Musica, senza steccati

mercoledì 29 febbraio 2012

Il cinquantacinquesimo compleanno di Gioacchino Rossini

02:04 Posted by Igor Principe , , No comments
Oggi è il cinquantacinquesimo compleanno di Gioacchino Rossini. Il "genio in fuga" nacque a Pesaro il 29 febbraio di 220 anni fa (1792). Supponendo li ricevesse solo nel giorno che esiste ogni quattro anni, merita gli auguri. Secondarte glieli fa ringraziandolo per la formidabile musica regalata all'umanità, apprezzando il coraggio con cui all'apice del successo mollò tutto per dedicarsi alla buona cucina, condividendo la smodata passione per la buona cucina stessa, godendo dell'ironia con cui gestì un memorabile incontro con un tale Richard Wagner.

Di Rossini, del suo genio, del suo palato e di Wagner ho già parlato in un post ad hoc, ripreso in seguito a proposito dei Misteri per Orchestra di Filippo Facci. L'unica cosa che voglio aggiungere è il mio personale "grazie" al pesarese: come per un'oca di Lorenz, il mio imprinting musicale è La Gazza Ladra. Quando nemmeno sapevo parlare o camminare, mia madre riusciva a calmare le normali escandescenze da infante piazzandomi davanti alla tv. Oggi ci sono i Teletubbies; allora c'erano le prove tecniche di trasmissione della Rai, che nell'occasione mandava l'overture della suddetta opera. Ne ero ipnotizzato, per la felicità di mamma che poteva serenamente dedicarsi ad altre importanti faccende.

Non so se la mia passione e quel poco di attitudine per la musica derivino da quei momenti. Mi piace però pensare sia così. Quindi auguri, maestro Gioacchino. E grazie di tutto.

martedì 28 febbraio 2012

Beethoven e l'anima del mondo (cercando Schubert)

In realtà oggi non volevo parlare di Beethoven, men che meno dell'anima del mondo. Volevo parlare di Schubert partendo da un articolo che ho leggiucchiato di fretta su La Lettura del Corriere due domeniche fa. Volevo partire da lì per una considerazione sull'Incompiuta, sugli Improvvisi e su quanto la musica del buon Franz sia spesso caduta, anche per caso, nelle cose che ho fatto. Ma Cristina è passata per casa armata di Swiffer, e l'inserto è sparito. On line non si trova, e non capisco perché nel 2012 un periodico selezioni cosa pubblicare in rete e cosa no. Si metta tutto, diamine. Tanto si sa che non è selezionando che aumentano le vendite.

Comunque, cercando il pezzo ho messo un annuncio su Twitter: AAA, cercasi Schubert (non ho aggiunto disperatamente, ché Susan nulla c'entra pur avendo una sua dignità socioculturale). C'è stato uno scambio di battute con colui che io chiamo Magister Paganius, giornalista di razza e maturo springsteeniano (con un unico, irrimediabile difetto: è profondamente milanista), il quale mi ha segnalato sullo stesso numero un pezzo su Giorgio Colli, il quale cita Beethoven come "l'unico che svela l'anima del mondo".

Svelare l'anima del mondo. Un concetto impalpabile e titanico. Un viaggio intellettuale che mi porta a quanto Vito Mancuso scrisse sulla musica. E, inevitabilmente, proprio a Beethoven e a un'esperienza di qualche tempo fa, quando un caro amico mi coinvolse in un suo corto chiedendomi di curarne il soundtrack, scegliendo alcune musiche e scrivendone altre. Il risultato è qui, ed è una delle cose di cui vado più fiero.

La storia racconta di un uomo con "la bestia dentro", e di come alla fine ne sia vinto. Nel momento topico, c'era da affidarsi alla classica, e io ho proposto il Beethoven nel video lì sotto. Fu una decisione istintiva, forse dettata dal fatto che quelle note suonavano in casa quando, anni fa, io e mio padre ricevemmo una brutta notizia. Sta di fatto che l'ultimo passo me lo sono immaginato con quella colonna sonora. E chissà che in quel momento ci sia svelata davvero l'anima del mondo.



PS. Quello nel corto sono io. Ecco, magari di questo vado un po' meno fiero. Ma l'amico ha molto insistito. E alla fine, mi sono divertito.

venerdì 24 febbraio 2012

L'outing di Enrico Ruggeri

06:43 Posted by Igor Principe , , 1 comment
Enrico Ruggeri ha fatto outing, confessando su Facebook che il suo disco è un flop. Il cantautore ha postato sulla sua fanpage alcune righe quanto mai chiare: "il mio disco non sta andando bene", "tutti mi fanno i complimenti, tutti dicono di averlo ascoltato, ma le vendite sono molto più basse della mia media". Parole pesanti - precedute dalla considerazione di come i dati di vendita normalmente dichiarati da cantanti ed etichette siano quasi sempre gonfiati - che hanno giocoforza aperto il dibattito. E - a quanto scrive Matteo Cruccu sul Corriere - che non sono piaciute all'entourage di Ruggeri (che oggi, sempre sulla fanpage, ne precisa il senso).

