Musica, senza steccati

martedì 28 giugno 2011

Arrangiamenti, riletture, interpretazioni: come i panettieri, ma con le note

04:46 Posted by Igor Principe , , , No comments
Il post su Ukulele Songs di Eddie Vedder ha innescato il dibattito tra Federico e Martchelo sull'importanza dell'arrangiamento in una canzone. A loro ho pensato stamattina quando la radio del mio collega Ivano ha rispolverato un orrore di cui avevo già scritto mesi fa, esaminando alcune ipotesi con cui trattar male la musica.

L'orrore è, nella fattispecie, quel che Frankie Ruiz infligge a Satisfaction. Sempre in quel post parlavo di una And I love her irresponsabilmente riletta in chiave gitana, che per fortuna su Youtube non c'è (o s'è persa, vivaddio). Poi, pensando ai gitani, ho ricordato il crimine perpetrato dai Gipsy Kings ai danni di Nel blu dipinto di blu. I guitarones andrebbero denunciati. Il brano con cui Domenico Modugno vinse a Sanremo nel 1958 è un concentrato di innovazione e bellezza, una Canzone (la C maiuscola non è un refuso) capace di spostare le lancette della storia di genere in avanti di qualche anno, spedendo nel baule del passato le colombe in volo, i papaveri e le papere, le mamme del mondo, i buongiorni tristi e ciò che fino a quel momento aveva vinto sulla scena rivierasca (che contava, e non poco).

Breve: arrangiare, rileggere, interpretare è arte di portata non minore del comporre. E' come essere panettieri, ma con le note. Un panettiere, il pane del giorno prima, non te lo ripropone spolverato di zucchero dicendoti che è fresco; allo stesso modo, non si prende un capolavoro per inventarsene una versione folklorizzata affermandone una novità che non esiste.

Il panettiere, magari, tiene via un po' di pasta con cui ha fatto le michette e la usa per infornare un nuovo e fragrante francesino. Ecco, pensavo ai bravi panettieri e mi sono venuti in mente Tuck and Patti. Qualche anno fa presero in prestito Time after time da Cindy Lauper e la rilessero, trasformandola in una canzone eterna. Ascolti l'originale e sei negli anni 80, in un diluvio di suoni sintetici; ascolti la cover e potresti trovarti nel 1956, nel 1993 o nel 2038. Ma non lo capiresti, perché tutto quanto c'è intorno sparisce di colpo, come d'incanto.

venerdì 24 giugno 2011

Cosa cantano i giovani d'oggi (ah, signora mia...)?

08:36 Posted by Igor Principe , , , , , No comments
Oggi ho pranzato con mia sorella. Lei ha 22 anni, io 38. Eravamo in un self-service costellato di Lcd sintonizzati sulla tv di Rtl 102.5. A un certo punto, a volume consistente, è partita una canzone tunzi tunzi. Mi giro verso lo schermo, infastidito: "Non potrebbero almeno abbassare?". Mia sorella sbotta: "Ma dai! E'... (dice un titolo che non ricordo), la canzone dell'estate!". "Elena, per me la canzone dell'estate è una a caso del 1964". "Ma se nemmeno eri nato! Sei vecchio!!".

Al di là della battuta, credo che la mia ultima canzone dell'estate sia del 1995, e se non ricordo male era una Macarena che una sera ho danzato in una discoteca in spiaggia, vestito curiosamente (pantaloni multicolore, bandana viola in testa). Dall'anno dopo le mie estati hanno abbandonato il modello "Stessa spiaggia, stesso mare" (quelli incantevoli di Capo Vaticano) per abbracciare il mondo con i viaggi all'estero. Dove probabilmente non mi portavo musica, perché non ricordo suoni che non fossero quelli delle città in cui mi divertivo a bighellonare.

Basta tutto questo a definirmi vecchio? Ovviamente, no. Negli anni ho spostato l'asse dell'ascolto dal rock e dal pop alla classica, al jazz e a quella musica annegata in categorie liquide quali frontiera, world music, popolare. E ho scoperto di tutto. Ho imparato. Ho allargato il mio sapere.

