Musica, senza steccati

lunedì 30 gennaio 2012

Show me the way to go home, zio Nino

04:02 Posted by Unknown , 1 comment


(I prossimi due post saranno molto personali. Il secondo un po’ meno di questo, che racconta una storia di famiglia).

Avevo uno zio di nome Giovanni, ma per tutti era Nino. Molti anni fa acquistò un pianoforte verticale perché la sua sorellina, Sarah, voleva prendere lezioni. Scovò in non so quale scantinato uno Steinway & Sons verticale, opaco e intarsiato. Tasti in autentici avorio ed ebano. Un gioiello. Quel pianoforte era considerato, non solo tra i componenti della famiglia cui apparteneva (il mio ramo materno: Nino era il fratello di mia madre), una specie di tesoro. Ogni tanto si favoleggiava su quanto potesse valere e di conseguenza su quanto potesse tornare utile venderlo, tutti sapendo che nessuno aveva nemmeno una lontana intenzione di provarci.

Quel pianoforte è in una fotografia in cui Nino tiene in equilibrio sullo sgabello un infante di sei mesi, che appoggia le mani cicciotte sulla tastiera guardandosi intorno con aria per nulla smarrita. L’infante sono io. Quando, anni dopo, ho studiato musica accarezzando l’idea di farne una professione, qualcuno – forse Nino stesso – ha commentato così quella foto: “Ha l’aria da predestinato”. Il resto della mia storia ha rivelato quanto il commento nascesse da un obiettivo puntato sul futuro con lenti sfocate.

Il punto non è questo, comunque. Il punto è Nino. Era la persona più stonata che conoscessi, ma al contempo la persona che più considerava la musica come un elemento vitale. Non ne era un esperto – forse lo era di canzoni italiane degli anni Sessanta, di cui possedeva centinaia di “nastri” (lui chiamava così le cassette) nei quali poteva capitare che le canzoni si ripetessero – ma non riusciva a trascorrere un minuto della giornata senza che qualcosa suonasse nel registratore. Per di più, male: regolava alti e bassi in modo assurdo, incupendo lo spettro sonoro fino a creare un pastone che lui definiva “morbido, non quelle cose stridule di cui sono capaci gli stereo moderni”.

La musica – meglio, le canzoni – è tra i ricordi più vivi dei momenti trascorsi a casa di mia nonna, dove Nino viveva. Alle 8 del mattino nel mangianastri partivano Remo Germani, Gino Paoli, Mina, Bruno Lauzi, Neil Sedaka; in altri momenti, dominavano Tenco e De Andrè; poi c’è stata la fase dei francesi: Montand, Brel, Brassens; ciclicamente passavano Sinatra e Aznavour; in un certo periodo si sono celebrati gli anni tra i Trenta e i Cinquanta, tra Rabagliati, Quartetto Cetra, Gorni Kramer e Nilla Pizzi. Per non dire del Natale, dittatura dei diarchi Pat Boone e Bing Crosby. Ma gli anni Sessanta erano i padroni del registratore, e se io sento canzoni come Baci o Abat-jour avverto ancora il profumo dei ragù di braciole e polpette cui mia nonna era tenuta ogni domenica, e con i quali mio nonno e i commensali riuscivano ad alleggerire il peso della colonna sonora.

Nino, ogni tanto, cantava. Sarebbe meglio dire: pronunciava parole tentando di dar loro un senso melodico. In un colmo di fiducia in se stesso, apriva il pianoforte e si accompagnava picchiando come un fabbro su una sequenza di due accordi (do e fa) illogicamente indipendente dalla canzone. Una, in particolare, era la sua preferita. Gliela insegnò suo zio Salvatore, che la apprese da un soldato americano di stanza a Foggia negli anni Quaranta. Nino conosceva solo la prima strofa; una volta tentò di cantarmi la seconda, poi rise e fece come sempre: se ne inventava un seguito in foggiano.

Se non ci avesse detto addio in una calda domenica di fine ottobre del 2006, Nino oggi avrebbe compiuto 65 anni. Qualche giorno fa mi sono ritrovato a cantare quella canzone, e nella improponibile versione con cui l’ho sempre ascoltata da lui. Ho ricordato che esiste YouTube e ho voluto soddisfare alcuni desideri: capire se la canzone sia mai stata incisa; conoscerne l’esatta melodia; imparare la seconda strofa.

