Musica, senza steccati

martedì 19 aprile 2011

Raphael Gualazzi: prima la musica (vedi alla voce Paolo Conte)

Raphael Gualazzi è quel ragazzone che con Follia d'Amore ha vinto a Sanremo 2011 come nuova proposta. E' uno che sa suonare e lo dimostra nel suo disco, Reality and Fantasy.



E' un lavoro piuttosto corposo: 16 canzoni, nelle quali il pianista si sbizzarrisce tra jazz, funk, organi Hammond, standard piuttosto celebri (Caravan) e marcette in due quarti introdotte dal kazoo.

La marcetta in questione è la title track (su nel video), che ostenta senza remore gli ingredienti del Paolo Conte più tipico. Beh, se proprio vogliamo giocare al giochino degli eredi, allora Gualazzi è quello che ha più diritto di apparire nel testamento dell'avvocato di Asti.

E' un giochino stupido, lo so. Anche perché non ci prende mai. Una volta l'erede è Sergio Cammariere, perché ama jazzare (poco importa che suoni molto meglio di Conte e che racconti storie del tutto lontane dalla poetica contiana); un'altra lo è Gianmaria Testa (perché è piemontese, sbanca l'Olimpia di Parigi e prima di fare il musicista si occupava d'altro; che poi faccia musica radicalmente diversa, è un dettaglio); in alcuni casi lo è stato Daniele Silvestri (atmosfere vagamente jazz in Le cose che abbiamo in comune, decisamente astigiane in Banalità, testi molto curati sotto il profilo letterario; ma trovatemi Conte in Salirò o in Cohiba). Manca solo che si citi lo Stefano Bollani di Copacabana.

Allora, perché Gualazzi? Perché, come per Conte, c'è prima la musica. Si sente subito che il giovane urbinate punta alle note, siano esse quelle prodotte dagli strumenti o quelle cantate dal testo. Gualazzi canta spesso in inglese, e se ti concentri sulla traduzione capisci che usa le parole come fossero note: devono suonare in un certo modo. Quanto ai brani in italiano, è evidente che la forza cantautoriale è debole.

Ma quindi, come può un non cantautore essere l'erede di uno dei massimi cantautori italiani, vincitore anni fa del Premio Librex Montale per il valore letterario delle proprie canzoni? Francamente, non lo so. Ma il bello è proprio questo.

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