Musica, senza steccati

venerdì 30 marzo 2012

Andrea Battistoni e la divulgazione musicale

08:31 Posted by Igor Principe , , 1 comment
Sono giorni di ribalta per Andrea Battistoni, musicale e mediatica. Sta dirigendo Le Nozze di Figaro alla Scala e ha appena scritto un libro per Rizzoli, Non è musica per vecchi. Sulle Nozze ha scritto Luca Sofri nel suo blog: non una recensione, ma un pensiero sui loggionisti che non hanno apprezzato la direzione (e sul quale mi riprometto di tornare). Del libro ha parlato lo stesso Battistoni da Fazio a Che tempo che fa.

Istintivamente Battistoni non mi comunica simpatia. Ha eccessiva sicurezza di sé. Che ci sta tutta, se consideriamo dove è arrivato ad un'età in cui metà dei suoi coetanei o sta per completare gli studi o organizza happy hour con gli amici. Ma mi ha dato l'impressione del saputello. Ma ciò nulla toglie alla bontà delle sue idee sulla musica. E sul modo di divulgarla.

Non è musica per vecchi è divulgativo, e intende attirare alla classica chi oggi non la conosce. E' un intento nobile che Battistoni - stando all'intervista: il libro devo ancora leggerlo - persegue affidandosi all'aneddotica (Arturo Toscanini e gli orologi da frantumare sul podio; Jean-Baptiste Lully che muore di setticemia per essersi ferito un piede battendo il tempo con una mazza ferrata) e ai consigli. Per lui l'ascolto della Quinta, del Nuovo Mondo, della Linz, dei Quadri di un'esposizione e del Bolero è il passepartout per l'ingresso nella musica classica (non cita l'Incompiuta). E con essi la Patetica, che Battistoni ama perché vi legge il racconto del dramma personale di Tchaikosvky. Un dramma insostenibile: pochi giorni dopo averne diretto la prima, il musicista si suiciderà misteriosamente (il mistero lo racconta bene Filippo Facci).

Si fa ascoltare, Battistoni. E - sono ottimista - mi sa che si fa leggere. "Parliamo della vita di questi poveri uomini che si sono raccontati nella musica", dice nel finale dell'intervista (la cui seconda parte è nel video lì sotto; qui la prima parte), invitando a spezzare tutti i malefici flauti dolci di cui sono infestate le ore di musica delle scuole medie. Ha perfettamente ragione, e mi spinge sempre più a diffidare (pur se a scatola chiusa) di idee divulgative come quella cui si ispira Mozart a modo mio.

giovedì 29 marzo 2012

Gershwin plays Gershwin (non benissimo, però)

06:27 Posted by Igor Principe , No comments
Tra pochi giorni uscirà il nuovo disco di quello che, in ambito classico, è un duo di popolarità da rockstar: Riccardo Chailly e Stefano Bollani. L'anno scorso fecero faville con la Rapsodia in Blu di George Gershwin; adesso si misurano con Maurice Ravel, Kurt Weill, Victor De Sabata e Igor Stravinsky, in un disco promettente: Sounds of the 30's.

I 30's sono gli anni Trenta del Novecento: quelli in cui il jazz era la musica più popolare, in cui agli Stati Uniti come frontiera di libertà espressiva guardavano i grandi di allora (Schoenberg, lo stesso Stravinsky), gli anni della Germania di Weimar e dell'esplosione - innocua e fertile - del cabaret (e di quella, altrettanto fertile ma ben più dannosa, del nazismo). Gli anni in cui lo stesso Gershwin impazzava grazie al suo talento irraggiungibile per la costruzione di melodie indimenticabili su armonie davvero geniali.

Gershwin era un pianista, e doveva avere delle mani enormi per riuscire a riempire lo spartito con intervalli (la distanza tra una nota e l'altra) così ampi, dai quali traeva la suddetta genialità (e pienezza) delle armonie. E' questo, forse, il primo pensiero che ho avuto ascoltando la versione per pianoforte solo della Rapsodia; e ho sempre continuato a pensarlo, anche dopo ripetuti ascolti.

