Musica, senza steccati

martedì 29 novembre 2011

George Harrison, o della discrezione

04:26 Posted by Unknown , No comments
"La mia vita non è cominciata con i Beatles, e non finirà con loro". Lo disse George Harrison, e messa così sembra una frase a metà tra il supponente distacco e l'aperto astio. Ma non lo è: quello che viene stupidamente definito "il terzo Beatle" (come a voler stilare una classifica degli elementi di un'amalgama irripetibile) sapeva invece che la parentesi con i Fab Four era un meraviglioso incidente della vita, e che non avrebbe significato la preclusione a esprimere il proprio talento in un altro modo.

E di talento, Harrison ne aveva. Sapeva scrivere canzoni, e questa manciata di titoli lo dice con chiarezza: Taxman, While My Guitar Gently Weeps, Here Comes The Sun, Something (che vanta il titolo di seconda canzone dei Beatles più cantata da altri, dopo Yesterday). E sapeva suonare: era lui il solista dei Beatles, era lui che più John Lennon sapeva dove mettere le dita sul manico della chitarra.

Ma George Harrison viveva in modo discreto e preferiva lasciare a John e a Paul il posto principale in sala macchine, salvo talvolta affacciarsi ai comandi e schiacciare bottoni decisivi per aggiungere il proprio gioiello a quelli firmati Lennon-McCartney, o per impreziosire questi ultimi con qualcosa di indimenticabile, come il sitar da lui suonato in Norwegian Wood. Sulla propria discrezione si fondava la consapevolezza di sé e dell'esistenza di un futuro di musica indipendente dai Fab Four. Magari accanto a Eric Clapton, con cui suonò infinite volte. O magari pensando a incidere un disco sontuoso, All Things Must Pass, triplo album capace di vendere 7 milioni di copie, complice la presenza di My Sweet Lord.

E' inevitabile, oggi, parlare di Harrison, a dieci anni esatti dalla sua scomparsa. Ed è molto probabile che oggi si sentirà in rete un diluvio di Something. Ma Harrison, come detto, era anche altro. Per me, in particolare era Cloud Nine, suo disco uscito nel 1987, e che ascoltavo e cantavo spesso con i miei amici in prima liceo. La hit che lo tirava era I Got My Mind Set On You, ma a me di quel disco piaceva tanto quella nel video, omaggio al tempo che fu reso grazie a un perfetto concentrato di sound degli scarafaggi.

venerdì 25 novembre 2011

Where have you gone, Joe Di Maggio?

Oggi è il compleanno di Joe Di Maggio: se fosse vivo, compirebbe 97 anni. Cosa c'entra con la musica? Bè, non so voi; ma quando sento il suo nome penso subito a questo verso: "Where have you gone, Joe DiMaggio?A nation turns its lonely eyes to you".

A ricordarmelo, oggi, è un caro e omonimo amico su Facebook, che ha postato quel frammento di Mrs. Robinson sul proprio profilo. E' curiosa, la storia di quella canzone. Pare che Mike Nichols, regista del Laureato, fosse ossessionato dalla colonna sonora e stressasse Paul Simon, che aveva sottoscritto un contratto con cui si impegnava a comporre tre brani inediti per il film. Simon, in tour con Garfunkel, non riuscì a scriverne che uno. Confrontandosi con Nichols, gli accennò una canzone su temi del passato, in cui si citavano Mrs Roosevelt e, appunto, Joe Di Maggio. Nichols si illuminò e gli impose di sostituire la first lady con Mrs. Robinson.

Fu quella la genesi di un capolavoro dal quale, invece, non fu espunta la leggenda del baseball. Anzi, Di Maggio sembra restare l'aggancio allo spirito originario dell'ispirazione di Simon, che voleva celebrare il passato come epoca di sani valori perduti. Lui stesso lo affermò poco tempo dopo la scomparsa del grande Joe, parlando dell'atleta come di un'icona popolare portatrice di dignità e compostezza. Il musicista ne parlava nel 1999, criticando una società sboccata il cui primo rappresentante, l'allora presidente degli Usa Bill Clinton, rischiava di essere ricordato per un incontro "galante" di pochi minuti con un stagista della Casa Bianca.

