Musica, senza steccati

venerdì 30 dicembre 2011

An der schönen blauen Donau: buon 2012.

Con Stanley Kubrick che lo ha fatto danzare agli astronauti, non è azzardato dire che questo valzer è stato ballato da tutti. E' il più famoso nella storia della musica, è stato composto quasi di getto ed è stato acclamato sin dalla sua premiere. Johannes Brahms si è pubblicamente rammaricato di non esserne l'autore. E', insomma, un congegno musicale perfetto.

And der schönen blauen Donau (Sul bel Danubio blu) è totalmente identificato con l'assonnato entusiasmo del primo gennaio. Stordito dalle poche ore di sonno, mi ritrovavo senza accorgermene catapultato in una sala luminosa e imbandita. La televisione era sintonizzata sul Concerto di Capodanno, seguito distrattamente fino al momento del valzer. Trillo di violini, il direttore si ferma e celebra il rito degli auguri. In casa mio nonno comanda il silenzio. Poi parte il valzer. Poi la Marcia di Radetzky. Due brani capaci di svegliarmi e di farmi venire il giusto appetito per gustare il pranzo.

Mi sono chiesto spesso perché una musica facilmente declinabile nell'insopportabile zumpappà di fisarmoniche maltrattate o di melensi carillon mi piacesse così tanto. Un giorno l'ho capito: merito della sincope. Al di là della bellezza del tema e dell'orchestrazione, al di là della perizia dei Wiener, il tocco di unicità del Danubio blu è nella sincope sul ritmo nelle prime battute del tema. Il primo colpo in levare non cade sul secondo dei tre quarti del valzer, ma un sedicesimo prima. E' un anticipo quasi impercettibile, perché appena il tiro si fa più veloce si torna agli accenti regolari. Ma è una cosa che avvicina il Danubio blu all'incedere jazzistico. E che quindi me lo fa amare profondamente.



PS: Amo quel valzer ancor più dal Capodanno del 1998, trascorso proprio a Vienna. Nessuno di noi, nemmeno venticinquenni, aveva la benché minima possibilità di accedere al Musikverein per seguire il Neujahrskonzert. Ma molto democraticamente la municipalità viennese sistemò davanti al Rathaus uno schermo gigante. Ballammo tutto il tempo, e alla fine ci ingozzammo da Pizza Hut. Fu un Capodanno meraviglioso.

mercoledì 28 dicembre 2011

Da Monteverdi a Fresu-Caine: panettieri nel tempo

01:11 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Il titolo di questo post non è frutto dei postumi mal gestiti dei bagordi natalizi. E' invece un tentativo di tornare sul concetto di panetteria della musica, arte di coloro che da un brano sanno trarne un altro.

I panettieri di oggi sono tre. Uno è Claudio Monteverdi, che cucinò la pagnotta originale del "Sì dolce è 'l tormento"; gli altri sono Uri Caine e Paolo Fresu, che di quell'impasto han tenuto via un pezzettino riplasmandolo come nel video lì sotto.

Ecco, oggi prendetevi 6 minuti e 24 secondi. Interrompete ogni attività, attaccate le cuffie al computer e ascoltate. Io l'ho fatto stamattina, prima di cominciare il lavoro; e la giornata mi è parsa migliore.

martedì 27 dicembre 2011

Alex Ross è un gigante. Il resto è rumore.

06:06 Posted by Igor Principe , , , 2 comments
L'immagine lì accanto ritrae i regali che Cristina, mia moglie (non siamo sposati, ma due figli e una casa in comproprietà mi consentono l'ardire di chiamarla così), mi ha fatto a Natale. I dischi - Rio e Orvieto, quasi una geografia della musica - glieli ho chiesti esplicitamente, cosa che non mi ha comunque privato del piacere di spacchettarli, immaginarne il contenuto e godermi l'attesa dell'ascolto. Il libro, invece, è stato una sorpresa. Cioè: le avevo accennato dell'idea di prenderlo parlando delle centinaia di cose che si vorrebbe leggere, nei momenti irrazionali e bugiardi in cui senti di avere le forze per sconfiggere il tempo piegandolo alla tua volontà. Ma di sicuro non l'ho messo nella letterina a Babbo Natale. E meno male che il pomeriggio del 23, dedito agli ultimi acquisti, non ho ceduto alla tentazione di regalarmelo: l'avevo tra le mani, e riporlo sullo scaffale è stato un gesto non facile da compiere.

