Musica, senza steccati

mercoledì 28 settembre 2011

Miles Davis, da vent'anni altrove

05:24 Posted by Igor Principe , , No comments
Scopro grazie a ms. Puccettona Newman (che in ambito civile ha un nome normale), mio contatto su Facebook e trombettista che un giorno spero di ascoltare, che il 28 settembre 1991 mr. Miles Davis si trasferiva con la sua tromba altrove da qui. E mi sono detto: sorbole, da farci un post.

Poi mi sono accorto che mesi fa avevo già scritto di lui, festeggiandone il compleanno. Quindi, non aggiungo altro. Anzi, no: una cosa in più la voglio dire.

Quindici anni fa - santo cielo! - ho frequentato i Civici Corsi di Jazz di Milano. Nelle ore di musica d'insieme venivo catapultato in una sala prove in compagnia di altri alunni per imparare a suonare, appunto, insieme. Il nostro insegnante era Marco Vaggi, con il quale è capitato non nascesse l'intesa necessaria per fare le cose serenamente (da parte mia); sicché dopo quattro o cinque jam session, ho preferito lasciar perdere.

Marco, tuttavia, riuscì a colpirmi: non con qualcosa di contundente (temo lo volesse, visto che non perdeva occasione di ricordarmi quanto male suonassi il pianoforte), ma con un aneddoto su Miles Davis. Ci raccontò che il figlio di un critico musicale americano, ascoltandone la musica, disse al padre: "Suona come se l'avessero messo in castigo".

Quindi, beccatevi 'sta punizione:

giovedì 22 settembre 2011

Hanno ragione i R.E.M.: Everybody hurts, sometimes...

04:43 Posted by Igor Principe , No comments
Tutti si feriscono, talvolta. Così cantavano i R.E.M. nel 1992. E non parlavano di incidenti occasionali o di cadute in cortile, ma di quei momenti in cui la vita decide di litigare con te. Una canzone struggente, semplice e intensa; in molti l'hanno postata oggi sui social, per salutare la band di Stipe, Buck e Mills. C'è tantissimo in rete da leggere sul loro scioglimento, e io consiglio Sibilla su Rockol.

Quanto ai R.E.M., sono anche loro tra gli artisti "che senti tuoi anche se non li hai", cioè coloro di cui non hai un disco ma di cui ti scopri a conoscere diverse canzoni. La musica è nell'aria - o, secondo Fossati, gira intorno - e marchia i passaggi del nostro vivere quotidiano; se poi gli capita a tiro un momento importante, quel marchio non lo cancelli nemmeno con la trielina. Losing my religion, per me, è l'incancellabile colonna sonora del mio diciottesimo compleanno, quando un vecchio amico del gruppo di Capo Vaticano la cantò con una chitarra 12 corde nel corso della festa di cui fui protagonista. Ascoltarla significa rivedere trenta persone euforiche - complice una robusta dotazione di birre da 33 cc -, incrociare lo sguardo da cerbiatta di una ragazza che mi fece sognare (ora splendida donna, oltre che amica sincera), riassaporare la torta gelato su cui spensi la simbolica candelina. Soprattutto, sentire di nuovo la forza invincibile dell'età in cui vieni ammesso alla falegnameria della vita, quando ti danno in mano gli attrezzi e ti dicono "prego, costruiscila".

Altro marchio è Everybody hurts. Sta su Automatic for the people, disco che a sua volta stava su uno scaffale a casa del mio amico Paolo. Nei sabato sera in cui si finiva da lui e c'erano anche le ragazze, nella speranza che le la dolcezza di quel brano fosse il grimaldello per spalancarne il cuore mi precipitavo a inserire il cd nel lettore. Il grimaldello restava spuntato, ma il salotto si riempiva di note rendendo memorabili quelle serate di parole e di sguardi.

Lo scioglimento dei R.E.M., per quanto mi riguarda, non chiude un'epoca. E non mi ferisce. Ma se loro ringraziano profondamente i fan per averli ascoltati, io mi sento di ringraziarli per essere passati in un meraviglioso frammento della mia vita, e di aver contribuito con forza a renderlo indelebile.

lunedì 19 settembre 2011

Sostiene Bollani ad ore insostenibili

05:29 Posted by Igor Principe , , , 2 comments
E' stata una domenica a suo modo musicale, quella trascorsa ieri. Nel pomeriggio ho letto un articolo di Claudio Colombo (Corriere della Sera) sulla rinascita di Castelfidardo come capitale della fisarmonica, lo strumento che vorrei studiare se tornassi ai miei primi anni di scuola di musica. Ci ritornerò, sul punto: la fisa suscita pulsioni opposte che meritano di essere trattate.