A suonarla, però, non era lui ma altri interpreti. Poi un giorno il buon Federico mi passa un disco: Gershwin plays Gershwin - The Piano Rolls. Si tratta di quanto suonato, di se stesso, dal buon George sul cosiddetto player piano, cioè il pianoforte a rullo. Ho messo in cuffia la Rapsodia (la trovate nel video lì sotto) e ci sono rimasto. Male. E' meccanico, poco fluido e pressoché privo di dinamiche.

Forse è colpa del rullo. Forse, come moltissimi grandi compositori, Gershwin era un mediocre esecutore. Sta di fatto che, per la prima volta nella mia vita di fanatico gershwiniano, il mio idolo mi ha deluso.

lunedì 26 marzo 2012

Aretha, 70 anni inimitabili

01:32 Posted by Igor Principe , No comments
Ieri, perso in pensieri sulla divulgazione musicale per mezzo di Mozart, mi sono distratto e ho trascurato un compleanno importante: quello di Aretha Franklin. Con quella voce e quel senso della musica non poteva che nascere in una capitale delle note qual è Memphis.

Il Post, in questi casi, tratta la ricorrenza scegliendo una serie di brani secondo una linea precisa: non per forza le più famose. La selezione per Aretha è suggestiva. Mi permetto di aggiungere quella nel video. Famosissima. E meravigliosa.

domenica 25 marzo 2012

Mozart a modo mio (ma perché non a modo suo?)

07:04 Posted by Igor Principe , , 5 comments
Premessa: non ho visto il programma. Questa non è quindi una recensione, ma una riflessione sulla filosofia che sta dietro a Mozart a modo mio, che ieri ha debuttato su DeaKids. Riflessione che nasce dalla lettura della rassegna stampa a riguardo (un esempio tra tutti: Corriere.it, corredato da un paio di video).

Il conduttore è Matteo Macchioni: 28 anni, tenore, fama raggiunta grazie a un talent-show di peso qual è Amici. In Mozart a modo mio ha il compito di avvicinare i più piccoli all'opera, guidando tre bambini nella musica di Amadeus e portandoli a reinterpretare secondo lo stile pop, rock e dance l'aria Papageno.

Il programma è stato realizzato con AsLiCo, Associazione Lirica e Concertistica Italiana. C'è quindi - ammesso sia necessario - il placet di un'istituzione classica. Istintivamente, non lo vedo come un buon segno. Precisiamo: non avrei visto nemmeno come buon segno l'alzata di scudi del parruccume a custodia della sacralità di certa musica. Però non riesco a non pensare che se l'AsLiCo va sulla strada del Mozart in rock (per citare un bel libro di Loredana Lipperini di qualche anno fa), le vie della divulgazione musicale sono molto finite (cioè molto limitate).

Forse sto esagerando. Forse, come è accaduto con la Storia d'Italia a fumetti di Enzo Biagi o con la Storia della musica (sempre a fumetti) di Deyries, Lemery e Sadler, un bel po' di bambini scopriranno la bellezza di Mozart e della cosiddetta classica e se ne appassioneranno, facendone un terreno da coltivare per tutta la vita. Io stesso, dopotutto, da bambino leggevo e rileggevo quella Storia della musica lì.

Però la passione è nata anche grazie a uno sceneggiato quale Verdi, e a un'insegnante di nome Alice Mazzei Ferrari che aveva la capacità di far giocare i propri alunni con Mozart e affini senza chieder loro di trasformarlo in rock e in pop. Che sono divertenti, e molto (oltre, passatemi la considerazione pleonastica, che una forma di cultura popolare nobilissima). Però, ecco, se l'intento di avvicinare i bimbi alla classica fosse stato contemplato pensando un programma che racconti la classica per quello che è, e non per quello che può diventare grazie alle forme musicali più diffuse oggi, forse sarebbe stato meglio.

Così mi sembra il caso dell'insegnante d'arte che pensa di spiegarne la storia ai più piccoli disegnando due baffi alla Gioconda.

venerdì 23 marzo 2012

The Joshua Tree, 25 anni fa

06:30 Posted by Igor Principe , , No comments
Marzo è un mese di anniversari importanti per il rock. Il 21 si sono festeggiati i 60 anni di quello che viene considerato il primo spettacolo di rock'n'roll della storia. Il 19, i 50 anni dall'esordio di Bob Dylan. Il 9, infine, i 25 anni di The Joshua Tree.

