Musica, senza steccati

venerdì 17 giugno 2011

Jan Lisiecki, genio di 16 anni

L'altro ieri ha suonato a Bologna Jan Lisiecki. L'ho scoperto leggendo il Corriere di lunedì scorso. Questi alcuni passaggi dell'intervista:
- Non ho molti amici della mia età. Non ho tempo di andare in spiaggia o ai centri commerciali. Soprattutto non mi interessa.
- La mia migliore amica resta la musica. Niente mi dà più gioia che suonare il piano a casa, al sorgere del sole.

Lisiecki ha 16 anni ed è già una star mondiale della classica. Sembra suonare divinamente (qui, Chopin), e sembra avere le idee chiarissime su di sé e sulla sua vita. Infatti, prosegue:
- A volte mi sento ancora un bambino, ma so di avere un'anima antica.
- Ho tanti interessi, farei dell'altro (nel caso di una carriera bruciata troppo in fretta, ndr) e il piano continuerei a suonarlo solo per mio piacere.
- Se mi innamorassi? Magari. L'amore scombina tutto. Tanto alla fine non controlliamo niente. Neanche la musica.

Quest'ultima frase ha un senso che annulla qualsiasi altra considerazione, anche critica. Non controlliamo niente, allora gettiamoci nel vortice della vita con tutta la passione di cui siamo capaci. Jan lo sta facendo, e senza sacrifici. Per questo, indovinare un parallelo con l'enfant prodige per antonomasia - Mozart - risulterebbe fuorviante. Mozart, alla vita da prodigio, era costretto dal padre Leopold. Era quest'ultimo che lo scarrozzava in giro per l'Europa procurandogli uno stress fisico da cui originarono una salute cronicamente cagionevole e la morte prematura (non lo dico io, ma Facci nei Misteri per orchestra).

Lisiecki, invece, sta benone, è bravissimo e ha successo. Tutto torna, insomma. Eppure, qualcosa non mi convince. E non parlo di musica, anche se istintivamente mi trovo d'accordo con Enrico Girardi, il critico del Corriere, che a margine dell'intervista scrive quanto segue: "Dentro una nota dei Pollini, Baremboim, Argerich, Ashkenazy, De Larrocha e dei pianisti di quel livello senti il respiro di tutta una civiltà. Dentro il fenomeno Lang Lang senti il nulla eterno. Non per colpa sua, ma perché in un attimo la sua vita artistica è entrata in un vortice - concerti, dischi, conferenze stampa, aerei, ecc. - che esclude il privilegio di diventare adulti. Suonare il pianoforte senza sapere chi fossero Rubinstein, Horowitz e Benedetti Michelangeli è come scrivere un romanzo senza aver letto Dostoevskij, Flaubert e Manzoni, o poesie senza aver letto Dante, Goethe ed Eliot. Va bene una volta, va bene due, poi il giocattolo si rompe tra le mani".

Dicevo, non parlo di musica (Girardi ha detto quel che c'era da dire) ma di altro. Forse di me e dei miei 16 anni, arricchiti da studi pianistici con i quali mi godevo, da solo, Debussy, Skrjabin, Listz, Schubert e Chopin e, con gli amici, tutte le canzoni possibili e immaginabili. Quel disordinato patrimonio musicale, poi, avvalorava un'esistenza felicemente comune a molti, fatta di liceo, amici e amiche, letture, ragazzate, interminabili partite di pallone e primi, irresistibili amori.

Tuttavia, parlare di me non ha alcun senso. Lisiecki è un genio del pianoforte, io non sono musicista se non per trascurabile passione personale. Meglio citare un musicista vero, di cui ho già scritto molto ma la cui lezione - umana, oltre che musicale - è una delle cose più care che il mestiere di giornalista mi ha portato in dote. Mi riferisco a Riccardo Chailly, e di quel che mi disse la prima volta che ci incontrammo, a proposito dell'"indecente precocità" nel dirigere, a 14 anni, il primo concerto della sua carriera: "Avessi giocato un po' più a pallone, sarebbe stato meglio".

2 commenti:

  1. Non ricordo chi ha detto; "se non suono per un giorno me ne accorgo solo io. Se non suono per due, ve ne accorgete anche tutti voi".
    La musica, soprattutto classica, a quei livelli richiede costanza e sacrificio, sennò nisba.
    Ricordo di aver visto un'intervista a una violinista classica (di cui non ricordo il nome, oggi non è giornata...) che aveva smesso; che si diceva sollevata e felice di aver smesso di suonare, non aveva più tempo per sè, niente Natale o andare a letto tardi una sera, niente vacanze, niente delle cose che facciamo tutti.
    E non avrebbe potuto sosterere i livelli raggiunti esercitandosi solo qualche ora alla settimana.
    Morale: deve essere la tua vita.

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  2. E ci vuole forza, molta forza, per sostenere quella morale.

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