Leggendole, mi pare che non ci sia molto da chiarire: il disco - Le canzoni ai testimoni, una selezione dei suoi migliori brani rilette da altri cantanti con nuovi arrangiamenti - non va. Piuttosto, il punto mi sembra un altro, e mi piace sintetizzarlo con una citazione (a memoria) tratta da Master & Commander (film che mi piace molto): "Signori, in che tempi meravigliosi viviamo". Lo dice il capitano Jack Aubrey quando due marinai gli mostrano lo scafo dell'Acheron, la "nave fantasma" francese con cui si misurano gli inglesi, sottolineandone le innovazioni tecniche.

Ecco, i nostri tempi meravigliosi sono quelli in cui un cantautore piuttosto noto e con un certo seguito può permettersi di uscire dalle convenzioni, di scardinare il meccanismo omologante del "tutto splendido, tutto magnifico" su cui girano gli ingranaggi dello show business, di contraddire l'ordine di scuderia e, per mezzo di un social network, parlare direttamente ai fan chiedendosi: "Ma se tutti voi mi dite che il disco è bello, com'è che lo comprano così pochi?".

Ruggeri si chiede se non siano molti degli stessi fan a scaricarlo a gratis (e non è da escludere). Lui stesso non sembra contemplare la possibilità che sia in streaming sulle piattaforme legali (io sono abbonato a Play.me); ma se c'è una logica, i dati di ascolto dovrebbero essere noti all'artista e alla casa discografica come quelli di vendita. Quindi, lasciamo da parte questi aspetti. Quello che mi colpisce di tutto ciò è invece la forza innovativa del rapporto con i fans, possibile grazie alla nascita dei social network. Certo, Ruggeri sa come usarli (così come Vasco, o Ligabue): non li adotta come mera vetrina, ma come piazza in cui scendere e dialogare. E in cui dire di un problema, se il problema esiste.

Qual è il risultato? Che la cosa è così nuova da spingere il Corriere a parlarne; da indurre un lettore come me a leggere la fanpage; da indurre un curioso come me ad ascoltare il disco. Più di un comunicato stampa, poté la sincerità.

(E intanto, mi riascolto quel suo piccolo capolavoro nel video, nell'originale dell'unico Sanremo di cui ho un ricordo affettuoso)

mercoledì 22 febbraio 2012

Adele, dai Brit Award al pianto

07:24 Posted by Igor Principe , , , 4 comments
Adele ha dominato anche i Brit Award, vincendo nelle categorie più importanti. Il suo disco, 21, è dunque il maggior successo del 2011, trainato dall'irresistibile groove di Rolling in the deep (immutato anche nella versione acustica del Live at Largo) e, soprattutto, dall'avvolgente malinconia di Someone like you.

E' questa la vera hit di 21, il brano che a tutti piace e che tutti fa piangere. Pare che dietro vi siano precise basi scientifiche - per quel che di preciso e scientifico possa esprimere un'arte quale la musica -, studiate da alcuni ricercatori e riportate dal Wall Street Journal (ne parla ampiamente anche il Post).

L'interruttore della commozione ha un nome, ed è l'appoggiatura. In musica appartiene alla categoria degli abbellimenti: nel link a Wikipedia trovate ben spiegato cosa sia e come funzioni. Someone like you ne ha molte, e secondo la teoria ci commuovono perché costituiscono deviazioni nell'armonia complessiva del brano. In altre parole, sono una sorta di elemento che ci sorprende, ci destabilizza e quindi ci manda in lacrime.

Per quel che vale, non ne sono persuaso. Non lo sono in termini generali - non mi convincono i tentativi di rinchiudere un'emozione in un'equazione - e non lo sono riguardo alla canzone di Adele. Certo, anche io mi sono commosso dopo averla ascoltata; ma si trattava di un'esecuzione precisa, quella della Royal Albert Hall alla fine della quale era la stessa Adele a piangere pensando a quanto dal dolore di quel brano la vita le sia cambiata in modo inimmaginabile. Quando non conoscevo la storia, la ascoltavo e mi piaceva. E basta.