Il libro, come si vede dalla foto, è Il resto è rumore, di Alex Ross. Lui è tra i critici musicali più autorevoli al mondo, ed è una miniera di segnalazioni per chi lo segua su Twitter (@alexrossmusic). Soprattutto, è un gigante della divulgazione. Il resto è rumore parla della cosa apparentemente più lontana dalla vita quotidiana di tutti noi: la musica contemporanea, intesa come la musica classica del Ventesimo secolo. Parla di atonalità e dissonanze, cioè di elementi sonori capaci di agire come grattugie sui nervi e sui timpani. Parla di opere come Salome e Wozzeck (che non è come raccontare Traviata o Le Nozze di Figaro), e di Cinque pezzi per orchestra (che non è come discettare della Danza delle ore).

Come dice il titolo, parla di rumore. Ma in un modo tale da montarti la voglia irresistibile di ascoltarlo. Ross sradica la musica contemporanea dalla nuvola su cui si è eclissata, e alla quale hanno accesso solo gli accoliti, e la fa rituffare nel rumore da cui è nata: quella del Ventesimo secolo, della violenza di due guerre mondiali, dell'industrializzazione, dei totalitarismi. La musica contemporanea è figlia di un caos umanissimo, e Ross ti racconta quanto altrettanto umanissima essa sia.

Il libro non è semplicissimo: forte di una preparazione tecnica da musicista, l'autore parla di note, di scale esatonali, di accordi diminuiti, di tritono. Tuttavia, anche chi non abbia una conoscenza musicale di base può godersi pienamente le oltre 800 pagine di questo tomo formidabile, scritto con grazia e acume, mai sussiegoso o riservato agli addetti ai lavori. E poi, per capirci di più, c'è il blog nato dal libro, con una guida all'ascolto puntuale e preziosa.

Chiudo con quella che avrebbe dovuto essere una premessa: non l'ho letto tutto, ho cominciato due giorni fa e sono a pagina 146, dove si parla di "Stravinskij e la Sagra". Ma non vedo l'ora che un teatro milanese programmi Wozzeck. E se un libro fa venir voglia di ascoltar Alban Berg, allora è un gran libro.

sabato 24 dicembre 2011

Le canzoni di Natale

L'anno scorso avevo scritto dei motivi per i quali la mia canzone di Natale è Do they know it's Christmas?, e in un anno non ho certamente cambiato idea. Ma se mi sposto dal soggettivo all'oggettivo, mi accorgo che pensando a "LA" canzone di Natale finisco sempre ad ascoltare White Christmas secondo Bing Crosby e la Trotter Orchestra. Cioè coloro che negli anni Quaranta del Ventesimo secolo diedero vita a "LE" canzoni di Natale.

Quel disco e i suoi dodici brani sono - come tutta la musica - detonatori di ricordi personali, dei quali ho parlato ricordando Mahalia Jackson. Ma sono anche una specie di corpus iuris musicalis natalizio; o, per dirla con Mozart, la risposta di Leporello a Donna Elvira: "Madamina, il catalogo è questo!". L'album White Christmas cristallizza un repertorio fatto di brani tradizionali e di altri scritti ad hoc. Tra questi c'è la title-track, ed è sorprendente - almeno per me - rilevare come l'inedito abbia saputo imporsi sugli altri nel ruolo di canzone simbolo del Natale.