In serata è stata la volta di Sostiene Bollani, prima puntata del programma in cui il pianista suona e racconta il jazz. Lo fa divagando, agganciandosi a Chopin e a Pino Daniele, mescolando colto e popolare in maniera intelligente, senza svilire l'uno e l'altro. Anzi, valorizzando quest'ultimo: gli basta nominare la parola blues per attaccare un riff trascinante, introdurre Irene Grandi e rendere un gran bel servizio a uno dei brani più noti del citato cantautore napoletano, A me me piace 'o blues.

Dovessi dare un giudizio al programma, lo sospenderei. Il giudizio, non il programma. Sostiene Bollani comincia poco prima di mezzanotte, e ciò me lo rende insostenibile. Non soffro di insonnia, al mattino la sveglia la suonano i bimbi (e quasi sempre prima delle sette), il metabolismo è vorace e chiede almeno sette ore di sonno notturno ben fatto per garantire la minima efficienza durante il giorno. Tutto ciò è incompatibile con la collocazione oraria di quel programma.

Tuttavia esiste internet: appena potrò, riuscirò a godermi sul sito quel che ieri ho lasciato dopo una decina di minuti, ché a me piace dormire in un letto e non sul divano. Ma la curiosità di stamattina era forte, così ho cercato in rete e ho trovato alcuni dei brani suonati ieri. Quello nel video lì sotto è sbalorditivo: Bollani duetta con Gabriele Mirabassi in un pezzo che non conosco, ma del quale l'istinto mi dice appartenga al choro. Due soli strumenti, una pienezza totale e un ritmo più che trascinante.

Terminato l'ascolto, con il piede ancora incatenato ad un battito frenetico, mi sono fatto una domanda: che cosa ha stravolto gli orari dei palinsesti televisivi? Perché la prima serata comincia alle 21.30? Dov'è Nicoletta Orsomando che annuncia "Alle 20.40 andrà in onda..."? Non che io voglia Sostiene Bollani a quell'ora; tra l'altro, toglierebbe spazio a Riccardo Iacona, che ne merita molto. Ma se Iacona cominciasse all'ora dell'Orsomando e Bollani alle 22.30 (fai 22.45, con un tg di mezzo), non sarebbe meglio per tutti?

venerdì 16 settembre 2011

Musica forte e scuola forte: sui banchi da subito!

09:37 Posted by Igor Principe , , , No comments
Aggiungo una considerazione al post lì sotto, in cui commentavo un articolo di Quirino Principe su musica forte e musica debole sottolineando la necessità, per divulgare la prima, di avere una scuola forte. In questi giorni su Facebook mi appaiono le segnalazioni di ripresa dei corsi Musicainfasce, organizzati dall'Aigam. E' un argomento che penso di conoscere, avendone scritto in un paio di occasioni (Io Donna e Il Giornale) e, soprattutto, essendo molto amico di una delle insegnanti cui si deve l'arrivo in Italia di quei corsi.

Il metodo didattico adottato da Musicainfasce è stato elaborato da Edwin E. Gordon, musicista ed educatore, che l'ha chiamato con semplicità: "Music Learning Theory". In questo caso, apprendimento musicale non significa imparare a suonare, ma imparare un linguaggio. Quella della musica, il più universale che esista. L'unico in grado di creare una condivisione piena tra due individui, siano essi accomunati o meno dal parlare la stessa lingua (il che non esclude che la musica sia anche fonte di divisione: come ogni cosa al mondo, ci si può litigare di brutto).

In che modo i bambini apprendano quel linguaggio è raccontato gran bene da Concita De Gregorio in un articolo, ormai stagionato (2003). Le sue considerazioni, e in generale l'importanza della musica nell'attività cerebrale - quindi formativa - degli individui nei loro primi anni di vita mi stupiscono ogni volta. Ma a stupirmi di più è, alla luce di quell'importanza, il disinteresse della scuola italiana per questo apporto.