Le riflessioni di Simon, tuttavia, sono postume. Al momento di comporre, Joe Di Maggio gli sembrò più un nome metricamente efficace, che un simbolo di virtù. Infatti, a chi gli chiese perché non avesse citato Mickey Mantle, altra leggenda del baseball (un po' come se avessero chiesto a un qualsiasi altro autore perché Platini e non Maradona), Simon rispose che era questione di metrica, e che la sillabazione di Joe-Di-Mag-gi-o calzava più di Mi-cky-Man-tle.

(Tutto ciò mi riporta a una vecchia discussione con Martchelo...)

mercoledì 23 novembre 2011

De André, troppa dolcezza nella LSO

Scrivi un post su Peter Gabriel orchestrale e ti accorgi che il mood sinfonico sta avvolgendo la musica leggera. Tra qualche giorno uscirà il dvd del concerto di Adele alla Royal Albert Hall; e sempre per stare a Londra, qualche giorno fa è uscito Sogno n.1, antologia di Fabrizio De André riletto dalla LSO - London Simphony Orchestra.

Stimolato dai post di amici su Facebook, ho ascoltato le canzoni cercandole in rete e su YouTube, imbattendomi in uno scontro ideologico prossimo a sfociare in una guerra. Chi apprezza il disco, grida al miracolo artistico; chi no, all'oltraggio alla memoria di De André. Questi ultimi hanno dalla loro un argomento apparentemente inattaccabile: nessuno ha potuto chiedere all'autore cosa pensasse dell'idea di un arrangiamento classico dei propri brani. Il rigore scontroso con cui Faber dialogava con il mondo lascia pensare che non avrebbe dato l'assenso, ma qui si entra nel mondo dei se. E se la musica è libertà, è dunque giusto che Geoff Westley (l'arrangiatore e direttore d'orchestra) abbia potuto lavorare sulle canzoni del grande genovese. In più, la forma è salva grazie all'ok di Dori Ghezzi

Vengo quindi alla sostanza. Il primo brano che ho ascoltato (Valzer per un amore, lì sotto) mi ha entusiasmato. Scarno nell'originale, ha trovato con la LSO una nuova veste più ricca, nelle cui pieghe sembra nascondersi il genio di Nino Rota. Poi, però, qualcosa ha cominciato a non convincermi più, in particolare nei brani di Anime Salve, l'ultimo (strepitoso) disco di De André, scritto a quattro mani con Ivano Fossati. La forza di quel disco è - strano, per un cantautore - proprio nella musica, suonata da una geografia di strumenti ampia quanto il nostro pianeta. De André (aiutato da un gigante qual era Piero Milesi) ha cercato sonorità sconosciute, e ha dato un'impronta unica alla musica di Anime Salve. L'orchestrazione per ensemble tradizionale, a mio umile giudizio, riporta tutto sul piano del conosciuto, affievolendo la forza innovativa dell'originale.

Guidato da questo umore, ho ascoltato il resto del disco vedendo nella LSO una presenza ingombrante, dispensatrice di una dolcezza talvolta inopportuna. Penso a Preghiera in gennaio, dove i suoni nudi dell'originale sono essenziali ad un testo doloroso ma alla fine salvifico, che l'arrangiamento orchestrale mi sembra enfatizzare.



martedì 22 novembre 2011

Santa Cecilia, patrona della musica (suo malgrado)

03:49 Posted by Unknown , , , No comments
Prima di essere il giorno in cui si ricorda l'assassinio di JFK, il 22 novembre è quello in cui si festeggia Santa Cecilia, patrona della musica e dei musicisti. A lei, per capirci, è intitolata l'Accademia romana (tra le più prestigiose istituzioni europee). A lei, suo malgrado.

Basta infatti una rapida lettura di Wikipedia per capire che Cecilia, con la musica, nulla ha a che fare. Vissuta a Roma tra il II e il III secolo, cioè nel periodo peggiore per far professione di fede cristiana, morì come martire insieme al marito Valeriano. Questo è ciò che si sa della sua vita, dove di note e strumenti non c'è notizia.

L'accostamento alla musica è ben postumo. Sempre Wikipedia racconta dello smaccato errore di interpretazione di un passo latino recitato come introduzione alla messa per la stessa Santa. Si parla di una Cecilia che, al suono dell'organo, cantava in silenzio una preghiera al Signore. Organi + canto = santa patrona di musica e musicisti.

