Musica, senza steccati

lunedì 24 dicembre 2012

10 canzoni di Natale

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Due anni fa ho parlato di Do they know it's Xmas, spiegando perché sia la mia canzone di Natale. L'anno scorso ho raccontato di White Christmas - il disco di Natale in assoluto - e dello spot Coca-cola degli anni 80 ("Vorrei cantare insieme a voi...").

Ora che Secondarte festeggia il suo terzo Natale di vita, voglio pensare a una top 10. Eccola qui, con qualche nota che ne spieghi il perché e il percome. Anzitutto, spiegando che non si tratta di una classifica ma delle 10 canzoni che per me significano Natale.

- Jingle Bells (Diana Krall) - Apre il disco Christmas song e lo fa con un tiro swing di tutto rispetto. Di solito apre anche le nostre vacanze di Natale: la ascoltiamo quando facciamo l'albero.

- Silent night (Mahalia Jackson) - Di Mahalia ho già scritto qui. Basti dire che è la più grande voce gospel della storia.

- Winter Wonderland (Ray Charles) - Indimenticabile commento sonoro di una splendida scena in un altrettanto splendido film: Central Park innevato, due amici acquistano un albero e lo portano insieme a casa.

- Have yourself a merry little Christmas (Frank Sinatra) - Stesso film: un anno dopo, lei da sola trascina l'albero fino a casa.

- Herk! The herald angels sing (Pat Boone) - Un altro film. Anzi, il film di fronte al quale i miei freni inibitori saltano clamorosamente facendomi piangere a singhiozzi. Nella scena finale la cantano tutti insieme, dopo aver rovesciato migliaia di dollari sul tavolo di George Bailey.

- Merry Christmas, baby (Bruce Springsteen) - Bruce non canta spesso questo classico R&B registrato da molti altri (Otis Redding, per dirne uno). Ed è un peccato, perché farebbe piacere sentirla anche a giugno.

- Merry Xmas, War is over (John Lennon) - E' diventata da subito un classico del Natale, o meglio dei Natali che vorremmo se vivessimo nel mondo ideale. Per quanto mi riguarda, segnò l'Avvento del 1990, in cui mi ritrovai ad ascoltarla decine di volte in poche settimane.

Santa Claus is coming to town (Bill Evans) - Che fosse una gran canzone lo si capì subito: il giorno dopo la sua prima esecuzione in radio ne furono ordinate 400mila copie e 100mila spartiti. Qui Bill Evans ne cava un fraseggio jazz semplicemente incantevole.

- Let it snow (Cesare Picco) - Uno pensa che è a Natale che debba nevicare, dimenticando altri tre mesi buoni di inverno a disposizione. Ciononostante, resta un brano ascritto esclusivamente a questo periodo. Cesare Picco prova qui a immaginarlo in una veste estiva.

Natale allo zenzero (Elio e le Storie Tese) - Un capolavoro. Ascoltata una volta, non l'ho più scordata.

Ecco qui. E buon Natale a tutti.







martedì 18 dicembre 2012

Una buona notizia: l'Auditorium Giovanni Arvedi

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Una bella storia, di questi tempi, è necessaria. E quella dell'Auditorium Giovanni Arvedi lo è. Comincia due anni fa, quando il magnate cremonese dell'acciaio Giovanni Arvedi decide di donare alla propria città un luogo in cui fare e ascoltare musica.

Più che donare, in realtà, bisognerebbe dire ridonare, perché il luogo c'è già: si tratta del Palazzo dell'Arte, voluto in anni difficili come quelli in cui nella città lombarda comandava il Ras Roberto Farinacci. Eretto nei tragici anni Quaranta, il Palazzo ne ha ereditato una sorte per certi versi analoga diventando, nel tempo, una stazione di pullman, un dancing e una palestra.

Adesso gli è stata restituita la dignità che gli compete, e non solo perché è sede del Museo del Violino - ciò per il quale Cremona è riconosciuta nel mondo come il maggior centro di eccellenza - ma perché con l'Auditorium si sono espressi il meglio dei talenti di diverse discipline. Per esempio quella economica, che non bada solo al bilancio di fine anno ma che mette la ricchezza prodotta al centro della comunità di cittadini. Ecco allora un industriale decidere per un dono molto particolare.

Poi c'è quella scientifica, in cui sta proprio la particolarità del dono. L'Auditorium è infatti nato dall'ingegno di un architetto, Giorgio Palù, e di un fisico acustico, il giapponese Yasuhisa Toyota. Insieme hanno dato vita a quella che si può chiamare tranquillamente La sala della musica perfetta (rubo dal titolo del Corriere di domenica). Il palco è al centro, i posti si dispongono tutt'intorno su linee sinuose tracciate da legno di acero. L'idea è quella di ripetere l'effetto di risonanza della cassa armonica, per dare all'ascoltatore il migliore dei suoni possibili. A giudicare dai resoconti della presentazione, l'esperimento è riuscito.

Infine, ma non ultima, c'è la disciplina musicale. Certo, bisognerà vedere quale sarà l'offerta culturale dell'Auditorium e se sarà in grado di attrarre pubblico. Ma in un Paese accusato - e a ragion veduta - di fare ben poco per la diffusione di un tipo di cultura presente nel proprio Dna (la musica), la nascita di un posto come questo è da salutare con tutto l'entusiasmo di cui si è capaci.

lunedì 10 dicembre 2012

Addio a Dave Brubeck, nel giorno di Mozart

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Stavo cercando on line la recensione di Paolo Isotta al Lohengrin, con cui l'altroieri s'è aperta la stagione della Scala. Volevo postarla per condividere un momento felice: per la prima volta in vita mia, ho letto una recensione di Isotta e - nell'ordine -: l'ho compresa, l'ho goduta, e pur non avendo partecipato alla "prima" ne ho istintivamente condiviso la distruzione dell'idea registica. Un Lohengrin da "casa di ringhiera" (così ne parla il critico) mi suona francamente fuori luogo.

Stavo cercando tutto questo quando, tra le pieghe del canale Spettacoli del Corriere, scorgo questa notizia: Addio a Dave Brubeck. Mi fermo, rileggo: Addio a Dave Brubeck. Guardo la data: 5 dicembre. Cinque giorni fa. Quel giorno avrei voluto postare il Lacrimosa per ricordare che il 5 dicembre di qualche anno prima (1791) passava ad altra vita Wolfgang Amadeus Mozart. Ma non ce l'ho fatta, travolto da altri e meno allegri aspetti della vita (meno allegri della morte, pensate un po').

Non riuscire a celebrare un anniversario mozartiano ha il suo peso. Non riuscire a seguire i fatti della musica ne ha ben altro. La notizia della morte di Brubeck non mi rattrista tanto per lui - che il suo segno l'ha lasciato, e la sua vita l'ha vissuta traendone onore e gloria nelle dovute misure -, quanto per me. Mi fa capire che il tempo è poco, e in questo periodo è esclusiva di altre vicende.

Ma vabbè, lasciamo stare. Con cinque giorni di ritardo, eccomi dunque a ricordare Dave Brubeck. Anche se ricordare non è la parola esatta. Il ricordo lo lascio a Franco Fayenz e al suo bel pezzo sul Sole 24 Ore, dove il brano per il quale Brubeck è universalmente noto - Take Five - viene solo sfiorato per parlare delle altre ragioni per le quali il pianista merita il suo posto nell'Olimpo del jazz. Il mio non è dunque un ricordo, ma solo l'annotazione di una di quelle cose che ti fan pensare di cosa sia capace il destino quando tira i dadi.

Come ho detto poc'anzi, il 5 dicembre è anche il giorno della morte di Mozart, la cui notorietà non si deve certo a un solo brano di musica. Di sicuro, però, c'è tra i suoi più famosi il Rondò alla turca. Anche Brubeck non deve la propria notorietà solo a un brano come Take Five; di sicuro, però, c'è tra i suoi più famosi anche il Rondò alla turca.

Meglio: il Blue Rondo A La Turk

 

martedì 4 dicembre 2012

Il jazz ama la canzone italiana

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Louis Armstrong sosteneva che Mina fosse la "più grande cantante bianca del mondo". Forse può bastare solo questo a suggellare il legame tra la canzone italiana e il jazz. Un legame fortissimo, uno scambio culturale e creativo di cui esistono pochissimi altri esempi nella geografia mondiale della musica. Certo, dalla Francia arrivano quelle foglie morte con le quali non c'è jazzista che non vi sia sia misurato, dando sfogo alla propria fantasia su Autumn leaves. E forse il peso di quel contributo è tale da oscurare le altre canzoni tradotte nel linguaggio afroamericano (ci sarà pure qualcun altro oltre a Frank Sinatra che abbia riletto quel piccolo capolavoro che è Et maintenant?).

Ma l'Italia sembra avere davvero un rapporto privilegiato con le regole del jazz, che in questi giorni esprime ancor più evidenza vista la pressoché contemporanea uscita di tre dischi: Memorie di Adriano, Grandi & Bollani, Due come noi che.... Il primo è un omaggio a Celentano, i cui grandi successi vengono riletti da un gran bel quintetto arricchito dalla voce di Peppe Servillo. Il secondo è una carrellata per pianoforte (Stefano Bollani) e voce (Irene Grandi). Il terzo è un altro omaggio, questa volta a Gino Paoli, fatto dal medesimo e da Danilo Rea al pianoforte.

Che tre dischi di questo tipo escano praticamente insieme è una novità assoluta. Ma è anche l'unica. L'omaggio jazzistico alla canzone italiana è una (felice) consuetudine ben radicata nelle nostre abitudini discografiche. Ed è tutt'altro che in dissonanza con la storia di quella canzone, visti quanti sono coloro i quali, intrisi di jazz, ne hanno scritto grandi pagine: da Gorni Kramer al Quartetto Cetra, da Domenico Modugno (ascoltate quanto swinga Nel blu dipinto di blu, la canzone italiana per antonomasia) a Paolo Conte, da Giorgio Gaber a Enzo Jannacci, da Sergio Caputo a Pino Daniele, da Lucio Dalla a Daniele Silvestri.