Ecco perché, in quest'intervista di Michele Brambilla al ministro Gelmini, apparsa sulla Stampa di qualche giorno fa, secondo me manca una domanda: "Perché non si fa musica, nelle scuole?".

martedì 13 settembre 2011

La musica forte chiede una scuola forte

04:03 Posted by Igor Principe , , , No comments
Mi è capitato spesso di sentirmi chiedere: “Parente di Quirino?”. Accadeva quando, da freelance di cultura e spettacoli, conoscevo qualcuno dell’ambiente musicale colto: sentivano il cognome e lo associavano al germanista e musicologo, storico collaboratore del Sole 24 Ore.
Proprio sul Sole, Quirino Principe scrive un illuminante articolo sullo stato della musica classica. Invito a leggerlo, per capire come una sala da concerto rappresenti un interessante caso demografico in quanto sintesi compiuta delle nefaste conseguenze legate all’invecchiamento della popolazione.

Da par mio, concordo totalmente con Principe quando scrive: "Se una disciplina è insegnata soltanto in sedi circoscritte, e al massimo livello scientifico, come l'egittologia o il restauro di libri antichi, e non entra nel circuito della cultura diffusa, essa è un tesoro che si spera bene custodito, ma la sua presenza nella società è nulla". Inconfutabile. Mi sento tuttavia di suggerire un elemento su cui fondare un minimo di ottimismo: il boom di iscrizioni ai nuovi licei coreutico-musicali. Di musica e della relativa cultura i ragazzi hanno voglia. Il punto riguarda il tipo di suono che loro interessa, se quello di un’orchestra sinfonica o di una rock band.

E qui andiamo ad un’altra considerazione di Principe. "Per la musica "forte", in Italia, pare non esserci speranza. Sì, "forte": è in corso la nostra battaglia per sostituire questo aggettivo a locuzioni improprie e fuorvianti, "musica classica", o "seria", o "colta", e ci sorprende piacevolmente (questo, almeno!) che i nostri sforzi stiano ottenendo udienza al di là di ogni speranza: una casa discografica ha dichiarato, aprendo il suo catalogo, di volere usare, d'ora in poi, la terminologia da noi proposta. "Forte" è la musica dotata della massima energia. Suscita traumi, estasi, sensazioni forti, come il terribile accordo dissonante che apre il Finale della Nona di Beethoven, come il Lamento di Arianna di Monteverdi il cui «Lasciatemi morire» è il decollo di un'astronave. La "musica debole" (non "leggera" o peggio "popolare"), si fonda sulla ripetitività, sul sottofondo, su banali sensazioni. Forte e debole non s'intendano come un aut-aut: sono qualità estreme, entrambe legittime, agli opposti di una serie di gradazioni".

Qui – si parva licet – non mi convince l’impostazione. Quella che Principe non vuole chiamare leggera né popolare offre un repertorio in cui non è affatto infrequente imbattersi in gemme qualitative vivissime, alle quali è quantomeno ingeneroso attribuire la ripetitività, il sottofondo e la banalità elencate dal musicologo. Con questo – mi disturba ribadire l’ovvio, ma è meglio non dar adito ad equivoci – non voglio dire che Beethoven è sullo stesso piano di Peter Gabriel. La complessità di linguaggio della musica classica è infinitamente superiore a quello della leggera; e ci sarà pur un motivo se per suonare il pianoforte come Radu Lupu ci vogliono dieci anni di studi regolari più tanti altri di continuo esercizio, mentre per farlo come Billy Joel ne bastano tre (ma con litri di sangue sporcati di blues).

Insomma, la musica forte non è solo la classica; la debole non solo la leggera. Su questo, la tradizionale distinzione resta comunque quella che più di tutte ci consente di definire i rispettivi ambiti e di capire ciò di cui parliamo, pur con tutto il suo anacronismo e i suoi limiti. E’ invece sacrosanto l’invito con cui Principe condisce il proprio articolo: "Si chiede soltanto che la musica debole e banale non spinga ai margini la musica energica e inventiva".

Ripeto, sacrosanto. Ma è bene sapere che a spingersi non sono solo diversi generi, ma anche diverse specie nello stesso genere. In ambito leggero o popolare penso a Light my fire, inno dei Doors rilanciato pochi anni fa da un imberbe Will Young, e ripenso a mia sorella, allora molto giovane, convinta che il geniale autore fosse il secondo e non Jim Morrison e compagni.