Il punto è che gli "organis", secondo un'interpretazione più corretta, non sarebbero quelli presenti nelle chiese, cui le liturgie affidano la solenne scansione dei propri passaggi, bensì dei molto meno piacevoli strumenti di tortura. Se il passo avesse voluto davvero citare gli organi musicali, avrebbe dovuto parlare di hydraulis, l'antichissimo strumento (III sec. a.C.) da cui si ritiene abbia origine quello a noi noto. E che, come si evince dal nome, funzionava grazie a un sistema idraulico a sua volta azionato dalla pressione dell'aria.

Quindi, Santa Cecilia suo malgrado. E comunque, evviva. Potrebbero esserci milioni di ragioni per associare il patronato di musica e musici ad altri santi; ma allo stato degli atti sarebbe crudele verso la povera martire (il guaio l'han fatto altri). E poi, chi lo dice all'Accademia che dovrebbe cambiar nome?

sabato 19 novembre 2011

New Blood, Peter Gabriel si ripete. Felicemente.

Non so perché, ma una popstar che incontra un'orchestra è un fenomeno che mi ha sempre attratto. Anzi, no; credo invece di saperne il motivo: tutta colpa del mio amico Mirko e di quando mi sottopose l'ascolto del Live in Australia di Elton John. Ne rimasi affascinato (avrò avuto 15 anni, e a quel tempo si è molto influenzabili), così da allora ogni volta in cui violini, corni e legni suonano con i "leggeri" le antenne si mettono a vibrare.

L'ultima volta in cui è accaduto, però, le cose non sono andate benissimo. Colpa di Sting e di Simphonicity, esperienza per me deludente. Ecco perché mi sono accostato al Peter Gabriel sinfonico con un minimo di circospetto scetticismo. Poi subito dissolto dal piacere procuratomi da New Blood e, in concomitanza, da Stratch My Back.

Andiamo con ordine. Il secondo dei due dischi è, cronologicamente, il primo inciso dall'ex Genesis con un'orchestra sinfonica. Prudentemente, Gabriel ha pensato di vestire di classico i brani di altri. A esperimento riuscito, s'è dedicato alle proprie canzoni ed è nato New Blood. Una felice ripetizione.

Si tratta di due dischi, secondo me, riusciti perché Gabriel applica con sapienza l'arte del panettiere (di cui già dissi): rimpasta, rimette in forno e ne trae novità. Dimostrando di conoscere i segreti di un certo modo d'essere della musica - quello che ti chiede di dire cose nuove da note antiche -, il musicista inglese dà sul serio "nuova linfa" (il New Blood del titolo) alle proprie creazioni. Riuscendo laddove Sting ha fallito.

E' un riflesso cui non riesco a resistere, quello del paragone tra i due. Anche perché amo la musica di entrambi, sia quella di Genesis e Police, sia quella delle carriere soliste (anche se trovo in Gabriel una tenuta qualitativa più forte che in Sting). E comunque, il confronto mi permette di capire la sostanza del lavoro di riscrittura delle loro canzoni. In Simphonicity, è come se Sting avesse portato gli spartiti originali dicendo all'orchestra di suonarli; in New Blood, Gabriel porta loro spartiti nuovi, pur se scritti con le note di sempre. 

giovedì 17 novembre 2011

Le dissonanze di certa scienza

Ad aprire il capitolo intitolato Musica e Scienza, c'è da non finir più di leggere. Dopotutto la musica si basa sui numeri: quelli del ritmo, o quelli che regolano il temperamento equabile, cioè l'architettura di suoni su cui la maggior parte del pianeta costruisce melodie e armonie.

Uno dei paragrafi più corposi di quel libro riguarda le neuroscienze. La letteratura di settore tracima di studi dedicati a cosa faccia il cervello quando riceve stimoli musicali (io sono rimasto affascinato dalle teorie di Edwin E. Gordon sull'apprendimento). A riguardo, segnalo Musicofilia e Perché ci piace la musica, che spiegano senza avere pretese di verità oggettiva. Cosa che invece ho trovato in questo articolo del Wall Street Journal.

Anzi, mi correggo. L'articolo è dell'American Scientific, e Christopher Shea sul WSJ (cui sono arrivato grazie al Twitter di Alex Ross, storico e critico musicale tra i più autorevoli al mondo) lo smonta con argomenti tanto semplici quanto efficaci. In soldoni: la rivista scientifica afferma che tra uomo e pollo ci sono molte affinità. Tra queste, amare la musica consonante. Pare che i polli non sopportino, invece, le dissonanze, e così l'uomo.