Li ho soddisfatti tutti e tre, e il video in apertura lo certifica. Ci sarebbe tuttavia un quarto desiderio: farla ascoltare a Nino. Ci provo con questo post.

giovedì 26 gennaio 2012

Bruce Springsteen vs tua moglie

03:57 Posted by Unknown No comments
Lo so, sto parlando troppo di Bruce Springsteen, tra Wrecking Ball e We take care of our own. Prometto che per un po' taccio (almeno fino al 6 marzo). Ma prima, non posso non pubblicare il video lì sotto: sono tre minuti che valgono un trattato di sociologia.

Quanto si dicono i due ologrammi è pura verità, e a casa mia è accaduto non più di tre giorni fa:
- Cri: Allora, avete preso i biglietti per Londra?
- Io: Per il concerto, sì. Per il volo, fino al 14 luglio c'è ancora tempo. Se ne occupa Paolo.
- Cri: Ma Matteo viene con voi?
- Io: Sto cercando di convincerlo. Di sicuro, ci vediamo a San Siro.
- Cri: San Siro?
- Io: Sì, il 7 giugno.
- Cri: Ma viene anche in Italia??
- Io: Certo, fa tre date.
- Cri: E allora perché vai anche a Londra? Anzi, perché continui ad andare a vederlo? L'hai visto 14 volte, non ti basta??

La risposta c'è, e l'ha data un fan intervistato ad un concerto molti anni fa: "Perché lui è nato per correre, e noi siamo nati per corrergli dietro". 

Ma non credo che una moglie possa capire.



PS: grazie a Luca per la segnalazione

mercoledì 25 gennaio 2012

Due pensieri sulla musica

06:26 Posted by Unknown , , , 1 comment
Oggi - complice un bell'attacco di influenza - non mi va di ragionare, ma di limitarmi a segnalare. In questo caso, sono un paio di pensieri sulla musica, che si aggiungono ad uno già postato esattamente undici mesi fa (guarda caso, anche quel giorno avevo la febbre), e contenuto nel romanzo Non so, di Lorenzo Licalzi. E che per me resta la cosa più bella mai scritta in materia.

Il primo, in realtà, è una precisazione su "Scrivere di musica è come ballare di architettura". Nel post con cui aprivo questo blog la attribuivo a Frank Zappa; oggi scopro sul Post che sembra essere dell'attore e musicista americano Martin Mull. Meglio così: citare i meno noti fa più figo.

Il secondo è una considerazione di Vladimir Ilic Lenin riportata da Alex Ross in Il resto è rumore: "Non posso ascoltare la musica troppo spesso. Ha un effetto negativo sui nervi, ti fa venir voglia di dire dolci sciocchezze, e di accarezzare la testa di quelli che riescono a creare tanta bellezza vivendo in questo abbietto inferno".

Non amo la Storia controfattuale (quella fatta con i se), ma non posso non pensare che se Lenin avesse ascoltato qualche nota in più molte cose sarebbero andate del tutto diversamente.

lunedì 23 gennaio 2012

You can leave your hat on, e l'equivoco Randy Newman

Nell'anno 1986 viene pubblicata la canzone che poi farà da soundtrack a tutti gli spogliarelli di questo mondo. Il brano si intitola You can leave your hat on, e accompagna la scena di 9 settimane e mezzo in cui Kim Basinger seduce svestendosi Mickey Rourke (e qualche altro milione di individui di sesso maschile).

Quel brano è un equivoco. Estrogenato da una sezione fiati quanto mai vigorosa, da un incedere ritmico incalzante, da cori gospel e dalla voce unica di Joe Cocker, è diventato una sorta di Viagra sotto spoglie musicali. In realtà, nasce con tutt'altra intenzione.

Anzitutto, nasce molto prima del 1986. E' infatti il 1972 quando il suo autore, Randy Newman, la inserisce nel disco Sail Away. Soprattutto, nasce con chiaro intento ironico. Come ha scritto Luca Sofri, il brano "si riferisce nelle intenzioni a un frustrato e debole semimpotente", e se la si ascolta cantata da Newman quelle intenzioni - soffocate in una voce nasale e smozzicata, appena sostenuta da un pianoforte ricco di note ma al contempo discreto - ci sono tutte.

