Musica, senza steccati

mercoledì 5 ottobre 2011

Il Bolero di Ravel

06:08 Posted by Igor Principe , , , No comments
Stavo sperimentando Play.me e il suo servizio streaming, e ho incocciato nel Bolero di Ravel: Berliner diretti da Claudio Abbado. E' stato un gran bello schianto, che mi ha fatto pensare ai classici.

Una delle citazioni più stampigliate sulle controcopertine dei tascaili è di Italo Calvino: "Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire". Per cogliere le novità di questo discorso infinito, va da sé, il libro va riletto. A me è capitato di farlo poche volte, forse un paio; e nemmeno per un classico, ma per opere contemporanee che molto amato, indipendentemente dal loro riconosciuto valore letterario. La rilettura non mi persuade per una ragione molto semplice: un libro richiede tempo, e il tempo è sempre più esiguo. Quel poco che resta preferisco dedicarlo a ciò che ancora devo scoprire.

Per la musica è diverso. Il riascolto è quasi un obbligo, reso comodo dalla quantità di tempo richiesta per completare anche il più corposo dei dischi, comunque enormemente inferiore rispetto a quella invocata da un libro (fatti salvi i casi di volumi che si esauriscono più velocemente di un'opera di Wagner. E non sono pochi). Se sei un musicista, magari di jazz, riascoltare è la tua regola di vita: solo così puoi far tuo il linguaggio di quel pianista o di quel sassofonista, e aggiungerlo agli ingredienti con i quali stai elaborando uno personale. Se sei un appassionato, più che regola è riflesso automatico dettato dalla memoria, affamata del bisogno di fissare dentro di sé i motivi e i passaggi disegnati dalla musica.

I dischi, insomma, li ascolti e riascolti. In questo modo danno un nome ai periodi della tua vita: quello in cui ti droghi di jazz, l'altro in cui c'è solo Richard Galliano, quell'altro ancora in cui dominava De Gregori, i mesi in cui hai deciso che oltre la classica c'era solo rumore.

Ascolti, ascolti, ascolti. E metti via, passando ad altro. Come in un viaggio lungo un arcipelago, capiti su un'isola, ti ci fermi abbastanza da esplorarne quanti più angoli, e poi riparti. Poi ci ritorni, ma per caso; a freddo, l'idea di stare dove già sei stato non solletica la vitale curiosità verso il nuovo. Sta di fatto che ti ci ritrovi, sull'isola dove si danza il Bolero. E, chissà com'è, il brivido lungo la schiena prodotto dall'estasi del finale ti fa sembrare Ravel un'autentica scoperta. Una bugia bell'e buona, ma quanto mai benvenuta.

(Qui sotto lo suonano i Wiener con Gustavo Dudamel. Da par mio, per quel che vale, mi sembra troppo lento. Preferisco Abbado).

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