Una forza impressionante, contro la quale nessuno ha potuto più nulla. Né John Lennon con la sua Yoko, né la Band-Aid, né tanto meno Mariah Carey. King Bing regna sovrano.

PS: Tanto White Christmas è LA canzone, quanto quello che segue è LO spot di Natale. Anche qui, detonazione di memorie, aneddoti e atmosfere. Se ne avete anche voi, è il momento di far loro prendere aria. Buon Natale.

giovedì 22 dicembre 2011

Il Grammy postumo a Steve Jobs

07:28 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Come si legge su Rockol, Steve Jobs sarà insignito di un Grammy postumo. La motivazione ufficiale è "aver contribuito a creare prodotti e tecnologie che hanno trasformato il modo di consumare la musica, la televisione, i film e i libri".

Lo scrivo per la mia nonna, che mi legge ma non lo sa: i Grammy Awards sono i più importanti riconoscimenti americani dell'industria musicale. Che Steve Jobs (chi sia, questo la nonna lo sa) vi rientri, ci sta: iPod e iTunes sono strumenti di consumo della musica e veicolo di diffusione di prodotti dell'industria delle sette note. Protestare per un Grammy dato - pure postumo - a chi musicista non è suonerebbe come un eccesso di formalismo. E i formalismi possono essere fastidiosi. Me ne viene in mente uno - legittimo, per carità - grazie al quale Nino Rota non potè competere con la colonna sonora del Padrino agli Oscar (e cavolo se l'avrebbe vinto): aveva già dato lo stesso tema, anche se arrangiato molto diversamente, ad un altro film.

Superata la forma, andiamo alla sostanza: è giusto quel riconoscimento a Jobs? Io dico di no. Non discuto la grandezza innovativa di mr. Apple, né il suo oggettivo apporto ad un profondo cambiamento nella fruizione della musica, sia sul piano dell'ascolto sia su quello della composizione (mi riferisco a GarageBand). Ma non riesco a non vedere che Jobs, con iTunes e iPod, ha perfezionato intuizioni di altri (Shawn Fanning, il papà di Napster) a loro volta basate sul genio di altri ancora (Leonardo Chiariglione, cioè mr. mp3).

Ecco, se dovessi pensare a un Grammy tecnico industriale, lo darei prima a Chiariglione. E, molto postumo, ad Akio Morita. Il riconoscimento di Jobs mi sembra un ulteriore passo di una liturgia celebrativa cominciata il 5 ottobre scorso, e che forse è il caso di concludere.

domenica 18 dicembre 2011

Cesaria Evora, e degli artisti-nazione

06:07 Posted by Igor Principe , , 1 comment
Cesaria Evora è stata l'artista in cui l'identificazione con il proprio paese era totale. Un'artista-nazione: dici Capo Verde e pensi a lei. Il fenomeno non è sconosciuto: quante volte è suonata l'associazione tra Portogallo e Amalia Rodrigues, o tra Argentina e Astor Piazzolla? Poi, superato l'istinto del riflesso pavloviano, la ragione conduce il pensiero ad altri messaggeri di folk nazionale: i Madredeus, Dulce Pontes, Mafalda Arnauth; Carlos Gardel, Mercedes Sosa. Anche nell'insospettabile Islanda il titolo di portabandiera è diviso tra Björk e i Sigur Rós.

Cesaria Evora invece era Capo Verde, in una simbiosi sottolineata dal paradosso di una musica meno nazionale di altre. Come l'arcipelago atlantico è il punto di mezzo geografico tra Portogallo e Brasile, la morna (genere tipico capoverdino) è il punto di mezzo sonoro tra gli stessi paesi, rubando a Lisbona i suoni del fado e a Rio lo spirito malinconico della saudade.