E' una tesi di una semplicistica assurdità, che ignora - giustamente conclude Christopher Shea - come la musica sia ben più di questa cosa qui.

lunedì 14 novembre 2011

Musica e libertà: un pensiero di Vito Mancuso

Vito Mancuso ha scritto sul suo Facebook una presentazione al nuovo cd di Lucio Dalla, Se questo è amore. E' una riflessione filosofica sul perché l'uomo senta il bisogno di fare musica. Copio e incollo la prima parte; per la seconda, legata specificamente a Dalla, rimando al network.

"Per presentare il nuovo cd di Lucio Dalla faccio quello che so fare, cioè costruire pensiero, articolare riflessioni filosofiche e teologiche, e inizio col chiedermi perché gli esseri umano facciano musica. Perché da un essere biologicamente determinato è nata l’esigenza, è sorto il desiderio, di fare qualcosa di così poco biologico e di così poco determinato come la musica? Per rispondere alla domanda è utile sapere da dove viene il termine “musica” e perché l’arte del suono si chiami proprio così, musica, in moltissime lingue del mondo (persino in basco, finlandese, turco, filippino, swahili).

Il termine musica viene da Muse, le divinità greche figlie di Zeus e di Mnemosune, cioè del Dio principale e della Dea della memoria. Le Muse sono 9, e quella che presiede la musica si chiama Euterpe, “colei che rallegra”. Ma tra tutte le arti a cui le 9 Muse presiedono (la poesia epica, la poesia amorosa, la poesia lirica, la tragedia, la commedia, la storia, l’astronomia, la danza) solo la musica ha meritato il nome che viene direttamente da loro. Io penso che sia per il fatto che, più di ogni altra espressione dello spirito umano, la musica sia totalizzante: come prende la musica, come conquista, come unisce e come può anche devastare la musica, nessun’altra tra le arti lo può fare. La musica è l’espressione più alta dello spirito umano, e per questo ha un potere enorme sull’uomo e sulla sua libertà. Non a caso gli antichi, che conoscevano bene questo potere della musica, ne custodivano gelosamente i segreti e i filosofi discutevano tra loro quale fosse il tipo di musica più adatta all’educazione dei giovani. Per esempio nell’ottavo libro della Politica Aristotele, dopo aver detto che “nell’educazione dei giovani bisogna usare canti e armonie con un contenuto etico” (Politica 1342 A, ed. it. p. 341), e dopo aver privilegiato l’armonia dorica, aggiunge che Platone nel terzo libro della Repubblica si sbagliava a valutare positivamente l’armonia frigia.


Una cosa comunque a mio avviso è sicura: il fatto che gli esseri umani facciano musica dimostra che possono giungere a essere liberi dalle necessità biologiche e sociali. Per quanto ognuno di noi sia in buona parte necessitato dalla sua biologia e dal suo ambiente, in noi si può dare un che di non-necessitato, di libero, di sorgivo, che è la creatività, cioè la capacità di agire, e non solo di re-agire. La libertà come creatività trova la sua massima manifestazione nell’arte, e, a mio avviso, massimamente nella musica. Hans Jonas nel 1961 scrisse un bellissimo saggio dal titolo Homo pictor per sostenere che la produzione di immagini da parte degli esseri umani dimostra la loro separatezza, la loro peculiarità, rispetto al testo degli esseri viventi. Si potrebbe sostenere la medesima tesi con ancora più forza scrivendo un saggio dal titolo Homo musicus.


La musica mostra che noi nella nostra parte più alta siamo liberi, siamo atto, creazione, spontaneità. Il fare musica indica in modo supremo che siamo liberi, che veramente in noi agiscono le Muse, cioè l’unione del principio divino che dà forma al mondo con la nostra memoria, con la nostra anima spirituale
".

sabato 12 novembre 2011

Daniela D'Ercole, e il destino che...

"La cantante jazz Daniela D'Ercole è morta in un incidente stradale a New York. La 32enne è stata investita da un veicolo. Qualche mese fa era uscito il suo primo cd, The peacocks". Così dice una "breve" negli Spettacoli del Corriere della Sera. Di solito non leggo le brevi, ma oggi mi è capitato. Ho letto, e riletto, e riletto. Poche parole, ma dure e fredde come una pietra in inverno. Poche parole a lasciarti immaginare un futuro interrotto, e a chiederti come sarebbe stato.