E' proprio l'idea di rendere oggettivo ciò che è profondamente soggettivo - ognuno di noi ascolta musica con le proprie orecchie - che non mi convince. Cito quattro esempi personali:

- Beethoven, Sinfonia n. 9. Quando gli archi anticipano il tema dell'Inno alla Gioia, in particolare con i violini sul tema e i violoncelli in contrappunto, io mi commuovo. Non riscontro appoggiature.
- Lucio Dalla, Anna e Marco: "Ma l'America è lontana, dall'altra parte della Luna". Mi commuove l'immagine, non le appoggiature (che non ci sono)
- Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Dove vanno i marinai: "Su questa rotta inconcludente, da Genova a New York". Ci vedo l'immigrazione del Novecento, drammatica e poetica. Mi commuove la Storia.
- Bruce Springsteen, Thunder Road: mi bastano le prime due note di armonica per piangere come un vitello. Questa canzone è la mia vita. E più la vita passa, più si gonfia di esperienze, gioie, dolori, rabbie, sollievi, sorprese, disincanti, più questa canzone mi dice che sto vivendo. E mi commuove.

Bando alle equazioni sentimentali, quindi. Ma non è un caso che una teoria come quella sia stata raccontata da un giornale come il Wall Street Journal, per il quale contano soprattutto i  numeri.

lunedì 20 febbraio 2012

Joseph Arthur: Graduation cum laude

04:58 Posted by Igor Principe , , , No comments
Oggi mi sono ricordato di Joseph Arthur, scoperto grazie a un post di Martchelo. L'occasione me l'ha data un gioco su Facebook: 30 Giorni di musica. Per ognuno di essi devi indicare una canzone: quella che ti piace di più, quella che ti ricorda un luogo, quella della band che odi, quella che ti rende allegro. Cose così.

Oggi è il giorno 13, e la canzone da segnalare è una che si conosce da poco. Volevo postare Rolling in the deep, ma poi ho pensato che di Adele s'è parlato tanto (e da par mio tornerò ancora sull'argomento, grazie al Post). E allora ho passato in rassegna i dischi - non molti, in verità - scoperti negli ultimi mesi, accorgendomi di questa autentica perla: The Graduation Ceremony.

Si tratta di un album che vive nella cerchia dell'indie, ambito per me rischioso: quelle volte che mi ci sono addentrato, ho trovato molta innovazione ma anche molta ossessione per l'innovazione stessa, come se per contratto una band o un artista indie debbano scrivere canzoni complesse nell'armonia e negli arrangiamenti. Ho notato, in altre parole, una disattenzione per ciò che, a mio avviso, rende grande un brano: la semplicità.

Joseph Arthur, in questo disco, fa quadrare il cerchio. Riesce anzitutto a non rendere noioso un disco di ballate. Poi riesce a scrivere e arrangiare i pezzi in modo non scontato, affidandosi ad armonie non banali e a suoni antichi (alla fine, domina la chitarra acustica) ma non vecchi. Infine, riesce a farti entrare in testa le canzoni da subito, come fossero facili hit da mainstream.

Certo, non parliamo del primo arrivato. Arthur è sulla scena da molto tempo e ha formato un trio con un signore di nome Ben Harper e un altro di nome Dhani Harrison (figlio di tale George). C'è mestiere, e tanto, dietro la sua musica. Che forse meriterebbe di essere un po' più divulgata.

Insomma, la canzone del giorno 13 è sua, ed è quella nel video.

mercoledì 15 febbraio 2012

Adriano Celentano: una prece

03:57 Posted by Igor Principe , , No comments
Siamo qui oggi riuniti, in questo luogo di riflessione, per raccoglierci intorno al nostro fratello Adriano Celentano e  salutarlo un'ultima volta. La sua scomparsa ci addolora profondamente, ed è - se possibile - ancora più difficile da accettare se guardiamo alla sua storia. Anzi, mi permetto di dire: alla Storia. Quella della canzone e della musica popolare, che dai suoi brani e dalla sua voce - "con la quale avrebbe potuto cantare anche l'elenco del telefono", come ebbe mirabilmente a dire Paolo Conte - sono state alimentate generosamente, senza lesinare né sulla quantità né sulla qualità.

Potremmo impiegare il tempo di tre o quattro funzioni funebri per elencare i momenti musicali in cui Adriano Celentano ha dato il meglio di sé, in ognuno di essi identificandosi con l'essenza stessa e più profonda dell'idea di "canzone italiana". Ciascuno di noi, tuttavia, sa quali essi siano. Ecco perché preferisco indugiare nel personale, affidando all'aneddotica il ricordo di questo straordinario artista.