Con quel disco gli U2 ribadirono al mondo la propria grandezza. Per quanto valga la mia opinione, non credo sia il loro disco più importante; lo è Achtung, Baby, con il quale gli irlandesi cambiano radicalmente direzione non sbagliando la strada. Ma The Joshua Tree è il punto di arrivo della loro "prima fase", ed è soprattutto l'espressione di una capacità: quella di ripetere, anche migliorandola un po', la freschezza del successo.

Nel 1987 gli U2 non hanno bisogno di consacrazioni. A quelle ci hanno già pensato Pride (In the name of love) e la loro performance al Live Aid. Hanno invece bisogno di un disco che dica al mondo: "Non siamo un fuoco di paglia, o una band buona per far impazzire solo l'Irlanda". Lo trovano, complice la perizia produttiva di Brian Eno e Daniel Lanois. Nell'anno in cui la stella più brillante è Madonna (ricordate che cosa fu Who's that girl world tour?), così brillante da riflettere luce anche su una meteora da lei prediletta di nome Nick Kamen, gli U2 incidono un disco che venderà 28 milioni di copie e piazzerà almeno tre canzoni nel novero di quelle che non passano mai.

Si tratta, sempre secondo la mia trascurabile opinione, delle prime tre: Where the streets have no name, I still haven't found what I'm looking for, With or without you. Quest'ultima, poi, ha una forza pazzesca. E non perché, secondo quanto si legge su Wikipedia, è forse la loro canzone più famosa. Ma perché, proprio per questa fama, resiste alle torture che le vengono inflitte.

With or without you è un pezzo armonicamente elementare: gira tutto il tempo su quattro accordi in quattro quarti. Il basso potrebbe suonarlo un bimbo di 9 anni dopo la terza lezione di musica. Difatti, non si contano le band da sala-prove-del-sabato pomeriggio che l'hanno suonata. E i falò in cui a un certo punto s'alzava al cielo il coro squarciato uooo-oo-oo-oooooo.

Eppure, With or without you è - fatte le debite proporzioni - come il Bolero di Ravel. La sua grandezza è nelle sfumature, nei controtempi discreti di Larry Mullen, negli echi della chitarra di The Edge. E nel crescendo, che la porta a esplodere a tre quarti e a calare di nuovo verso la fine. E' un'onda che ti travolge, e che a un certo punto si ritrae lasciandoti sulla spiaggia zuppo e felice.

E sarebbe pure un lento, ma così potente da non sfigurare come chiusura di uno show. Come accadde a San Siro nel 2005

mercoledì 21 marzo 2012

Uomini, poi musicisti: Fabio Concato

06:59 Posted by Igor Principe , No comments
Tutto parte da un tweet della mia amica Silvia: ‎#fabioconcato: un signore d'altri tempi, dalla gentilezza sconfinata. Bello incontrare persone del genere. Il pensiero a Franco Cerri e alla sua filosofia di vita - "Prima l'uomo, poi il musicista" - è immediato. E Fabio Concato ce lo ritrovo tutto.

E' quella, infatti, l'impressione di lui che ho sempre avuto. Artista autentico, gran scrittore di quel tipo di canzoni di cui ho detto già in passato, ma antitetico sia agli eccessi del divismo sia al tormento criptico di un certo tipo di cantautorato. Concato è lieve (che non significa leggero), ed è capace di mantenere questa sua forza anche quando canta il dramma dell'infanzia maltrattata. Dal suo modo di fare musica e di stare sul palco - lo vidi allo Smeraldo di Milano nel 2001, e fu un concerto molto bello (a un certo punto chiamò il nome di un suo compagno di scuola, che lo salutò dalla platea) - ho avuto l'impressione di un uomo che intendesse il mestiere di musicista come un privilegio da vivere con gioia, una responsabilità da cui non essere sopraffatto, e una forma di piena libertà.