You can leave your hat on simboleggia perfettamente un altro equivoco, cioè la stessa carriera di Randy Newman stesso. Sofri l'ha raccontata gran bene, e non c'è molto altro da aggiungere. C'è invece da consigliarne i dischi. Io mi limito all'ultimo, Live in London: ne ho letto su un Sette Magazine di qualche settimana fa (la rubrica musicale, tenuta da Lorenzo Viganò e Stefania Ulivi, segnala uscite decisamente interessanti: più che lo spazio di un settimanale a larga diffusione sembra un blog, libero di spaziare) e sono corso ad ascoltarmelo. Consiglio di farlo testi alla mano: Newman canta mangiando tuberi, e non è facile comprenderlo anche se si ha una discreta padronanza dell'inglese. Ascoltate The Great Nations of Europe e avrete, condensato in poche strofe, il concetto espresso da Jared Diamond nelle oltre 300 pagine di Armi, acciaio e malattie. Ascoltate The World isn't fair e fatevi una ragione di quanto le buone intenzioni di Carlo Marx non fossero praticabili. Ascoltate Losing you per capire quanto ciò che conta avere è solo qualcuno che ami, e che ti ami.

Ascoltate Randy Newman per capire come si scrive una canzone. Senza sbrodare (la più lunga è di 3 minuti e mezzo), con qualche soluzione armonica diversa dai soliti schemi ma mai pretenziosa. Canzoni perfette, scritte dal musicista che mi piacerebbe essere: geniale, ma prolifico. E pressoché ignoto. Se la musica fosse un campo, Newman sarebbe l'humus: è ovunque, ma non te ne accorgi.

giovedì 19 gennaio 2012

Il nuovo singolo di Bruce Springsteen: We take care of our own

Le notizie che trapelano sul quel che sarà il nuovo disco di Bruce Springsteen (Wrecking Ball è il titolo dato per certo) dicono di un album arrabbiato e con sonorità inedite rispetto a quelle cui il Jersey Devil ha abituato i suoi fans. Sono uno di loro, e questa cosa mi fa piacere: parlando proprio del disco in uscita, ho scritto di sperare che Ron Aniello, il produttore, non abbandoni il lavoro del suo predecessore Brendan O' Brien sulla "quantità di suono", che da The Rising a Working on a Dream è andata via via aumentando.

Il nuovo singolo, We take care of our own, mi fa ben sperare. Poi un giorno parleremo dei testi; per ora, quanto alla musica, trovo un pezzo rock classico (tre accordi) ricco di strumenti (chitarre elettriche e acustiche; basso e batteria pieni e tirati; pianoforte, organo, archi; campionamenti ritmici diffusi), un riff immediatamente assorbito dalle orecchie, una esperta collocazione dei tempi di movimento e di stasi del brano, dove questi ultimi preparano l'esplosione dei primi. Non è un brano innovativo, tutt'altro; l'innovazione è nell'indie-rock o in altri territori.

Tanta inutile magniloquenza, ad ogni modo, è riassumibile in tre parole: canzone da stadio. We take care of our own sarà forse l'apertura dei prossimi concerti (con Springsteen non si sa mai, capace di iniziare con sue cose del '73). Già mi vedo San Siro, il 7 giugno, tremare sotto i salti dei convenuti. E, del tutto acriticamente, non vedo l'ora!

mercoledì 18 gennaio 2012

Il cinema e le canzoni di Natale

Avrei dovuto scrivere questo post un mese fa. Ma solo ora ho scoperto su Vimeo il canale di Matthijs Vlot, un genio del montaggio. Grazie a lui, i miei auguri sarebbero stati felici davvero, perché il video lì sotto procura oggettivo buonumore, oltre che legittimo stupore per come il regista abbia messo insieme così tanti mattoncini, scrivendo una nuova pagina nel rapporto tra cinema e canzoni di Natale.

Qui non c'è Bing Crosby, non c'è Keira Knightley, non c'è James Stewart (santo cielo, quanto piango su questa scena) o Tom Waits. Ci sono solo un paio di canzoni piuttosto note. E un sacco di altra gente.