Avevo sette o otto anni quando mia madre mi regalò una musicassetta con alcuni dei brani da lui interpretati. Alcuni molto noti, altri meno. Mamma la comprò perché sapeva quanto mi piacesse Il ragazzo della via Gluck, che apriva la selezione; e mi piace ricordare quanto ci divertissimo a cantarla, io e lei insieme. Le altre canzoni furono invece una scoperta: Serafino, Una festa sui prati, Viola. Tutte riempivano i miei pomeriggi di gioco dopo i compiti di ordinanza. Una tra tutte - Una carezza in un pugno - riesce tuttora sin dalle prime note a far rivivere quell'epoca, l'appartamento in cui abitavo con i miei, gli amici di allora, l'incedere della quotidianità libera e spensierata in cui un ragazzino di quell'età è doveroso e giusto viva. Quando la musica ti fa viaggiare nel tempo, allora credo sia grande musica.

Del nostro fratello Adriano mi piace poi ricordare le prove come attore in film di una comicità semplice e genuina, capaci di regalarti un paio d'ore di autentico buonumore. Il ricordo dei momenti felici è importante, e allora è inevitabile lo diventino quelli trascorsi davanti a Bingo Bongo, ad Asso, a Innamorato pazzo. Rivivono in essi "i pomeriggi all'oratorio tanti anni fa", con il poco sole dell'autunno, il prete, il campo di pallone terroso, il sapore delle caramelle gommose alla cocacola e una compagna di classe che sapeva come indurti il primo batticuore. Momenti grazie ai quali ciascuno di noi è quel che è ora, e la cui importanza non può essere svilita dall'asettico giudizio sulla validità del prodotto artistico cui essi sono legati.

Capolavori o meno, dunque, i passi di Adriano si sono avvicendati accanto ai nostri. Fino a un sabato sera del 1987, quando un accento si staccò da una "e" precipitando sulla testa del nostro fratello e determinandone lo stato di coma. La speranza suscitata anni dopo dal momentaneo risveglio - merito della sapiente arte medico-musicale di Gianni Bella e di Mogol - è svanita quasi subito, trascinandosi nel silenzioso ricordo della grandezza di un tempo.

La scomparsa di Adriano Celentano, di cui abbiamo definitiva contezza dopo la serata di ieri al teatro Ariston, ci riempie di tristezza. Gioiamo tuttavia di quel che egli fu, e di quanto di straordinariamente bello ci ha donato come cantante.

martedì 14 febbraio 2012

Sei volte Adele

06:09 Posted by Igor Principe , , 1 comment
Adele ha trionfato ai Grammy, vincendo sei premi. Non ho elementi per dire se siano meritati o no, perché non conosco la musica degli altri candidati. Ma le sue canzoni mi piacciono, e soprattutto mi piace lei. Quindi, ne sono felice.

Se dessi ascolto alla ragione, mi troverei forse a concordare con Martchelo, non tenero verso un disco come 21. In effetti, non è che Adele inventi chissà cosa di nuovo. Per di più, il pianoforte indulge spesso in un modo di arpeggiare minimalista e, diciamolo, un po' ripetitivo. Pure, Adele riesce a far prevalere l'istinto e a farmi piacere più o meno tutto quello che canta.

Forse è la sua voce, con piccole - e benedette - ruvidezze a tener lontano l'effetto patinato.
Forse è il suo modo di stare sulla scena, agli antipodi di quanto farebbe un cosiddetto "animale da palcoscenico".
Forse è il suo modo di riuscire a essere, comunque, un "animale da palcoscenico".
Forse è il suo aspetto, contrario a ogni logica estetica dell'attuale show business.
Forse è la sua bellezza, unica proprio perché una "non-bellezza".

Forse è questo e altro. Ma su una cosa l'istinto mi dà certezza: Adele è un'artista vera, e nel suo lavoro mette se stessa e la propria vita. A dirmelo è il finale di Someone like you cantata alla Royal Albert Hall, e le sue lacrime di commozione (intorno all'ora e 31 minuti, nel video). Non è un pianto da copione. In quel brano è raccontato quanto destabilizzante possa essere la vita, capace di infliggerti colpi micidiali e, dal dolore che ne deriva, proiettarti dove mai avresti pensato di arrivare.

Quindi sì, magari Adele scrive e canta canzoni facili. Ma è una facilità autentica. Ben vengano i Grammy.

domenica 12 febbraio 2012

Quel che resta di Whitney Houston

07:04 Posted by Igor Principe , No comments
Come per Amy Winehouse, come per Michael Jackson, anche per Whitney Houston resta anzitutto una gran pena. Quella che suscita la storia di chi tocca il cielo con un dito e poi ripiomba a terra, cercando disperatamente, senza trovarla, la leva di apertura del paracadute.

Ma rimarrà anche la musica, che è poi quel che più conta. Sarà inevitabile, oggi e nei prossimi giorni, sentire lo scricchiolio dei bauli nei solai delle radio, da dove verranno tirati fuori i grandi successi della "Regina del pop" (come era chiamata la cantante), e uno in particolare.