Cesaria incise il primo disco a 47 anni, e conobbe il successo a 49. Anche in questi asettici dati biografici c'è l'inevitabile malinconia del tardivo riscatto da una vita difficile. Malinconia alla quale la sua voce bellissima mai rinunciava, nemmeno nel serrato incedere della canzone del video.

venerdì 16 dicembre 2011

Il gorilla, o della traduzione per eccellenza

Nel registratore che tenevamo in cucina, oltre venticinque anni fa, girava spesso una cassetta di Fabrizio De Andrè. Era quella di Volume III, suo disco del 1968, che si apriva con un brano poi diventato tra i suoi simboli, La canzone di Marinella. Finito lo struggimento per la ragazza che, chissà come, nel fiume scivolava, cominciava un giro di chitarra su due accordi; quindi, il racconto di una presenza curiosa nella piazza di una città, portata là dagli zingari di un baraccone. La presenza del gorilla.

Venticinque anni fa avevo tredici anni, e quella storia mi divertiva. Ma non del tutto: non riuscivo a coglierne, come poi è accaduto grazie a un po' più di maturità, l'eleganza del sottinteso. De Andrè parla né più né meno di sodomia, pur giustificandola con la giustizia dell'Antico Testamento e con la sua legge dell'occhio per occhio: il giorno prima, il magistrato commina una pena capitale su basi giuridiche non ortodosse; il giorno dopo, un primate abusa di lui. Una scena volgare, a immaginarla; semplicemente deliziosa, se raccontata con le parole di Faber.

Molti anni dopo ho scoperto che il testo di De Andrè traduce un brano di George Brassens dallo stesso titolo e dallo stesso contenuto. Ho intercettato entrambi su YouTube (Il gorilla - Le gorille) e vi invito a confrontarli. Anche chi non ha dimestichezza con il francese - come me - capirà facilmente che cosa sia una traduzione per eccellenza. Eravamo, si diceva, nel 1968. Pochi anni prima, From me to you era capace, chissà perché, di trasformarsi in Cambia tattica.

Una telefonata di Paul a Faber sarebbe servita.

mercoledì 14 dicembre 2011

Slancio e rischio dell'esser giovani: Diego Matheuz

Diego Matheuz è il direttore principale del Teatro La Fenice di Venezia. Ha 27 anni, è venezuelano ed è una prova di quanto buoni possano essere gli effetti del sistema Abreu, il cui perno è la Simon Bolivar Youth Orchestra of Venezuela.

Diego Matheuz è anche la prova dell'esistenza di domande senza risposta. Per carità, nessuna pretesa di sfiorare il senso dell'assoluto; semplicemente, ho provato a ragionare su di lui e sulla sua età e sono giunto a non trovare risposta alla domanda che farò, appunto, alla fine del ragionamento.

Il punto di partenza è sullo slancio di cui al titolo. Affidare la direzione di uno dei più prestigiosi teatri lirici al mondo - quello, per dire una facile facile, in cui il 6 marzo 1853 andò in scena, e non bene, la prima di Traviata - a un ventisettenne è un atto felice. In Italia sa quasi di rivoluzione: viviamo nel Paese in cui si continua a esser giovani a 40 anni, quindi immeritevoli di assumere responsabilità dirigenziali di alto livello. La nomina di Matheuz scheggia il cristallo della vetustà.

La tappa intermedia è il rischio, che grava sul tema della maturità artistica. A riguardo, preferisco delegare le considerazioni al ricordo di una serata al Teatro Dal Verme di Milano, almeno 5 o 6 anni fa. Ho dimenticato il contesto (ma doveva essere la Milanesiana), ma non i protagonisti che sul quel palco, dialogando di musica, esploravano il senso delle cose. Si trattava di Armando Torno e di Riccardo Muti. Il maestro, sollecitato dallo scrittore, si è lasciato andare a una considerazione tra l'ironico e il sarcastico, abbandonando per un attimo la propria caratteristica austerità. Cito a memoria: "Ho eseguito la mia prima sinfonia di Beethoven ben oltre i quarant'anni. Ho atteso perché penso che certe pagine richiedano maturità. Ora vedo che per un direttore di venticinque anni cimentarsi con la Quinta o la Nona è del tutto normale. E mi chiedo: ma sono io il coglione?".
Disse proprio così (è difficile dimenticarlo).