Last Happy Xmas from ant1mat3rie on Vimeo.

domenica 15 gennaio 2012

Wrecking Ball, il nuovo disco di Bruce Springsteen

09:42 Posted by Unknown , , No comments
Era stato annunciato per il giorno in cui Clarence "Big Man" Clemons avrebbe compiuto 70 anni (11 gennaio); invece è oggi che Bruce Springsteen ufficializza l'uscita del suo prossimo disco. Il titolo è Wrecking  Ball e uscirà il 5 marzo negli Usa (il 6 nel resto del mondo). La principale nota, per cercare di capire che album sarà, è il nome del produttore: Ron Aniello. Uno che a casa Springsteen c'è già stato, avendo lavorato con Patti Scialfa (corista e, più di tutto, moglie di Bruce).

Ho dato un'occhiata alla storia professionale di Aniello, e mi trovo a confessare profonda ignoranza: di tutti gli artisti con cui ha lavorato conosco solo i Sixpence none the richer, meteore di fine anni 90 con la gradevole Kiss me. Non ho quindi idea se Wrecking Ball segnerà un ritorno di Bruce ai suoni asciutti del rock dopo le incursioni pop di Working on a dream. Di sicuro, per quanto mi riguarda, c'è un po' di dispiacere per l'assenza di Brendan O' Brien, che con Springsteen ha lavorato, oltre che nell'ultimo citato, in The Rising, in Devils and Dust e in Magic. Il tocco si sentiva, e a mio avviso era un autentico ritorno alle origini.

Perché sì, è vero che nel 1972 Bruce ha fatto l'audizione davanti a John Hammond armato di sola chitarra acustica, ed è vero che nel catalogo artistico americano è rubricato alla voce storytellers (l'equivalente dei nostri cantautori). Ma nei suoi primi tre dischi - Greetings from Asbury Park, N.J.; The Wild, the Innocent and the E-Street Shuffle; Born to run - Springsteen ha lavorato su una pienezza musicale che poi, da Darkness on the Edge of Town, è stata sacrificata sull'altare della rudezza rockeggiante. Born to run è gravido di suoni, ispirato al wall of sound tanto caro a Phil Spector. Quanto ai brani, in gran parte delle sue 8 canzoni c'è un'articolazione armonica che va ben oltre i tre, quattro accordi cari agli storytellers. Nei precedenti, Spirit in the night, It's hard to be a saint in the city, Kitty's back, Blinded by the light e E-Street shuffle pescano congruamente in jazz e funky; Rosalita è quasi una rapsodia; New York City Serenade omaggia fughe pianistiche di stampo classico, e poi lascia che a parlare siano gli archi.

Brendan O' Brien aveva riportato nei dischi di Bruce un'attenzione particolare per la varietà degli arrangiamenti, arricchendo con impasti sonori linee armoniche molto semplici (Paradise e Reno sono emblematiche, a riguardo). E, secondo me, impreziosendo il valore letterario dei testi (Martchelo, stai buono!). Un lavoro di cui mi piacerebbe Aniello facesse tesoro.

venerdì 13 gennaio 2012

Mahler nell'iPhone

07:04 Posted by Unknown , , No comments
"Bene, aspetteremo". Così Alan Gilbert (nella foto), direttore della Filarmonica di New York, ha commentato lo squillo di un telefonino durante la Nona Sinfonia di Gustav Mahler, la cui esecuzione ha prontamente interrotto. Il fatto è avvenuto qualche giorno fa. Qualcosa di torbido nel vicenda pare esserci, poiché a quanto dice lo stesso Gilbert il colpevole non ha mostrato il minimo imbarazzo. Secondo Alex Ross, "It almost sounds as though this person was deliberately disrupting the performance".

Credo sia capitato a molti, un episodio del genere. Io ricordo benissimo un'esecuzione del Requiem di Verdi all'Auditorium di Milano, quando ancora Riccardo Chailly ne era il direttore. Durante il Lacrimosa, nel momento in cui le voci procedono in un intreccio privo di sostegno orchestrale, l'assoluto silenzio della platea è stato squarciato da un Nokia tunes sparato a mille, interrotto dopo una ventina di interminabili secondi dall'imbarazzatissima proprietaria, precipitatasi a rovistar nella borsa per rintracciare l'inopportuno aggeggio. Chailly si è voltato verso l'area della platea in cui suonava il telefonino e vi ha scagliato uno sguardo raggelante di furia.