Non c'è da stupirsi, insomma. C'è invece da andare a recuperare i migliori esempi di rilettura del nostro repertorio popolare. Mi permetto di segnalarne due, che amo molto. Il primo riguarda Enrico Rava, la cui tromba in E penso a te è semplicemente toccante. L'altro è un intero disco: Strane Stelle Strane, del quintetto di Giovanni Tommaso. Uscì a metà anni 90 e ora si trova solo su Amazon. Una manciata di brani, ricantati dagli interpreti originali (salvo un paio di casi): Gianni Morandi, Fiorella Mannoia, Biagio Antonacci. E ancora Lucio Dalla, nella sua canzone simbolo. Che a rifarla, ci vuol coraggio.

Un coraggio premiato.

venerdì 23 novembre 2012

Vivere di musica oggi

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Il titolo è pretenzioso, me ne rendo conto, e per fare una riflessione sensata è necessario prendersi del tempo. Ma un punto di partenza dovremmo pur sceglierlo: ecco, io ne scelgo due.

Uno è un tweet di Paolo Giordano. Anzi, un retweet di un articolo del Guardian sull'areo con cui Rihanna s'è portata in giro i giornalisti durante il suo tour. La situazione, soprattutto per colpa della showgirl, è degenerata nel grottesco. Giustamente, il tweet diceva:



L'altro punto è questo articolo del Post sui guadagni della musica online. Si racconta il caso di Damon&Naomi, duo musicale di una certa notorietà negli Stati Uniti. Hanno sottoscritto un accordo con siti che offrono servizi musicali gratuiti on demand: ti colleghi e hai milioni di canzoni a disposizione. Non da scaricare, ma da ascoltare.


Scrive il Post: "Krukowski dice di essere molto contento che i suoi pezzi degli anni Ottanta siano ancora ascoltati grazie al web ma il suo calcolo dice che Tugboat è stata ascoltata 7.800 volte su Pandora nei primi 3 mesi del 2012 e ha fruttato in tutto 21 centesimi di diritti, 7 per ogni autore del pezzo. Su Spotify invece, nello stesso periodo di tempo, la canzone è stata ascoltata 5.960 volte, fruttando in totale un dollaro e 5 centesimi, 35 centesimi per ogni autore. In prospettiva, per arrivare alla somma corrispondente a quella guadagnata per un solo disco venduto, la canzone dovrebbe essere ascoltata 312 mila volte su Pandora e 47.680 volte su Spotify".

Questi sono i punti di partenza. Dove sia l'arrivo e come sia fatto, non lo so. Ma voglio sperare che sia diverso da come lo vedo un metro dopo essermi messo in cammino. E cioè che vivere di musica, per architettura dello show business e per "evoluzione" del diritto d'autore, oggi sia pressoché impossibile.

A meno di non essere citato nel testamento Rotschild.


sabato 17 novembre 2012

Il futuro della musica negli spartiti digitali

Quando studiavo musica, gli spartiti mi facevano paura. Note, pause, legature e tutta la notazione musicale costituivano un alfabeto con cui ho sempre lottato duramente; terminato - a fatica - un brano, l'idea di dover cominciare daccapo con un altro mi procurava uno stato d'ansia di non poco conto.

Molto anni dopo, ho scoperto tutta la bellezza di uno spartito. Forse perché avevo smesso di misurarmici, forse per un'acquisita maturità: sta di fatto che leggere la musica era diventato un piacere, così come lo era perdermi tra gli scaffali dei negozi a spulciare tra le pagine di questa o quella edizione, lasciandomi affascinare anche dall'estetica del segno. Perché la musica è anche grafica, alla quale in alcuni casi può rubare un po' di essenza: penso, per fare un esempio, alle figure sonore di Marco Falossi (l'ultima delle quali è un "omaggio" a Giovanni Allevi).

Ecco perché la notizia della Filarmonica di Bruxelles che ha deciso di sostituire gli spartiti con i tablet  mi confonde. I vantaggi sono economici - 25mila euro di risparmio all'anno - e pratici: hai tutto quello che ti serve concentrato in uno spazio minimo. E poi, uno spartito non è un bene di consumo di massa come un libro, sicché l'impatto dell'e-sheet non si annuncia decisivo come quello dell'e-book. Anzi, connesso all'uso dei software musicali più diffusi ed elementari (uno per tutti: Garage Band) potrebbe aprire il mercato anche a chi non vi sarebbe entrato.

C'è tutto da guadagnare, insomma. Se non fosse che lo spartito, più di un libro, si presta alla notazione da parte di chi lo usa. Guardando quelli su cui ho studiato per un po', li scopro arricchiti dalla matita dei miei insegnanti, pronti a evidenziare un forte o un piano, o a ricordarmi che quella nota in quel preciso punto era un fa e non un la, come mi ostinavo a suonare. Il segno apposto dopo si fonde con l'originale, e rende lo spartito qualcosa di vivo e caldo. Non riesco a non pensare che il tablet, luminoso ma freddo, su cui la matita non può nulla, tolga qualcosa di poetico all'atto di fare musica.

Poi però penso anche che esistono le stampanti, amiche della matita. E allora il pregiudizio digitale scompare. Anzi, proprio la rete diventa sempre più un terreno su cui si gioca il futuro della musica e della sua diffusione. E su cui un artista può puntare per promuoversi, come ha fatto Cesare Picco con l'aiuto di Twitter, in un'iniziativa per me molto intelligente.



domenica 11 novembre 2012

Assessore Franco Battiato, ci ripensi!

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Franco Battiato è il nuovo assessore alla cultura per la Regione Sicilia, ultimo - in ordine cronologico - in una lunga lista di artisti e letterati prestati alla politica. Quando accade che a occuparsi di cultura venga chiamato chi la cultura la produce attraverso la propria arte, si verifica un curioso effetto: come in un riflesso pavloviano, sembrano tutti pensare entusiasticamente "Finalmente qualcuno che ne capisce".

E' un'impostazione che non condivido, perché credo che un artista debba continuare a fare l'artista e non il politico. L'unico risultato che si rischia di ottenere è una perdita sul fronte culturale e un pessimo acquisto su quello politico. Dove la situazione, come è noto, già è piuttosto problematica.

Questa impostazione subisce facilmente una doppia critica. La prima riguarda proprio lo stato della politica, espressione di una mediocrità a cui solo l'impegno di un "tecnico" sembra porre rimedio. E Battiato tecnico lo è. La seconda è nel rischio di generalizzazione: ci sono stati casi in cui l'essere artista - quello di André Malraux o di Gilberto Gil - non ha tolto nulla all'arte e ha invece dato alla politica.

Temo tuttavia si tratti di poche eccezioni, e che il caso Battiato rischi di non esserlo. Inoltre, che rischi seriamente di danneggiare l'immagine di un artista che vent'anni fa, in piena Tangentopoli, con Povera Patria ha messo in forma di canzone il disperato lamento di un'ipotetica coscienza nazionale. Un brano splendido, che purtroppo non ha perso un briciolo della propria attualità. Il maestro - perché Battiato è tale, per cultura e per talento - scorticava la classe dirigente, volgare e inadeguata; avanzava una timida speranza di rinascita; constatava il "ritardo della primavera" di quella rinascita. Una canzone tanto dolce nella musica quanto urticante nel testo, sincero fino alla brutalità.

Bene: con quali parole Battiato ha commentato il proprio incarico come assessore? Con queste: «Ho detto a Crocetta che ho impegni professionali che non posso disdire. Ma lui mi ha messo nell’angolo dicendomi “Puoi farlo lo stesso”». E queste altre: «A Palermo andrò quando sarà possibile. Sta cominciando una tournée europea. Crocetta lo sa, ma lui è uno spericolato».

Credo che l'unica cosa da aggiungere a quanto sopra sia la speranza che Battiato ci ripensi. Per la gestione della cultura in Sicilia, e per non macchiare la propria immagine di artista.



martedì 6 novembre 2012

Vladimir Horowitz e una partita di calcio

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Se è vero, come dice Eric Hobsbawm, che il Novecento è finito con la caduta dell'Unione Sovietica, allora Vladimir Horowitz ci ha lasciati un attimo prima dello schianto, il 5 novembre 1989. Fanno 23 anni ieri. Per un lungo periodo di tempo ho creduto che fosse il più grande pianista al mondo.

Classifiche di questo tipo sono inutili, lo so. Secondo Piero Rattalino i più grandi interpreti del pianoforte nella storia sono stati Liszt, Busoni e Richter (riporto da una pagina di Alessandro Baricco). Ma se si pensa a nomi quali Benedetti Michelangeli, Rubinstein, Argerich, Pollini, Gould è inevitabile considerare che le vette da loro raggiunte siano così alte da rendere impossibile una misurazione quantitativa dei risultati ottenuti. Sono giganti, e basta.

Se dunque ho creduto che Horowitz fosse il più grande pianista della storia lo devo a mio padre e al suo amico Angelo. Questi era il portinaio dello stabile di Corbetta (Mi) in cui vivevamo a metà degli anni Ottanta. Esaurite le incombenze di portineria, Angelo si dedicava all'arte: dipingeva (gli dedicarono anche un libro) e ascoltava musica classica, di cui era appassionato competente. Papà era meno competente, ma ha sempre avuto orecchio per la musica di qualità. Soprattutto, si informava. E nel novembre del 1985 le pagine degli spettacoli dei quotidiani erano tutte per Horowitz e per il recital che avrebbe tenuto alla Scala il 17 del mese.

Pochi giorni prima del concerto Angelo e Papà si incontrano in portineria e attaccano a parlare di Horowitz. Ne magnificano l'arte, confessano il desiderio di essere alla Scala per assistere ad un evento il cui prezzo - 300mila lire, che nell'85 non erano bruscolini - è eccessivo per le loro tasche. In quel momento passa di lì un inquilino; avverte le parole "300mila" e "biglietto" e si intromette: "Che partita, che partita?".

