'ultimo mi ha lasciato senza fiato. Si intitola Risvegliatevi!, l'ha scritto Filippo Del Corno ed è la trascrizione di una canzone medievale da trovatori per ritmo e atmosfera da rave party berlinese. Immaginate strumenti come pianoforte, violino, vibrafono, violoncello, flauto traverso e clarinetto basso alle prese con una musica che, credetemi, era energica e straniante come quella che si può ascoltare al Tacheles. Letteralmente folgorante.

Filippo Del Corno è anche l'autore degli arrangiamenti delle canzoni di Vysotsky. Se a questi bastavano le sei corde della chitarra, Del Corno amplia le vedute e propone sei strumenti (quelli di cui sopra, con il clarinetto in alcuni casi). La prima cosa che ti colpisce è l'assenza di un contrabbasso. La corposità del suono è tale che passi qualche minuto a cercarlo sul palco, prima di accorgerti che la sua linea è dettata da pianoforte e violoncello, in perfetta alternanza.

L'altra cosa che ti colpisce è la bellezza degli arrangiamenti, complessi e ricchi di dissonanze, quindi pienamente contemporanei ma tutt'altro che asettici, capaci di conquistarti la pancia, prima che la testa.

Quindi, ti colpisce Finardi. Ha una voce calda e baritonale, una presenza scenica forte ma non ingombrante. Fatichi a pensare che è quello di Extraterrestre, e quando te ne ricordi capisci quanto sia artista a tutto tondo.

Tra tutti i brani, voglio segnalare La ginnastica. La ascolto, e non riesco a non pensare alla schiavitù da fitness. Non a una sana corsa mattutina, o alla bellezza dello sforzo fisico del gioco. No, proprio alle palestre, alle macchine, allo sforzo anche mentale che ti costringe a onorare l'impegno preso con il tapis roulant quando magari vorresti solo spalmarti sul divano e goderti la vita. Una canzone che è meglio di un editoriale sui costumi di massa (per chi voglia, Vysostky la cantava facendola davvero, la ginnastica).

lunedì 11 aprile 2011

Bob Dylan in Cina: scelta artistica o codardia?

Sta facendo discutere molto la scaletta del concerto con cui Bob Dylan ha suonato per la prima volta in Cina. Si parla non tanto di quel che c'era, ma di quel che non c'era: Blowin' in the wind, The times they are a-changin'. Cioè le canzoni che fanno di Dylan l'icona del cantautore contro (contro il potere, le convenzioni, i conformismi, etc.). La critica più violenta è di Maureen Dowd, che dal New York Times scortica Dylan dandogli dell'idiota.

D'istinto le ragioni di mrs. Dowd sembrano più che valide. Ma come, Bob, proprio tu che hai incendiato il mondo ti pieghi così di fronte al moloch emergente, senza nemmeno provare a ricordare ai signori di Pechino che esistono cose chiamate "diritti dell'uomo" di fronte alla tutela dei quali politica ed economia devono sempre retrocedere? Sei un codardo! Ritirati nel Minnesota, da dove vieni, e limitati a far la conta dei dollari accumulati.

Di ragione, però, qualcosa non quadra: e se fosse scelta artistica, e basta? Se fosse che Dylan si è rotto l'anima di suonare le due canzoni più "politiche" della sua produzione? Se fosse che per la prima volta in Cina avesse deciso di presentarsi senza ovvietà? Se fosse che crede ancora in quanto dichiarò pochi anni fa, e cioè di averne piene le scatole della controcultura (lo dice in Chronicles, la sua autobiografia).

Aggiungo a questi "se" anche un altra considerazione, emersa dalle chiacchierate musicali con Martchelo. Riguarda la musica e il testo, e chi viene prima o dopo. Lui dice "prima la musica, il testo non conta", io dico che il "testo conta, ma che è inevitabilmente la musica a colpirti prima". Bene, pare che in platea al concerto cinese di Dylan ci fossero duemila burocrati di partito. Mi chiedo: tutti costoro conoscono a menadito i testi del menestrello di Duluth? E, indovinandone la portata accusatoria, si sarebbero sentiti chiamati in causa?