In ambito classico, mi è capitato di assistere a concerti sinfonici in cui la compagine non fosse all’altezza: mera esecuzione, nessuno slancio interpretativo, addirittura qualche nota stonata. Ecco, quella è ripetitività, banalità, sottofondo. Quella è musica debole che confina ai margini la musica forte.

Musica forte, insomma, è quella che viene creata ed eseguita con perizia e amore, capace ogni volta di dirti qualcosa di nuovo. Sia essa la Nona sinfonia, Maple Leaf Rag o Mamma mia dammi cento lire. Il sacrosanto invito ad evitare quella deleteria spinta può essere raccolto solo da insegnanti all’altezza del punto sulla scuola richiamato più su da Principe. Insegnanti capaci di far amare Bach e i Beatles senza annacquare entrambi in una pappa indistinta, ma trasmettendo le competenze per capire l’arte del primo e dei secondi. Solo così le teste in una sala da concerto classico si faranno meno canute. E solo così si spegnerà il sussiego di un’accademia capace di parlare solo ad un’elite di accoliti.

mercoledì 7 settembre 2011

11 settembre 2001, dieci anni dopo

03:01 Posted by Igor Principe , , No comments
La stampa tutta, dalla carta all’online, ricorda questa settimana l’11 settembre 2001 con iniziative editoriali di vario tipo. E a proposito di ricordi, credo che tutti noi siamo in grado di tornare con dovizia di particolari a quella giornata allucinante e a cosa stessimo facendo nel momento in cui qualcuno – un collega, un amico – o qualcosa – la tv, internet, la radio – ci ha detto che un aereo era entrato in un grattacielo di New York.

Il mio ricordo è netto. Ero a casa dei miei, dove vivevo allora, e stavo lavorando. Seduto al pc, scrivevo un pezzo di presentazione della stagione di un teatro milanese (non ricordo quale, però), che avrei spedito in redazione di lì a poco. Mio padre, rientrato dal giro post prandium con il cane, entra nella stanza e con aria terrea mi dice: “Ma hai sentito che cazzo sta succedendo a New York?”. Internet allora era a 56K e navigare era diventato impossibile; così mi sono fiondato in sala, davanti alla tv già accesa, e ho visto il secondo aereo entrare nella Torre Sud del World Trade Center. Ho chiamato in redazione, per dire che il pezzo sarebbe arrivato subito e per cercare di saperne qualcosa in più, ma il mio caposervizio non fu in grado di dirmi cose diverse da quelle che anche lui vedeva in tv. Ho chiuso il pezzo in un amen, mi sono inchiodato davanti al televisore, ho risposto alla chiamata di un amico che, fuori ufficio, mi chiedeva dettagli (“C’è gente che parla di terza guerra mondiale, c’è da credergli?”) e a quella di Cristina, che in libreria aveva solo la radio e mi domandava se fosse tutto vero. Cristina l’avevo vista poche ore prima, per un pranzo insieme dopo la conferenza stampa del suddetto teatro; doveva essere importante, perché avevo giacca e pantalone con la piega, indumenti che non sono solito indossare a lavoro. Fu un pranzo veloce ma piacevole, al sole di una panchina del centro di Milano.

A Cristina ho risposto che sì, era tutto pazzescamente vero. L’ho salutata in fretta, e sono tornato alla tv. Quando la prima torre è collassata ho sentito i peli delle braccia drizzarsi come spaghetti. Ho continuato a guardare la tv, eccezionalmente – a casa dei miei non c’è mai stata tv in cucina – ho mangiato qualcosa al volo sempre davanti alla tv, che ho mollato ben oltre la mezzanotte per andare a dormire con un potentissimo mal di testa.

Ora, cosa c’entra tutto questo con la musica? In effetti, ben poco se guardo ai miei ricordi; molto, invece, se penso che l’11 settembre 2001 rivive e rivivrà sempre in una canzone dell’artista che da quella tragedia ha fatto nascere The Rising, e cioè Bruce Springsteen.