Angelo e papà si bloccano per qualche secondo, poi superano il momentaneo imbarazzo: "No, è per un concerto". L'inquilino non fa nulla per nascondere la propria delusione, e come a volerlo consolare i due ricorrono alla forza dell'iperbole: "Ma del più grande pianista al mondo".

Da allora per me Horowitz è stato tale. Ma soprattutto, ogni volta in cui ho acquistato un biglietto per lo stadio non ho potuto non pensare a lui e al suo concerto alla Scala. Che, se avete un po' di tempo per voi, potete riascoltare qui.

 

domenica 28 ottobre 2012

"Yoko Ono non separò i Beatles"

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Avevo in mente di impiegare un'oretta di questa domenica a parlare di come la canzone italiana sia un buon serbatoio di note da profumare di jazz, agganciandomi a tre dischi da poco usciti: Memorie di Adriano, Grandi & Bollani, Due come noi che..., e ad essi aggiungere il ricordo di una chicca, Strane Stelle Strane.

Ma credo che ne parlerò a breve, perché mentre ascoltavo canzoni ed elaboravo idee è apparsa su Twitter quest'Ansa: «Non fu Yoko Ono a 'distruggere' i Beatles. A spezzare una lancia in favore della vedova di John Lennon è Paul McCartney in una lunghissima intervista, concessa in esclusiva al giornalista David Frost. ''Non è stata certo lei - ha detto McCartney - a dividerci. La band si stava infatti gia' separando''. L'ex Beatles ha reso poi omaggio all'impatto che Yoko Ono ha avuto sulla futura carriera da solista di Lennon. ''Senza di lei'' pezzi simbolo come Imagine non avrebbero visto la luce».

Con quelle parole Paul McCartney demolisce l'idea secondo cui invecchiando ci si incattivisca. Oltre a riscrivere la storia del gruppo più importante della musica pop (qui c'è un lungo e interessante documentario su di loro: di Yoko si parla all'ora e 39 minuti, per il White Album. Forse gli ultimi 15 minuti andrebbero rivisti un po').


giovedì 25 ottobre 2012

Chiara Taigi, e un buon numero di insulti

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Il 10 gennaio scorso ho scritto un post su Chiara Taigi, commentando un suo incidente di percorso in una trasmissione dedicata alla divulgazione dell'opera lirica. Come si può leggere nei commenti al post medesimo, sono stato serenamente insultato: c'è chi mi ha detto che mi chiamo come un cane (cosa che mi onora, non solo perché amo i cani ma anche perché mi rivela che un tale Stravinskij abbaiasse, e ciò mi diverte molto); c'è chi mi ha dato del cretino, chi del fallito, chi dello Stinchelli (ovvero uno dei più competenti melomani che io conosca, e se questo è un insulto allora siate liberi di scatenare la vostra rabbia nei miei riguardi). Il miglior commento è quello in cui si dice che sono un giornalista da scompartimento e si invita a chiudere il blog.

Stupito da tanto ardore e incuriosito da alcuni commenti che, nelle pieghe di una sintassi agitata dal calore dell'invettiva, sostenevano fosse del tutto normale, per un cantante lirico, parlare di Do a 440 Hz (che è invece la frequenza del La), ho chiesto a un amico tenore. Il quale, molto gentilmente, mi ha spiegato quanto segue:

«Ai tempi di Mozart e di Verdi il LA non era sicuramente a 440 Hz. La convenzione si è affermata successivamente, e non essendoci purtroppo registrazioni così antiche possiamo solo supporne la vera frequenza. E' uso comune ritenere che le note che corrispondono a quelle del pianoforte odierno fossero 'spostate' addirittura di un tono. Considerando che tra il La naturale e il Do passa un tono e mezzo non saprei dire se, ai tempi, poteva essere proprio il Do la nota corrispondente a 440 Hertz. Sicuramente è argomento dibattuto spesso in scena che se fossimo nati allora avremmo cantato dei Do come ora cantiamo il SIb, ma è argomento gradito soprattutto a coloro che non hanno grandi acuti. Comunque sia, la frequenza del La è andata via via crescendo poiché, per la conformazione dell'orchestra moderna, il timbro generale risulta più brillante e quindi meno cupo se l'accordatura cambia anche di pochi Hz. A volte si accorda anche a 441 o 442 Hz, ma credo che avvenga solo in Sinfonica; diversamente, ci sarebbe un'insurrezione di cantanti d'Opera».

«Tornando al discorso principale - ha proseguito l'amico - essendo la scelta della frequenza di accordatura una convenzione, sebbene universalmente riconosciuta, affermare che 440Hz sia la frequenza di un Do è un errore, a meno di farla precedere da tutto il discorso appena fatto sulle sonorità vigenti tra il 18esimo e il 19esimo secolo».

La spiegazione tecnico musicale termina qui. Quanto a me, vorrei aggiungere qualche considerazione:

- sottolineando l'inciampo di Chiara Taigi non intendevo offuscarne il valore come soprano. Mi sembra ovvio, ma pare necessario ribadirlo;
- avrei voluto dibattere de visu con chi ha commentato soltanto per vedere se i toni sarebbero stati gli stessi; qualcosa mi dice di no;
- resto dell'idea che la divulgazione musicale vada fatta in modo diverso, e mi fa sorridere Pupo quando dice che programmi come quello da lui condotto avvicinano i giovani alla lirica: è evidente che non è così;
- un pensiero è per l'ultimo dei commenti di cui ho detto. Venendo da una famiglia infarcita di ferrovieri, l'atmosfera dello scompartimento mi è molto cara. Credo, anche per esperienza diretta, che negli scompartimenti si possano fare gran belle discussioni. Quanto alla chiusura del blog, temo non accadrà: io sono editore di me stesso, in uno spazio in cui mi piace parlare di musica e accogliere tutti i commenti. Anche quelli che invitano, con una evidente presunzione, a oscurare l'espressione di un pensiero.

venerdì 19 ottobre 2012

Rubber Soul, il disco più bello dei Beatles

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Ancora sui Beatles (ma è inevitabile parlarne, a 50 anni dal debutto). Un'interpretazione piuttosto diffusa sugli 8 anni della loro carriera - una durata così esigua da rendere ancor più incredibile il loro apporto alla storia della musica popolare - li divide seguendo il modello del calendario cristiano e mettendo Sgt. Pepper's al posto del Natale. Il risultato è la creazione di due Beatles: a. SP. e d. SP. I primi sono rockettari leggeri, vestiti sobriamente e con una curiosa acconciatura a caschetto; gli altri sono psichedelici e visionari, agghindati vistosamente e senza scodelle di zazzera sul cranio.

Psichedelia e visionarietà hanno effettivamente dato vita a una pietra miliare, punto di arrivo per un percorso vecchio e di partenza per uno nuovo. Quindi la grandezza di Sgt Pepper's (1967) non si discute. Ma il rischio è di vedere in quel disco l'opera più compiuta e più bella dei Beatles; rischio che vorrei evitare concentrandomi su un lavoro di due anni precedente, Rubber Soul.

La copertina mostra le zazzere, le facce glabre e gli abiti sobri di John, Paul, George e Ringo; mostra cioè una vicinanza con Love Me Do, She Loves You e il rock yeah yeah degli esordi. Ma la musica è già decenni più avanti. La visione dei quattro, supportata dalla altissima professionalità di George Martin (che sta a loro come l'ingrediente segreto sta alla Coca-Cola), produce Norwegian Wood, In My Life e Michelle. E mi fermo a queste tre, che possono bastare.

Nella prima, per la prima volta in un disco di pop, suona un sitar. Nella seconda, Martin piazza in un bridge un solo di arpicordo. Nella terza, McCartney canta in francese e modula tra modo minore e maggiore come mai è stato fatto in precedenza. Tutt'e tre sono capolavori, canzoni perfette nell'equilibrio tra il cervello dell'innovazione e il cuore dell'ascolto.

Grazie ad esse, e a tutte le altre canzoni, Rubber Soul è per me il disco più bello dei Beatles.

martedì 16 ottobre 2012

Dizzy for president

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Miles Davis capo della Cia. Duke Ellington ministro dello Stato. Max Roach ministro della Difesa. Charles Mingus ministro della Pace. Louis Armstrong ministro dell'Agricoltura. Malcom X ministro della Giustizia. Ella Fiztgerald ministro per le Politiche Sociali.

Sembra il delirio alcolico di un fanatico del jazz, ma in realtà fu una proposta politica seria, avanzata da Dizzy Gillespie nella veste di candidato alle presidenziali americane del 1964. La storia l'ha raccontata il Post, ed è piacevole da leggere. Non c'è molto altro da dire, se non che se Dizzy fosse stato eletto gli Stati Uniti avrebbero vissuto il più divertente incubo della loro storia politica.

E anche riguardo Gillespie, non c'è davvero altro da aggiungere a quanto su di lui è stato scritto da storici e critici del jazz. Ha creato il be-bop, cioè lo stile con cui il genere musicale ha smesso di essere musica da ballo e intrattenimento per diventare oggetto da ascolto (mutatis mutandis, lo stesso ha fatto Beethoven in ambito classico). Ha rivoluzionato il modo di suonare la tromba grazie a frasi e riff letteralmente attraversate da scosse elettriche. Ha portato quel modo di suonare dall'agile ingranaggio delle formazioni ridotte (soprattutto il quintetto) al complesso mondo delle big band. E' insomma a pieno titolo nel novero dei giganti della musica afro-americana, cui ha dato un'impronta eterna grazie alla riconoscibilità della propria arte (e non solo perché suonava una tromba unica, con la campana cosiddetta "periscopica" perché piegata verso l'alto).

Ascoltare Gillespie tuttavia non è facile. L'impatto con un suo brano - anzi, con IL suo brano: A Night in Tunisia - lo ricordo come tra i più traumatici della mia vita musicale. Anni e anni fa, frugando tra i dischi di mio padre, scovo un doppio vinile: Diz'n'Bird, The Beginning. Forte dell'ascolto di Ray Charles, Chet Baker e André Previn, superficialmente informato dell'esistenza di Gillespie e di Charlie "Bird" Parker, metto sul piatto e colloco la puntina. Dopo 30 sollevo la stessa puntina, frugo sullo scaffale, rintraccio The Genius e mi rassicuro con What'd I say.