Alla fine, mi sembra che Dylan abbia fatto la cosa più anticonformista possibile: offrire un concerto non scontato. Anzi, è andato oltre. Davanti ai cinesi, potenza economica emergente, ha tenuto uno spettacolo intonato al mood, uno show patinato come i grattacieli sbarluccicanti delle metropoli cinesi contemporanee.

Questa sì che è critica sociale.

venerdì 8 aprile 2011

Hugh Laurie, il blues e l'internet

Hugh Laurie è per tutti Dr. House. Per qualcuno meno di tutti è anche un musicista e uno scrittore. Insomma, un tipo poliedrico e sicuramente intelligente (lo rivela l'ironia con cui si esprime, a cominciare da questa Mistery).

Il 10 maggio uscirà un suo disco, Let Them Talk. Un omaggio al blues, e non a caso è stato presentato a New Orleans. Sulla base del suo sapersi muovere si più territori, il disco si annuncia come quello di un musicista puro, e non di un attore in cerca di diversivi. Quindi si annuncia bene.

Laurie ne parla ad Anna Lombardi in un'intervista uscita oggi sul Venerdì (pag. 155, in rete non la trovo). Si parla del suo imprinting, e l'attore (pardon, il musicista) rivela di essere stato folgorato sulla via del blues da Willie Dixon e dalla sua I Can't Quit You Baby. Sono corso a cercarla su YouTube, e non vi dico quanto stia benedicendo la possibilità di vivere nel secolo XXI. Un click, ed eccola.

Lo so, può essere pericoloso. Ne parlavamo proprio ieri, e i commenti di Federico e Paola confermano i rischi di avere tutto a portata di mouse. Ma se sai gestirli, quei rischi, se sai controllare la bulimia, se sai dove cercare informazioni per evitare che le note ti franino addosso senza alcun senso, allora internet è davvero un dono della provvidenza.

Mi verrebbe voglia anche di dirlo a Hugh Laurie, che a un certo punto dice: "Mi piace il vinile perché detesto le playlist. L'iPod è un'invenzione geniale, ma ti relega nella gabbia della tua musica preferita. Non è sano: fa male al cervello. Abbiamo  bisogno di conoscere cosa ascolta altra gente. Scambiare idee. Col disco non puoi fuggire alle decisioni del musicista, non puoi saltare da una traccia all'altra".

Tutto giustissimo. Ma caro Hugh, non accadeva anche prima? Quante Tdk o Sony da 90 minuti sono state riempite di tracce singole, pazientemente estratte da vinile o altri nastri? Quante volte abbiamo detto agli amici "Ti faccio una cassetta con le più belle"?

Ecco, qui il Dr. House non è stato all'altezza delle sue intuizioni.

(PS: a proposito di compilation, ne ricordo una di un amico di Bologna. Era zeppa di lenti, e si intitolava "Polleggio with girl". Andava prodotta, sarebbe stato un successo).

giovedì 7 aprile 2011

Il tempo per la musica

Ho letto su Vanity Fair la rubrica di Luca Sofri, La musica che gira intorno (sul suo blog non la vedo ancora). Si parla di come è cambiato il modo di cercare musica. In breve: prima ascoltavi una canzone, non sapevi cosa fosse e andavi dal negoziante a dirgli "ce l'hai quella che fa la-la-la-lallà-lallà"? (con gli effetti comici del caso). Adesso cerchi su internet: un frammento di testo, due parole chiave e oplà, ecco i connotati della canzone. Chi abbia uno smartphone o un tablet usa Shazam o Soundhound.

Sofri chiude il pezzo così: "E la metti tra le altre diciassettemila canzoni". E' la sintesi di un concetto maggiormente articolato da Stefano Bollani in un'intervista a Frastuono Selvaggio, alla domanda "Come internet ha cambiato la musica". In breve, Bollani racconta di aver scoperto il jazz grazie ai sei dischi che il negoziante sotto casa aveva nello scaffale dedicato. Ne ha comprato uno alla volta, dedicando a ciascuno di essi un mese di  ascolto. Ora in un click puoi avere l'intera discografia di un artista sul tuo hard disk. Il che è fantastico. Ma ciò pone due questioni.