Su questo ultimo punto mi aiutano le parole con cui Concato ha commentato l'uscita del suo ultimo disco (oggi, per la cronaca): "Ho avuto una crisi di idee: non sapevo cosa scrivere e mi era venuta la sindrome da foglio bianco, quella che colpisce gli scrittori. Inoltre avevo altre cose da fare come pensare un po' di piu' a me e alla mia famiglia. Avevo, insomma, da vivere, da fare altre cose". Non è da tutti poter permettersi di decidere di fare un disco solo quando sia il momento giusto; ma nemmeno è da tutti resistere alla tentazione di affidarsi al mestiere per produrre lavori di cui il primo a non avvertire l'esigenza è proprio l'autore (figuriamoci il pubblico).

Anche in questo, insomma, prima l'uomo e poi il musicista. Aspetto, quest'ultimo, tutt'altro che secondario. Concato è intriso di musica leggera di altissimo livello e di buon vecchio jazz. Lo ha raccontato lui, a suo modo, in una delle sue canzoni più belle: quella dedicata al padre (Gigi), che ha cantato chiudendo una delle puntate di Sostiene Bollani.

lunedì 19 marzo 2012

Il concerto: una lezione di divulgazione musicale

06:51 Posted by Igor Principe , , , No comments
Ieri sera su La7 hanno trasmesso Il concerto. Me lo sono goduto, e mi sono emozionato. Pure troppo, e questa cosa va considerata con la dovuta attenzione perché non è possibile che a quasi 39 anni di età io abbia l'emotività di un 86enne. Ma lasciamo andare.

Il concerto è un film bellissimo, e i premi che gli hanno dato sono meritati. E' bellissima la storia, è bellissima la vicenda dell'inconsapevole figlia d'arte, è commovente la battaglia contro l'antisemitismo dei vertici politici che non vogliono ebrei tra gli orchestrali (in una giornata come quella di oggi suona terribilmente attuale), è esilarante il ritratto degli artisti slavi e della decadenza russa.

Ed è, manco a dirlo, strepitosa la colonna sonora. Il fulcro è, come da titolo, il Concerto per violino op. 35 di Tchaikovsky. Tutto vi ruota intorno, anche se c'è spazio per altri frammenti. Uno tra tutti: il Titano di Mahler, il cui terzo movimento risuona in un momento topico della storia. Tutto il film, però, trasuda di Russia, violino e di un'opera che nella visione del protagonista è il mezzo per raggiungere l'armonia assoluta. La scena finale dice se l'obiettivo sarà centrato o meno. A me di quella scena ha colpito un particolare, visibile dal minuto 10.50 nel video lì sotto.



E' un'allegoria splendida di come dovrebbe essere la musica. Tutta la musica, ma soprattutto quella cosiddetta classica. E cioè: spontanea. Nell'aeroporto in cui si incrociano due orchestre - quella ufficiale del Bolscioi, quella zingaresca che si finse tale e che dal Concerto è poi decollata verso una vita propria - va in scena uno scontro di stile e di vedute. I primi sono ingessati come pinguini; i secondi sono sguaiati come tamarri. I primi appaiono mesti; i secondi debordano di vita. Entrambi suonano lo stesso tipo di musica.

Ok, forse sto esagerando, ma io ci ho visto una lezione: se la musica cosiddetta classica uscisse dall'accademia, smettesse di parlare ai soli appassionati, si colorasse un po' di più, sarebbe molto più popolare. Credo che un po' stia accadendo: nella parzialità della mia percezione avverto un interesse per i classici ben più diffuso che in passato. Ma è proprio sulla base di ciò che mi chiedo se non sia il caso di potenziare lo studio della musica e della sua storia nelle scuole, ricordando che, in fondo, il fuoco che bruciava in Listz non è poi diverso da quello che ardeva in Benny Goodman o in Elvis Presley. Poi, certo, c'è un linguaggio da apprendere, e quello di Listz è ben più complesso di quello parlato dagli altri due.