Non potrà che essere così, ed è anche giusto. Il merito della fama di quella canzone è tutta di Whitney, e della suo modo di cantarla. Diversamente, avrebbe avuto successo con Dolly Parton nel 1974 (quando fu composta e incisa); o nel 1982, quando la stessa Dolly la cantò nuovamente in un film con Burt Reynolds. Invece, come è noto, deflagrò grazie a Bodyguard, alla Houston e a Kevin Costner. Vendette 16 milioni di copie: record per un'artista femminile e per una colonna sonora.

Sarò sincero: non è che mi emozioni così tanto. Però mi ricorda una mattina di prove con due amici che ora suonano nei Figli della vedova. Eravamo a casa di uno di loro, e l'altro riscriveva la parte del sax. Fu un bel momento, come lo sono tutti quelli in cui ci si diverte con la musica.

venerdì 10 febbraio 2012

La musica del caso

06:12 Posted by Igor Principe , , 2 comments
Cito Paul Auster, oggi, per raccontare un'altra storia con risvolti personali. Credo che allo scrittore americano sarebbe piaciuta.

Tutto parte da una puntata di Mammamia che settimana,  un programma pomeridiano in onda su La7D. L'Aigam, di cui ho scritto in passato anche su questo blog, mi informa che Federica Braga, una delle sue principali docenti, sarà ospite in una puntata. Federica è anzitutto una delle mie più care amiche, sicché mi organizzo per non perdermela.

Poi accade che me la perdo, travolto dal lavoro. Il giorno dopo mi contatta su Facebook Maria Luisa, anche lei amica di antica data. E mi racconta della puntata, in cui lei stessa è ospite tra il pubblico. Scopro che Federica è una degli esperti che collaborano al sito fondato da Maria Luisa (Whymum.it), e inevitabilmente mi sorprendo delle coincidenze: due care amiche d'infanzia - Federica compagna di studi musicali, Maria Luisa con me alle elementari - unite dal mondo del lavoro.

Capisco anche che non posso perdermi la puntata: la cerco on line, la trovo, la guardo. Si parla di attitudini musicali dei bambini, e chi meglio di Federica come ospite? Prima di lei, però, parlano gli ospiti. Maria Luisa racconta di sé e di come i suoi figli siano attratti dalla musica. Il suo intervento si aggancia all'Aigam, e la parola passa a Federica.

Se volete capire cosa sia l'attitudine musicale di un bambino, consiglio di ascoltare quel che Federica dice con estrema chiarezza. Io - lo confesso - dopo un po' ho pensato ad altro. Un po' perché conosco le teorie di Edwin E. Gordon e il lavoro dell'Aigam. Un po' perché un'altra musica mi ha travolto: la musica del caso.

Se suono uno strumento è un po' grazie a Maria Luisa. In un giorno di autunno del 1981 sua mamma racconta alla mia dell'esistenza di una scuola, la Casa delle Note, in cui si insegna musica ai bambini secondo un metodo didattico giapponese di nome Yamaha (sì, quella delle moto). Sua figlia lo frequenta e si diverte un sacco. Mia madre mi chiede se mi andrebbe di fare altrettanto, e io abbozzo un sì. Il giorno dopo, sono a lezione con Maria Luisa. Il giorno successivo, sono a lezione da solo (non so perché, ma invece di frequentare una classe ho cominciato con lezioni individuali). Da quel momento, sono un alunno della Casa delle Note.

Un paio d'anni più tardi Yamaha porta in Italia i corsi di composizione per bambini. Basta suonare Mozart o Kulhau: provate voi pupi a inventarvi qualcosa. Ci provo, ma stavolta in una classe. Dove conosco Federica e ne divento amico.

Poi le strade si dividono: lascio Maria Luisa con la quinta elementare, e Federica quando lei viene ammessa in Conservatorio. Passano anni. Molti anni. In un giorno del 1994 o del 1995, al Politecnico di Milano, seguo una lezione di Montanelli agli studenti. Al termine, incrocio lo sguardo di una ragazza e reciprocamente lo sosteniamo per qualche secondo. Poi lei guadagna l'uscita. Io ci penso qualche secondo e realizzo: "Maria Luisa!". La sera cerco il suo numero sull'elenco, pensando abiti ancora laddove, molti anni prima, festeggiava i suoi compleanni con feste molto belle e panini dolci eccezionali. Chiamo, risponde credo sua sorella. Non dico il mio nome. Lei arriva e mi fa: "Pronto, Augusto?". "No, sono Igor. Ricordi?". E si comincia a parlare del più e del meno. Una piacevole telefonata, e poi ancora ciascuno per fatti propri.

