Musica, senza steccati

giovedì 28 luglio 2011

Paul Morrissey, e quel che passa tra la Norvegia e McDonald's

Paul Morrissey ha detto la sua sulla strage compiuta da Anders Breivik in Norvegia: "Viviamo tutti in un mondo fondato sull'assassinio, come ci ha insegnato la tragedia della scorsa settimana in Norvegia, che ha causato la morte di 97 persone. Tuttavia, credo che quanto successo qualche giorno fa sia niente rispetto a quanto succede tutti i giorni nel mondo da McDonald's o da Kentucky Fried 'Shit".

Parole che mi hanno riportato all'11 settembre 2001, o ai giorni immediatamente successivi, quando il musicista Karl-Heinz Stockhausen parlò degli attentati alle Torri Gemelle come della "Più grande opera d'arte mai esistita". Fu poi lo stesso Stockhausen a precisare di essere stato totalmente frainteso. Ad ogni modo, resta un punto: la libertà dell'artista non può coincidere con la libertà del delirio.

Forse sarò intrangisente, ma io credo che gli artisti abbiano una responsabilità sociale implicita nel loro lavoro. Parlano al grande pubblico e da un pulpito percepito oggettivamente come positivo. Nell'arte non vedi i compromessi della politica, la scaltrezza dell'economia, il distacco della scienza. L'arte passa agli occhi dei più come espressione di pura libertà. Non è così, perché è fatta da uomini e si sporca le mani con le cose degli uomini stessi. Ma conta la percezione: l'artista è un puro. E' uno che decolla dalla discarica della quotidianità per raccontarla, sintetizzarla e coglierne l'essenza, buona o cattiva che sia.

Ecco perché un'artista, nel comunicare il proprio pensiero, non ha meno responsabilità di un politico. Ecco perché se da un Borghezio il delirio te lo aspetti, da un Morrissey - mito della canzone del Novecento - no. Da un Morrissey non ti aspetti che confonda vite umane con manzi e vitelli. Ti aspetti magari che abbia letto Safran Foer maturando un'analoga - e per molti versi condivisibile - considerazione sugli allevamenti intensivi. Ma non che consideri "niente" la vita di un diciannovenne norvegese rispetto ad un manzo molto mal trattato prima che diventi un hamburger.

Perché un manzo, se non diventa una polpetta, resta un manzo. Quel dicianovenne avrebbe potuto diventare un cantante, un missionario, un premio Nobel, un onesto ed esemplare padre di famiglia. Certo, poteva anche diventare un Breivik. Ma un Breivik puoi tentare di recuperarlo, dopo avergli fatto scontare una pena giusta e rieducativa.

Un manzo resta sempre un manzo.

UPDATE: un lettore anonimo, nel commento lì sotto, mi fa notare di aver scritto una fesseria bestiale. L'artista in questione è Steven Patrick Morrissey. Paul è un regista. Nella fretta li ho confusi brutalmente. Chiedo venia, e ringrazio l'anonimo.

martedì 26 luglio 2011

Wagner, Israele e i separatori

E’ in corso il festival di Bayreuth. Per capire cosa sia, rimando subito a Filippo Facci e a questi suoi articoli. Di sicuro c’è che l’edizione di quest’anno – la centesima – sarà ricordata a lungo, perché stasera avverrà qualcosa di molto bello: in una delle sale della cittadina bavarese (la Stadhall) un’orchestra israeliana (Israel Chamber Orchestra) suonerà musiche di Richard Wagner. Dell’antisemita Richard Wagner.

Ne scrive oggi Giuseppina Manin sul Corriere, condensando in una frase il senso della questione: la musica del tedesco è “sempre inascoltabile per chi ancora patisce lo strazio della memoria”. E’ inevitabile: un ex deportato o un suo discendente non possono lasciarsi incantare dal Tannhauser o dalla Walkiria sapendo che le bestie naziste (con tutto il rispetto per le bestie) se ne inebriavano prima di commettere le loro atrocità. Con l’aggravante dell’essere, Richard Wagner, un antisemita dichiarato. E i suoi discendenti, nazisti convinti.

