Musica, senza steccati

giovedì 27 ottobre 2011

Un Natale con Mahalia Jackson

Il Post è molto attento agli anniversari musicali. Oggi mi ricorda i cento anni di Mahalia Jackson, e mi dice - non lo sapevo - che cantò il brano gospel più venduto nella storia (Move on up little higher, 8 milioni di copie). Parlando della Jackson, soprattutto mi ricorda il Natale. Anzi, un Natale, di cui però ho dimenticato l'anno (a spanne, metà anni Novanta). Un Natale, a suo modo, rivoluzionario.

I miei Natali in famiglia sono sempre stati meravigliosamente chiassosi. Si festeggiava a casa dei nonni materni secondo rituali ben precisi. La sera del 23 dicembre, mi trasferivo lì a dormire. La mattina successiva mia nonna si alzava alle 5 per impastare le pettole (le pizze fritte foggiane), da consumare a pranzo come "sedativo" della fame in attesa del cenone. Alle 6 almeno cinque commensali (il sottoscritto, il nonno e quei due o tre zii che ancora vivevano lì) si davano convegno al tavolo della cucina, per gustarsi le prime pettole calde. Alle 8 la nonna riusciva a salvare le ultime pizze per chi sarebbe arrivato a pranzo.

Il rito delle pettole avviava la liturgia del Natale in famiglia, per certi versi analogo a quello di casa Cupiello (spesso molto meno drammatico: non ricordo liti per storie di corna), e nella colonna sonora delle celebrazioni si avvicendarono due dischi. Nel primissimo periodo (fino alla metà degli anni Ottanta) era White Christmas di Pat Boone; dopo, Bing Crosby per il celeberrimo lp dallo stesso titolo. A mo' di mantra, giravano in loop sul piatto. Il mio compito era cambiare il lato quando si esaurivano le canzoni. Quella di Pat Boone che più mi piaceva era Jingle Bells; di Crosby adoravo (e adoro) tutto il disco, con una predilezione per la title track.

Quando i Natali dai nonni si sono esauriti, s'è provato a ricrearne l'atmosfera altrove: casa dei miei, o di altri zii. Non era la stessa cosa, malgrado sul piatto - e poi nel lettore cd - continuasse a girare l'inimitabile voce di Bing. Ad un certo punto, forse spinta dal desiderio di sganciarsi da un passato via via sempre più mitologico e ingombrante, mia madre decise di cambiare e, in una mattina di dicembre prossima alla Vigilia, mise su un cd di canti natalizi vari. Credo lo comprò alla Standa per non più di 5000 lire. Il primo brano era Silent Night.

In casa si diffuse una voce calda e potente. Una voce di sofferenza e di gioia. Una voce perfetta. Era quella di Mahalia Jackson. Ne restammo folgorati. Quel brano (l'unico da salvare in tutto il disco) fu settato in modalità repeat e pian piano si fece strada accanto a Bing Crosby. Non lo scalzò mai dal trono di Re del Natale, ma fu una piccola rivoluzione: con Mahalia, si decise di aprire le porte dei nostri fonografi a molti altri artisti cimentatisi con il repertorio natalizio. Nel suo piccolo, Mahalia Jackson portò in casa germi di democrazia musicale.

martedì 25 ottobre 2011

Sostiene Bollani: repetita juvant!

06:16 Posted by Igor Principe , , No comments
Domenica scorsa, con la sesta puntata e sempre a orari insostenibili, si è concluso Sostiene Bollani. Se mi chiedesserlo di farlo, lo voterei come programma televisivo dell'anno. Se proprio devo trovargli un difetto, lo vedo nei momenti in cui - soprattutto nelle prime puntate - Bollani indugiava in trascurabili comicità linguistiche, rivolgendosi in un inesistente danese ai due suoi sodali di Danish Trio, Morten Lund e Jesper Bodilsen. Ciò tolto, il resto è stata pura perfezione.