(Tenete a mente Augusto, è importante)

Pochi anni dopo, credo nel '97, faccio un salto alla Casa delle Note a trovare un po' di vecchi amici e insegnanti. Scopro che Federica è lì, e che ci lavora. Vado a salutarla, ed è un piacevole incontro. Pochi mesi dopo, ci si incrocia in università. Cominciamo a frequentarci, e io conosco il gruppo dei suoi amici. Tra di loro c'è Augusto. E c'è Cristina.

Pochi anni dopo, spulciando tra le vecchie foto di Cri, vedo un volto noto: "Maria Luisa!". E scopro che lei e Augusto sono stati compagni di università. Di colpo, realizzo chi fosse l'Augusto della telefonata. Ora Augusto è mio cognato, in quanto "marito" della sorella di Cristina.

Vien da pensare "Quando si dice il caso". Ma in questo caso è La musica del caso. Perché in questo piccolo vortice di coincidenze c'è molta musica: quella con cui Maria Luisa mi ha portato alla Casa delle Note; quella con cui ho conosciuto Federica, e grazie a lei Cristina (e quella che Augusto per un po' ha studiato pure lui, magari marginale rispetto al filo rosso di questa storia, ma pur sempre musica).

Poi dice "La musica può cambiarti la vita". Come fai a dire di no?

martedì 7 febbraio 2012

I 60 anni di Vasco Rossi

03:38 Posted by Igor Principe , 1 comment
Vasco Rossi compie 60 anni. Lontano da lui, dalla sua poetica e dalla sua musica, mi sento - per quel che vale - di fargli gli auguri. Vasco è, per quanto mi riguarda, il campione di quella categoria di autori le cui canzoni "sai, anche se non le hai".

In un certo modo, con Vasco e le sue canzoni sono cresciuto. Ero alle elementari quando cantò a Sanremo Vita spericolata, e il giorno dopo eravamo tutti lì a cianciare con cantilena infantile: "Oh, hai visto come era droga-a-to?".

Ero un po' più grande quando, in un'estate trascorsa dai parenti a Foggia, ascoltai un po' di suoi dischi grazie ad Antonio, cugino di mamma, che ne era appassionato; e ricordo che Toffee non mi dispiaceva.

Ero ancora un po' più grande quando percepii il tangibile entusiasmo degli amici reduci dal concerto di Vasco a San Siro. Correva il luglio del 1990, e proprio quell'estate capii che se volevo riscuotere un seguito nei falò chitarrosi sulle spiagge di Capo Vaticano dovevo imparare Albachiara e Ogni volta (in effetti, qualche effetto fu sortito).

Negli anni a venire, sempre Vasco intorno a me: Gli spari sopra, Gli angeli, Gabry. Canzoni che sai, che ti ritrovi a canticchiare, che girano nell'aria entrandoti nelle orecchie per non uscirne più. Non credo vedrò mai un suo concerto, non credo andrò a comprare un suo disco: se dovessi ritrovarmi a cantare a squarciagola "generazione di sconvolti che non ha più santi né eroi", mi ritroverei a ridere di me stesso. Non perché trovi ridicolo quel verso, ma perché non mi appartiene: quello non sarei io, ma una copia contraffatta.

Pur lontano galassie dal mio vissuto personale e musicale, credo che Vasco gli auguri se li meriti. Sia per questa sua capacità di "essere nell'aria"; sia, più personalmente, per aver scritto due canzoni bellissime. Una l'ha cantata Patty Pravo, e avrebbe dovuto stravincere Sanremo nel 1997 (vinsero i Jalisse, e ho detto tutto). L'altra, dopo di lui, l'ha ricantata Fiorella Mannoia. Ed è capace di raccontarmi i Balcani e la loro tragedia più di quanto faccia, esplicitamente, un brano come Miss Sarajevo.

domenica 5 febbraio 2012

A cena con Franco D'Andrea

07:13 Posted by Igor Principe , , 2 comments
L’altroieri sera, alla Casa del Jazz di una Roma insolitamente ammantata di neve, c’è stato il concerto di un trio altrettanto insolito: pianoforte, clarinetto e trombone. Questi ultimi due suonati rispettivamente da Daniele D’Agaro e Mauro Ottolini. Al pianoforte, invece, Franco D’Andrea.

Di D’Andrea sento parlare da una ventina d’anni, in particolare da quando il mio amico e compagno di studi musicali Fabrizio fece un’audizione per i corsi di jazz del Centro Professione Musica (fondato da Franco Mussida). “Studierò con Franco D’Andrea”, e lì intuii qualcosa della sua importanza nell’ambito del jazz. Pochi anni dopo, un po’ educato da un’intensa pratica di ascolto e studio, capii che D’Andrea era tra i più quotati jazzisti al mondo.

