Musica, senza steccati

venerdì 22 aprile 2011

Duke Ellington e Louis Armstrong: historia magistra vitae

Il 3 e il 4 aprile 1961 Duke Ellington e Louis Armstrong si sono trovati a New York, presso gli studi della Rca, e hanno suonato insieme a Trummy Young (trombone), Barney Bigard (clarinetto), Mort Herbert (basso e Danny barcelona (batteria). Non ho idea di quanti brani abbiano eseguito: sta di fatto che 17 sono finiti in un disco: LouisArmstrong & DukeEllington - The Great Summit. Lo si trova in promozione da Feltrinelli.

Ascoltandolo mi sono chiesto il senso di un disco del genere. Mi spiego meglio. Nel 1961 l'astro nascente del jazz era John Coltrane (con il suo formidabile quartetto). Da due anni spira il vento della rivoluzione  di Miles Davis, che nel 1959 incide il disco con cui la musica afroamericana cambia la propria fisionomia (Kind of Blue). Gli hard boppers, simbolicamente guidati da Clifford Brown, si rifanno al blues ma con la frenesia visionaria dei beboppers, e rispondono così al jazz bianco e classicheggiante dei "californiani" Gerry Mulligan, Stan Getz, Dave Brubeck. Insomma, un magma di innovazione.

Duke e Satchmo sono la vecchissima guardia. Ai loro tempi, tra gli anni Venti e Trenta, hanno fatto la storia. Di Armstrong si dice che il jazz è così perché lui ha deciso, come un demiurgo, di plasmarlo in quel modo; Ellington ha cambiato le regole dell'armonizzazione dei fiati, forte della sua cultura musicale classica. Ma il loro jazz, in fin dei conti, è quello delle sale da concerto, degli smoking e degli strass, del ballo. E' gran musica, ma non è solo da ascoltare e non ha evidenze sociologiche.

Nel 1961 il jazz si ascolta. Per ballare c'è il rock'n'roll. E nemmeno si canta: Ella Fitzgerald, Billie Holiday, Sarah Vaughan sono anch'esse testimoni della storia (la Holiday, per inciso, è morta da 2 anni). Pure, in quel contesto i due "grandi vecchi" si chiudono in studio, suonano e incidono. Il disco che ne esce non è niente di innovativo; anzi, comincia addirittura con un bluff: Duke's Place, il primo brano, altro non è che C Jam Blues con un testo inutile per dare spazio all'affascinante raucedine di Satchmo. E il resto sono solo classici: Mood Indigo, The Mooche, Black and Tan Fantasy, etc. Il meglio di quanto composto da Ellington.

Ma lo ascolti, ed è magico. Ti ritrovi a swingare con la testa, a godere di strumenti in quegli anni decaduti (il clarinetto, re delle grandi orchestre, progressivamente scomparso dagli organici), a sorridere di Satchmo e del suo modo di cantare grattugiando le corde vocali.

Insomma, è storia. E capisci che aveva ragione Cicerone (o chi per lui) quando diceva Historia magistra vitae. Quando il caos del cambiamento domina gli eventi, è il caso di fermarsi un secondo a guardarsi indietro per capire chi si è e dove si sta andando. Duke e Satchmo, in quei giorni d'aprile del 1961, hanno regalato a tutti gli altri un utile - e bello - manuale di storia.

PS. C'è un'unica pecca, nel disco: manca Take the A-train, un brano di cui non riesco a fare a meno.

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