Il punto di arrivo è dunque la domanda: è giusto che un ventisettenne assuma una responsabilità artistica come la direzione della Fenice, o è necessaria una maggior maturazione? Ecco, io non so rispondere.

domenica 11 dicembre 2011

Don Giovanni alla Scala: mini rassegna stampa (2)

Aggiungo un articolo alla mini rassegna stampa sul Don Giovanni alla Scala. E' quello di Fiona Maddocks sull'Observer, cui arrivo grazie a un tweet di Alex Ross. E' un pezzo lungo, denso e in cui accanto al 7 dicembre milanese si parla di Torino e di quel che Gianandrea Noseda va combinando, di buono, al Teatro Regio.

E' anche un pezzo in cui colgo un'idea precisa dell'Italia. Scrive a un certo punto Maddocks: "Every Italian knows exactly where the world's TV cameras will point on 7 December each year, the feast of Milan's patron St Ambrose". In altre parole, ogni italiano sa che nel giorno in cui si festeggia il suo patrono, Ambrogio, Milano diventa il centro del mondo. Ciò per due ragioni: 1) ogni italiano sa che il 7 dicembre è "IL" giorno dell'Opera lirica, simbolo culturale del nostro paese nel mondo; 2) ogni italiano sa che il 7 dicembre e il giorno in cui in una piazza milanese transitano vip diretti ad un evento teatrale. Propendo per la seconda ipotesi.

Con buona pace di Maddocks, se siamo il paese dell'Opera - e in generale della cultura - lo dobbiamo all'estero. E' lì che si perpetua l'idea dell'Italia come culla e scrigno delle arti, come di un museo a cielo aperto di cui godiamo in ogni istante della nostra quotidianità, mentre ci affaccendiamo in essa. Sappiamo tutti che non è così, che un romano in transito davanti al Colosseo continua a pensare ai propri problemi, che un milanese accanto alla basilica del suddetto Ambrogio bofonchia pensieri poco solari sul parcheggio in costruzione nella piazza, che un napoletano nella piazza del Maschio Angioino è più probabile imprechi contro il traffico invece di riflettere sulla bellezza della sede del municipio.

E' poi la stessa Maddocks a convincermi di ciò nel chiudere il pezzo con una considerazione sul milanese Noseda al lavoro a Torino. In ciò la giornalista vede un viatico per un futuro promettente: "This marriage of opposites could ignite a new era in the rich history of Italian music". Il matrimonio non è solo quello tra un uomo e una città, ma tra due metropoli di opposti caratteri: l'estroversa lombarda e la diffidente sabauda. In realtà, quel matrimonio dura da quattro stagioni grazie al MiTo Festival (a mio parere, formidabile nella capacità di raccontare i volti migliori della musica classica e popolare, facendo di entrambe musica forte). Ma il Festival - che pure esaurisce i teatri in cui si tiene - non è che un picco in un encefalogramma certo non piatto, ma nemmeno troppo vivo. Certa musica rimarrà sempre nell'alveo della nicchia in cui vive la cultura nel Paese della cultura, perché la forza globale della musica pop è insuperabile. In altre parole, Laura Pausini sarà sempre più "forte" di Radu Lupu, come a suo tempo i Beatles furono più forti di Leonard Bernstein.