Solo dopo qualche anno di ascolti e di studio sono riuscito a capire la portata innovativa della musica di Dizzy. E quindi ad apprezzarla. E ad apprezzare lui come figura di musicista, rivoluzionario ma al contempo giocoso, a partire proprio da come trattasse la tromba. Louis Armstrong lo accusò, per esempio, di suonare le note sbagliate. E Teddy Hill, leader dell'orchestra in cui Gillespie mosse i primi passi, lo chiamò "Dizzy" (stordito) perché gli piaceva alterare in maniera burlesca alcuni passaggi delle partiture.

Dizzy giocava, quindi. E ha continuato a farlo anche quando l'anagrafe lo ha consegnato al registro dei padri nobili del genere, togliendosi lo sfizio di girare un cammeo in una puntata dei Robinson, dove appare nelle vesti di insegnante di clarinetto di una delle figlie del dottore (nel video, dal minuto 7:00). Ironico, leggero ma determinante: è così che mi piacciono i giganti del pensiero.

venerdì 12 ottobre 2012

Blind Date: la musica come fosse la prima volta

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Guardate il nero nella foto e immaginate di trovarvici immersi. A me è capitato ieri sera al Teatro Dal Verme, dove Cesare Picco ha suonato il suo Blind Date.

Dico “suo” perché non mi risulta che altri musicisti eseguano concerti al buio, cioè in una sala calata in un'oscurità totale, a tenuta stagna da qualsiasi possibilità di intromissione luminosa. Lo spettacolo di ieri sera era un ritorno a Milano, tre anni dopo il debutto di Blind Date al teatro Smeraldo. In sala c'erano poco più di mille persone. Picco è salito sul palco, ha preso in prestito una decina di secondi di silenzio e ha poggiato le mani sullo Steinway dando vita ai primi suoni. Nella sua testa giravano gli ingranaggi dell'improvvisazione, sui quali si muove la libertà dell'arte che solo la musica è in grado di raggiungere. La scrittura o le arti figurative sono idee perfezionate dal ripensamento, dalla graduale scoperta di altre idee con cui emendare un passaggio precedente: il processo creativo è un arabesco di tornanti che unisce la partenza all'arrivo. Così è anche la musica, quasi sempre. Ma ci sono momenti in cui la linea della creatività è priva di tornanti; c'è al massimo qualche curva lungo una strada in cui non sono ammessi ripensamenti. Quella è la strada dell'improvvisazione. Sei in viaggio, e devi viaggiare.

Picco improvvisava, e pian piano le luci hanno cominciato ad affievolirsi come le braci di un fuoco da campo lasciato appassire. Pochi minuti, e il teatro era completamente al buio. Tenere gli occhi aperti o chiusi non cambiava nulla. Per qualche secondo ti dimentichi dello spettacolo: cerchi un punto di riferimento, che sia una luce di emergenza o quella del cellulare di qualche spettatore. Quel che trovi sono attimi di smarrimento, sui quali velocemente piomba la musica. E' lei a ricordarti dove sei e a dirti che non sei solo: lì a pochi metri, su un palco invisibile, un artista ti tiene attaccato al mondo e alla realtà. La musica è tutto quello che hai, e così – finalmente – la ascolti.

Blind Date è l'esperienza musicale più diretta che si possa provare. Quando sei ad un concerto ordinario, quando hai un cd nel lettore, quando hai l'iPod nelle orecchie ciò che ascolti condivide lo spazio con altri elementi. Al concerto ti scopri a seguire le movenze e le espressioni dell'artista (io mi ritrovo spesso a seguir le mani sulla tastiera, se sono pianisti) o a contemplare l'architettura della sala. A casa, in macchina o in giro con le cuffiette è ciò che ti circonda a infilarsi nella musica. In una sala completamente buia ascolti ogni singolo suono, e ogni suono ti sorprende (soprattutto se sono quelli con cui Picco metteva in azione pezzi di pianoforte diversi dai tasti). E poi, di suono, ne cogli un altro e non meno importante: il silenzio. Ad un tratto dal piano sono esplosi accordi gonfi e pesanti, seguiti da repentine pause: il silenzio così creato era capace di generare una specie di onda d'urto, cui era impossibile sottrarsi.

Il cuore buio della musica non è durato che una quindicina di minuti, forse venti. Poi è riapparsa un'idea di luce con la forma di un'ala d'aereo (la sagoma del coperchio del pianoforte). E da lì, un'autentica alba sul teatro, sulle persone e su Picco. Che è planato verso la fine a raccogliere un'ovazione.

Ora. Se fossi Jon Landau direi che “in una sera in cui avevo bisogno di sentirmi giovane mi ha fatto sentire come se avessi ascoltato musica per la prima volta”. Ma non sono Landau e non ho bisogno di sentirmi giovane (per un motivo che dirò tra poco). Ma – quello sì – grazie a Picco è come se avessi ascoltato musica per la prima volta.

PS: quanto alla gioventù, quella è ormai andata. La serata di ieri era benefica per Cbm, in occasione della giornata mondiale della vista. Prima del concerto è stata proiettata la storia di un bimbo che, in Kenya, ha potuto fruire di un'operazione alla cataratta grazie al lavoro della Ong. Prima non vedeva, ora sì. Io mi sono commosso, e non poco. E ho capito di avere lo stato emotivo di un settantenne.

martedì 9 ottobre 2012

Eric Hobsbawm, che scriveva di jazz

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La settimana scorsa è morto Eric Hobsbawm. Aveva 95 anni. Storico, scrisse decine di libri, uno solo dei quali valicò il confine di una notorietà che non fosse privativa degli addetti ai lavori o dei grandi appassionati. Si tratta di Il secolo breve, panoramica sul Ventesimo secolo tratteggiata con i segni di una tesi forte: il Novecento comincia il 28 giugno 1914 (a Sarajevo Gavrilo Princip uccide l'arciduca Francesco Ferdinando d'Austria e scatena la Grande Guerra) e termina il 26 dicembre 1991 (dal pennone del Cremlino viene ammainata la bandiera comunista).

Di Hobsbawm ha scritto un bel ritratto Daniel Sassoon per Il Sole 24 Ore, concentrandosi sul suo mestiere di storico "classico". Ma il professore era anche uno storico del jazz. Mosso dall'amore per quella musica, era finito a scriverne per il New Statesman con uno pseudonimo per nulla casuale: Francis Newton. Ovvero, il trombettista di Billie Holiday in Strange Fruit. Trombettista comunista, come lo stesso Hobsbawm.

In un articolo apparso sulla London Review of Books lo storico racconta il suo essere scrittore di jazz. Non un critico, né uno storico, ma il cronista di un mondo fatto non solo di musica bensì anche di persone. A lui interessava la società che si muoveva intorno al jazz, un cosmo notturno di anime mosse da suoni portatori di rivoluzione. Oltre che molto bello, quell'articolo è utilissimo per capire le radici del pop e del rock di marca britannica, e cioè le ascendenze di musicisti non proprio di secondo ordine quali Beatles e Rolling Stones, di cui forse non avremmo mai sentito parlare se non ci fosse stato un tale Lonnie Donegan. Che con il jazz un bel po' ci aveva a che fare.

Ed è utilissimo per capire che anche Hobsbawm, sui Beatles, prese una cantonata micidiale.


venerdì 5 ottobre 2012

50 anni fa, i Beatles

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Il 5 ottobre 1962 la casa discografica Parlophone pubblica un 45 giri intitolato Love Me Do. La canzone era cantata da un "complesso" (allora si chiamavano così) inglese, i Beatles. Lo formano quattro ragazzi di Liverpool: Paul McCartney (basso e voce), John Lennon (chitarra e voce), George Harrison (chitarra e cori), Ringo Starr (batteria. Nel '62 hanno un'età compresa tra i 23 e i 19 anni, e quel giorno danno il via a una rivoluzione i cui connotati sono ben noti.

Per ricordare i Beatles a 50 anni dal loro esordio non c'è da dire molto altro. Volendo aggiungere una trascurabile nota personale, mi rendo conto che la loro presenza nella mia vita musicale è centrale. Penny Lane è la canzone pop di cui abbia il mio primo ricordo; Beatles, di Marco Pastonesi, è uno dei primi libri che ho letto (credo avessi 8 anni); due loro dischi - in forma di cassetta: Greatest Hits e Rarities - sono stati tra i primi regali che ho ricevuto (in questo caso da mia madre); ricordo esattamente cosa stessi facendo l'8 dicembre del 1980 quando dal Tg2 appresi della morte di John Lennon (ero a casa di un amico, eravamo a tavola a pranzo con la sua famiglia) e cosa facessi esattamente dieci anni dopo (ero a casa mia con i miei compagni di liceo a spassarmela, la radio quel giorno passò decine di brani di Lennon).

Ricordo molto bene anche cosa stessi facendo il 14 luglio di quest'anno, quando ho ricevuto un regalo inaspettato e molto gradito. Ero tra il pubblico di Hyde Park a seguire l'ospite principale della terza serata dell'Hard Rock Calling Festival (non dirò chi è sennò Martchelo mi sgrida). A un certo punto l'ospite chiama sul palco un altro ospite. Esce Paul McCartney. Il pubblico impazzisce (io urlo come un gorilla). L'ospite placa gli animi, dice "E' 50 anni che aspetto questo momento" e attacca I saw her standing there. E poi Twist and Shout. E poi qualcuno decide che s'è fatto tardi e stacca la spina.