Ma i lunguaggi si imparano. Basta trovare gli insegnanti giusti.

giovedì 15 marzo 2012

Come si scopre la musica? (O dell'arte di Franz Schubert)

02:00 Posted by Igor Principe , , No comments
Come si scopre la musica? La risposta più scontata è: così, per caso. La scopri, senza accorgertene, già nel ventre di tua madre; la riscopri quando ti incanta davanti alla tv (come accadeva a me con la Gazza Ladra); la scopri ancora entrando in una stanza dove tua zia fa suonare una cassetta con Penny Lane; o con un amico dei tuoi cui chiedi di provare per la prima volta una cuffia, e lui fa partire Tchaikovsky. O ancora, con tuo padre che ascolta fino allo sfinimento Harry Belafonte e Ray Charles

Se però dovessimo immaginare un modo istituzionale, una regola secondo la quale chi di musica sia a totale digiuno può conoscerla in un modo ufficiale, a quale artista dovremmo rivolgerci? Una regola consuetudinaria porta a Mozart, a Beethoven e a Bach, e a quanto segue: Eine Kleine Nachtmusik e le Variazioni su un tema facile facile; Quinta sinfonia e Per Elisa; Toccata e fuga in re minore. Musiche i cui incipit sembrano incardinati nel Dna di ciascuno di noi. Ma proviamo a romperla, quella consuetudine, e pensiamo ad altri. Mi ci metto, e finisco a Franz Schubert

Anche Schubert ha un cardine nel nostro Dna, ed è la sua Ave Maria. Ma fuori dalla genetica, sembra si presti particolarmente al ruolo di apripista nel mondo della cosiddetta musica classica. L'esperienza personale mi porta a ricordare che il suo Improvviso n.2 Op. 90 è stato il primo brano classico che non ho dovuto, ma voluto studiare. E quando una cosa la vuoi, è un po' come scoprirla. 

Poi ci sono i fatti oggettivi. Penso a Massimo Mila, storico e critico musicale tra i maggiori del Novecento, che raccontava di come cercasse di instillare un minimo di interesse per la musica in Cesare Pavese: "In un supremo tentativo di convertirlo alla musica, gli avevo fatto il solito colpo dell'Incompiuta, che m'era sempre riuscito con altri refrattari. Chi può resistere all'uscita del secondo tema nei violoncelli? Macché! Aveva ascoltato con indifferenza, tormentandosi i capelli, e annuendo di mala voglia". A Pavese, dice sempre Mila, piaceva Under the shadow of the old apple tree, di Duke Ellington.

Quel secondo tema è poi una delle poche cose di musica che si incontrano leggendo di Montalbano, il quale lo canticchia nel Cane di terracotta. E la stessa, meravigliosa sinfonia guida Tom Cruise alla ricerca del crimine preventivo di fronte a un grosso tablet. E ancora, eccola riaffiorare dove meno te l'aspetti.

Mi viene in mente anche Kubrick, con il Trio e la Danza tedesca in Barry Lyndon. Ma preferisco fermarmi all'Incompiuta. Mentre scrivevo questo post, la riascoltavo. 

Diavolo se aveva ragione, Mila.

lunedì 12 marzo 2012

A un anno da Fukushima: Hope for Sunrise

04:50 Posted by Igor Principe , , No comments
L'anniversario della tragedia giapponese - un terremoto, uno tsunami, un incidente nucleare - era ieri, domenica 11 marzo. Ma parlarne oggi non toglie forza al ricordo. Dopotutto, laggiù non sono pochi coloro che ancora devono venire a patti ogni giorno con le conseguenze dell'accaduto.

L'anno scorso fui colpito dalle considerazioni non felici di Ryuichi Sakamoto. In quello stesso post rimandai anche ad un lavoro di Cesare Picco su un caposaldo della cultura letteraria giapponese, la Storia di Genji.

Picco ha un forte legame con il Giappone, dove gode di un seguito formidabile. All'indomani dell'11 marzo dedicò alle vittime e ai sopravvissuti un brano originale, Hope for Sunrise. E' arduo dire se la speranza si sia avverata, anche se dalle molte foto di confronto tra allora e oggi c'è da essere ottimisti. E' meno arduo affermare che l'omaggio musicale è dolce e toccante. Mi sembra naturale riproporlo.

sabato 10 marzo 2012

Parte il soundtrack, e tu piangi

05:47 Posted by Igor Principe , , , No comments
[Premessa doverosa: questo post è un'autopromozione]

Una decina di giorni fa ho vissuto mezz'ora nel mio passato professionale di giornalista musicale, intervistando un musicista. Si tratta di Paolo Buonvino, che la communis opinio indica come il possibile erede di Ennio Morricone. Non nascondo di esserne stato felice, avendo un'autentica passione per le colonne sonore. Con lui ho parlato di come, appunto, una colonna sonora riesca dettare le emozioni di chi sta in sala.