Lo è tuttora. A 70 anni, pubblica dischi – l’ultimo si intitola Sorapis – e vince premi: nel 2011 il Top Jazz nella categoria “tastiere” e “formazione dell’anno”; nel 2010, “Miglior musicista europeo” secondo l’Accademia del Jazz di Francia. Mi sono chiesto se tutto ciò nasconda un segreto: sì, e credo di sapere quale sia. Me l’ha detto tra le righe lo stesso D’Andrea parlandomi di fisioterapia, di Milan, di Schettino e della Concordia, del modo con cui lui ha imparato a suonare il pianoforte, di come fare un buon caffè d’orzo. Di questo, e di altro, si è infatti discusso qualche settimana fa, nel corso di una cena a casa sua preparata dalla moglie Marta.

Ora, non è che io me ne vada in giro a citofonare a pianisti chiedendo di salire per cena. E’ che il caso, quando opera a dovere, ci sa fare. Da tempo lavoro con Stefano D’Andrea, il figlio. Un pomeriggio, davanti ad un aperitivo, gli parlo della mia passione per la musica e per il jazz, e dei miei brevi studi. “Avrai studiato con mio padre, allora. Insegna alla Civica”. Stupidamente gli chiedo: “Come si chiama?”. “Franco”. Io ci resto di sasso, e dimentico di precisare che forse Stefano intendeva il Cpm. Insomma, si finisce con l’impegno per una cena tutti insieme.

L’impegno è stato onorato. Anzitutto, ho capito che Stefano non si sbagliava: suo padre insegna alla Civica di Milano, ma quando la frequentavo lui era ancora al Cpm. Poi, ho mangiato ottimamente: tagliatelle ai carciofi, cotoletta con padellata di patate e cipolla, pasticcini e torta di mele (portata da me, e apprezzata per l’orgoglio di chi scrive), inevitabile e opportuno Lagrein (D’Andrea è di Merano), caffè d’orzo. Proprio sul caffè, Franco sorridendo ha ricordato come la moglie sia una cuoca eccellente, ma che l’orzo era meglio se l’avesse preparato lui. Nel mentre, girava e girava il cucchiaino nella mia tazza per diluire i grumi e consegnarmi una bevanda a regola d’arte. E intanto, raccontava.

Raccontava di come avesse imparato il pianoforte a 17 anni e da solo, dopo essersi cimentato con tromba prima e clarinetto poi. Raccontava del suo pianoforte e di come vivesse di una biologia propria, seguendo l’andare delle stagioni nel regolarsi da sé l’accordatura (me lo immagino cavernoso, in questi giorni di gelo). Raccontava del Milan, di cui è tifoso, e di come non riuscisse a capacitarsi che i cervelli del Milanlab non capiscano ancora del tutto che diavolo ha all’occhio Gattuso. Raccontava della Costa Concordia e della telefonata tra De Falco e Schettino, con tempi così perfetti da sembrare sceneggiata.

Soprattutto, raccontava di musica. Quando siamo rimasti soli a tavola, è stato lui a dare il via al tema chiedendo cosa suonassi quando suonavo. Sono bastati due o tre titoli di standard (Take the A-Train, Don’t get around much anymore) per ritrovarci a viaggiare tra Thelonius Monk, Bill Evans, Oscar Peterson, Andrè Previn, McCoy Tyner e il resto del pianismo jazz. Di ognuno – Monk, in particolare – D’Andrea spiegava il linguaggio, il tocco, il perché di un certo modo di suonare. Era come avere davanti Wikipedia con l’attendibilità dell’enciclopedia Britannica. Gli ho chiesto dei consigli su come armonizzare gli accordi della mano sinistra durante gli assoli, e lui è stato rassicurante: “Non puoi inventare di continuo: trova tre, quattro serie di combinazioni e usale ciclicamente. Lavora sugli intervalli di sesta e di terza. Sono suggestivi”.

A distanza di giorni, molto mi è rimasto del nostro incontro. Ma la cosa che più mi ricordo di Franco D’Andrea è il sorriso. Limpido, capace di disegnargli il volto di un ragazzo di 17 anni, affacciato sul mondo e curioso di esso. Eccolo, il segreto che credo di aver scoperto: essere un maestro, ma un po’ dimenticarsene per non perdere il contatto con il mondo stesso. Per mettere nelle note non solo il mestiere di oltre 50 anni di carriera, ma anche la stupefatta verità delle cose appena conosciute. E per ricordare a te stesso come si prepara un buon caffè d’orzo.

giovedì 2 febbraio 2012

Il grande freddo

06:00 Posted by Igor Principe , , No comments
Ha smesso di nevicare, ma sta arrivando un'ondata di gelo siberiano. Su qualche giornale, oltre al trito e ritrito "L'Italia nella morsa del gelo", scappa il titolo cinematografico: Il grande freddo. Un film che ho amato molto, che continuo ad apprezzare e di cui mi sono sempre chiesto il perché del titolo. Parla di alcuni ex sessantottini americani che si ritrovano per il funerale di uno di loro, e passano insieme una settimana in un periodo che non sembra invernale. Carlo Verdone, qualche anno dopo, si ispirò al Grande Freddo per girare Compagni di scuola, titolo che consideravo molto più pertinente.