Per dieci minuti su quel palco non c'era l'ospite dell'ospite, ma un pezzo dei Beatles. Era un piccolo sogno che si avverava.

lunedì 1 ottobre 2012

La musica di Fandango

Fandango è un film del 1985, con Kevin Costner in uno dei suoi primi ruoli da protagonista. Lo vidi qualche anno dopo, nel pieno della seconda fase della mia educazione al rock e al pop. La prima fase era cominciata proprio in quell'anno, e si nutriva del presente di allora: epoca di singoli "one-shot" (Hong Kong Syndicate, Dead or Alive, King, Nick Kamen, giusto per darne una manciata), di band non più mature di una stagione (Wham!, Spandau Ballet) o qualcuna in più (Duran Duran, Simple Minds, Eurythmics, Simply Red), di giganti in piena esplosione (Bruce Springsteen, U2, Sting, Michael Jackson, Prince), di ritorni sull'onda di film di successo (Stevie Wonder).

La seconda fase cominciò nel 1989, quando con vecchi (Mirko, Yuri) e nuovi amici (Francesco, Friz) misi in piedi una band da "sabato pomeriggio in sala prove": all'inizio, poeticamente sgangherata; poi, dopo radicali cambiamenti (rimanemmo io e Francesco), capace di performance più che dignitose. La preparazione dei brani mi aveva spinto a scoprire i classici del rock, e in particolare Eric Clapton. Fu lui ad agganciare la mia curiosità a Fandango, la cui prima scena ha in sottofondo Badge (scritta con George Harrison). La suonavo con il gruppo, e decisi che non potevo perdermi un film che cominciasse in quel modo.

Me lo bevvi d'un fiato, e da allora è tra i film che più amo. E' la storia di cinque ragazzi all'impatto con il muro dell'età adulta, che provano ad aggirare con un pugno di avventure "on the road" prima di sbatterci contro il muso. Un film che inizia con la suddetta Badge e chiude con Can't find my way home, altra splendida canzone intrisa della chitarra di Clapton. In mezzo, qualche pietra miliare (Saturday Night's alright for Fighting, Born to be wild, It's too late) e, quasi verso la fine, il fandango che dà nome al film. Che poi, non so se sia proprio un classico fandango: ma è così che Kevin Costner lo chiama urlandolo agli orchestrali, per un ultimo ballo con colei che - si suppone - è stata sua anni prima e che ora è la moglie del suo migliore amico.

Sono minuti trascinanti, dove il ritmo è dettato dalla chitarra acustica e dal basso, e dove una tastiera ricama una melodia sfuggente prima di lasciare il passo all'inconfondibile chitarra di Pat Metheny. E' lì che mi sono fermato, pigramente, senza chiedermi che canzone fosse e chi altri la suonassero. Capito che c'era Metheny l'ho piantata lì, e non sono andato oltre limitandomi a goderne ogni volta che rivedevo il film.

Pochi mesi fa parlavo con un amico musicista del trio grazie al quale ho ripreso a suonare con un minimo di continuità. Gli spiegavo l'inconsuetudine della formazione - voce, pianoforte, chitarra - e lui, con la generosità che solo i grandi artisti hanno, mi ha suggerito una via: "Chitarra e pianoforte non dialogano facilmente: ascolta Pat Metheny e Lyle Mays. Ma ascoltali davvero, cioè studiali. Loro quel dialogo l'hanno trovato".

Così ho cominciato a cercare, finendo inevitabilmente su YouTube. Tra i primi risultati, c'è il brano nel video. Si intitola It's for you. Ho pensato a come certe cose nascondano un destino fatto di ritorni, e ho indugiato nell'egocentrismo di un'attribuzione: sì, quel brano è davvero per me.

venerdì 28 settembre 2012

Tutto il Rinascimento in una chitarra flamenca

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A scuola mi hanno insegnato che il Rinascimento è stato il periodo storico in cui gli artisti erano scienziati e gli scienziati artisti. E quasi tutti erano italiani (non starò a farne i nomi: si sanno). Qualche tempo fa, sul Post, ho visto questo video e, dopo esserne stato avvinto, ho subito pensato al Rinascimento. Penso sia facile capirne il motivo.


Il mestiere di liutaio - e in generale di artigiano della musica - è incredibilmente affascinante. La cura della progettazione è da architetto, la scelta del materiale da botanico, la prova delle risonanze da fisico acustico, la scelta di smalti e vernici da chimico. Il posto di lavoro esprime un'operosità intensa ma non affannosa, sideralmente lontana da quegli alveari di stress chiamati uffici; un posto - per dirla con Hemingway - tranquillo e illuminato bene, carico degli aromi del legno e delle resine. In questo scrigno di serenità e ingegno la scienza si mette a servizio dell'arte: prima quella dell'artigiano che dà vita alla chitarra, poi quella dell'artista che dà vita alle note.

In questo Rinascimento, poi, spiccano due protagoniste speciali: la Grecia e la Spagna. Quando se ne parla è, come ieri, per dire che il nervosismo delle loro piazze cittadine si è ripercosso su altre piazze, quelle delle Borse. O, nel caso spagnolo, per elogiare una nazionale di calcio che da quattro anni non fa altro che vincere.

In quel video, la musica è profondamente spagnola e il liutaio è sorprendentemente greco.



lunedì 24 settembre 2012

Luca Flores: non c'è libertà senza metodo

13:26 Posted by Unknown , , No comments
Un paio d'ore. E' quanto ci vuole per leggere il libro che Walter Veltroni ha scritto su Luca Flores, Il disco del mondo. Un libro fedele al suo sottotitolo: "vita breve di Luca Flores, musicista". E non perché, appunto, ci vuole un attimo per goderselo, quanto perché ciò che più interessano a Veltroni sono le istantanee sulla vita del pianista, che prevalgono sui momenti in cui si parla di musica.

Certo, l'autore non può non partire dalla musica, e in particolare da uno degli ultimi brani registrati da Flores prima di cedere alla forza del cosiddetto "male oscuro". Il titolo è How far can you fly: ascoltandolo, Veltroni ha sentito il bisogno di raccontare chi fosse uno dei più talentuosi jazzisti italiani, e quali fantasmi ne abitassero la mente e ne ispirassero la musica. Se dovesse capitarvi di trovarlo online, ve lo consiglio. Perché oltre che una bella storia, aiuta a capire qualcosa in più della vita di un musicista. E di un jazzista.

Quel qualcosa in più è il metodo. Spesso si tende a credere che chi faccia arte viva come un surfista con l'onda: attende che arrivi, la cavalca, la domina, cade. Ne arriva un'altra, e via così ancora. Un'esistenza improntata all'attesa dell'ispirazione, da spremere fino in fondo quando c'è per cavarne il cavabile. E poi, tornare in sala d'aspetto. Le cose non stanno così, nemmeno lontanamente.

Le cose stanno nel metodo. La foto su in alto è tratta da appunti dello stesso Luca, e che Veltroni ha così riportato nel libro: "Analisi dello stile dei pianisti - due ore e mezza; tecnica pianistica - mezz'ora; studio degli accordi e dei pattern - un'ora; analisi degli standard (come si studia un pezzo - tre ore)". Totale: sette ore. Ogni giorno, Luca Flores si sedeva al pianoforte e per quel tempo dannava dita e cervello per regalare alla più libera delle forme musicali - il jazz - la struttura necessaria affinché quella stessa libertà potesse esprimersi nel migliore dei modi.

Quell'appunto spiega quanto lavoro ci sia dietro l'arte. E dà ragione a Thomas Alva Edison quando diceva che "Il genio è per l'1% ispirazione e per il 99% traspirazione". Senza metodo, senza sguardo sull'esterno e senza il sacrificio dell'applicazione non si va da nessuna parte.

venerdì 17 agosto 2012

Amadeus Leopold, o del trionfo delll'immagine

Prima di parlare di Amadeus Leopold sono tenuto a premettere che non l'ho mai sentito suonare. Quindi, quanto dirò non si riferisce alle sue capacità tecniche. Si riferisce invece a un articolo apparso sul Corriere della Sera che mi ha molto innervosito.

Il punto dolente è la divulgazione della musica cosiddetta "colta", o "classica", o "d'arte". Un tema di cui si parla fino allo sfinimento, e che ha una e una sola soluzione, articolata in tre punti: 1) riscrivere i programmi scolastici infilandocela come materia obbligatoria alle scuole elementari e alle medie; 2) trovare insegnanti motivati, entusiasti e comunicativi. Il che significa: buttare via i flauti dolci; raccontare la vita, i sentimenti, le passioni, gli amori, i drammi, i vizi dei musicisti; 3) raccontare la Storia all'interno della quale nascono le opere, perché senza contesto storico non si riesce a capire nulla.
In altre parole: raccontare la Musica come qualcosa di vivo, sporco e popolare. Perché la fanno gli uomini, che sono vivi, sporchi e popolari.

Io credo che raccontata così, senza banalizzarla ma trattandola come fattore umano (come era capace di fare Ernst Gombrich con le arti visive), la musica la si capisce, la si ama e soprattutto si è in grado di non fare confusione. Ovvero, si è in grado di capire che Mozart e i Beatles sono immensi e geniali, ma ciascuno nei rispettivi ambiti. E che si può godere della loro musica sapendo esattamente cosa si sta ascoltando.

Ciò detto, leggo sul Corriere di Amadeus Leopold in un articolo il cui sommario già può bastare per farsi venire un attacco di orticaria: "Trucchi e tacchi a spillo per rinvigorire la classica". Proseguo, e scopro la storia di un ragazzo di 25 anni sudcoreano, Hahn-Bin, lodato dal New York Times con il seguente giudizio: "Questo ragazzo fa quello che più o meno faceva Mozart da adolescente". Il nostro apprezza e decide: mi farò chiamare Amadeus Leopold (quest'ultimo è il padre di Wolfgang). Si taglia i capelli alla mohicana, tuffa le ciglia nel rimmel, imbraccia il violino e continua a suonare.