Ma il punto, a ben guardare, non è questo. Il punto è come irrobustire i pesci che in quell'alveo nuotano. Ecco, io credo che la nuova era della musica in Italia potrà cominciare quando prenderemo la strada della Mitteleuropa. Ne scrivevo tempo fa in un post dedicato proprio alla Scala e a una provocazione di Guido Ceronetti: citavo lo storico della musica Claudio Casini e le sue considerazioni sulla Germania (ma il discorso vale per Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia) e sulla costruzione di un tessuto culturale fatto di concerti ripetuti e costanti, eseguiti da musicisti onesti e preparati, affinché l'esigenza di andare a sentir suonare emerga anche se sul palco non c'è Marta Argerich o Hélène Grimaud. Se a questo aggiungiamo il ritorno dell'educazione musicale nelle scuole - ma buttando via il flauto, che se hai una minima attrazione per i suoni, per come è suonato nelle aule tra italiano e scienze te la spegne immediatamente - allora sì, è lecito parlare di nuova era.

Diversamente, siamo sempre al solito Evento.

venerdì 9 dicembre 2011

Billy Strayhorn, un gigante sullo sfondo

Se amo il jazz lo devo un po' a mio padre, che me l'ha disseminato per casa da quando ho avuto orecchie per ascoltare, un po' a Billy Strayhorn e a uno dei suoi brani più noti: Take the A-train. I jazzofili lo sanno che è il suo, ma ricordarlo non è pleonastico dal momento in cui, se acquistate una raccolta di Duke Ellington, quel brano non manca mai (tranne in questo caso). Attribuirlo al Duca, è automatico.

Take the A-train era la sigla dei concerti di Ellington, e più modestamente lo è stata per molto tempo di una trasmissione di trailer, Andiamo al cinema. Spesso, come nel link segnalato, la sigla era la cosa migliore. Per ragioni misteriose - quelle per le quali senti tua una cosa senza indovinarne immediati perché - Take the A-train è  lo standard che sento appartenermi di più. L'ho portato all'esame di ammissione alla Civica di jazz, l'ho suonato in tutte le (poche) occasioni in cui il Just Friends Quartet (poi Quintet, poi Sextet, poi di nuovo Quartet: una storia complicata, quella del gruppo di amici con cui ho fatto musica per una quindicina d'anni) ha avuto un pubblico ad ascoltarlo.

Insomma, amo quel brano. E tuttavia, tendo a dimenticare che Duke Ellington e la sua orchestra non ne erano che esecutori. A scriverlo è stato Billy Strayhorn, il gigante sullo sfondo del magnetico Duca. Con Lush life, altro standard praticatissimo, è il capolavoro di un musicista impegnato in un ruolo affascinante ed essenziale: quello dell'arrangiatore. Nel mondo della musica leggera, in particolare, l'arrangiatore è colui che dipana una matassa cui l'autore ha dato una forma embrionale, tessendola in un capo compiuto. Se ci mettiamo a fare esempi, non finiamo più, e allora ne bastino due: Ennio Morricone per una canzone, George Martin per un gruppo.

Con le dovute proporzioni, Strayhorn è il George Martin di Duke Ellington. Se l'orchestra del Duca suona in quel modo unico e immediatamente riconoscibile, il merito è di quel Billy che seppe immaginare precise idee di voci per il sax di Johnny Hodges e degli altri musicisti. Un genio, schivo come ai geni si conviene e protetto da Ellington come una chioccia con il pulcino preferito. E' un bene che il Duca lo abbia coccolato: Michel Petrucciani non avrebbe potuto avere di che giocare.

giovedì 8 dicembre 2011

Don Giovanni alla Scala: mini rassegna stampa

Ieri, consueta "prima" al Teatro alla Scala: Mozart, Don Giovanni. Regia Robert Carsen, direzione Daniel Baremboim.  Non sono riuscito a seguirla perché nessuno mi invita mai alla prima, e non capisco come mai.

Fesserie a parte, avevo altri impegni e, soprattutto, è scomparsa Rai 5 dal mio digitale terrestre. Ne leggo oggi in rete, attraverso una mini rassegna stampa. Questa:
- Loredana Lipperini
- Il lunghissimo Filippo Facci (si parla anche del prima della Prima)
- Il collage critico di Stefano Biolchini

Altro strumento utile per capirne qualcosa di più - non tanto sull'opera, ma sulla cornice dell'evento - è Twitter, con hashtag #dongiovanni.