Ecco, questo secondo me è essere giovani: scoprire un Mozart che non conosci. E in questo, se mi è consentito, mi sento molto più ragazzino di alcuni ventenni di oggi. Quelli, per esempio, che abitano nel mio palazzo. Un gruppo di universitari fuori sede, liberi e felici di trovarsi con una chitarra in mano intorno a un tavolo carico di birre, a cantare a squarciagola.

E cosa cantano? Gli Arcade Fire? Eddie Vedder? Elisa? I Baustelle? Adele? Lady Gaga? No. Cantano Guccini e Battisti. Cantano "Lunga e diritta correva la strada" e "Le bionde trecce e gli occhi azzurri e poi". Cantano Wish yhou were here, Roadhouse Blues e, se un po' sanno dove mettere le dita, Stairway to heaven.

E poi il vecchio sarei io.

mercoledì 22 giugno 2011

Eddie Vedder e il suo ukulele: elogio a scatola socchiusa

05:08 Posted by Igor Principe , , 7 comments
Eddie Vedder ha dato di matto e ha inciso un disco di sola voce e ukulele, cui poi ha dato l'originalissimo titolo di Ukulele Songs. Martchelo, onestamente riconoscendo che giudicare le cose prima di averle vissute non è giusto, ha espresso il proprio disappunto sulla scelta di un cantante che ammette di apprezzare molto. Io mi sono divertito a dileggiarlo, dicendomi entusiasta di tanto ardire musicale e del ritorno a quei suoni acustici e popolari che amo profondamente. Ma in realtà stavo solo provocando un amico: dentro di me, pensavo che un disco del genere compete, e vince, su un intero flacone di Valium.

Grande accusato, nella questione, è lo strumento. Che pure, non è un reietto integrale: appare in braccio a Rino Gaetano durante Gianna in un Sanremo di molti anni fa, e ancor prima in quelle di Marilyn Monroe nel capolavoro assoluto - forse la miglior commedia mai girata - di Billy Wilder, A qualcuno piace caldo. Brian May lo ho suonato in qualche pezzo dei Queen, e George Harrison è riuscito a comporci Something, la sua canzone più nota (e bella). Ma, come spesso si verifica, nomen omen: non è un caso che lo strumento nazionale hawaiano abbia un progenitore portoghese chiamato in tre modi diversi: cavaquinho, braguinha e machete. Quello che si abbatte sulla pazienza dell'ascoltatore.

Al di là degli scherzi, c'è quindi una solidarietà di partenza con Martchelo. Ma accade che su Facebook cominci a girare un video di Eddie Vedder al David Letterman Show. La spinta al virale è la scomparsa di Clarence Clemons. Tutti quelli che  lo postano ringraziano Vedder per l'omaggio a Big Man: il Pearl Jammer ne ha scritto il nome sullo strumento, che suona in Without You.

Bene, finito il video ho resistito alla tentazione di precipitarmi a comprare il disco. E' vero che una rondine non fa primavera, e una canzone non fa un album. Ma in questa, Vedder pianta la sua formidabile voce su una pienezza di armonie che stenti a credere possano uscire da una cosa come l'ukulele. A scatola socchiusa, Ukulele Songs promette gran bene. Mi sa che una sera lo porto da Martchelo, per berci sopra un Ardbeg. Vedremo se sarà un modo di sublimare la serata, o di dimenticarla.

domenica 19 giugno 2011

Addio a Clarence Clemons

Clarence Clemons è morto. Pochi giorni fa aveva avuto un ictus, di cui avevo scritto in un post dicendo che si chiudeva un'epoca. Non penso di dover aggiungere altro a quell'idea, se non un video. Che non è Born To Run o Jungleland, con gli assolo più famosi di Clarence. E nemmeno Bobby Jean, dove il suo sax è struggente quanto la storia che quella canzone racconta. O Spirit in the night, dove Big Man pesca nell'acqua di blues, funk e jazz.