Non tutti, però. Gottfried Wagner, il pronipote del compositore, è agli antipodi della cultura di famiglia. Eccone un profilo, disegnato da da Facci in uno degli articoli di cui sopra: “maturando con una tesi su un libro antiborghese di Arnold Zweig, fidanzato di una figlia di intellettuali comunisti, appassionato di storia e religione abraica, studioso di Marx, laureato in musicologia con una tesi su Kurt Weil e Bertold Brecht, sposo di una nota anti-wagneriana di Bayreuth nonchè propugnatore in tutto il mondo – negli ambienti ebraici americani in particolare – della bontà della musica ebraica avverso alla perigliosità di quella wagneriana; questo mentre nonna Winifred cenava con Edda Goring e Ilse Hess e sulla scrivania teneva ancora la foto di Hitler”.

E’ quindi altrettanto normale che sia proprio Gottfried, sentito dalla Manin, a ritenere inopportuno quanto accadrà stasera a Bayreuth: “Wagner è stato il modello culturale di Hitler, le sue teorie non sono estranee a quello che è successo ad Auschwitz. Non si può dire è bella musica senza pensare a tutto il resto”. In sintesi, chiude il pronipote, bisogna prima fare i conti con la storia.

Per quel che vale, credo che se continuiamo a farli, quei conti, non ne veniamo più fuori. Anche perché in Wagner si mescolano genialità visionaria e idee ripugnanti. Se Gottfried ritiene siano un corpo unico, altri riescono invece a riportare la miscela ad uno stato originario, separandone gli ingredienti. Si tratta, per esempio, del maestro Roberto Paternostro, che stasera dirigerà l’Israel Chamber Orchestra, e prima di lui l’ebreo Robert Baremboim, che nel 2001 diresse il preludio di Tristan und Isolde proprio in Israele.

Ben vengano, i separatori. Le innovazioni armoniche, la visione di un teatro musicale totalizzante, l’invenzione del golfo mistico fanno di Richard Wagner un oggettivo caposaldo della storia artistica mondiale. Provare a pensarlo avulso da Auschwitz è impossibile per chi con Auschwitz ha un legame, diretto o indiretto. Ma per altri, è doveroso, a maggior ragione se a farsi carico del dovere sono coloro per i quali varrebbe quell’impossibilità, come Baremboim o l’Israel Chamber Orchestra.

Certo, per Gottfried è più difficile che per chiunque, complici intricate e drammatiche vicende familiari (di cui Facci dà ampio e raffinato conto), da cui probabilmente non si separerà mai. Ma separatori di altro tipo, come ho detto, sono i benvenuti: è grazie a loro che riusciamo a liberarci della storia quando questa smette di essere magistra vitae per farsi zavorra nel volo verso il futuro.

lunedì 25 luglio 2011

Amy Winehouse santa subito?

07:00 Posted by Igor Principe , , 2 comments
Il motivo più cantato dalla stampa nel commentare la scomparsa di Amy Winehouse ha riguardato la spettrale coincidenza anagrafica con altre tragiche morti del rock. Quelle di Jim Morrison, di Janis Joplin, di Jimi Hendrix, di Brian Jones, di Kurt Cobain. In molti degli articoli che ho letto ho avvertito lo scatto subitaneo dell’accostamento: Amy come loro, talentuosa e dannata.

Certo, Amy di talento ne aveva, a partire da una voce senza dubbio personale. Innovativa forse no; ma di sicuro la più decisa nel riproporre in chiave contemporanea il suono della soul music. E comunque, la più bella: scrostata, rugginosa, imperfetta. Un po’ quella che fu – nel suo ambito e con tutte le proporzioni del caso – quella di Billie Holiday.

Pure, quell’accostamento mi è parso forzato. Sarà che quando guardi le cose in una prospettiva storica ti accorgi di quanto offrano dettagli preziosi per arricchirti le idee, ma ho l’impressione che la povera Amy, morendo, sia improvvisamente diventata un mito, e che fino a pochi istanti prima fosse solo una disperata vittima di alcol e droga. Non ho idea se anche per Morrison, Joplin, Hendrix e Jones la beatificazione sia stata istantanea (non ero ancora nato), ma ricordo bene che di Kurt Cobain, prima che si puntasse contro un fucile carico, non si parlava solo come di uno spostato. Anzi. Cobain era il grunge, quindi la novità. Possiamo star qui a discutere, poi, di quanta novità ci fosse in quella corrente del rock. Ma è un fatto che dei Nirvana si parlasse anche per la vena compositiva del loro leader.

Ecco, “Amy Winehouse santa subito” è un risultato da non ottenere, perché sovrastimarla per ragioni altre dalla musica non renderebbe giustizia al suo talento. E’ invece più giusto riportare i fatti nel loro alveo, anche se meno mitologico e più mestamente drammatico. Prova a farlo Simona Siri sul Post (da dove prendo quella bellissima foto su in alto), parlando di lei solo come di una ragazza che aveva bisogno di essere amata.