Più che una critica, che poi sarebbe un entusiastico racconto di sei appassionate visioni televisive, vorrei che fosse l'elenco di chi vi ha suonato/recitato/cantato a far capire la qualità dell'arte proposta da Sostiene Bollani: Irene Grandi, Gabriele Mirabassi, Funkoff, Petra Magoni, Ferruccio Spinetti, Peppe Servillo, Vinicio Capossela, Monica Demuru, Gianluca Petrella, Joe Barbieri, Trilok Gurtu, Paolo Fresu, Stefano Belisari detto Elio, Daniele Silvestri, Bobo Rondelli, Lella Costa, Fabio Concato, Enrico Rava, Marco Baliani, David Riondino, Neri Marcorè, Stian Carstensen. E con loro, Bollani, i suddetti danesi e una Caterina Guzzanti frizzante e perfetta nel suo ruolo, tutt'altro che secondario, di spalla.

I latini dicevano: repetita juvant, ripetere le cose giova. Sostiene Bollani va ripetuto, e presto. Rai 3 ha avuto coraggio ed è stata premiata con un audience sorprendente (per quel che valgono i dati Auditel). Ma quel che più conta, è che ha saputo fare cultura intonandosi sull'oggi, in solo con la divulgazione non sussiegosa si riesce a trasmettere sapere. In altre parole, ha saputo fare quel "servizio pubblico musicale" che, qualche mese fa, mi sembrava appannaggio dei pochi amanti di Rai 5.

In attesa di un Ri-Sostiene Bollani, c'è l'archivio on line: tutte le puntate e gli estratti. Anche questo, un bel servizio.

domenica 23 ottobre 2011

I 200 anni di Franz Liszt

07:18 Posted by Igor Principe , No comments
Ieri Franz Liszt ha compiuto 200 anni. Fosse stato italiano, si sarebbe chiamato Francesco Farina (ché quello significa, in ungherese, "liszt"). Con un altro italiano, Ferruccio Busoni, e con l'ucraino Sviatoslav Richter, condivide il titolo di miglior pianista della storia (lo sostiene Piero Rattalino, che l'arte degli 88 tasti conosce come pochi altri al mondo). Al museo del Teatro alla Scala, dove il musicista suonò nel 1838, è esposto un pianoforte che gli appartenne.

Se chiedessimo a un appassionato di musica classica di rispondere con un nome alla domanda "CHI E' il pianoforte?", otterremmo un "Franz Liszt" da riflesso pavloviano. Il Sogno d'amore, la Campanella e la Rapsodia Ungherese sono il più chiaro certificato di quel riflesso, e rimandano al tempo in cui l'ungherese al pianoforte e Niccolò Paganini al violino sobillavano gli istinti del pubblico come solo la beatlemania ha saputo fare oltre un secolo più tardi. Ma se lasciamo l'immaginario collettivo per addentrarci nelle pieghe delle riflessioni di studiosi e musicisti, scopriamo che Liszt è stato per lungo tempo ostracizzato proprio dai pianisti. Ecco, per esempio, cosa scriveva Alfred Brendel nel 1961:

"So che mi comprometto difendendo la causa di Liszt. Nell’Europa centrale, in Olanda e in Scandinavia, il pubblico si irrita quando vede il suo nome figurare in un concerto. Quando il programma comprende anche una Sonata di Beethoven, l’ascoltatore è pronto a chiudere le orecchie e a proiettare su questa interpretazione tutti i pregiudizi che nutre nei confronti della musica di Liszt: superficialità altisonante, facile sentimentalismo, assenza di forma, effetti gratuiti. Insomma, un pianista che difende Liszt non può essere preso in seria considerazione come interprete dei classici. Si dimentica che Liszt era il più grande interprete di Beethoven dell’Ottocento. Sarebbe più sensato ammettere che il vero interprete di Liszt può essere solo un pianista che abbia confermato la sua competenza come esecutore dei capolavori classici".

Le parole di Brendel accendono in un attimo lo stoppino della polemica contro un modo di vivere la musica esclusivamente cerebrale; soprattutto, contro la pretesa che allo stesso modo la viva il pubblico. Ma polemizzare durante un compleanno non è elegante. Preferisco, nel mio piccolo, suggerire quanto segue:

- un articolo di Alex Ross su un libro dedicato alla morte di Liszt (molto meno gotica di quanto s'è tentato di far credere, essendo lui spirato in un luogo controverso qual è Bayreuth);
- Vladimir Horowitz che suona la Consolazione n. 3 in re bemolle maggiore (sia perché è Horowitz, sia perché è l'unica cosa di Liszt che ho nel mio limitatissimo repertorio, e la maestra che mi impose di studiarla era strepitosamente bella);
- il video lì sotto, suggeritomi da Emanuele Menietti (e che mi fa pensare a un discorso sull'infinita fecondità di certa musica).