No, niente di tutto ciò. Il video che voglio aggiungere è di Secret Garden, brano minore tra quelli di Springsteen, noto soprattutto per essere parte della colonna sonora di Jerry Maguire. La canzone uscì nel Greatest Hits del 1994 come uno dei quattro inediti di quel disco. Ricordo che per ogni brano Bruce scrisse delle note di copertina. Per Secret Garden erano: "Big Man, sweeter than ever...".

venerdì 17 giugno 2011

Jan Lisiecki, genio di 16 anni

L'altro ieri ha suonato a Bologna Jan Lisiecki. L'ho scoperto leggendo il Corriere di lunedì scorso. Questi alcuni passaggi dell'intervista:
- Non ho molti amici della mia età. Non ho tempo di andare in spiaggia o ai centri commerciali. Soprattutto non mi interessa.
- La mia migliore amica resta la musica. Niente mi dà più gioia che suonare il piano a casa, al sorgere del sole.

Lisiecki ha 16 anni ed è già una star mondiale della classica. Sembra suonare divinamente (qui, Chopin), e sembra avere le idee chiarissime su di sé e sulla sua vita. Infatti, prosegue:
- A volte mi sento ancora un bambino, ma so di avere un'anima antica.
- Ho tanti interessi, farei dell'altro (nel caso di una carriera bruciata troppo in fretta, ndr) e il piano continuerei a suonarlo solo per mio piacere.
- Se mi innamorassi? Magari. L'amore scombina tutto. Tanto alla fine non controlliamo niente. Neanche la musica.

Quest'ultima frase ha un senso che annulla qualsiasi altra considerazione, anche critica. Non controlliamo niente, allora gettiamoci nel vortice della vita con tutta la passione di cui siamo capaci. Jan lo sta facendo, e senza sacrifici. Per questo, indovinare un parallelo con l'enfant prodige per antonomasia - Mozart - risulterebbe fuorviante. Mozart, alla vita da prodigio, era costretto dal padre Leopold. Era quest'ultimo che lo scarrozzava in giro per l'Europa procurandogli uno stress fisico da cui originarono una salute cronicamente cagionevole e la morte prematura (non lo dico io, ma Facci nei Misteri per orchestra).

Lisiecki, invece, sta benone, è bravissimo e ha successo. Tutto torna, insomma. Eppure, qualcosa non mi convince. E non parlo di musica, anche se istintivamente mi trovo d'accordo con Enrico Girardi, il critico del Corriere, che a margine dell'intervista scrive quanto segue: "Dentro una nota dei Pollini, Baremboim, Argerich, Ashkenazy, De Larrocha e dei pianisti di quel livello senti il respiro di tutta una civiltà. Dentro il fenomeno Lang Lang senti il nulla eterno. Non per colpa sua, ma perché in un attimo la sua vita artistica è entrata in un vortice - concerti, dischi, conferenze stampa, aerei, ecc. - che esclude il privilegio di diventare adulti. Suonare il pianoforte senza sapere chi fossero Rubinstein, Horowitz e Benedetti Michelangeli è come scrivere un romanzo senza aver letto Dostoevskij, Flaubert e Manzoni, o poesie senza aver letto Dante, Goethe ed Eliot. Va bene una volta, va bene due, poi il giocattolo si rompe tra le mani".

Dicevo, non parlo di musica (Girardi ha detto quel che c'era da dire) ma di altro. Forse di me e dei miei 16 anni, arricchiti da studi pianistici con i quali mi godevo, da solo, Debussy, Skrjabin, Listz, Schubert e Chopin e, con gli amici, tutte le canzoni possibili e immaginabili. Quel disordinato patrimonio musicale, poi, avvalorava un'esistenza felicemente comune a molti, fatta di liceo, amici e amiche, letture, ragazzate, interminabili partite di pallone e primi, irresistibili amori.

Tuttavia, parlare di me non ha alcun senso. Lisiecki è un genio del pianoforte, io non sono musicista se non per trascurabile passione personale. Meglio citare un musicista vero, di cui ho già scritto molto ma la cui lezione - umana, oltre che musicale - è una delle cose più care che il mestiere di giornalista mi ha portato in dote. Mi riferisco a Riccardo Chailly, e di quel che mi disse la prima volta che ci incontrammo, a proposito dell'"indecente precocità" nel dirigere, a 14 anni, il primo concerto della sua carriera: "Avessi giocato un po' più a pallone, sarebbe stato meglio".

martedì 14 giugno 2011

Clarence Clemons e la fine di un'epoca

Clarence Clemons ha avuto un ictus. Anche chi non è springsteeniano ha idea di chi sia la montagna nera piazzata sul palco alla destra di Bruce; ecco, da ieri la montagna - Big Man, il suo nome come E-Streeter - ha chiuso con le scene.