Lo era anche Marylin, dopotutto, ed è stato detto. Senza che il suo mito ne soffrisse.

mercoledì 20 luglio 2011

Ovo: dov'è la musica?

07:31 Posted by Igor Principe , , , No comments
Sapevo da un po' dell'esistenza di Ovo, creatura del web pensata da Andrea Pezzi. Un recente articolo della Stampa me ne ha ricordato l'esistenza. Ci sono tornato, e ho trovato la videoteca arricchita di nuovi materiali. Istintivamente mi pare un progetto con un senso, in cui lo spirito di due massime espressioni del web 2.0 - YouTube e Wikipedia - rivive con una propria identità.

Ho dato un'occhiata ai video e sono fatti bene. Solo, non capisco una cosa: dove'è finita la musica? L'organizzazione delle aree è inconsueta: per dire, la danza sta insieme al cinema e non, appunto, alla musica. Rappresentata invece da un molto specifico "Compositori", tutti di classica (o colta, che dir si voglia). Non esiste il popolare: niente jazz, niente pop, niente rock. Sembra che Pezzi abbia litigato con il proprio passato di vj a Mtv. Dove, è vero, usava la musica come pretesto per altro; pure, sempre del canale tv musicale per eccellenza si trattava.

L'archivio, tuttavia, è in fase di costruzione. Immagino un giorno troveremo video dedicati a Bix Beiderbecke, a Roberta Flack, ai Creedence Clearwater Revival. Intanto quel che c'è, dicevo, non è affatto male. Qui segnalo Sergei Rachmaninov, che per i parvenu folgorati da Shine è l'autore del Rach 3. Per chi rispetti l'arte, invece, del Concerto n. 3 per pianoforte e orchestra.

martedì 19 luglio 2011

Le tasche piene di sassi (e certe teste piene di sterco)

02:56 Posted by Igor Principe , , , No comments
Le tasche piene di sassi è una canzone dell'ultimo disco di Jovanotti, Ora. Al primo ascolto mi è sembrata carina, ma non di più. Il classico pezzo lento che ogni album chiede all'ascoltatore come ogni mattina, giunta a metà, invochi una pausa caffè. Inoltre, più nello spirito che nella musica, mi ricordava A te (con la quale il buon vecchio Pachelbel ha un conto in sospeso).

Poi, poche sere fa, ho visto Jovanotti cantarla in una puntata di Hotel Patria e ho scoperto che è dedicata alla madre, da poco scomparsa. Non ho esitato un secondo a rivedermi nel bimbo solo, davanti a scuola, in attesa che la mamma passi a prenderlo per portarlo a casa, magari con la "faccia piena di schiaffi" per una zuffa con un compagno. La canzone mi ha toccato, portandomi a pensare che il giorno in cui anche mia madre sarà altrove da questo mondo io mi sentirò le tasche piene di sassi.

Ho avuto voglia di riascoltarla, stamattina. Così l'ho cercata su YouTube, dove al suo video ufficiale sono stati lasciati commenti. Il primo che si legge, al momento, è questo: "Le chiappe piene di cazzi", apprezzato da altri undici.

Ripresomi dal disorientamento - precipitare dalla sfera celeste in cui albergano le belle canzoni alla greppia di una porcilaia non è cosa da lasciarti indifferente - ho pensato a Winston Churchill e a una sua frase: "Il miglior argomento contro la democrazia è una chiacchierata di cinque minuti con l'elettore medio".

Dagli torto.

lunedì 18 luglio 2011

La cosa più bella di Irene Cara

09:02 Posted by Igor Principe , , , No comments
Qualche settimana fa ho letto un pezzo su Irene Cara, in cui ci si chiede legittimamente che fine abbia fatto uno dei talenti più promettenti degli anni 80. A quanto pare, un'ottima fine, a dispetto di chi abbia visto in lei una delle tanti meteore apparse nel cielo del pop.

Di lei mi sono ricordato spulciando tra i miei vecchi dischi in vinile. Non perché ne avessi uno dei suoi - non ho idea se ne abbia mai pubblicati -, ma perché mi è capitata tra le mani la copia del disco d'esordio di Nikka Costa. Lei sì, una meteora.

