Musica, senza steccati

domenica 5 febbraio 2012

A cena con Franco D'Andrea

07:13 Posted by Igor Principe , , 2 comments
L’altroieri sera, alla Casa del Jazz di una Roma insolitamente ammantata di neve, c’è stato il concerto di un trio altrettanto insolito: pianoforte, clarinetto e trombone. Questi ultimi due suonati rispettivamente da Daniele D’Agaro e Mauro Ottolini. Al pianoforte, invece, Franco D’Andrea.

Di D’Andrea sento parlare da una ventina d’anni, in particolare da quando il mio amico e compagno di studi musicali Fabrizio fece un’audizione per i corsi di jazz del Centro Professione Musica (fondato da Franco Mussida). “Studierò con Franco D’Andrea”, e lì intuii qualcosa della sua importanza nell’ambito del jazz. Pochi anni dopo, un po’ educato da un’intensa pratica di ascolto e studio, capii che D’Andrea era tra i più quotati jazzisti al mondo.

Lo è tuttora. A 70 anni, pubblica dischi – l’ultimo si intitola Sorapis – e vince premi: nel 2011 il Top Jazz nella categoria “tastiere” e “formazione dell’anno”; nel 2010, “Miglior musicista europeo” secondo l’Accademia del Jazz di Francia. Mi sono chiesto se tutto ciò nasconda un segreto: sì, e credo di sapere quale sia. Me l’ha detto tra le righe lo stesso D’Andrea parlandomi di fisioterapia, di Milan, di Schettino e della Concordia, del modo con cui lui ha imparato a suonare il pianoforte, di come fare un buon caffè d’orzo. Di questo, e di altro, si è infatti discusso qualche settimana fa, nel corso di una cena a casa sua preparata dalla moglie Marta.

Ora, non è che io me ne vada in giro a citofonare a pianisti chiedendo di salire per cena. E’ che il caso, quando opera a dovere, ci sa fare. Da tempo lavoro con Stefano D’Andrea, il figlio. Un pomeriggio, davanti ad un aperitivo, gli parlo della mia passione per la musica e per il jazz, e dei miei brevi studi. “Avrai studiato con mio padre, allora. Insegna alla Civica”. Stupidamente gli chiedo: “Come si chiama?”. “Franco”. Io ci resto di sasso, e dimentico di precisare che forse Stefano intendeva il Cpm. Insomma, si finisce con l’impegno per una cena tutti insieme.

L’impegno è stato onorato. Anzitutto, ho capito che Stefano non si sbagliava: suo padre insegna alla Civica di Milano, ma quando la frequentavo lui era ancora al Cpm. Poi, ho mangiato ottimamente: tagliatelle ai carciofi, cotoletta con padellata di patate e cipolla, pasticcini e torta di mele (portata da me, e apprezzata per l’orgoglio di chi scrive), inevitabile e opportuno Lagrein (D’Andrea è di Merano), caffè d’orzo. Proprio sul caffè, Franco sorridendo ha ricordato come la moglie sia una cuoca eccellente, ma che l’orzo era meglio se l’avesse preparato lui. Nel mentre, girava e girava il cucchiaino nella mia tazza per diluire i grumi e consegnarmi una bevanda a regola d’arte. E intanto, raccontava.

Raccontava di come avesse imparato il pianoforte a 17 anni e da solo, dopo essersi cimentato con tromba prima e clarinetto poi. Raccontava del suo pianoforte e di come vivesse di una biologia propria, seguendo l’andare delle stagioni nel regolarsi da sé l’accordatura (me lo immagino cavernoso, in questi giorni di gelo). Raccontava del Milan, di cui è tifoso, e di come non riuscisse a capacitarsi che i cervelli del Milanlab non capiscano ancora del tutto che diavolo ha all’occhio Gattuso. Raccontava della Costa Concordia e della telefonata tra De Falco e Schettino, con tempi così perfetti da sembrare sceneggiata.

Soprattutto, raccontava di musica. Quando siamo rimasti soli a tavola, è stato lui a dare il via al tema chiedendo cosa suonassi quando suonavo. Sono bastati due o tre titoli di standard (Take the A-Train, Don’t get around much anymore) per ritrovarci a viaggiare tra Thelonius Monk, Bill Evans, Oscar Peterson, Andrè Previn, McCoy Tyner e il resto del pianismo jazz. Di ognuno – Monk, in particolare – D’Andrea spiegava il linguaggio, il tocco, il perché di un certo modo di suonare. Era come avere davanti Wikipedia con l’attendibilità dell’enciclopedia Britannica. Gli ho chiesto dei consigli su come armonizzare gli accordi della mano sinistra durante gli assoli, e lui è stato rassicurante: “Non puoi inventare di continuo: trova tre, quattro serie di combinazioni e usale ciclicamente. Lavora sugli intervalli di sesta e di terza. Sono suggestivi”.

A distanza di giorni, molto mi è rimasto del nostro incontro. Ma la cosa che più mi ricordo di Franco D’Andrea è il sorriso. Limpido, capace di disegnargli il volto di un ragazzo di 17 anni, affacciato sul mondo e curioso di esso. Eccolo, il segreto che credo di aver scoperto: essere un maestro, ma un po’ dimenticarsene per non perdere il contatto con il mondo stesso. Per mettere nelle note non solo il mestiere di oltre 50 anni di carriera, ma anche la stupefatta verità delle cose appena conosciute. E per ricordare a te stesso come si prepara un buon caffè d’orzo.

2 commenti:

  1. Che bel racconto! Mi sa che te lo pubblicizzo su fb! (posso?) io mi ricordo i tempi in cui Cerri, Intra e D'Andrea erano la triade del meglo del jazz italiano, ricordo mio padre che si comprava i loro dischi ascoltandoli la sera, ricordo un Fabrizio che approcciava al CPM (sarà lo stesso Fabrizio??? ;-) ) e il mio percorso "classico" che sembrava lontano anni luce!

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  2. Paola, certo che puoi! Grazie infinite!

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