Musica, senza steccati

domenica 11 dicembre 2011

Don Giovanni alla Scala: mini rassegna stampa (2)

Aggiungo un articolo alla mini rassegna stampa sul Don Giovanni alla Scala. E' quello di Fiona Maddocks sull'Observer, cui arrivo grazie a un tweet di Alex Ross. E' un pezzo lungo, denso e in cui accanto al 7 dicembre milanese si parla di Torino e di quel che Gianandrea Noseda va combinando, di buono, al Teatro Regio.

E' anche un pezzo in cui colgo un'idea precisa dell'Italia. Scrive a un certo punto Maddocks: "Every Italian knows exactly where the world's TV cameras will point on 7 December each year, the feast of Milan's patron St Ambrose". In altre parole, ogni italiano sa che nel giorno in cui si festeggia il suo patrono, Ambrogio, Milano diventa il centro del mondo. Ciò per due ragioni: 1) ogni italiano sa che il 7 dicembre è "IL" giorno dell'Opera lirica, simbolo culturale del nostro paese nel mondo; 2) ogni italiano sa che il 7 dicembre e il giorno in cui in una piazza milanese transitano vip diretti ad un evento teatrale. Propendo per la seconda ipotesi.

Con buona pace di Maddocks, se siamo il paese dell'Opera - e in generale della cultura - lo dobbiamo all'estero. E' lì che si perpetua l'idea dell'Italia come culla e scrigno delle arti, come di un museo a cielo aperto di cui godiamo in ogni istante della nostra quotidianità, mentre ci affaccendiamo in essa. Sappiamo tutti che non è così, che un romano in transito davanti al Colosseo continua a pensare ai propri problemi, che un milanese accanto alla basilica del suddetto Ambrogio bofonchia pensieri poco solari sul parcheggio in costruzione nella piazza, che un napoletano nella piazza del Maschio Angioino è più probabile imprechi contro il traffico invece di riflettere sulla bellezza della sede del municipio.

E' poi la stessa Maddocks a convincermi di ciò nel chiudere il pezzo con una considerazione sul milanese Noseda al lavoro a Torino. In ciò la giornalista vede un viatico per un futuro promettente: "This marriage of opposites could ignite a new era in the rich history of Italian music". Il matrimonio non è solo quello tra un uomo e una città, ma tra due metropoli di opposti caratteri: l'estroversa lombarda e la diffidente sabauda. In realtà, quel matrimonio dura da quattro stagioni grazie al MiTo Festival (a mio parere, formidabile nella capacità di raccontare i volti migliori della musica classica e popolare, facendo di entrambe musica forte). Ma il Festival - che pure esaurisce i teatri in cui si tiene - non è che un picco in un encefalogramma certo non piatto, ma nemmeno troppo vivo. Certa musica rimarrà sempre nell'alveo della nicchia in cui vive la cultura nel Paese della cultura, perché la forza globale della musica pop è insuperabile. In altre parole, Laura Pausini sarà sempre più "forte" di Radu Lupu, come a suo tempo i Beatles furono più forti di Leonard Bernstein.

Ma il punto, a ben guardare, non è questo. Il punto è come irrobustire i pesci che in quell'alveo nuotano. Ecco, io credo che la nuova era della musica in Italia potrà cominciare quando prenderemo la strada della Mitteleuropa. Ne scrivevo tempo fa in un post dedicato proprio alla Scala e a una provocazione di Guido Ceronetti: citavo lo storico della musica Claudio Casini e le sue considerazioni sulla Germania (ma il discorso vale per Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia) e sulla costruzione di un tessuto culturale fatto di concerti ripetuti e costanti, eseguiti da musicisti onesti e preparati, affinché l'esigenza di andare a sentir suonare emerga anche se sul palco non c'è Marta Argerich o Hélène Grimaud. Se a questo aggiungiamo il ritorno dell'educazione musicale nelle scuole - ma buttando via il flauto, che se hai una minima attrazione per i suoni, per come è suonato nelle aule tra italiano e scienze te la spegne immediatamente - allora sì, è lecito parlare di nuova era.

Diversamente, siamo sempre al solito Evento.

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