Daniela D'Ercole era giovane e brava. Aveva una voce intensa, e il buon gusto di non orpellarla con inutili fronzoli. C'è, nel jazz e nel pop, una tendenza delle cantanti a vocalizzare e a vibrare in eccesso, un'indulgenza in virtuosismi alla lunga stucchevoli. Daniela pensava al sodo, come facevano le grandi.

Non credo ci sia altro da aggiungere (forse solo che The peacocks non è di qualche mese fa, ma del 2008). In questi casi, parli la musica. E', forse, il modo migliore per tenerne vivo il ricordo e per provare a lenire la rabbia che monta quando ti chiedi un perché cui non c'è risposta.

martedì 8 novembre 2011

Lo Springsteen italiano? Jovanotti!

06:25 Posted by Unknown , , 4 comments
L'ho aperto sul browser giorni fa, e da allora ci ragiono su. Si tratta di questo articolo: Meet the italian Bruce Springsteen, apparso su Salon senza firma. Racconta del concerto di Jovanotti allo Stern Grove Festival di San Francisco, e dei consensi che ne sono derivati.

Il titolo è un'esca formidabile, perché nel pezzo non c'è nulla che approfondisca un ipotetico legame artistico tra Lorenzo e Bruce. Si dice solo che Jovanotti è una "iconic star" come il Jersey Devil o Bono. Esattamente, si legge: "an iconic pop star who takes on issues from AIDS to poverty in Africa". Se riferimento c'è, è più con il leader degli U2 e la sua responsabilità sociale. Springsteen in questo è più defilato: dopo l'impegno in primissima persona nel No Nukes (i concerti del 1979 organizzati all'indomani dell'incidente di Three Mile Island), le sue partecipazioni a qualcosa di benefico sono state sempre molto discrete. Politica a parte, con gli "endorsement" prima per John Kerry e poi per Barack Obama, l'ultima sua apparizione "sociale" si è avuta nel 2001, all'indomani dell'11 settembre. Per dire: Bruce fu forse il maggiore degli assenti al Live Aid, essendo a quel tempo nel pieno del Born in the USA World Tour.

Ma dove, allora, Jovanotti è il nostro Springsteen? Io credo che a Salon siano rimasti colpiti da questo video e dalla sua carica, e che l'istinto abbia acceso la scintilla del legame.


L'Ombelico del mondo è energia pura, e in effetti il parallelismo ci sta: la padronanza del palco e l'energia genuina imparentano strettamente i due artisti. A unirli è, forse, anche la filosofia del proprio mestiere: gettato alle ortiche il nichilismo della triade "sesso, droga e rock'n'roll", Springsteen e Jovanotti lavorano all'equazione "rock'n'roll = sesso", trasformando i loro show in tre ore di sana, corroborante, esplosiva eccitazione. Ne esci, e ne vuoi ancora.

Almeno, è questo ciò che mi capita ogni volta che assisto a un concerto di Bruce, sul quale però ho dichiarato totale acriticità. Ma ricordo anche che l'unica volta in cui ho visto dal vivo Jovanotti mi ha folgorato: era il 1994, era appena uscito il disco con lo stesso titolo e lui, a Monza, ha suonato con Eros Ramazzotti e Pino Daniele. E li ha surclassati: sembrava che il Brianteo fosse pieno solo per lui.

Ecco, in questo Jovanotti è lo Springsteen italiano. Ma per il resto, no. Tra l'altro, nello stesso articolo si legge come la musica abbia, in Lorenzo, un peso maggiore rispetto alle parole; rapporto invertito, invece, nei lavori di Bruce. E comunque, tengo a dire un'altra cosa: i paralleli sono una fesseria. Uno tra tutti: l'accostamento tra Bob Dylan e Francesco De Gregori, debolissimamente suffragato dal cantare entrambi molto fuori metrica. Del ruolo di Springsteen come pietra di paragone, poi, si è davvero abusato, accostandone i seguenti nomi: Vasco Rossi (sempre per le animalità da palcoscenico), Ligabue (poetica, palco e musica), Massimo Priviero (ad inizio carriera veniva lanciato con la stessa frase utilizzata per Bruce: "Ho visto il futuro del rock italiano e il suo nome è Massimo...").