mercoledì 19 ottobre 2011

L'infinita fecondità di West Side Story

Il Post mi ricorda che cinquant'anni fa usciva nei cinema West Side Story. Fu il film musicale più premiato della storia: basti citare i 10 Oscar, tra i quali il più importante, quello di miglior film. Per un verso, si può pensare fosse facile tirar fuori un catalizzatore di premi da ciò che, quattro anni prima, andò in scena a Broadway. L'opera di Leonard Bernstein (musiche) e Stephen Sondheim (testi) ebbe infatti 732 repliche in quel di New York, prima di affrontare un tour altrettanto apprezzato. Per un altro verso, invece, c'è da considerare che partorire un capolavoro da un altro capolavoro è quanto di più difficile un artista possa fare. Nel caso di West Side Story, ho l'impressione che questa fecondità sia infinita.

Già di suo, l'opera è una versione novecentesca di un titano della letteratura mondiale: Romeo e Giulietta, di quel geniaccio di William Shakespeare (che già a sua volta aveva pescato nel passato). Nel quadro di un gioco facile fino al punto da risultar scontato - la tragedia scaturita da un amore che non s'ha da vivere - West Side Story infila la novità della musica: "o Romeo, Romeo" lascia quindi il posto a Somewhere, America, Maria e a tutti gli altri capolavori che Bernstein e Sondheim, illuminati da una scintilla di sovrumanità, sono stati capaci di comporre. Panettieri sublimi, hanno preso una pasta lasciata lì a lievitare da quattro secoli e ne hanno cotto un capolavoro, i cui lieviti si sono poi diffusi per finire nelle mani di altri panettieri, certificando l'infinita fecondità di un'opera rubricata sotto la voce musical, ma in grado di stare a proprio massimo agio anche su un palco come quello della Scala (dove la vidi una decina di anni fa).

Come esempio di infinita fecondità credo possa bastare quanto segue: i Queen che citano smaccatamente, ma "a contrario", il verso iniziale di Somewhere; America, riletta dai Nice con Keith Emerson che riesce a infilarci anche Dvořák; I feel pretty come l'hanno suonata qualche settimana fa durante Sostiene Bollani (qui sotto).

venerdì 14 ottobre 2011

Teatro alla Scala: Daniel Barenboim è il nuovo direttore musicale

Daniel Barenboim è il nuovo direttore musicale del Teatro alla Scala. In realtà, il maestro ha a che fare con il Piermarini dal 2006, cioè da quando succedette a Riccardo Muti ma in un ruolo creato ad hoc: "maestro scaligero", forse un modo per non lasciare sguarnito il più celebre teatro musicale al mondo di una guida che non fosse solo quella del sovrintendente. Ufficializzando la carica di direttore, la Scala sceglie la continuità con un calibro di proporzioni titaniche, ed è giusto così: il blasone del teatro invoca un nome di massima sicurezza.

Più che un'analisi musicale - per la quale non ho gli strumenti (è il caso di dirlo), e che, francamente, sarebbe scontato: per dire, vai a trovare un interista che, se in nerazzurro fosse arrivato Xavi, avrebbe storto il naso - mi intriga quella sul piano umano. Barenboim mi aveva affascinato qualche anno fa, quando lo vidi su Rai3 con la West Eastern Divan Orchestra in una serata che il servizio pubblico dovrebbe fare almeno una volta a settimana. Come i grandissimi sanno fare - Leonard Bernstein, per fare un nome - sapeva raccontare la musica. E il racconto della musica, si sa, è ciò che manca per consentirle di raggiungere il più ampio dei possibili pubblici.

Inoltre, Barenboim è un separatore, strenuo difensore di Richard Wagner. Il direttore è argentino di origini ebraiche, e ha passaporto israeliano. Pure, ha sempre sostenuto l'inesistenza dei legami tra la musica del tedesco, l'antisemitismo e il Nazionalsocialismo. Fu lui, e non altri, a dirigere nel 2001 in Israele il preludio di Tristan und Isolde, sdoganando Wagner in terra ebraica. Questo significa una cosa sola: "apertura mentale". La Scala non potrà che beneficiarne.

Poi, Barenboim non è solo un grande direttore ma anche uno degli interpreti più accreditati di Beethoven e delle sue sonate. Le eseguì tutte - sono 32 - proprio alla Scala nel 2007. Qui sotto suona il secondo movimento della "Patetica".

