Musica, senza steccati

martedì 13 settembre 2011

La musica forte chiede una scuola forte

04:03 Posted by Igor Principe , , , No comments
Mi è capitato spesso di sentirmi chiedere: “Parente di Quirino?”. Accadeva quando, da freelance di cultura e spettacoli, conoscevo qualcuno dell’ambiente musicale colto: sentivano il cognome e lo associavano al germanista e musicologo, storico collaboratore del Sole 24 Ore.
Proprio sul Sole, Quirino Principe scrive un illuminante articolo sullo stato della musica classica. Invito a leggerlo, per capire come una sala da concerto rappresenti un interessante caso demografico in quanto sintesi compiuta delle nefaste conseguenze legate all’invecchiamento della popolazione.

Da par mio, concordo totalmente con Principe quando scrive: "Se una disciplina è insegnata soltanto in sedi circoscritte, e al massimo livello scientifico, come l'egittologia o il restauro di libri antichi, e non entra nel circuito della cultura diffusa, essa è un tesoro che si spera bene custodito, ma la sua presenza nella società è nulla". Inconfutabile. Mi sento tuttavia di suggerire un elemento su cui fondare un minimo di ottimismo: il boom di iscrizioni ai nuovi licei coreutico-musicali. Di musica e della relativa cultura i ragazzi hanno voglia. Il punto riguarda il tipo di suono che loro interessa, se quello di un’orchestra sinfonica o di una rock band.

E qui andiamo ad un’altra considerazione di Principe. "Per la musica "forte", in Italia, pare non esserci speranza. Sì, "forte": è in corso la nostra battaglia per sostituire questo aggettivo a locuzioni improprie e fuorvianti, "musica classica", o "seria", o "colta", e ci sorprende piacevolmente (questo, almeno!) che i nostri sforzi stiano ottenendo udienza al di là di ogni speranza: una casa discografica ha dichiarato, aprendo il suo catalogo, di volere usare, d'ora in poi, la terminologia da noi proposta. "Forte" è la musica dotata della massima energia. Suscita traumi, estasi, sensazioni forti, come il terribile accordo dissonante che apre il Finale della Nona di Beethoven, come il Lamento di Arianna di Monteverdi il cui «Lasciatemi morire» è il decollo di un'astronave. La "musica debole" (non "leggera" o peggio "popolare"), si fonda sulla ripetitività, sul sottofondo, su banali sensazioni. Forte e debole non s'intendano come un aut-aut: sono qualità estreme, entrambe legittime, agli opposti di una serie di gradazioni".

Qui – si parva licet – non mi convince l’impostazione. Quella che Principe non vuole chiamare leggera né popolare offre un repertorio in cui non è affatto infrequente imbattersi in gemme qualitative vivissime, alle quali è quantomeno ingeneroso attribuire la ripetitività, il sottofondo e la banalità elencate dal musicologo. Con questo – mi disturba ribadire l’ovvio, ma è meglio non dar adito ad equivoci – non voglio dire che Beethoven è sullo stesso piano di Peter Gabriel. La complessità di linguaggio della musica classica è infinitamente superiore a quello della leggera; e ci sarà pur un motivo se per suonare il pianoforte come Radu Lupu ci vogliono dieci anni di studi regolari più tanti altri di continuo esercizio, mentre per farlo come Billy Joel ne bastano tre (ma con litri di sangue sporcati di blues).

Insomma, la musica forte non è solo la classica; la debole non solo la leggera. Su questo, la tradizionale distinzione resta comunque quella che più di tutte ci consente di definire i rispettivi ambiti e di capire ciò di cui parliamo, pur con tutto il suo anacronismo e i suoi limiti. E’ invece sacrosanto l’invito con cui Principe condisce il proprio articolo: "Si chiede soltanto che la musica debole e banale non spinga ai margini la musica energica e inventiva".

Ripeto, sacrosanto. Ma è bene sapere che a spingersi non sono solo diversi generi, ma anche diverse specie nello stesso genere. In ambito leggero o popolare penso a Light my fire, inno dei Doors rilanciato pochi anni fa da un imberbe Will Young, e ripenso a mia sorella, allora molto giovane, convinta che il geniale autore fosse il secondo e non Jim Morrison e compagni.

In ambito classico, mi è capitato di assistere a concerti sinfonici in cui la compagine non fosse all’altezza: mera esecuzione, nessuno slancio interpretativo, addirittura qualche nota stonata. Ecco, quella è ripetitività, banalità, sottofondo. Quella è musica debole che confina ai margini la musica forte.

Musica forte, insomma, è quella che viene creata ed eseguita con perizia e amore, capace ogni volta di dirti qualcosa di nuovo. Sia essa la Nona sinfonia, Maple Leaf Rag o Mamma mia dammi cento lire. Il sacrosanto invito ad evitare quella deleteria spinta può essere raccolto solo da insegnanti all’altezza del punto sulla scuola richiamato più su da Principe. Insegnanti capaci di far amare Bach e i Beatles senza annacquare entrambi in una pappa indistinta, ma trasmettendo le competenze per capire l’arte del primo e dei secondi. Solo così le teste in una sala da concerto classico si faranno meno canute. E solo così si spegnerà il sussiego di un’accademia capace di parlare solo ad un’elite di accoliti.

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