Il giorno dopo ho commentato l'accaduto con un amico, il quale - anch'egli giornalista - ha proposto: perché non lanciamo una campagna stampa per l'istituzione dell'obbligo di consegna al guardaroba dei cellulari? Nessun lancio è mai avvenuto, ma in cuor mio ho sempre pensato fosse una buona idea. Così l'ho riproposta ad un'amica londinese - Salieri, il suo nickname - che mi ha segnalato il "caso Mahler". Lei è una che ama provocare: "Sono per un ritorno dell'artista a un ruolo medievale, da artigiano e servo dei potenti. In fondo chi ha pagato il biglietto e' il tipo col telefonino, che paga lo stipendio agli artisti spocchiosi", è stato il suo commento. Conoscendola un po', so che in fondo scherza (anche se ci sono casi, come quello famoso di Alagna in un'Aida di qualche stagione fa, in cui vien voglia di scatenare una filarmonica di iPhone). Ma quando le ho proposto la consegna coatta dell'aggeggio, mi ha freddato: "Ma và, c'è gente che di telefonini ne ha due o tre. E' inutile".

Ci ho pensato su, e ho concluso che la coazione sarebbe opportuna necessaria. Spiacevole, ne convengo; ma opportuna. Certo, YouTube ne soffrirebbe (e un po' anche noi utenti), ma non vedo alternative: se l'educazione non spinge a tacitare il dispositivo, e se nemmeno ci riesce l'esplicito annuncio pre-concerto, allora non ci si merita altro che una bella perquisizione stile cineforum-Fantozzi (dal min 4.10).

E poi, non ultimo, si tornerebbe ad ascoltare musica con piena partecipazione, evitando di assistere ad un concerto in modo assurdo, cioè filmandolo tutto o quasi per rivederselo in santa pace a casa.

martedì 10 gennaio 2012

Chiara Taigi e il Do reale a 440

Sta girando su Facebook, spinto dagli appassionati di musica, un video di pochi minuti tratto da Mettiamoci all'opera, talent-show di Rai 1 dedicato all'opera e al canto lirico. Si tratta di una clamorosa gaffe di Chiara Taigi, soprano e giurata nel programma. Non riesco a rintracciare il video in rete, sicché posto il link da Facebook sperando sia raggiungibile a tutti. Perché è davvero una chicca, per come la gaffe è costruita.

Si parte da Pupo, compunto come si addice al bravo presentatore, che introduce la soprano e la sua scienza con queste parole: "Il pubblico si sta avvicinando, attraverso Mettiamoci all'Opera, alla musica lirica. E questo è il tuo pane, Chiara". E a lei chiede quali siano le caratteristiche del registro vocale del soprano. "E' la voce del pianoforte", spiega Taigi, che chiede poi al maestro in sala di suonare un do. Lui esegue, e lei chiosa, invero incerta: "E' il do reale.. proprio del diapason.. a 440".

Il video è tratto da Striscia la notizia: ne seguono tutti i commenti visivi e sonori immaginabili. E' evidente che Taigi sa di aver detto una fesserie sesquipedale: la nota del diapason a 440 Hz di frequenza è un La, cioè quel che si fa cantare al momento di accordare uno strumento. Il Do che lei cita è un tono e mezzo sopra quel La, a 523 Hz, e come le altre 87 note del pianoforte non fa da riferimento per le intonazioni. L'incertezza con cui si avventa nell'errore lascia immaginare che nella sua testa avvenga la rappresentazione dell'errore stesso; ma ormai l'arringa a favore del Do è partita, e non c'è modo né di fermarla né di ammettere l'errore.

Insomma, un inciampo bell'e buono. Che nulla toglie alla professionalità di Chiara Taigi, soprano tra i più apprezzati in Italia e all'estero. Ma che tutto questo sia decisamente comico, è evidente. Anche grazie a Pupo, e alla sua introduzione sui pregi divulgativi e didattici del programma:

Pupo: "Dai, spieghiamo la lirica al pubblico"
Taigi: "Ma certo: ecco, questo è il Do reale a 440"

Billy Wilder non avrebbe saputo scrivere di meglio.



domenica 8 gennaio 2012

Rio, e quel che ci si aspetta da Keith Jarrett

Come dicevo in questo post, tra i regali di Natale è arrivato Rio, l'ultimo disco di piano solo inciso da Keith Jarrett per Ecm. Si tratta di uno dei suoi concerti di improvvisazione pianistica, registrato in questo caso al Theatro Municipal di Rio de Janeiro il 9 aprile 2011.