Se c'è un modo per banalizzare musica e artisti, secondo me, questo è il più efficace.

domenica 6 novembre 2011

Se Gateano Curreri ti spiazza con una banalità.

07:16 Posted by Unknown , , 8 comments
Se Gateano Curreri ti spiazza con una banalità, ci resti male. Come accadrebbe se lo facesse chiunque sia destinatario di un po' della tua stima. Curreri mi ha spiazzato stamattina.

Ero in auto, in una Milano uggiosa e non trafficata, insopportabilmente calda per essere il 6 novembre ma a suo modo affascinante, vestita della sobrietà di cui è capace l'autunno. Facendo zapping sullo stereo ho incappato nel finale di Grande figlio di puttana, cantata dal vivo su Radio 2. Curreri gorgheggiava rauco (un ossimoro, ne convengo; ma ci riusciva) mentre il gruppo chiudeva il brano con un tiro mica male, a striature funky. Due minuti piacevolissimi, in cui ho pensato che gli Stadio, dei quali conosco bene solo Chiedi chi erano i Beatles, sono quel tipo di gruppo verso cui si prova un'istintiva simpatia pur non essendone fan. Un gruppo di onesti artigiani della musica leggera, capaci e preparati ma tutt'altro che divi. Di quelli che ne incontri il batterista al bar del paese, giù in Emilia, e non lo riconosci se non te lo dice il barman, felice di averlo come cliente abituale. Gente con i piedi per terra, insomma: sanno di esser bravi e non te lo fanno pesare. Impressione confermatami proprio da Curreri, che ho sentito di recente alla presentazione del libro di Gianfelice Facchetti su suo padre: ricordi di infanzia, considerazioni su un calcio poetico e soffocato dal business attuale, pensieri non banali su due uomini nel senso più pieno del termine, cui gli Stadio hanno dedicato una delle canzoni del loro ultimo disco. Il brano si chiama Gateano e Giacinto, e non ci vuole un Mba per capire che si tratta di Scirea e Facchetti.

Pensavo gran bene di loro e di Curreri, in auto, mentre la canzone finiva. Applausi, poi il presentatore chiede al cantante come faccia ad avere quella voce lì. Lui prima fa: "Un amico, Piero Pelù, dice che al posto delle corde vocali ho del filo spinato". Lì per lì mi chiedo che diavolo voglia dire, ma non ho tempo di pensarci perché Curreri prosegue: "Non è che abbia una tecnica, magari ho cercato di tirarne fuori una mia in tutto questo tempo. Diciamo che provo ad usare la voce come uno strumento".

Tiro, gol. Portiere (io) da una parte, pallone dall'altra. Spiazzato da una delle più colossali banalità mai ascoltate in vita mia. Mi sono chiesto se Mina usasse la voce come una caffettiera, Billie Holiday come una pompa per biciclette, Frank Sinatra come un materassino ed Enrico Caruso come un cocktail.

Ho spento la radio. L'umore aveva il colore del cielo.

venerdì 4 novembre 2011

Dieci cose che la musica insegna (di Marco Tutino)

08:19 Posted by Unknown , , No comments
Ho allacciato un contatto su Facebook con Marco Tutino, e ne sono felice per vari motivi. Tra tutti, la possibilità di ricevere spunti di riflessione su un'arte di cui lui è protagonista. Oggi me ne ha già offerti dieci, con una sua nota su altrettante cose che la musica è capace di insegnare.

Tre, in particolare, mi hanno colpito:

- L’Armonia: per apprezzare la consonanza, è necessario accostarla alla dissonanza: una successione di fatti concordanti, alla lunga è stucchevole. Diffidare dunque di coloro che sono sempre in sintonia con te, che ti lodano a prescindere, che non dissentono mai: c’è sotto qualcosa. Ogni tanto, qualcuno che ti ricordi che sei umano e fallibile, ti farà apprezzare con maggior soddisfazione una meritata lode.
 (Ovvero, l'importanza di cantare fuori dal coro).

- Ho imparato dalla musica che la razionalità non esaurisce la nostra percezione del mondo. In questo, la musica è una metafora perfetta di quanto sia sbagliato pensare che sia solo necessario pensare, e che tutto sia controllabile e soprattutto riconducibile a qualche modello matematico. Esiste il Mistero. Esiste ciò che non dovrebbe esistere, ciò che non comprendiamo come possa esistere, ma c’è, si manifesta. Non temiamolo, accettiamolo. Lasciamo che faccia il suo mestiere, lasciamoci spiazzare dalla magia del mondo. Poi, rimettiamoci al lavoro.
(Qui mi viene in mente Lorenzo Licalzi, e il suo pensiero sul miracolo della musica come perfetta fusione dell'inconciliabile).