La prima è quella dei diritti d'autore, ma la affrontiamo un'altra volta perché richiede parole meditate.

L'altra è quella del tempo per la musica. Dice Bollani: "Hai tutti i dischi di Tizio, ma non li ascolterai mai". Non dice una cosa stupida: ho in Mp3 l'intera produzione di Keith Jarrett per l'etichetta Blue Note, che se non fosse comodamente protetta da un hard drive sarebbe piena di polvere. Bollani aggiunge poi un altro concetto: "Non ne capisci granché, del lavoro di Tizio. Ti perdi la cronologia, il percorso artistico. Tutto finisce in un calderone indistinto di note". Anche qui, robuste dosi di buon senso.

Tuttavia, mi viene da pensare una cosa: non è che così si finisce per fare lo stesso, anacronistico discorso pronunciato da Bon Jovi qualche settimana fa? Ora, posso dirmi certo che Sofri e Bollani ne siano ben lungi, ma penso sia importante aggiungere una cosa: dipende tutto da noi.

Forse sono un inguaribile ottimista che crede nel persistere della capacità dell'uomo di mantenere un equilibrio anche quando si viene travolti dagli eventi, ma sono convinto che chi davvero abbia passione per la musica sappia anche gestirla, quella passione. Se prima di internet agivi come Bollani - un disco al mese, e ascolti ripetuti - perché con internet dovresti cedere alla bulimia da download? Solo perché è tutto gratis e a portata di mano?

Non mi convince. Se si è stati educati ad un certo modo di vivere la musica, mi illudo che anche l'amore per essa resti così forte da non cambiare l'essenza della relazione. Che non vuol dire vivere di solo vinile (che resta il non plus ultra della qualità), ma di mantenere la propria intelligenza nella fruizione delle cose. E' la stessa cosa dell'iPad: un conto è scaricare le apps di tutti i giornali del mondo, un conto solo di quel paio che leggi ogni mattina. Hai voglia come lo capisci, il mondo, se te lo spulci poco alla volta.

lunedì 4 aprile 2011

The Wall: la grandiosità commerciale di un pensionato del rock

05:17 Posted by Unknown , , , 6 comments
In questi giorni è in scena al Forum di Assago The Wall. L'anagrafe dice che si tratta di un'opera dei Pink Floyd, ma i fatti ne certificano la paternità di Roger Waters. Infatti è lui, e solo lui, a salire sul palco del Forum per riproporre lo spettacolo ciclopico che infiammò Berlino nel luglio del 1990. Anche lì Waters era da solo. Cioè, erano con lui un po' di star, da Cindy Lauper a Ute Lemper passando per Van Morrison, Sinead O' Connors e altri. Ma non c'erano né David Gilmour, né Nick Mason, né Rick Wright. I rapporti non erano ancora ricuciti.

The Wall tornerà al Forum il 6 e 7 luglio prossimi. Poiché è sia un capolavoro sia un disco cui mi legano molti ricordi affettuosi, ho chiesto a un paio di amici se andasse loro di prendere i biglietti. Risposta di Giovanni: "vedere un sessantenne che realizza una versione commerciale di una pietra miliare della storia del rock non rientra tra le mie priorità". Devo quindi sperare sull'altro amico, Paolo. Se no, pur non dissentendo del tutto dall'idea di Giovanni, andrò da solo.

Non dissento perché ci sono due fatti incontrovertibili: Roger Waters è un sessantenne (inoltrato: 67); The Wall 2011 è meno autentico e più commerciale dell'originale. Sull'anzianità, non è per forza un punto a sfavore: due nonni quali Springsteen e Conte continuano a emozionarmi. Ma che l'apice creativo di Waters sia rimasto al 1979 è difficile negarlo. Quanto al commerciale, non riesco a non pensare a quanto mi disse Fabio Jegher (musicista e docente di armonia jazz) anni fa: "Tutta la musica, in fondo, è commerciale. Un artista non campa d'aria ma vuole vendere il più possibile". Ecco perché tendo a non considerarlo un elemento di valutazione.