E poi c'è YouTube, che già ospita spezzoni dell'opera. Buona lettura, e buon Leporello.

martedì 6 dicembre 2011

Cesare Picco come Niall Ferguson

00:50 Posted by Igor Principe , , , , No comments
Di Cesare Picco, del suo blog e della sua musica mi è già capitato di parlare. Di Niall Ferguson, mai. Questi è uno storico molto sulla breccia, ultimamente. I suoi punti di forza sono un'indiscussa capacità divulgativa, grazie alla quale scrive libri accattivanti (l'ultimo, Civilization, è atteso a breve in edizione italiana) e un approccio giocoso con la Storia. Ferguson, infatti, ama fare quel gioco che gli anglosassoni chiamano "what if", e gli studiosi "storia controfattuale". Ovvero, immaginare cosa sarebbe stato delle sorti dell'uomo se, per esempio, a Waterloo avesse vinto Napoleone o se gli Alleati non avessero sconfitto Germania, Italia e Giappone.

Indro Montanelli odiava questo gioco: per lui, la Storia sono i fatti. Altri sono più indulgenti - ricordo, tra tutti, Sergio Romano - e lo considerano uno stimolante esercizio mentale. Venendo a Picco, il musicista ha pubblicato sul suo blog un perfetto e ironico esempio storia controfattuale della musica, immaginando cosa avrebbero twittato i grandi compositori se, appunto, avessero avuto Twitter tra le dita.

Il post si intitola I grandi della musica e Twitter - part one, il che obbliga a presupporre un seguito. Tra i tweet di Mozart, Satie, Rossini, Paganini, Mahler e compagnia cantando, trovo delizioso quello di un tale Chopin Fryferyk: "Ho sempre improvvisato tutto: è inutile che i jazzisti se la tirino #sapevatelo".

E Chopin non è uno da raccontar balle.

sabato 3 dicembre 2011

Nino Rota dopo cent'anni (lo stesso giorno di mio nonno)

GoogleDoodle mi dice che cent'anni fa nasceva Nino Rota. E io penso: "Ma tu guarda, lo stesso giorno di nonno Michele". Lui, però, nel 1908.

Lo so: un bell'"ecchissenefrega" ci sta tutto. Però è inevitabile sentire uno stupore leggero e irrazionale, da parte mia, nel constatare la coincidenza. E' come quando si è bambini, e scopri che il tuo amico ha fatto qualcosa nello stesso giorno in cui l'hai fatta tu, e gli dici "anche iiiiiooo" scoppiando poi a ridere. Quindi, passatemi l'infantilismo; dopotutto, il nonno e Rota per me hanno contato molto.

Il primo, perché i nonni contano: senza di lui, niente papà; e senza papà, niente Secondarte (oddìo, sai che perdita). Il secondo, perché è un amore nato dall'odio. Un odio sincero, come solo i bambini sanno provare. Ero bambino di 10 anni, infatti, quando fui costretto a misurarmi con L'acrobata, breve pezzo per pianoforte da portare come obbligatorio al concorso pianistico di Stresa. Fu l'unico concorso della mia vita, in un pomeriggio che ancora ricordo come straniante, fatto della tensione della prova e della serenità di un pranzo a base di pasta con tonno, ridendo di idiozie con un altro bambino trascinato in quella competizione.