Ripeto, non l'ho ascoltato e magari suona divinamente (anche se a 25 anni non si è più adolescenti, sicché è lecito, se davvero è un epigono del vero Amadeus, aspettarsi da lui cose come Idomeneo Re di Creta, che Wolfgang scrisse a quell'età). Ma quel che dice, come lo dice, come si pone (evito di ripetere quanto scritto sul Corriere) mi fanno pensare alla solita, inutile, dannosa operazione d'immagine. Con l'alto, probabile rischio che, distratto da creste, tacchi a spillo e trucco pesante, il pubblico non capisca se chi ha davanti è un vero talento o semplicemente un bluff.

martedì 7 agosto 2012

Un tango per strada

13:50 Posted by Unknown , No comments
Passeggiavo con Cristina e i bimbi nel carruggio principale di Santa Margherita Ligure. Da lontano mi raggiunge il suono di un gruppo di archi. Mi avvicino, e scopro un trio intento a suonare. Sono un violoncello, un violino e una viola. Molto giovani i primi due, più attempato il terzo. Eseguono un tango: non lo conosco, e non riesco a rubare informazioni sbirciando nello spartito del violoncello.

Suonano bene. Gli strumenti sono accordati a dovere, il suono è pulito e non sbavato. Ottime anche le dinamiche, ben calibrate. Il ruolo di virtuoso è per il violino, che lo affronta con discrezione: fa capire di saper suonare, ma non pensa di essere Paganini. Il risultato è eccellente: ci fermiamo ad ascoltare (oltre che a lasciare una mancia più che meritata, che Jacopo ha riposto nella custodia con estremo piacere) e stiamo lì un po', a goderci questo tango sconosciuto e ben suonato.

Il brano finisce, parte qualche applauso. Stefano, l'altro figlio (il più piccolo), è il più entusiasta nel battere le mani. Io lo incito, e intanto penso che il tango è una musica meravigliosa, capace di toccarmi nel profondo, di emozionarmi e di rinnovare in me l'intenzione di imparare a suonare la fisarmonica diatonica (quella con la tastiera a bottoni). E poi di mettere su un quintetto, e di sbizzarrirmi con Piazzolla, Gardel e Galliano. E il kletzmer, la musette, il balcanico, il bluegrass, il celtico, la pizzica, il fado. Perché la fisa è la colonna portante di tutta la musica popolare del mondo.

E' un pensiero che dura un istante, seguito da un altro: quasi vado lì e chiedo se mi suonano Por una cabeza. Sto per fare il primo passo e parte quel brano, che tutti associano ad Al Pacino e alla sua danza cieca in un ristorante in compagnia di una fanciulla annoiata. Ma che per me è invece il ricordo di un'amica, e del momento in cui recuperammo un rapporto che sembrava finito.

Non pensavo che avrei potuto emozionarmi in un carruggio ligure, in un pomeriggio di agosto, in un luogo a me familiare fino quasi alla noia. Invece...


lunedì 16 luglio 2012

RaiNews e l'informazione musicale

05:59 Posted by Unknown , , , No comments
Sarà perché sono appena tornato da Londra. E allora tutto viene letto con la lente del "lì sì che funzionano, le cose; mica come qui" (una lente non centrata, perché anche lì qualcosa non funziona). Ma mi sono inevitabilmente chiesto cosa un direttore di notiziario della BBC avrebbe detto a un suo giornalista (in questo caso, una) che dando due notizie avesse passato queste informazioni:

- Sting chiude Umbria Jazz e ricorda suo padre, Gil Evans, con cui tenne un memorabile concerto nell'edizione del 1987 della rassegna;
- a Fukushima la protesta per la riapertura di un reattore nucleare ha il sostegno del premio Nobel Kenzaburo Oe e del musicista e cantante Ryuichi Sakamoto.

Passi per la seconda, dove la citazione di Sakamoto è colore alla cronaca (ma se Sakamoto ha cantato qualcosa, lo ha fatto sotto la doccia; non si hanno tracce di sue performance vocali su un palco o su un disco), ma la prima è una notizia di musica. E Gil Evans NON è il padre di Sting, che all'anagrafe risponde al nome di Gordon Matthew Sumner. Posso solo immaginare che, ricordandolo, l'ex Police ne abbia parlato come di "padre" artistico, e che da lì sia scattato l'equivoco.

Secondo me, un direttore BBC si sarebbe molto arrabbiato.


mercoledì 11 luglio 2012

Cesare Picco, e la musica quando piove

04:15 Posted by Unknown , , No comments
Venerdì scorso a Milano ha piovuto di brutto. Non tutto il giorno, ma dalle 8 e mezza di sera e per l'ora e mezza successiva. Alle 9 e mezza, secondo il programma dei Notturni in villa, Cesare Picco avrebbe tenuto un concerto nella corte della Villa Reale di Milano, sede della Galleria d'Arte Moderna, del Pac e di uno dei giardini più belli della città (cui è vietato l'ingresso agli adulti non accompagnati da un minore di 12 anni. Sì, avete letto bene).

Alle 8 e mezza, dopo una gustosa cenetta a base di gnocco fritto, salumi e birra Murphy's, raggiungo Porta Venezia e mi ritrovo sotto un muro d'acqua. Per venti minuti buoni corso Buenos Aires è sembrato un naviglio, e sullo sfondo dei caselli daziari mi è parso di scorgere due coccodrilli, un orango-tango, due piccoli serpenti, un'aquila reale e compagnia bella (liocorni esclusi, ça va sans dire). Ho continuato a chiedermi come Picco avrebbe potuto tenere il suo concerto, malgrado avessi avuto attendibili rassicurazioni sul suo svolgimento. Poi mi sono chiesto come io avrei potuto seguirlo, non avendo più un angolo di vestito che non fosse zuppo. Alle 9 il diluvio è cessato, gli animali sono tornati sull'Arca, io a casa di corsa per cambiarmi e andare in Villa.

Con l'unico inconveniente delle poltroncine umide, il concerto è cominciato senza che piovesse. Picco ha attaccato con i primi due brani del suo ultimo disco, Piano Calling, e il pubblico ha apprezzato. Poi, al terzo, Noè e il suo zoo si sono palesati di nuovo, e con loro il diluvio. A quel punto, la ragione avrebbe portato il pubblico - non una folla oceanica, ma nemmeno pochi accoliti - a fuggir via, costringendo l'artista a sospendere il recital. Invece, il pubblico ha unito alla ragione l'istinto, e ha cercato riparo sotto al palco.

Picco ha continuato a suonare, ha chiuso il terzo brano e ha poi invitato i presenti (un centinaio buoni, a occhio) ad accomodarsi intorno al pianoforte. Nessuno si è lasciato intimidire, e tutti hanno trovato il proprio posto. Il concerto è ripreso come se l'artista fosse nel salotto di casa propria con molti invitati. A un certo punto, Cesare ha commentato: "E' il caso di dirlo: sono cadute le barriere tra pubblico e artista".

Era una battuta, e infatti tutti hanno riso. Ma era anche una sacrosanta verità. Lontani dal rigore planimetrico della platea, tutti si sono sentiti più liberi di ascoltare. Qualcuno, per esempio, a pioggia terminata ha preferito passeggiare nella corte, godendo della musica priva della gestualità di chi la suona. Altri hanno fotografato (anche io l'ho fatto, ma l'acqua presa in precedenza ha bagnato lo smartphone mandandolo in semi tilt, sicché ho lanciato due scatti con la simulazione dell'otturatore a un volume improponibile, disturbando l'ascolto, cosa di cui chiedo scusa a chi c'era e al protagonista). Altri hanno approfittato per sedersi in modo da abbracciarsi e scambiarsi gesti affettuosi sull'onda dei brani più dolci. Qualcuno si è preso la libertà di togliersi le scarpe. Cesare ha chiesto a una spettatrice che ore fossero, e lei ha risposto con un sorriso stupefatto.

Insomma, ciò che avrebbe dovuto rovinare tutto - la pioggia - ha reso tutto ancor più bello (se poi Picco gli pianta anche una versione di Blackbird da lasciarci il cuore, la bellezza tocca vette himalayane). La musica ha bisogno, ogni tanto, di sana informalità. Ma poiché non si può sperare sempre che piova (non  tutti gli spettatori scappano verso il palco, non tutti gli artisti decidono di proseguire), si può invece sperare che qualche promoter pensi a un giro di "concerti dal palco", con tutti intorno allo strumento e a chi lo suona. Una specie di Promsancor più estremo.

mercoledì 4 luglio 2012

Quando Keith Jarrett tornò alla musica

02:52 Posted by Unknown , , No comments
Nella seconda metà degli anni Novanta Keith Jarrett si ammala di sindrome da affaticamento cronico. Per un paio d'anni anche il gesto più semplice - sfogliare un libro, alzarsi a bere un goccio d'acqua - gli è gravoso come uno sforzo titanico. Fare ciò che ha sempre fatto - suonare il pianoforte - è impossibile. Perché suonare il pianoforte - per tutti i pianisti, e per Jarrett un po' più che per gli altri - non significa liberare un suono schiacciando un tasto. Suonare il pianoforte è una lotta in cui cervello, muscoli, tendini e anima si battono come soldati di un esercito in guerra con un obiettivo: la conquista di un momento da fissare in eterno.

Jarrett ha fissato migliaia di volte quel momento, e ora non ci riesce più. Guarda la tastiera, nel salotto di casa, e non ha le forze per compiere il gesto per lui più naturale: poggiarvi le mani lasciandole andare. Ad condurlo fuori dal tunnel è la moglie Rose Anne Colavito. Gli sta accanto, lo coccola, lo cura, gli dà coraggio, lo riporta alla musica. E a lei, lui dedica uno dei suoi dischi più belli: The melody at night with you. Il disco della rinascita.

Conoscere la storia della malattia di Jarrett è importante per capire quel disco, suonato in modo quasi elementare. La furia esecutiva, i vocalizzi striduli, i grappoli di note, la velocità delle scale; tutto quello su cui Jarrett è diventato Jarrett non esiste più. A loro posto, musica dall'incedere lento in cui ogni nota è ponderata. Sembra che il maestro le centellini, come se fossero diamanti da non buttare via.