L’ho detto spesso: su Bruce mi dichiaro acritico. Ogni volta in cui la ragione si sforza di far le pulci alla sua arte la pancia subentra e vince. Tuttavia, credo di riuscire ad allontanarmi da una corrente che ha spesso insistito sulla title-track, su Lonesome day e su My city of ruins come i brani di quel disco emblematici del racconto dell’11 settembre. Penso invece che sia You’re missing la fotografia di ciò che allora fu. Più di Paradise, che immagina un kamikaze nell’attimo prima di azionare il detonatore in un affollato mercato; e più di Into the fire, che celebra il sacrificio dei pompieri di New York.

Secondo me è You’re missing perché racconta di un "dopo" comune a molti di coloro che da quella tragedia furono colpiti, siano essi stati pompieri, impiegati, poliziotti, manager, addetti delle pulizie. La normalità che riparte vuota, la troppa stanza nel letto di una moglie senza più marito, la polvere rimasta sulle scarpe, le troppe telefonate, la tv accesa in soggiorno, i giornali sull'uscio di casa. E lo racconta con un riff facile, tre accordi e un solo di organo delicato e malinconico.

Si dice spesso, in questi casi: “per non dimenticare”. Ecco, credo che quella canzone lo faccia bene, e con poesia.

lunedì 5 settembre 2011

I 65 anni di Freddy Mercury

04:44 Posted by Igor Principe , , No comments
Ci ha pensato Google con uno dei suoi migliori Doodle a ricordarci che oggi Freddy Mercury avrebbe compiuto 65 anni. Ci si potrebbe divertire a immaginare che faccia avrebbe il leader dei Queen a vent'anni dalla sua scomparsa:avrebbe fatto ricorso a chissà cosa per ingannare l'incedere del tempo, o si sarebbe lasciato incanutire serenamente? Ma il "what if" è un gioco intellettualmente sterile in campo storico, e la musica non ne è immune. Sicché è meglio pensare a cosa, in 45 anni di vita, Freddy Mercury abbia fatto.

E anche qui, ce ne sarebbe da dire. Tra le icone del pop, i Queen mi sembrano quelli che più hanno mantenuto alta l'asticella della creatività. Scorrendo la loro storia non vedo palesi momenti di stanca, ma dischi in cui, dal primo all'ultimo, un paio di pezzi di livello non sono mai mancati. Ciò li ha resi capaci di dare una loro impronta alla musica come segnatempo, cioè come elemento evocativo di un'epoca. Sicché non è del tutto implausibile pensare che Bohemian Rhapsody sia colonna sonora dei primi anni settanta, così come We Are The Champions lo è di primi anni Ottanta, A kind of magic della loro metà e Innuendo dei primi anni Novanta.

Ecco perché, forse, il loro disco migliore è la trilogia di Greatest Hits. C'è tutto, e si capisce il concetto che ho appena cercato di esprimere. Certo, qualcosina manca, ma si tratta di chicche. Una di loro è Is this the world we created, uscita nel 1984 in The Works, album dominato da due inni da stadio quali Radio Ga-Ga e I want to break free. Il testo - un po' retorico, ma è opinione del tutto personale - è figlio di un'epoca in cui il pop guardava fuori dalla finestra scoprendo l'impegno umanitario (di lì a poco arriveranno i Band-Aid, gli Usa for Africa e il Live Aid); la musica è tutta nella perizia chitarristica di Brian May. E il resto, è il carisma di Freddy Mercury: uno che sul palco sapeva starci.



giovedì 1 settembre 2011

Le Impressioni di settembre di Franco Battiato

Ho visto molti dei miei contatti di Facebook e Twitter lanciare titoli e video di canzoni che parlano di settembre, mese dotato di una forza ispirativa irresistibile. Tra tutte, svettano September Morn di Neal Diamond e le Impressioni della PFM. Inutile dire quanto belle siano entrambe.

La prima è una di quelle canzoni che, se fossi un autore, avrei voluto aver scritto. E' nel novero delle mie canzoni perfette, insieme a On My Own, a What the world needs now: prodotti non di genio scintillante, ma di altissimo artigianato musicale.

La seconda è la risposta alla domanda sul senso del fare cover oggigiorno: non c'è, a meno di sfornare una versione come quella realizzata da Franco Battiato. Che io trovo molto più bella dell'originale.

Comunque, con settembre si ricomincia. Buon inizio a tutti.