Musica, senza steccati

lunedì 18 luglio 2011

La cosa più bella di Irene Cara

09:02 Posted by Igor Principe , , , No comments
Qualche settimana fa ho letto un pezzo su Irene Cara, in cui ci si chiede legittimamente che fine abbia fatto uno dei talenti più promettenti degli anni 80. A quanto pare, un'ottima fine, a dispetto di chi abbia visto in lei una delle tanti meteore apparse nel cielo del pop.

Di lei mi sono ricordato spulciando tra i miei vecchi dischi in vinile. Non perché ne avessi uno dei suoi - non ho idea se ne abbia mai pubblicati -, ma perché mi è capitata tra le mani la copia del disco d'esordio di Nikka Costa. Lei sì, una meteora.

Bene, nel trascurabile lp della bambina prodigio - che se avesse giocato un po' di più con le bambole non sarebbe poi finita, bolsamente adulta, a cantar da Carlo Conti - appare una canzone. Si intitola On my own, e prima di lei l'aveva cantata Irene Cara in una delle scene più belle di Fame. E' lì, infatti, che ricordo di averla ascoltata.

Anni e anni dopo, On my own mi appare come uno di quei brani da infilare nel novero dei "perfetti". E' difficile definirli, e ci provo argomentando per esclusione. Dunque, ci sono canzoni che ami perché ti coinvolgono totalmente (e la mia è Thunder Road), altre perché ti legano a qualcosa (l'elenco è sterminato), altre perché le suoni e ti danno soddisfazione (io la provo con Over the raimbow). Su tutte queste, da par mio, c'è una prevalenza schiacciante del soggettivo sull'oggettivo: le vivo col cuore e con la pancia, non con la testa.

Le perfette, nella mia ottica, sono quelle in cui l'oggettivo non dico prevalga, ma almeno se la gioca alla pari. E cos'è l'oggettivo? Non l'assoluto, che non è di questo mondo, ma una prospettiva dentro la quale la musica, ascoltata sempre più con il cuore che con la testa, si astrae e si distanzia dalle pulsioni più forti della percezione. In altre e più concrete parole: se devo spiegare perché Thunder Road è la mia canzone, ci vuole un libro. Se devo spiegare perché On my own è una canzone fantastica, posso parlare di una melodia azzeccata, di una costruzione armonica semplice ma non banale, di un canto intenso ma non indulgente in stucchevoli manierismi vocali. On my own sembra una di quelle canzoni (mi vengono in September Morn e What the world needs now) nate a tavolino, da due menti chiamate lì perché hanno un contratto a cottimo con l'etichetta discografica, e devono scrivere, scrivere, scrivere. Allora mettono insieme le idee e il mestiere, e li impastano.

Di tutte le pagnotte sfornate in un giorno alcune sono buone, altre meno. Alcune sono perfette. Ecco, On my own è una di quelle.

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