Il recital "piano improvisations" di Jarrett è un evento. Lo è, in particolare, dal 24 gennaio 1975: quel giorno all'Opera di Colonia, il pianista improvvisa per poco più di un'ora partendo da un tema in re minore. Manfred Eicher, patron della Edition of Contemporary Music (la citata Ecm), decide che la registrazione del concerto deve diventare "The Köln Concert". Avrà ragione: tre milioni e mezzo di copie vendute ne fanno il disco di pianoforte solo più famoso della storia. Jarrett suona con un trasporto e un senso della melodia eccelsi.

Da quel momento, i piano solo dell'artista di Allentown riempiono le sale da concerto. In alcuni casi si scatena una caccia al biglietto degna di una rockstar: accadde nelle settimane che precedettero il 13 febbraio 1995, giorno in cui Jarrett improvvisò alla Scala di Milano. Tre ore prima del recital un amico mi chiama e mi dice di aver rimediato in qualche modo due inviti della Soprintendenza. E' stato come vincere al Totocalcio.

Con anni e anni di Jarrett nelle orecchie, entro alla Scala e istintivamente cerco The Köln Concert. Sarà perché quando l'ho scoperto, nell'estate dell'89, mi ha folgorato; sarà perché lo riascolto tuttora e non mi stanca mai; sarà perché è così perfetto che non sembra improvvisato; sarà per tutto questo e altro ancora, il mio desiderio nascosto è di sedermi in poltrona e sperare che Jarrett risuoni ogni nota di quel disco inarrivabile. Legittimamente, suonerà altro; e ben di più di quanto inserito nel cd La Scala (sempre Ecm), dove l'unico dei bis presenti è la toccante Over the Raimbow, alla bellezza della quale sono stati sacrificati altri passaggi forse migliori delle due parti principali (ricordo un blues da far resuscitare Johnny Lee Hooker e Art Tatum).

Fu una serata memorabile, pur tuttavia screziata dal non avverarsi del desiderio. Da allora, vivo con l'idea che chiunque segua Jarrett in un piano solo si attenda The Köln Concert. Un'idea bislacca, fino a quando non ho ascoltato Rio.

In Brasile Jarrett ha suonato 15 parti. Mi limito alle iniziali. Nelle prime due lavora su dissonanze e strappi, sia atonali che ritmici. Il pubblico applaude. Nella terza accatta un jazz waltz tonale e incessante, in cui il filo melodico e armonico è ben dipanato rispetto alle prime due. Chiude ed è ovazione. Nella quinta, poi, lavora su un ritmo pressoché analogo a quello della seconda parte del Köln, e prosegue improvvisando su primo, quarto e quinto grado, cioè sulla cadenza che insegnano nella prima lezione di composizione (esempio in accordi: do, fa, sol). Consonanza totale, venata di fascinoso gospel. Ultraovazione.

Eccolo, quello che ti aspetti da Jarrett: cuore, blues, emozione. Per dirla con altre tre parole: The Köln Concert. Un capolavoro cui Keith sarà per sempre condannato.

giovedì 5 gennaio 2012

Come la tua playlist può cambiarti la vita

Your playlist can change your life, ovvero La tua playlist può cambiarti la vita, è il titolo di un saggio scritto da tre psichiatri (Galina Mindlin, Don Durousseau e Joseph Cardillo) e di cui si parla molto in questi giorni. Gli scienziati sono esperti di rapporti ascolto musicale e risposta cerebrale, e hanno elaborato una teoria secondo la quale la scelta dei brani da caricare nel proprio iPod può tornare utile come pronto soccorso per l'umore. Siete nervosi? Avete bisogno di musica che vi calmi. Vi sentite privi di forza? Urge una canzone che agisca come un caffè.

La vicenda suona banale. Anzitutto, nulla sembra aggiungere alla sterminata letteratura scientifica sul tema dei rapporti tra musica e cervello (Musicofilia, Perché ci piace la musica, L'apprendimento musicale del bambino: tre titoli per tutti). E poi, da quando è stata inventata la tecnologia di riproduzione domestica del suono ci si affida ad essa per trovare conforto emotivo in un brano musicale. Ho come l'impressione che a banalizzare il tutto sia, da un lato, il trattamento giornalistico della notizia, strillata con titoli facili quali Meglio John Lennon che una pasticca; da altro lato, lo stesso titolo del libro, che promette ma non mantiene fino in fondo.