Il disco ha spaccato la critica, una parte della quale vi ha visto una regressione nel jazz patinato e di facile ascolto. Smooth jazz, insomma. In realtà, sono le prime parole di un uomo uscito dal coma. E sono parole d'amore per chi lo ha salvato.

C'è un gran bel pezzo di Christian Rocca su questa storia, che vi invito a leggere. E c'è poi My Wild Irish Rose, che tra i brani del disco è quello in cui il grazie di Keith a Rose Anne è eterno. Come la musica è tornata a essere.


martedì 19 giugno 2012

Paul McCartney compie 70 anni

08:28 Posted by Unknown , , No comments
Ci ho pensato un po', se scrivere o meno un post dedicato ai 70 anni di Paul McCartney. Inizialmente non volevo, per non cedere alla facilità editoriale celebrativa. Poi però ho realizzato una cosa: il mio primo ricordo di qualcuno che canta una canzone è proprio del Macca.

La canzone è Penny Lane. Io sono nel salotto a casa dei miei nonni, ho 4 o 5 anni e mia zia Sara (10 anni più di me) mette su un disco dei Beatles. Parte la canzone, ed è come se le prime battute fossero il marchio caldo impresso su un capo bovino. Il bovino, ovviamente, sono io.

Ora, parlare bene di Penny Lane è facile. Ha un incedere perfetto, il basso di McCartney suona con il corpo giusto, fiati e legni disegnano controcanti che non sapresti immaginarne di diversi e più belli. Ma qui non si tratta di critica; si tratta invece di quei momenti che da casuali si fanno eterni grazie alla musica. Quei momenti in cui, affaccendato magari in tutt'altro, vieni raggiunto da un brano che ti ricorderà per sempre cosa stessi facendo proprio lì e in quell'istante.

Penny Lane è stata la prima delle canzoni capace di tanto con me. Ecco perché questo trascurabile post è comunque un po' doveroso.

Auguri, sir Macca.

lunedì 18 giugno 2012

Concerti: una storia per ogni biglietto

La Stampa di qualche giorno fa ha lanciato un bel gioco social: mandateci i vostri biglietti dei concerti, con due righe di descrizione. Credo di essere stato l'unico a descrivere, ma di biglietti ne sono arrivati molti. Da un lato, constato che quando il tagliando aveva una sua creatività, collezionarli era molto meglio. Dall'altro, ed è ciò che qui conta, che ogni biglietto racconta una storia.

Ne ho un po' da parte, ma non ho intenzione di ammorbarvi con tutto quello che si lega ad ogni concerto cui ho assistito. Ma quattro storie voglio raccontarvele.

Fabio Concato. Ne apprezzo la musica e le canzoni, ma non al punto da desiderare di vederlo in concerto. Infatti, ignoro che faccia tappa al teatro Smeraldo. E' il maggio del 2001, e da un paio di mesi sto con una ragazza con la quale costruirò la mia famiglia. Lei mi ama. Ne sono certo, perché riesce a trovarmi affascinante malgrado io mi ostini a indossare un paio di occhiali tartaruga rosso porpora sui quali anche Elton John si sarebbe mosso con cautela. Tuttavia, decide per la prevenzione: temendo i momenti di stanca, quelli in cui il particolare più insignificante è tale da minare la tenuta del rapporto, mi impone un pomeriggio dall'ottico per acquistare qualcosa di decente. Ne esco con un paio molto bello e piuttosto costoso (li ho persi il giorno in cui è nato il mio primo figlio). Fuori dal negozio, lei mi porge una busta: dentro, due biglietti per Concato. «Non so se ti piaccia, però mi è sembrato un bel regalo per alleggerire questo tuo sforzo»
Fu un concerto molto bello.

Pink Floyd. Scoperti quando i biglietti per i loro tour dell'89 e del '90 erano esauriti, conosciuti e amati negli anni del liceo. Non si può dunque mancare all'arrivo in Italia del tour di The Division Bell. Anche perché un'amica molto fanatica ma molto bella mi ha chiesto di accompagnarla. Si parte dunque per Torino con una strategia per me springsteeniana: guadagnare la transenna della prima linea. Ci riusciamo. Inganniamo il tempo allargando il giro delle conoscenze (ricordo di aver scambiato il numero con un notaio cantante di jazz, ventilando collaborazioni musicali mai avvenute). Finalmente, il concerto: Mason, Wright e Gilmour a 10 metri da noi, immobili come statue. Tutt'intorno, lo show: schermi gigantissimi, maiali volanti al centro dello stadio e tutto il formidabile circo di cui i Pink Floyd sono capaci. Lì capisco che dovevamo piazzarci a metà campo o sulle tribune. Anche per non subire le vampate dei fuochi finali di Run Like Hell (che già faceva caldo). La mia amica groupie, però, era felice.

Keith Jarrett. Il concerto di Jarrett alla Scala nel febbraio 1995 è un evento storico: per la prima volta, il tempio dell'Opera ammette una celebrazione laicamente jazzistica. Il titolo, poi, dice tutto: Piano Improvisations. E tu già sogni che lui impazzisca e risuoni pari pari The Koln Concert. Comunque, mi muovo mesi prima e non trovo un accidenti di biglietto. Il giorno del concerto sono tentato di viaggiare in Turkmenistan pur di non pensarci. Invece, a due ore dallo spettacolo, un amico mi chiama e mi dice di avere due inviti della soprintendenza. Mi ha sentito urlare di gioia da casa sua (abitava di fronte).
Quanto al concerto, ricordo bene due cose: 1) Over the raimbow nella più dolce e intensa versione mai ascoltata in vita mia; 2) Jarrett che spiega al pubblico di smetterla di chiedere bis, perché «A good meal has not too much dessert».

Bruce Springsteen. Ognuno dei suoi concerti ha una storia, per me. Dal primo (Torino 1988, mio battesimo ad un evento rock) all'ultimo (Milano 2012). Quella più divertente accade nell'ottobre del 2002, tour di The Rising di passaggio a Bologna. Io al tempo lavoravo come freelance e mi occupavo di teatro. Riesco a ottenere 8 biglietti ridotti per uno spettacolo di Marco Paolini al Piccolo, oltre ai due accrediti che normalmente mi venivano forniti. Peccato io dimentichi che Paolini recita il 18 ottobre, giorno del concerto di Bruce, unica tappa di quella tranche di tour. Ne parlo con la suddetta compagna (il grosso dei destinatari dei biglietti è fatto da suoi amici) e lei mi dice: «Niente figuracce. Si va. Hai preso un impegno. E poi Springsteen l'ha già visto e stravisto». Vi risparmio i termini della discussione sulla filosofia di un concerto del Boss (quello della sera dopo è diverso, andrebbero visti tutti), sulla facilità di assistere a un nuovo spettacolo di Paolini, sulla tentazione di lasciarla per andare a cercar l'amore tra le fan di Bruce. Essendo incline a un certo tollerante raziocinio, depongo le armi e, cuore in mano, rinuncio a Bologna. Un paio di cari amici sono tentati di togliermi il saluto, ma ritengono che il parlarmene successivamente facendomi scoppiare il fegato valga la pena di conservare l'amicizia.
Il giorno del concerto, al mattino, mi chiama il Piccolo e, scusandosi ripetutamente, annuncia che Paolini prende parte allo sciopero generale indetto per quel giorno. Lo spettacolo è annullato. Fingo costernazione con 48 denti di sorriso stampati sul volto. Ringrazio per la gentilezza, abbasso la cornetta, lancio un urlo da crepare i vetri, richiamo l'amico Paolo (che aveva conservato un biglietto in caso di estrema necessità), canto a squarciagola l'Internazionale e grido scompostamente «Viva lo sciopero generaaaaaaaal». Lui capisce al volo. Dopo due ore siamo in auto diretti a Bologna, io felice come poche volte nella mia vita.


lunedì 11 giugno 2012

Milano 2012, il più bel concerto di Bruce Springsteen

06:09 Posted by Unknown , , , 1 comment
Il più bel concerto della mia vita. Questo è stato lo show di Bruce Springsteen & The E Street Band del 7 giugno 2012 allo stadio di San Siro, Milano. Scrivo queste note a tre giorni da quel momento: sono le 23.15 del 10 giugno e a quest'ora, 72 ore fa, saltavo come un grillo nel prato dell'arena, a una trentina di metri dal palco.


In questi due giorni ho provato a comprendere perché quella sensazione - provata alla fine di quasi tutti i concerti di Springsteen - fosse più forte del solito. Poi ho letto Leonardo Colombati e ho capito tutto. Lui ha centrato le parole, e a lui rimando per descrivere come mi sento. Forse l'unica cosa che non sottoscrivo è la sua sicurezza nell'affermare che si è trattato anche per Bruce del concerto più bello della propria carriera. Nessuno di noi, se non Bruce medesimo, può dirlo. E poi la vulgata dice che il più bel concerto di Bruce Springsteen si sia tenuto il 19 settembre 1978 al Capitol Theatre di Passaic, N.J., immortalato nel bootleg più venduto nella storia del rock: Pièce de Resistance. Ho ascoltato quel nastro (li avevo su un paio di TDK) centinaia di volte, e la magia che ne promana non sfiorisce mai.

Ecco, il 1978 è fondamentale per capire il mio discorso. I concerti di quell'anno (e in generale della tournée di Darkness on the edge of town) sono stati quelli su cui Bruce ha costruito il suo mito di performer. I fan italiani li hanno sognati per una vita. Qualcuno di loro ne ha vissuto la scia con il concerto del tour di The River a Zurigo, nell'aprile dell'81 (mezzo Hallenstadion era tricolore). 

Facciamo un salto di trent'anni, e arriviamo al 2008. Siamo sempre a San Siro, è il 25 giugno e Bruce tiene un concerto strepitoso (lo show per il quale il promoter Claudio Trotta ha rischiato una condanna penale). La scaletta è un sogno per tutti i vecchi fans: Candy's Room, Summertime Blues, Spirit in The Night, Because The night, Detroit Medley, Thunder Road, Born to Run, None but the brave, Rosalita, Racing in the street. In certi momenti, sembrava di essere catapultati al tour di Darkness o di The river. E lo stesso è accaduto un anno dopo a Torino, quando il concerto del 21 luglio è passato alla storia come quello di Drive all night.