Bene, nel trascurabile lp della bambina prodigio - che se avesse giocato un po' di più con le bambole non sarebbe poi finita, bolsamente adulta, a cantar da Carlo Conti - appare una canzone. Si intitola On my own, e prima di lei l'aveva cantata Irene Cara in una delle scene più belle di Fame. E' lì, infatti, che ricordo di averla ascoltata.

Anni e anni dopo, On my own mi appare come uno di quei brani da infilare nel novero dei "perfetti". E' difficile definirli, e ci provo argomentando per esclusione. Dunque, ci sono canzoni che ami perché ti coinvolgono totalmente (e la mia è Thunder Road), altre perché ti legano a qualcosa (l'elenco è sterminato), altre perché le suoni e ti danno soddisfazione (io la provo con Over the raimbow). Su tutte queste, da par mio, c'è una prevalenza schiacciante del soggettivo sull'oggettivo: le vivo col cuore e con la pancia, non con la testa.

Le perfette, nella mia ottica, sono quelle in cui l'oggettivo non dico prevalga, ma almeno se la gioca alla pari. E cos'è l'oggettivo? Non l'assoluto, che non è di questo mondo, ma una prospettiva dentro la quale la musica, ascoltata sempre più con il cuore che con la testa, si astrae e si distanzia dalle pulsioni più forti della percezione. In altre e più concrete parole: se devo spiegare perché Thunder Road è la mia canzone, ci vuole un libro. Se devo spiegare perché On my own è una canzone fantastica, posso parlare di una melodia azzeccata, di una costruzione armonica semplice ma non banale, di un canto intenso ma non indulgente in stucchevoli manierismi vocali. On my own sembra una di quelle canzoni (mi vengono in September Morn e What the world needs now) nate a tavolino, da due menti chiamate lì perché hanno un contratto a cottimo con l'etichetta discografica, e devono scrivere, scrivere, scrivere. Allora mettono insieme le idee e il mestiere, e li impastano.

Di tutte le pagnotte sfornate in un giorno alcune sono buone, altre meno. Alcune sono perfette. Ecco, On my own è una di quelle.

venerdì 8 luglio 2011

News of the World (si parla dei Queen, non di Murdoch)

Una bella rubrica della Settimana Enigmistica si intitola "Forse non tutti sanno che...". Ecco, forse non tutti sanno che uno dei dischi più famosi dei Queen si chiama News of the World. Come il tabloid inglese che domenica manderà in edicola il suo ultimo numero per la vicenda delle intercettazioni di cui parla in questi giorni il pianeta.

Non so perché i Queen decisero di dargli quel titolo. Di sicuro, la copertina - un robot tiene in palmo di mano i cadaveri del gruppo - ha lugubri connessioni con la storiaccia di cui il quotidiano è protagonista. Ad ogni modo, quel disco fu un successo e non poteva essere altrimenti. Basti la sequenza d'attacco: We will rock you - We are the champions (coppia che chiude un'altro mega successo di Freddie Mercury e compagnia: il primo dei tre Greatest Hits, disco che amo perché fu quello con cui scoprii la loro musica).

Anche News of the world è un disco cui tengo molto, perché me l'ha regalato un caro amico che ha da poco intrapreso la  non semplice (eufemismo) carriera di tenore. A spingerlo al generoso gesto fu la presenza, come canzone di chiusura, di quella giù nel video. Voleva che imparassi a suonarla, perché a lui piaceva da matti cantarla. Il mood vagamente jazzistico - e lui sapeva quanto jazz c'è nella mia vita - lo convinse che potevo farcela.

Così ascoltai, provai e riprovai, e vi riuscii. Diciamo la verità: non è un pezzo complicatissimo per i pianisti. Ma è uno di quelli che, in una serata tra amici, va di brutto. E ancor di più in una notte d'estate in un villaggio vacanze di Capo Vaticano, angolo di paradiso della Calabria tirrenica. E in una in particolare: estate 1995, un diluvio costringe gli ospiti a trovar riparo al chiuso. Si improvvisa una serata di pianoforte e voce. Quella canzone strappò applausi su applausi.

 Fu il mio momento di gloria. Quello del mio amico deve ancora arrivare. E sarà ben altra cosa.

giovedì 7 luglio 2011

Arcade Fire a Milano (con il fantasma di Springsteen)

09:00 Posted by Igor Principe , , , No comments
Volevo andare a vedere il concerto degli Arcade Fire all'Arena di Milano, lo scorso 5 luglio. Poi gli eventi mi hanno travolto e non mi sono interessato dei biglietti. Peccato, perché pur con il limite del solo ascolto di Funeral (regalo di un caro amico) avrei visto volentieri un gruppo che Bruce Springsteen - la mia devozione al quale immagino si sia capita - apprezza molto. Ci ha pure suonato insieme: la loro Keep the car running e la sua State Trooper.