Insomma, cercherò di non perderlo. A giudicare dalla stampa, sembra sia uno show spettacolare. Non faccio fatica a crederlo: nel 1994, a Torino, vidi i Pink Floyd con uno show del tour di Division Bell. Suonarono tutto The Dark Side of the Moon, e fu emozionante nonostante loro avessero meno presenza scenica di un bollitore elettrico e io fossi in prima fila, quindi nel posto meno indicato per godermi lo show nel suo insieme (per di più era estate, faceva un caldo becco e ricordo ancora le vampate dei fuochi pirotecnici a pochi metri da me in Run Like Hell).

Ma non solo l'attrazione per la grandiosità ad attrarmi. The Wall evoca Berlino, la Guerra Fredda, il Checkpoint Charlie, Le Vite degli Altri, un mio viaggio del 1997 in Potsdamer Platz in piena ricostruzione. Insomma, un angolo di Storia verso cui ho una rovente passione. Voglio illudermi di ritrovarlo nelle pieghe dello show.

Poi evoca la mia adolescenza: alcuni pomeriggi in sala prove a torturare Another Brick in the Wall, totem per  tutti i chitarristi che ho conosciuto; altri pomeriggi plumbei a tentar di digerire con Is There Anybody Out There l'idea che Marta non volesse saperne di star con me.

Infine, evoca la curiosità di capire se i fan più accesi dei Pink Floyd siano davvero come quelli che ho visto a Torino nel 1994: talebani della filologia. In quel concerto, Gilmour cambiò l'assolo di Another Brick in the Wall, attaccandolo diversamente. Partirono bordate di fischi. Voglio vedere cosa succede al Forum se il solista di turno farà una cosa simile.

(Su questa cosa della libertà o meno di cambiare le note della musica leggera bisognerà rifletterci, un giorno).

venerdì 1 aprile 2011

L'apprendista stregone: Topolino insegue Paperino

E' uscito un cd che raccoglie l'opera omnia per pianoforte di Paul Dukas. C'è anche la versione per solo strumento dell'Apprendista stregone, quella musica che per tutti è Topolino pasticcione tanto quanto Paperino.

Non fu una scelta casuale, quella di Walt Disney. Pare che negli anni Quaranta il bravo e buono topastro stesse perdendo popolarità al confronto con il papero. Troppo perfetto il primo, decisamente umano il secondo: il pubblico si riconosceva nel pennuto, e snobbava Topolino. Zio Walt ebbe allora un'idea: facciamo in modo che si cacci nei guai. Diventerà più simpatico.

L'occasione è data da Fantasia, e dall'episodio costruito sulle note di Dukas. Inutile raccontarlo, lo conoscono tutti (e lo si può vedere nel video). Ma una cosa su quel film vorrei aggiungerla. E' facile immaginare quanto ardua ne fosse la scelta, ma Disney è riuscito nell'impossibile. Fantasia è perfetto così, anche con i suoi limiti. Se ne possono trovare a migliaia: tra tutti, l'assenza di Mozart. Li compensa il coraggio di aver optato per l'ostico Stravinsky, o per il cupo Musorgsky, o per il poco praticato Ponchielli.

Quest'ultimo, con Dukas, è il musicista che con Fantasia ha intrecciato una simbiosi. E' un fatto: così come, ascoltando lo stregone non puoi non vedere Topolino inguaiato, allo stesso modo non riesci a goderti la Danza delle Ore senza vedere ippopotami in tutù.

Comunque, il concetto è chiaro: Fantasia è davvero un film perfetto. Qualsiasi alternativa (anche la più facile: quanto fumettistica potrebbe essere La Gazza Ladra?) non mi convince quanto l'originale. L'alternativa, è noto, l'hanno provata: Fantasia 2000. Non fu la stessa cosa.