Tra i pazzi amici devoti a questo culto irrazionale e splendido ci si diceva: "Sta facendo le scalette che noi pensavamo perdute per sempre". Vero. Ma erano scalette del passato, come se il nuovo non avesse sostanza tale da meritare attenzione. E infatti, di Magic e di Working on a dream, i due dischi che hanno preceduto l'ultimo (Wrecking Ball), pochi brani.

L'altra sera, invece, l'ultimo disco ha dominato il conto con 8 canzoni, rese ancor più belle da arrangiamenti splendidi e da un'intensità esecutiva altissima. In mezzo, le chicche di un tempo e le canzoni da stadio (Waiting on a sunny day o Hungry heart, giri armonici basilari e ugole al vento), con gioielli rari come The Promise o eterni come The River.

Ecco, insomma, perché ho visto il concerto più bello dei miei 15 di Bruce Springsteen. Perché sul palco c'era non solo un rocker capace di 3 ore e 40 minuti di show (sembra il suo secondo più lungo di sempre), ma un artista che non si è fermato a celebrare il proprio passato. I brani di Wrecking Ball, arrangiati alla perfezione, si sono inseriti nella fisiologia dello show non come diversivi tra una pietra miliare e l'altra, ma come momenti da godere fino in fondo quasi fossero tratti da Born to Run, Darkness o dagli altri album totem di Bruce. Era, in tutto e per tutto, un concerto calato nel presente come lo fu l'esordio italiano, il 21 giugno 1985 sempre a San Siro, spettacolo storico richiamato sempre da Springsteen ogni volta in cui suona a Milano, città che davvero considera una propaggine di New Jersey in terrà italica.

(Nella foto, i pazzi amici dopo il concerto. Meritava la pubblicazione)

(Nel video, My city of ruins. Per quanto mi riguarda, toccante).

 

domenica 3 giugno 2012

Cosa c'entra Schumpeter con i fratelli Gershwin?

Joseph Schumpeter è stato l'economista sui cui studi si fonda la teoria dello sviluppo economico. George e Ira Gershwin sono i fratelli che hanno scritto insieme le più belle canzoni del songbook americano (George la musica, Ira i testi). Cosa c'entra il primo con i secondi? All'apparenza nulla; tuttavia, se si legge il testo di They all laughed diventa facile immaginare un ponte che li unisca.

La canzone (Gershwin bros., 1937) è una lunga sequenza in cui si racconta di personaggi capaci di innovare una visione del mondo. Si parte da Cristoforo Colombo, si prosegue con mr. Edison, i fratelli Wright, Guglielmo Marconi, John Rockfeller e altre personalità capaci di lasciare nella Storia i segni dei balzi in avanti. Ira Gerswhin li tira in ballo per far dire al protagonista: «Tutti ridevano di quelli lì e delle loro visioni, e tutti ridono di me quando dico che ti avrò. Ma ti avrò». Niente massimi sistemi, insomma, ma la solita, eterna, immarcescibile canzone d'amore.

Eppure, dopo averla ascoltata mi è venuto in mente Schumpeter e la sua idea dell'innovazione come "distruzione creativa". Un riflesso pavloviano, che mi ha fatto sorridere mentre ascoltavo per strada il brano, piuttosto ironico. Ecco, se fossi un professore di economia mi piacerebbe, spiegando Schumpeter e le sue teorie, chiudere la lezione facendo suonare quella canzone. Certo, potrebbe starci anche Edoardo Bennato. Ma dopo un'ora di economia, un po' di ironia è necessaria.

mercoledì 30 maggio 2012

Il Terremoto secondo Haydn

04:11 Posted by Unknown , , No comments
Un movimento della Sinfonia n. 6 di Beethoven (la ben nota Pastorale) si intitola Il temporale. L'opera più conosciuta di Antonio Vivaldi è Le quattro stagioni. Bastino queste per dire quanto la Natura sia stata fonte di ispirazione per i musicisti. Anche nelle sue forme più terribili, come nel caso del Terremoto per Franz Joseph Haydn.

Non è un caso che sia scritto con la T maiuscola, e non solo perché è un titolo. Il Terremoto musicato da Haydn è quello raccontato da Matteo nel suo Vangelo, la cui forza "squarcia il velo del tempio", apre i sepolcri, conduce i morti alla resurrezione, impressiona definitivamente il Centurione e chi era a guardia del corpo crocifisso, e fa loro dire "Veramente costui era il Figlio di Dio".

Il Terremoto di Haydn è la frazione che chiude Le ultime sette parole di Cristo sulla Croce, opera del 1787 che il musicista scrive per le celebrazioni del Venerdì Santo. In piena coerenza con gli effetti di un sisma, Haydn opta per qualcosa che agisca come una rottura della quiete dell'ascolto, e si profonde in dissonanze, trilli, accelerazioni improvvise. Uno scossone breve ma intenso, e per certi versi positivo poiché riesce ad anticipare la musica che verrà circa un secolo più tardi.

In una giornata come quella di ieri, è stato inevitabile cercarla e riascoltarla.

giovedì 24 maggio 2012

I 71 anni di Bob Dylan

02:43 Posted by Unknown , , No comments
Oggi Bob Dylan compie 71 anni. Vorresti star fermo, non scriverne anche perché non è che sia tra i tuoi preferiti, e ti piacerebbe limitarti ad ascoltarne un paio di brani. Quelli che ti piacciono di più. Ma poi ci pensi, e il deprecabile istinto di partecipare con un verso al potente spettacolo delle celebrazioni è troppo forte. Sicché, fai yawp anche tu.

Proviamo però a dargli un senso, a questo yawp. Cosa penso, quando penso a Dylan? Fondamentalmente, a tre cose:

1) Quando vidi per la prima volta il video di We are the world, lo confusi con Springsteen. Cioè: Bruce cantava e io chiesi a chi era con me se quello fosse Dylan.

2) Mi fa impazzire dal ridere il mio amico Ferruccio quando gli dici "Dylan" e lui risponde: "Chi, la cornacchia?".

3) Che della cornacchia adoro Like a Rolling Stone. Non solo perché è oggettivamente una gran canzone, ma perché mi ricorda una sala prove in via Muratori, a Milano, un chitarrista che ora fa il megamanager a Londra (si chiamava Fedro), un bassista istintivamente simpatico e che poi ho ritrovato per altre vie, un Roland D-50 settato su timbro Hammond, due ore di puro, leggero, trascinante rock. E il giorno dopo, scuola.

Mente sgombra, futuro da costruire e quella canzone nelle orecchie. Come fai a non amarla?

Auguri, cornacchia. E grazie.

lunedì 21 maggio 2012

Robin Gibb, Donna Summer e la musica per ballare

07:27 Posted by Unknown , , , 1 comment
La scomparsa di Donna Summer e di Robin Gibb mi fa pensare alla musica per ballare. Non alla disco, o alla dance, o alla discodance (chiamatela come volete); mi fa pensare proprio a quel tipo di musica il cui ascolto mi solletica l'istinto di danzare e di muovermi.

Ad uno sguardo panoramico, è tanta musica. Ma credo di poter individuare una manciata di pezzi che spiccano. Si tratta di:





Non posso farci nulla: li ascolto e comincio a muovermi. Sono letteralmente irresistibili. Questa, con anche alcune cose di Donna Summer e dei Bee Gees, per me è musica da ballare. Sul resto la penso come Ferruccio Gattuso, amico e giornalista che di musica (e cinema) ne sa: "Quando la dance aveva tiro, groove, e un pizzico di neritudine anche quando la facevano i bianchi. Cose incomprensibili per i cervelli attuali che, una volta calatisi le "paste", considerano "ritmo" una cassa in quarti in battere tipo officina metallurgica" (dal suo Facebook, oggi). 



venerdì 18 maggio 2012

L'arte nobile della copertina di un disco

06:28 Posted by Unknown , , No comments
Il nuovo disco di Biagio Antonacci si intitola Sapessi dire no. Ha una copertina nobile: l'ha disegnata Milo Manara. Non è una delle più seducenti tra le donne nate dalla matita dell'artista, ed è forse per questo motivo che non mi distrae abbastanza da alcuni pensieri sulle cover d'autore.

Il primo pensiero va ad Andy Wharol e alla banana di Velvet Underground & Nico; il secondo, sempre a Wharol e alla copertina di Love You Live dei Rolling Stones. Poi penso alla cover di Parole d'Amore Scritte a Macchina, dove Paolo Conte è ritratto magistralmente da Hugo Pratt. E per stare sempre a Conte, Razmataz ha una copertina disegnata dallo stesso astigiano, che quando non suona ama dipingere.

Mi pare tuttavia che non ci siano molti altri esempi di matrimonio tra professionisti della matita e musicisti. Il che porta a concludere come la cover stessa possa essere considerata un genere a sé stante di arte figurativa. Lo dimostrerebbe la storia di Alex Steinweiss, l'inventore delle copertine. La Columbia Records lo ingaggiò nel 1938 come art director, e Steinweiss scatenò la propria fantasia: non solo creò immagine, ma risolse anche altri problemi (tra tutti, l'invenzione della copertina di cartone per gli LP).


Fu come crepare una diga: il mondo della musica venne inondato di splendida arte grafica. Da par mio, vedo nella copertina di The Dark Side of the Moon un capolavoro di essenzialità. Ma ammetto che mi piace molto anche il modo in cui la musica classica ha saputo attingere alla pittura: la copertina di un disco di Hindemith "dipinta" da Paul Klee è davvero bella. Così come è molto bello il ritratto di Dimitri Shostakovich che emerge da un'incisione della sua Sinfonia n. 5.



Certo, anche in questo caso le aberrazioni non mancano. Mi chiedo per esempio cosa abbiano fatto di male il buon Ludwig e il buon Daniel per meritarsi una cosa come quella lì sotto.