Musica, senza steccati

mercoledì 23 novembre 2011

De André, troppa dolcezza nella LSO

Scrivi un post su Peter Gabriel orchestrale e ti accorgi che il mood sinfonico sta avvolgendo la musica leggera. Tra qualche giorno uscirà il dvd del concerto di Adele alla Royal Albert Hall; e sempre per stare a Londra, qualche giorno fa è uscito Sogno n.1, antologia di Fabrizio De André riletto dalla LSO - London Simphony Orchestra.

Stimolato dai post di amici su Facebook, ho ascoltato le canzoni cercandole in rete e su YouTube, imbattendomi in uno scontro ideologico prossimo a sfociare in una guerra. Chi apprezza il disco, grida al miracolo artistico; chi no, all'oltraggio alla memoria di De André. Questi ultimi hanno dalla loro un argomento apparentemente inattaccabile: nessuno ha potuto chiedere all'autore cosa pensasse dell'idea di un arrangiamento classico dei propri brani. Il rigore scontroso con cui Faber dialogava con il mondo lascia pensare che non avrebbe dato l'assenso, ma qui si entra nel mondo dei se. E se la musica è libertà, è dunque giusto che Geoff Westley (l'arrangiatore e direttore d'orchestra) abbia potuto lavorare sulle canzoni del grande genovese. In più, la forma è salva grazie all'ok di Dori Ghezzi

Vengo quindi alla sostanza. Il primo brano che ho ascoltato (Valzer per un amore, lì sotto) mi ha entusiasmato. Scarno nell'originale, ha trovato con la LSO una nuova veste più ricca, nelle cui pieghe sembra nascondersi il genio di Nino Rota. Poi, però, qualcosa ha cominciato a non convincermi più, in particolare nei brani di Anime Salve, l'ultimo (strepitoso) disco di De André, scritto a quattro mani con Ivano Fossati. La forza di quel disco è - strano, per un cantautore - proprio nella musica, suonata da una geografia di strumenti ampia quanto il nostro pianeta. De André (aiutato da un gigante qual era Piero Milesi) ha cercato sonorità sconosciute, e ha dato un'impronta unica alla musica di Anime Salve. L'orchestrazione per ensemble tradizionale, a mio umile giudizio, riporta tutto sul piano del conosciuto, affievolendo la forza innovativa dell'originale.

Guidato da questo umore, ho ascoltato il resto del disco vedendo nella LSO una presenza ingombrante, dispensatrice di una dolcezza talvolta inopportuna. Penso a Preghiera in gennaio, dove i suoni nudi dell'originale sono essenziali ad un testo doloroso ma alla fine salvifico, che l'arrangiamento orchestrale mi sembra enfatizzare.



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