Poi un giorno leggo il sottotitolo del film di Lawrence Kasdan: "In un mondo freddo, per sentirti al caldo hai bisogno dei tuoi amici". E capisco. Avevo invece capito subito che Il grande freddo non parla solo di amicizia, ma racconta una storia musicale: quella degli anni Sessanta americani, e della musica straordinaria che si fece in quell'epoca. Il film offre, a mio avviso, una delle migliori colonne sonore della storia, concepita in questo caso come pura playlist. Non c'è, infatti, uno score originale, ma ci sono i gusti di Kasdan e di sua moglie, che scelsero tutte le canzoni.

Il film è del 1983. Io lo vidi nell'87 o nell'88 in tv. Il classico dopocena di una volta: ore 20.30, salotto di casa, unica interruzione la pubblicità. Nessun telefonino, nessun tema da twittare o postare su Facebook. Due ore tranquille prima di andare a nanna perché il giorno dopo c'era scuola. Furono due ore di folgoranti, iniziate con Marvin Gaye e con (per me) la più bella canzone degli Stones, proseguite con Aretha Franklin, i Temptations, i Three Dog Night, Procul Harum, Percy Sledge, Smokey Robinson, i CCR e altri ancora.

Ho rivisto molte altre volte Il grande freddo. E ogni volta, ascoltandone il soundtrack, mi convinco che la popular music americana è semplicemente sublime. Ogni scena è più che valorizzata dai suoni che la sottendono. Tra tutte, quella che preferisco spetta a The Band.

mercoledì 1 febbraio 2012

Let it snow! (Ma se c'è neve, è per forza Natale?)

Perché diavolo parlare di una canzone di Natale il primo di Febbraio? Me lo sono chiesto prima di attaccare questo post, e la risposta è chiara: perché Let it snow! non è una canzone di Natale. E' l'oleografia a farla diventare tale: meteo spaventoso, fuoco delizioso, nessun impegno, pop corn a disposizione. Un pigro, nevoso pomeriggio che, per magia, è ascritto al periodo Natalizio. Fa niente se si parla d'amore e d'addio, di lui che alla fine deve andare, affrontare la tormenta ma, se lei lo abbraccia davvero forte, sarà confortato dal calore in ogni dove. No, Let it snow! è ormai una canzone di Natale a dispetto dell'assenza, nel testo, della parola Christmas.

C'è da chiedersene il perché, a maggior ragione se si pensa che analoga sorte è toccata al simbolo delle canzoni natalizie: Jingle Bells. Un inno celebrativo di una corsa su uno slittino tintinnante trainato da un cavallo. Non una renna, ché poi si pensa a Babbo Natale, ma un cavallo. La risposta non esiste se non in un'applicazione estensiva dell'oleografia natalizia: neve, abeti, slitte, freddo becco, camini accesi. E negli stereo, Jingle Bells e Let it Snow!.

Un'oleografia limitante, anche per una questione squisitamente meteorologica. Al di là che laddove Natale è avvenuto - Betlemme, Palestina - non nevica mai, anche a Milano può capitare che la neve cada più spesso a gennaio e a febbraio che sotto Natale, come è accaduto il 21 dicembre 2009, o addirittura alla vigilia (24 dicembre 2000). Di solito, però, le nevicate sono prerogativa del dopo. A memoria: 14 gennaio 1985 (la nevicata del secolo); 9 febbraio 1991 (quarta liceo, prima di un'indimenticabile settimana bianca); 27 gennaio 2006 (quel giorno andai a vedere la casa in cui vivo tuttora); 6 gennaio 2008 (procuratomi un'ernia per il freddo nella casa in cui vivo tuttora, in cui erano saltati i riscaldamenti). Addirittura ricordo una congrua fioccata ai primi di marzo del 2005 e una il 17 aprile 1991.

Vabbè, ho scritto un panegirico inutile. Era solo per dire che Let it Snow! oggi, 1° febbraio 2012, è più che mai opportuna. E nella sua miglior versione, a mio giudizio: quella di Frank Sinatra (che tra l'altro, manca nei suoi greatest hits in quanto canzone di Natale!)