Musica, senza steccati

venerdì 16 dicembre 2011

Il gorilla, o della traduzione per eccellenza

Nel registratore che tenevamo in cucina, oltre venticinque anni fa, girava spesso una cassetta di Fabrizio De Andrè. Era quella di Volume III, suo disco del 1968, che si apriva con un brano poi diventato tra i suoi simboli, La canzone di Marinella. Finito lo struggimento per la ragazza che, chissà come, nel fiume scivolava, cominciava un giro di chitarra su due accordi; quindi, il racconto di una presenza curiosa nella piazza di una città, portata là dagli zingari di un baraccone. La presenza del gorilla.

Venticinque anni fa avevo tredici anni, e quella storia mi divertiva. Ma non del tutto: non riuscivo a coglierne, come poi è accaduto grazie a un po' più di maturità, l'eleganza del sottinteso. De Andrè parla né più né meno di sodomia, pur giustificandola con la giustizia dell'Antico Testamento e con la sua legge dell'occhio per occhio: il giorno prima, il magistrato commina una pena capitale su basi giuridiche non ortodosse; il giorno dopo, un primate abusa di lui. Una scena volgare, a immaginarla; semplicemente deliziosa, se raccontata con le parole di Faber.

Molti anni dopo ho scoperto che il testo di De Andrè traduce un brano di George Brassens dallo stesso titolo e dallo stesso contenuto. Ho intercettato entrambi su YouTube (Il gorilla - Le gorille) e vi invito a confrontarli. Anche chi non ha dimestichezza con il francese - come me - capirà facilmente che cosa sia una traduzione per eccellenza. Eravamo, si diceva, nel 1968. Pochi anni prima, From me to you era capace, chissà perché, di trasformarsi in Cambia tattica.

Una telefonata di Paul a Faber sarebbe servita.

2 commenti:

  1. ...per non parlare di Nanni Svampa...

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  2. Già! Altro genio della traduzione, per di più in milanese.

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