L'acrobata è un trionfo di dissonanze, ed è un pezzo che se hai vent'anni, una certa pratica di ascolto e magari una passione per il jazz, risulta piacevole. Ma se ne hai dieci, è un supplizio. A quell'età, la consonanza è il rassicurante segnale che tutto procede per il verso giusto, e che non stai suonando le note sbagliate. La consonanza ti dice che sei bravo. L'acrobata continua a dirti che stai cannando tutto; certo, magari le note sono quelle giuste, ma tu non le capisci. Ti chiedi perché se suoni un accordo di re maggiore con la sinistra, la destra debba suonare un fa naturale invece di un fa diesis, che ci sta bene. Senti stridere le orecchie, non ne vieni a capo. A ciò aggiungi un commissario che si chiama Bach (Ruud di nome), l'atmosfera funerea del lago quando piove, una domenica di tensione trascorsa a chiederti perché non sei in oratorio a giocare a pallone con i tuoi amici. E' un attimo odiarlo, Nino Rota  (e va di lusso che non ti venga voglia di tornare a casa e prendere il pianoforte a roncolate).

Poi cresci, ascolti, scopri il jazz, l'orecchio matura e digerisce le dissonanze. Scopri certi film e la loro musica strepitosa. Scopri che l'ha scritta Nino Rota e ci resti di sale: "Chi, quello dell'Acrobata?". L'odio diventa amicizia, quindi amore. Senti che Rota ha saputo unire la complessità del Novecento - le sue armonie sghembe, gli accordi fatti per chiuderti lo stomaco, la musica come calcolo cerebrale più che come canto del cuore - a melodie semplici e dirette, destinate a restarti addosso per sempre.

Il Post di oggi seleziona un po' delle musiche composte da Rota, se volete capire chi fosse. Non c'è questa, che a me piace particolarmente. E poi, se cercate su Google, la prima che vi viene proposta è quella nel video: il secondo movimento della Sonata in re maggiore per clarinetto e pianoforte. Una delizia.

giovedì 1 dicembre 2011

Un gran disco: Louis Armstrong, Ambassador of Jazz

Louis Armstrong, Ambassador of jazz è un disco titanico. Infatti ne sono dieci, incastonati in un box. Un prodotto tanto natalizio, avvolto da odore di operazione di bieca cassa. Ma non è così: la Universal ha licenziato una gemma essenziale per godere della musica di chi, secondo Duke Ellington, era l'unico degno di essere chiamato "Mister Jazz".

Per approfondire il concetto, e capire quale calibro fosse Satchmo, riporto ciò che ne scrisse Arrigo Polillo nel suo Jazz, libro imprescindibile in materia: "Forse, se Louis Armstrong non fosse comparso sulla scena del jazz al momento giusto, la musica degli afro-americani non si sarebbe affermata tanto rapidamente nel mondo intero, e sarebbe stata diversa. Non è dubbio comunque che fu lui, nella seconda metà degli anni Venti, quando incise i primi dischi sotto suo nome, a far diventare per la prima volta arte ciò che era stata [...] una colorita e divertente musica d'intrattenimento radicata nel folklore del Profondo Sud degli Stati Uniti".

In quel disco c'è tutto. C'è il pop-singer, cosa che Armstrong fu negli ultimi dieci anni della propria vita, quando preferiva dare voce alle rugginose corde vocali invece che alla tromba, limpida e potente. Un periodo, tra l'altro, per nulla malinconico, dal momento che il successo fu strepitoso grazie a brani come We have all the time in the world e, soprattutto, What a wonderful world. C'è poi il Satchmo jazzista di gran classe, patinato ma al contempo caldo, partner centratissimo per un altro mito quale Ella Fitzgerald.

Ma c'è soprattutto l'Armstrong dei primi grandi successi, con un suono ripulito a evidenziare la grandezza del suo suonare rivoluzionario, capace di far affermare la virtù del solismo nel jazz, musica che fino all'avvento del trombettista fu anzitutto esecuzione collettiva, pur se improvvisata.

Ambassador of jazz è davvero un'opera strepitosa. Se l'ho conosciuta è grazie ad Elvis Costello, che ne ha consigliato l'acquisto in luogo del confanetto a lui stesso dedicato. Immenso, Elvis: "Non comprate il mio, costa troppo. Comprate Armstrong, è musica di gran lunga superiore". Come dargli torto?