Avverto i sedici che mi seguono che sto per fare un post parziale e sopra le righe. Ma non posso farne a meno, preso in una ridda di pensieri avviata dalle mail con i miei amici devoti al culto di Springsteen: Marco, Paolo, Federico. Una profonda mestizia, se non addirittura un'aperta tristezza, ha avvolto tutti noi ieri sera, consci che si chiude un'epoca. Certo, nulla esclude che se ne apra un'altra: c'è stato un periodo in cui Bruce suonava con una band che non era la E-Street, e la multistrumentista Crystal Taliafero mostrava di saper riprendere a dovere i solo di Clarence. Il che non è nemmeno troppo difficile: un sax nel rock non è un sax nel jazz. Ma tutto ciò non aiuta a togliersi di dosso la sensazione di una fine. Per i motivi che seguono:

1) musicali. Ok, non è questione di tecnica. Ma come nel jazz, anche nel rock il sassofono conta per la voce. Senti Coltrane, poi Sonny Rollins e cogli due voci diverse. Senti Big Man, poi Dick Parry e anche lì, due cose diverse. La voce di Clarence, da stasera, è verosimilmente un ricordo.

2) scenici. La E-Street Band ha perso nel 2008 Danny Federici. "Phantom", il suo nickname: era forse il componente meno esposto, gravato dal compito di tessere la tela sonora delle canzoni di Bruce con organi e tastiere. Un lavoro di sottofondo, insomma (ma non per questo meno importante). Clarence, invece, è almeno un quarto della scena di Bruce. Evidente fino alla pacchianeria nei suoi vestiti, presente con percussioni e controcanti quando non deve soffiare nel sax, spalla anche comica nei siparietti con Bruce. Senza di lui, il palco è irrimediabilmente vuoto.

3) affettivi. Passerò per pazzo, ma me ne frego: per uno springsteeniano la E-Street Band va oltre la musica. E' come avere a che fare con amici, che ogni tanto vengono a trovarti e suonano nel tuo salotto. Il loro antidivismo fa molto: nel 1999 ho chiacchierato 10 minuti con Nils Lofgren davanti all'Hotel Principe di Savoia, cercando di estorcergli informazioni sulla scaletta del concerto di quella sera al Forum. Io dicevo titoli, lui dava probabilità. Insomma: gli E-Streeters, per i fan, non sono meno di Bruce. Senza di loro, Bruce ci perde (trovatemi un fan disposto a tornare ai tour del 1992 e 1993 con l'altra band e vi pago una cena da Aimo e Nadia); con loro, è Springsteen. E' un certo suono, una certa intesa. E' quella cosa per cui un corpo formato da più elementi dà vita a un qualcosa che è più della sommatoria degli elementi stessi. Solo che Clarence erano almeno due, di quegli elementi.

4) l'assolo di Jungleland. Più di tutto quanto sopra, sequenza di parole che prova a dare una logica all'illogico sentire di un 38enne colpito da una notizia di argomento musicale, c'è quell'assolo lì. Cinque minuti di poesia sofferta e meravigliosamente tragica. Il ponte musicale tra l'euforia notturna di Magic Rat (il protagonista della canzone) nella giungla d'asfalto e la sua fine malinconica. Note che puoi danzare guancia a guancia con chi ami, o ascoltare in silenzio guardando il profilo notturno di una metropoli. Non ho ancora deciso se l'assolo più bello nella storia del rock sia del succitato Dick Parry o di Clarence in Jungleland. Ma da ventiquattrore non riesco a non pensare che sia il suo.

giovedì 9 giugno 2011

Les Paul, che la sapeva pure suonare...

07:32 Posted by Igor Principe , , , , , No comments
L'abbiamo fatto tutti, oggi: passare il mouse sul doodle di Google e tirarne fuori i tre accordi possibili (do, fa e sol, a voler essere antipaticamente puntigliosi). Questo perché oggi ci si ricordi che 96 anni fa nasceva Lester William Polfus, più noto come Les Paul, l'inventore di una dei due tipi di chitarra elettrica più diffusi al mondo: la Gibson Les Paul, appunto. L'altra è la Fender Stratocaster.