Perché, diciamo la verità, che la musica possa cambiarti la vita è un fatto. Gustav Mahler ascoltò per caso una canzoncina (Ach, du lieber Augustin) e non se ne liberò mai più, cercando sempre di fondere nelle sue opere l'innovazione armonica con la tradizione popolare. Bruce Springsteen, da bambino, passeggiava con sua madre, vide in un negozio un televisore, vide dentro al televisore Elvis Presley e decise che avrebbe fatto quel mestiere. E anche senza essere Mahler o Springsteen, l'incontro con i suoni e le loro infinite possibilità apre orizzonti mentali altrettanto infiniti.

Pure, il saggio non appare del tutto scontato. La novità sta tutta nel procedimento di selezione e di ascolto ripetuto del brano scelto, come a dover imparare il messaggio che esso trasmette, associandolo a immagini e ricordi di ugual natura. In breve: sto male? Penso a un episodio positivo, vi associo una canzone altrettanto positiva e la ascolto e riascolto, inchiodando quelle note ad un mood di felicità. Ne ottengo una medicina pronta all'uso ogni volta sia necessario.

Trovo tutto ciò interessante, anche se opinabile. E opinabile diventa ancor più quando gli psichiatri stilano una playlist con valore oggettivo basandosi sui Battiti Per Minuto (Bpm) del ritmo dei brani, per cui New York New York diventa rilassante in virtù dei sui soli 27 Bpm. Non so voi, ma io quando sento Sinatra cantarne il finale tutto faccio tranne che rilassarmi.

martedì 3 gennaio 2012

Pianista spagnola suona e rischia il carcere

01:41 Posted by Unknown , , No comments
La storia della pianista spagnola che rischia il carcere a causa delle ore di esercizio casalingo è uno spiacevole quanto ridicolo parossismo. Leggendo il pezzo di Lettera43 mi sono ricordato delle volte - poche, per fortuna - in cui dal piano di sotto mi è stato chiesto di interrompere lo studio del pianoforte perché disturbava. Io non mi sono mai arrabbiato: era l'occasione per andare dagli amici a tirar calci a un pallone. Ma mia madre si irritava non poco, minacciando azioni condominiali.

Di sicuro - e questa è la vera assurdità della vicenda - il pubblico ministero che ha preso in carico la questione sta sbagliando tutto. Non si porta in sede penale una questione civile, e soprattutto non si chiedono sette anni di carcere per disturbi alla quiete pubblica (o inquinamento acustico, mettetela come volete). Kafka era più realistico.

Poi c'è la questione dei decibel. Il limite spagnolo è di 30, a quanto si legge. Ho cercato il dato per l'Italia trovando un'altra assurdità: pare che il limite consentito di disturbo sia di 3 db. Una foglia che cade emette un rumore di quell'intensità. L'Italia è dunque un paese con uno straordinario potenziale di litigiosità condominiale per ragioni eminentemente pianistiche.

Resta, comunque, il problema di avere un condomino musicista. Una delizia, se è capace (la spagnola studia in Conservatorio, il che lascia supporre una certa perizia e, di rimando, la stupidità di chi l'accusa); uno strazio, se non ci sa fare. Anni fa mi capitava di studiare a casa di un amico, il cui inquilino del piano di sopra insisteva nello studio del pianoforte senza capire di non averci la benché minima predisposizione. E non è che suonasse Liszt: i suoi esercizi consistevano nell'affrontare i classici della canzone italiana, scelti con cura per la facilità delle armonie. La hit era Ricordati di me, romantica quanto si vuole nella comodità dell'eterno giro di DO. Il vicino la suonava straziandola, e grazie a lui ho odiato per anni Venditti, riappacificandomi grazie a Cristina e a un cd che lei amava ascoltare quando ci si stava conoscendo per bene.

PS: c'è un'altra cosa, di quella storia, che non mi torna. Ed è l'attacco del pezzo: "Chi non nasce con il talento di Mozart o di Beethoven, ma di musica ha deciso di vivere, è costretto a ore di costante esercizio". Attacco facile, e più che mai falso. La verità sta in Thomas Alva Edison: "Il genio è per l'1% ispirazione e per il 99% traspirazione". In altre parole: tutti i più grandi hanno studiato come matti.