- La musica insegna meglio di altre discipline che le categorie, le scale di valori, la serie A e la serie B, sovente ingannano. La musica bella può risiedere nella più semplice canzonetta, la musica brutta nella più complessa delle partiture...e dunque, che lo snobismo non conduce a nessuna verità, ma solo e sempre ritorna al nostro io più meschino.
(Qui non c'è altro da aggiungere. C'è solo da esserne lieti).

mercoledì 2 novembre 2011

La cadenza, e la caduta del sodalizio Abbado-Grimaud

Il tema di questi giorni, in ambito classico, è la fine del sodalizio tra Claudio Abbado ed Hélène Grimaud per colpa di un dissidio su una cadenza. Cioè su un passaggio solista del Concerto per pianoforte e orchestra n. 23 di Wolfgang Amadeus Mozart. La storia è raccontata, come al solito senza fronzoli, dal Post; il New York Times le dedica ampio spazio, e a segnalarlo è un tweet di Mario Platero, storico corrispondente dagli Usa per il Sole 24 Ore.

Spulciando sempre su Twitter, mi sono imbattuto in Franco De Benedetti, l'economista, che scrive: "Bravo Abbado! Perde la pazienza per la supponenza sulla cadenza. Così la Grimaud resta senza." E su un pezzo di Linkiesta.it, a firma Michele Fusco, in cui si parte dal dissidio per interrogarsi sulla fragilità dei rapporti umani, anche di quelli che paiono più solidi. Tra le righe, Fusco piazza questa considerazione: "Probabilmente, i due, molte altre volte si sono trovati di fronte a un dissidio musicale e altrettanto probabilmente lei, la donna, ha dovuto abbassare il capo di fronte all'imponenza del Maestro che disponeva per il meglio. Dopo sedici, lunghi anni, la Grimaud ha inteso far sapere, ha inteso far sentire, che il vento era cambiato. E tutto insieme, ha presentato il conto".

Il "probabilmente" mitiga le certezze, ma pare evidente che Fusco - non come De Benedetti - stia dalla parte della pianista. A riguardo, per quel che vale, io non ho certezze, e altrettanto probabilmente potrei immaginare che nei sedici anni di sodalizio artistico sia stato Abbado a lasciare il passo alle idee della Grimaud, personaggio di un certo temperamento, molto attenta alla comunicazione (lo scrissi in questo post, litigando con un anonimo lettore). E che il maestro, di fronte all'imposizione di un'ultima idea, abbia detto basta. Ma è una riflessione secondaria rispetto ad altri pensieri nati dalla lettura di questa vicenda. E cioè:

1) vedere che se ne occupano non solo i media tradizionali (NYTimes, Corriere della Sera) ma anche due magazine web tout court come Linkiesta e Il Post mi fa pensare che certi temi siano di richiamo sulla rete. E che quindi in rete ci sia richiesta di qualità, e non solo di fesserie.

2) nessuno, di quelli che ho letto, ha posto l'accento sull'inevitabilità di un approccio conflittuale tra il direttore e la solista. Giusto per capirci: la cadenza è un momento in cui il pianoforte suona da solo, ed è libero entri certi limiti di dare un'interpretazione estensiva alla musica, cioè di variare i passaggi scritti dall'autore e addirittura di inventarne di nuovi. Nella fattispecie, il "filologo" Abbado chiedeva si suonasse quanto pensato da Mozart, la pianista Grimaud voleva eseguire la cadenza "riscritta" da Ferruccio Busoni. Questi, come accennato qui, è tra i più grandi interpreti nella storia del pianoforte. Giocoforza, la pianista caldeggia il passaggio che esalta lo strumento.

3) La musica, anche in questo, è meravigliosa. Tutta l'arte è foriera di scontri ideologici, di cui però si rendono protagonisti i critici. Ma ho l'impressione che solo nella "seconda arte" 80 secondi di note scritte due secoli fa possano costituire un casus belli tra i musicisti, in nome di opposte visioni su quanta libertà sia opportuna per raggiungere il miglior risultato artistico.