Mettetevi comodi.

giovedì 13 ottobre 2011

Mr. Paul Simon, 70 anni di talentuoso songwriting

08:40 Posted by Igor Principe , , , No comments
Scopro per caso che oggi Paul Simon compie 70 anni. Se c'è un marchio musicale che dice la verità, è proprio quello di Simon&Garfunkel. Il longilineo Art, infatti, viene sicuramente dopo il piccolo e geniale Paul, cui si deve la musica con cui il duo ha saputo scrivere splendide pagine di storia della musica leggera.

Giocando sulla forza evocativa della musica, riesco a dare una forma precisa alla mia linea del tempo e scopro che Paul Simon ne è una ricorrente pietra miliare. C'è ovviamente uno sfasamento, rispetto alla timeline della Storia: lui e Garfunkel hanno impresso un segno negli anni Sessanta, quando i miei genitori erano impegnati a conoscersi e, con opportuna prudenza, evitavano di affrettare il discorso sull'eventualità di una prole. Alle mie orecchie, quindi, Simon&Garfunkel sono emersi almeno una decina d'anni dopo il loro scioglimento (1969), quando con la complicità di un paio di zii ho scoperto le canzoni e il rock.

Sì, ora che ci penso il duo e i Beatles sono stati i sacerdoti che mi hanno battezzato alla musica leggera. I Fab Four, tuttavia, sono rimasti evocatori di memorie d'infanzia: la loro qualità, che me li fa amare, è un dato oggettivo come lo è quella di Beethoven, e non si lega alla mia esistenza nel modo in cui, invece, lo fa Paul Simon, prima in duo, poi da solo. Così, la colonna sonora del Laureato è stata l'infinito soundtrack delle serate dei miei genitori con parenti e amici, che io ascoltavo dalla mia stanza da letto, dove arrivavano flebili i suoni di The Sound of Silence, Mrs. Robinson, Scarborough Fair. Anni dopo, Graceland è stata una ventata di pura qualità nella garrula festa sonora degli anni '80. Poi, Rhythm of the Saints era il cd che caricavo nel lettore di un'amica, sperando che il folk amazzonico la aiutasse a trovarmi un po' più che simpatico. E infine, Bridge over trouble water secondo l'idea di Roberta Flack è stata la ragione per la quale una precisa scena di La ricerca della felicità ha saputo emozionarmi.

E poi c'è una canzone che ricorre più spesso di tutte le altre, e che esce dal recinto del Laureato per seguirmi nei miei anni più spensierati, durante i quali ho cementato le amicizie con cui avrò a che fare per sempre. Una di loro, in particolare, E' questo brano.

giovedì 6 ottobre 2011

Steve Jobs, e la forza dell'arrivare secondi (con l'eccezione del caso)

01:16 Posted by Igor Principe , , , 8 comments
Steve Jobs è, per certi versi, la prova di una teoria che Martchelo mi ha sottoposto durante una chiacchierata: nell'innovazione vince chi arriva secondo. Cioè chi perfeziona l'intuizione di altri. Non sono uno storico dell'informatica, ma ho l'impressione che la teoria, riguardo Jobs, si confermi a contrario: Apple ha inventato il personal computer, Ibm prima e Microsoft poi lo hanno diffuso nel mondo. Ripeto, è un'impressione: se qualcuno vorrà correggermi, è benvenuto.

La stessa teoria si conferma invece in modo lineare in ambito musicale. Se download è una delle parole che ha segnato il primo decennio del secolo XXI non lo si deve a Steve Jobs ma a Shawn Fanning, l'inventore di Napster. E' lui che ha portato milioni di persone a fruire della musica dall'hi-fi di casa alle casse del computer. Quel che ha fatto Jobs è stato, appunto, perfezionare l'idea di Fanning dandole una veste legale (iTunes store) e chic (iPod, icona dei nostri tempi). Jobs è arrivato secondo, e ha vinto.