La storia di Les Paul è bella, e la si può leggere su un vecchio pezzo del Corriere pubblicato alla sua morte, nel 2009. Qualcuno ci può trovare la conferma di una regola piuttosto condivisa nel mondo dell'innovazione, e cioè: vince chi arriva secondo. Sì, secondo: colui che perfeziona un'idea precedente, in questo caso partorita dai signori Fender con la Broadcaster (poi divenuta la ben celebre Telecaster), la prima vera chitarra elettrica solid body (cioè priva di cassa di risonanza) della storia. 

Ma forse, in questa storia, si può parlare di rincorsa. Perché ancora prima della Broadcaster è proprio Les Paul ad andare da mister Gibson con "The Log", il tronco, una chitarra (la faccio facile) a cassa di risonanza alterata per evitare fischi, feedback e amplificatori in eccitazione. Solo che farne un prodotto in serie sembra complicato, e allora Gibson lascia cadere il progetto. Poi arriva mr. Fender. E poi la risposta di mr. Gibson. E poi la riposta di Fender chiamata Stratocaster. Da allora, è il MilanInter delle sei corde, con due partiti poco disposti al compromesso.

Sempre in questa storia c'è una cosa che mi colpisce: Les Paul, la chitarra, sapeva suonarla (eccome: date un'occhiata al video lì sotto). Il che, ad un primo acchito viziato da una conoscenza superficiale della storia dell'artigianato musicale, mi sembra un unicum. I liutai cremonesi non mi sembra fossero anche grandi musicisti; idem per Bartolomeo Cristofori. Per stare sulle tastiere, si può dir lo stesso di mr. Kurzweil. Qui, invece, c'è uno che sa dove mettere le dita. Ora, quanto ciò abbia influito sulla riuscita dello strumento, non lo so. So invece che anni dopo un altro musicista decise di fare qualcosa di simili, prendendo i pezzi migliori di tante Stratocaster e mettendoli insieme. Nacque Blackie, una chitarra leggendaria (checché ne dica Martchelo nei commenti a questo post).





mercoledì 8 giugno 2011

Elton John e i violoncelli

Sir Elton John ha deciso che Luka Sulic e Stjepan Hauser, violoncellisti, apriranno i suoi prossimi concerti. La notizia è stata raccontata da Repubblica come la classica pagina strappata al copione di Saranno Famosi, pregna di inventiva, tenacia e lieto fine. Ingredienti che ci stanno tutti: i musicisti vengono da una provincia che un tempo era Impero degli strumenti ad arco (la Jugoslavia, e prima ancora l'Austria-Ungheria); sono molto giovani; hanno studiato, ma faticano ad affermarsi nel territorio consueto della classica.

Allora, l'idea: il video su YouTube. E l'altra idea: non guardiamoci l'ombelico, lasciamo stare gli studi per due violoncelli di David Popper. Pensiamo alto: Michael Jackson. Che ne dici di Smooth Criminal? Visto, si suoni. E si giri. E si posti su YouTube. Un successone. Lo vede anche Sir Elton, che li chiama. Il resto è facile da immaginarsi.

Di questa storia qualcosa non mi convince. E non è lo schema classico, appunto, alla Saranno Famosi. Quello, lo sai, funziona sempre. Se fosse un film ti ritroveresti col magone, e a deplorarti perché ti è venuto. Non mi convince una frase del pezzo di Repubblica. Questa: "Quel video in cui eseguono Smooth criminal è una bomba. Non solo per la grazia con cui è girato - i due violoncellisti che si sfidano in un enorme salone bianco e vuoto - ma per l'intensità dell'esecuzione, il graffio rock con cui ghermiscono il brano di Jacko".

Sì, è vero: è girato bene. E loro, per carità, sono bravi. Ma il graffio rock, forse, mi sembra eccessivo. Se c'è, non è nuovo e meno intenso di quello nel video lì in basso. Un graffio lasciato anni e anni fa, dai primi che hanno portato gli archi nel rock. E di cui Sir Elton non s'è accorto. E dire che lui la sinfonica l'ha sempre coltivata (pensiamo al suo Live in Australia, barocco e bellissimo).