E probabilmente, durante lo show, avrei cercato qualche traccia del buon Bruce nei loro brani. Certo non quelli del citato Funeral, dove non ne indovino mezza. Magari negli altri due dischi, non so. O forse avrei provato a vedere in Win Butler una bestia da palco come il Jersey Devil sa essere. Insomma, istintivamente mi sarei mosso alla ricerca di qualcosa che sento come mio, per farne un amo con cui pescare gli Arcade Fire mettendoli nel secchio dei miei gusti privilegiati.

Il giorno dopo, grazie alle segnalazioni degli amici di FB, a quelle di Martchelo e a quelle della grande Stampa, cerco di farmi un'idea di cosa sia stato il concerto. A giudicare dal caro amico, poteva andare meglio. E anche a giudicare da Bruno Ruffilli sulla Stampa. Il titolo del suo pezzo è un'esca perfetta per me: "Milano, la notte degli Arcade Fire - l'indie rock nel nome di Springsteen". Leggo, e di Bruce si parla in mezza riga così: "Win Butler, che a tratti ricorda Springsteen (in Crown of love, da Funeral)".

Conosco il brano, e non c'è nulla che vi ci riporti. Né la voce, né gli arrangiamenti, né la struttura della canzone. Niente. Penso allora che Butler si sia inventato un'interpretazione da chiaro omaggio a Bruce, qualcosa di radicalmente diverso da quanto si trova in rete (di cui il video lì sotto è il miglior esempio). Proverò a chiedere a Martchelo. Se me lo confermerà, allora Ruffilli avrebbe potuto scrivere del chiaro omaggio; se non me lo confermerà, mi piacerebbe sapere dove Ruffilli l'abbia vista. In ogni caso, quello "Springsteen" piazzato lì nel titolo sa tanto di esca per i cefali facili facili. Come il sottoscritto.

lunedì 4 luglio 2011

Jim Morrison ne sarebbe lieto?

01:27 Posted by Igor Principe , , 1 comment
Ieri erano 40 anni dalla morte di Jim Morrison. Non amando la dietrologia, credo riposi sotto due metri di terra al Père Lachaise di Parigi, e che non sia in qualche angolo del mondo, incanutito e irriconoscibile, a vivere da perfetto sconosciuto. E la folla che costantemente ne omaggia la tomba mi convince della mia idea: diversamente, che senso avrebbe?

L'ho vista un paio di volte, quella folla. La prima nel 1992, e volli farne parte con convinzione. Eravamo a Parigi in gita scolastica, un gruppetto di noi s'è staccato dagli altri approfittando di un pomeriggio a ranghi non serrati ed è andato al cimitero del XX arrondisment per recar visita al cantante dei Doors. Gruppo che, con altri pilastri del rock, ha segnato l'educazione sentimental-musicale impartitami dagli anni di liceo. Per di più, era da poco uscito il film di Oliver Stone, e ci era piaciuto. Cercammo la sua tomba e non fu difficile: qualche fanatico (sì, fanatico) aveva disseminato sulle altre le indicazioni per arrivarvi.

Una volta a destinazione, trovammo un bivacco. Silenzioso, ma sguaiato. Giro di fumo che non vi dico. Assentarsi con la mente per riflettere qualche minuto, pensando a qualcosa di importante delle canzoni di Morrison e dei Doors, non fu possibile. Non sono stato sulla tomba di Woityla, ma mia madre sì, e mi ha detto che non puoi fermarti più di cinque secondi per non otturare il flusso. Beh, qualcosa di simile accadde con il Re Lucertola.

Nel 1996, la seconda volta. Del tutto casuale: eravamo in due, e cercavamo la tomba di Edith Piaf, di Sarah Bernhardt, di Oscar Wilde, di Vincenzo Bellini, il cenotafio di Rossini, di Marcel Proust, di Pietro Gobetti, di Chopin e di Balzac. Quelli che, la volta prima, mi ero perso. Ricordo di aver svoltato un angolo e di essermi trovato di fronte a Morrison. Di nuovo, silenzio sguaiato. Gran giro di fumo.

Mi sono chiesto: ma uno come lui, sincero rivoluzionario (anche musicale: i Doors riuscivano a creare un suono profondissimo pure in assenza di basso elettrico), ne sarebbe lieto?