Come per ogni buona regola, c'è anche l'eccezione, e si chiama GarageBand. Chi di voi abbia un Mac sa di cosa stia parlando; chi no, sappia che è un programma per comporre musica. Si collega allo strumento con un'interfaccia Midi, ed è come avere un piccolo studio di registrazione sulla scrivania. Ci sono musicisti - il primo che mi sovviene è Francesco Bianconi, dei Baustelle - che creano il grosso dei propri brani su quel programma, per completarli poi su una piattaforma professionale. Poi ci sono gli amatori, come me, che GarageBand lo usano quando, pervasi da un delirio creativo insostenibile, credono sia giunto il momento di giocare a "facciamo Wagner". E pur non avendo una spiccata dimestichezza con gli attrezzi informatici, riescono a smanettare con le tracce e a mettere insieme qualcosa di decente. Se poi hai un amico che ti stima (forse troppo), finisce che quel qualcosa di decente diventi un soundtrack. E non una volta, ma due.

Con GarageBand, Steve Jobs è arrivato primo. Più che in iTunes e iPod, è lì che sento il peso dell'innovazione di Apple nella musica. Ed è per quello che, se ne avessi avuto l'occasione, avrei detto grazie all'uomo che oggi è scomparso. Perché senza GarageBand (e senza Giovanni, l'amico che mi stima forse troppo) non avrei mai provato l'emozione - nel mio piccolissimo - di una mia musica come voce per immagini.

mercoledì 5 ottobre 2011

Il Bolero di Ravel

06:08 Posted by Igor Principe , , , No comments
Stavo sperimentando Play.me e il suo servizio streaming, e ho incocciato nel Bolero di Ravel: Berliner diretti da Claudio Abbado. E' stato un gran bello schianto, che mi ha fatto pensare ai classici.

Una delle citazioni più stampigliate sulle controcopertine dei tascaili è di Italo Calvino: "Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire". Per cogliere le novità di questo discorso infinito, va da sé, il libro va riletto. A me è capitato di farlo poche volte, forse un paio; e nemmeno per un classico, ma per opere contemporanee che molto amato, indipendentemente dal loro riconosciuto valore letterario. La rilettura non mi persuade per una ragione molto semplice: un libro richiede tempo, e il tempo è sempre più esiguo. Quel poco che resta preferisco dedicarlo a ciò che ancora devo scoprire.

Per la musica è diverso. Il riascolto è quasi un obbligo, reso comodo dalla quantità di tempo richiesta per completare anche il più corposo dei dischi, comunque enormemente inferiore rispetto a quella invocata da un libro (fatti salvi i casi di volumi che si esauriscono più velocemente di un'opera di Wagner. E non sono pochi). Se sei un musicista, magari di jazz, riascoltare è la tua regola di vita: solo così puoi far tuo il linguaggio di quel pianista o di quel sassofonista, e aggiungerlo agli ingredienti con i quali stai elaborando uno personale. Se sei un appassionato, più che regola è riflesso automatico dettato dalla memoria, affamata del bisogno di fissare dentro di sé i motivi e i passaggi disegnati dalla musica.

I dischi, insomma, li ascolti e riascolti. In questo modo danno un nome ai periodi della tua vita: quello in cui ti droghi di jazz, l'altro in cui c'è solo Richard Galliano, quell'altro ancora in cui dominava De Gregori, i mesi in cui hai deciso che oltre la classica c'era solo rumore.

Ascolti, ascolti, ascolti. E metti via, passando ad altro. Come in un viaggio lungo un arcipelago, capiti su un'isola, ti ci fermi abbastanza da esplorarne quanti più angoli, e poi riparti. Poi ci ritorni, ma per caso; a freddo, l'idea di stare dove già sei stato non solletica la vitale curiosità verso il nuovo. Sta di fatto che ti ci ritrovi, sull'isola dove si danza il Bolero. E, chissà com'è, il brivido lungo la schiena prodotto dall'estasi del finale ti fa sembrare Ravel un'autentica scoperta. Una bugia bell'e buona, ma quanto mai benvenuta.

(Qui sotto lo suonano i Wiener con Gustavo Dudamel. Da par mio, per quel che vale, mi sembra troppo lento. Preferisco Abbado).

lunedì 3 ottobre 2011

Elogio di Ivano Fossati

03:21 Posted by Igor Principe , No comments
Non posso dire di avere una passione per Ivano Fossati, ma non c'è dubbio che la sua musica mi piaccia molto. E a farmela piacere è proprio lui, con un modo di essere antitetico alle sue canzoni. Queste sono sì belle, ma anche sofisticate: la cura nella musica e nelle parole è profonda (l'amore come "altare di sabbia in riva al mare" è una delle più belle e centrate immagini sulla caducità del sentimento), il modo di cantarle è personalissimo, anche se può risultare stucchevole proprio nel marchio di fabbrica del vocalismo fossatiano: le vocali allungate.

Lui però lo sa, e sa scherzarci sopra. E' qui l'antitesi tra l'artista e le sue opere, tanto gravi queste quanto leggero e autoironico lui. Ecco cosa diceva in un'intervista di qualche anno fa: «Dobbiamo essere grati ai comici perché ci tengono incollati a terra. Lo sberleffo è la puntura di spillo che sgonfia irrimediabilmente il pallone aerostatico della nostra vanità. Basta scansare la trappola della volgarità, che è l'arma dei brocchi, poi tutto è lecito. Io ho avuto la fortuna d'essere preso di mira da un grande tastierista che, per divertimento, mette l'accento sui miei vezzi musicali. Ma il calco «perfetto», se ne esiste uno, è forse quello modellato da Neri Marcorè: quando l'ho visto per la prima volta, ho dovuto fronteggiare seri problemi d'identità. Lo guardavo e pensavo: cavolo, ma quello sono io...».

Il tastierista citato è Rocco Tanica, strepitoso nel "fossatizzare" una delle canzoncine più "ine" della storia italiana, facendo divertire tutti, a partire dallo stesso Fossati. Che conferma l'intelligenza della propria ironia compiendo un gesto in Italia pressoché sconosciuto: farsi da parte. Una cosa semplice, in linea teorica del tutto ordinaria: dopo 40 anni di carriera, scopri di aver dato tutto e la chiudi lì. Hai giustamente paura di ripeterti, di precipitare in quel mestiere che rende la musica un impiego e non più un'arte, inevitabilmente avvilendola. E allora dici basta.

Un gesto che sarebbe normale, ma che da noi viene considerato coraggioso. Ecco, il mio elogio di Fossati non è al suo coraggio, ma alla sua normalità. Quanto mai benvenuta nell'intollerabile anormalità dell'Italia contemporanea (frase roboante, lo so. Ma se trovo uno che riesce a convincermi del contrario, gli pago una cena).

sabato 1 ottobre 2011

Una moratoria per Hallelujah

06:56 Posted by Igor Principe , , , No comments
Luca Sofri racconta sul suo blog di una moratoria per Hallelujah. Cioè della richiesta da parte di David Daley, formulata attraverso un pezzo su Salon, che la canzone non sia più violentata con le cover. Tutto parte da un'esibizione televisiva dei Canadian Tenors non digerita da Daley, il quale ha detto "basta" anche in accordo con Leonard Cohen, che di Hallelujah è l'autore, convinto che "forse l'hanno cantata un po' in troppi". 

Ascoltando l'interpretazione dei canadesi in confronto sia a quella di Cohen sia a quella celebratissima (e non a torto) di Jeff Buckley, c'è di che concordare con la proposta, consci naturalmente dell'impossibilità che si realizzi.  Dopotutto, il meraviglioso rischio connaturato alla musica riguarda proprio ciò che da una rilettura può venir fuori. In ambito classico penso a Cesare Picco e al suo Bach to me, dove i Brandeburghesi e altre pagine di Johann Sebastian sono punti di partenza per un viaggio nella contemporaneità. O penso a come Alessandro Baricco raccontò un'interpretazione della Wanderer-Fantasie di Schubert da parte di Sviatoslav Richter: un'esplosione di errori e note casuali così affascinante da sembrare una Guernica al pianoforte (il brano è su Barnum). E non dico del jazz, dove la rilettura è regola. 

Ciò vale anche nel rock, ed è una cosa che io per primo devo accettare, non essendo un fanatico delle cover. Perché se nel jazz, con lo standard, la melodia è lo spunto per inventare musica all'istante, nel rock i vincoli sono maggiori: le parole sono quelle, la melodia pure, l'armonia idem. Puoi lavorare soltanto sull'arrangiamento e sull'interpretazione. E se sei bravo, fai come Buckley con Cohen, o come Hendrix con Dylan, o come Tuck and Patti con Cindy Lauper: crei qualcosa di più bello dell'originale. Se no, l'effetto è quello dei Canadian Tenors, o di quest'insopportabile Yesterday incomprensibilmente massacrata da un film che proprio nella colonna sonora ha un prezioso, emozionante pilastro.