L'intervista è uscita su Yahoo! Cinema. Lo spunto veniva da un altro articolo apparso su Yahoo! UK, in cui si facevano esempi di scuola per l'uso delle note a commento di scene a forte impatto emotivo. Si parlava dello Squalo (dum-dum-dum-dum...), del Miglio Verde, di Indiana Jones. E se ne parlava in modo decisamente banale. Vuoi piangere? Usa gli archi dolcemente su un modo minore. Vuoi ridere? Suona un basso tuba. Cose onomatopeicamente ovvie.

Buonvino ha parlato d'altro, approfondendo le chiavi della percezione musicale e dicendo una cosa intrisa di buon senso: "Se sei un attore e devi piangere, o usi la cipolla sotto agli occhi o pensi a qualcosa che ti emozioni". Facile capire che la cipolla sono i metodi di cui sopra. Facile capire che le emozioni non stanno nel modo scientifico di leggere la musica (emblematico il caso di Adele e di Someone Like You).

Molto meno facile, invece, è scrivere una colonna sonora che intrecci vari tipi di emozioni, commentando una scena con sentimenti ipoteticamente contrastanti quali l'ironia e la malinconia. Fiorenzo Carpi, per fare un nome, c'è riuscito. Come sanno tutti coloro che non dimenticheranno mail il Pinocchio di Luigi Comencini

giovedì 8 marzo 2012

Il filo rosso tra Robert Sherman e Lucia Mannucci

Ci ho pensato un po', prima di scrivere questo post. A parte la parentesi di Springsteen, sarebbe il quarto pezzo in otto giorni ispirato da un addio. Un po' troppo, ne converrete. Ma frenare un pensiero su Robert Sherman e su Lucia Mannucci è difficile. E un pensiero se lo meritano.

Lucia era la voce femminile del Quartetto Cetra, Sherman era tra i più importanti compositori di colonne sonore. Entrambi hanno lasciato un segno nel Novecento musicale. Non un solco decisivo: per quello dovremmo parlare di Stravinsky e Schoenberg, di Armstrong e Davis, di Elvis e dei Beatles. Ma un segno indelebile, quello sì. Ed è facile capirne il motivo. Se vado da una persona e le dico "Lucia Mannucci" o "Robert Sherman", la possibilità che mi risponda con un "embè?" è piuttosto congrua. Ma se poi alla stessa persona aggiungo: "Nella vecchia fattoria" è "Cancaminì cancaminì spazzacamin", state certi che capisce. E non potrebbe essere diversamente, trattandosi di due dei brani più celebri del catalogo popolare del secolo scorso.

Se lo meritano, un pensiero. Anzi, due. Il primo è per raccontare il filo rosso chiamato Walt Disney, in nome del quale Mannucci e Sherman sono stati legati. Lucia, con il Quartetto Cetra, ha partecipato al doppiaggio di Dumbo, cantando alcune parti corali e ricevendo una lettera autografa di congratulazioni da parte dello stesso "zio Walt". Robert ha scritto le musiche di Mary Poppins, del Libro della Giungla, degli Aristogatti (e di altro ancora).

Il secondo pensiero è sulla categoria di musicisti cui entrambi appartengono. Una categoria che, personalmente, mi ha sempre affascinato: coloro che sono una musica, e non un nome. In un certo senso, il contrario di Stravinsky. Mi spiego con un fatto che mi riguarda: ogni volta che da bambino mi chiedevano come mi chiamassi, alla risposta "Igor" seguiva quasi sempre la chiosa "Aaah, Stravinsky". Un riflesso pavloviano, dopo un po' anche fastidioso. Ebbene, posso tranquillamente affermare che il 95% di queste persone non ricordava una nota composta dal genio russo, e che se avessi detto loro a bruciapelo "Sì, quello di Petruska" sarebbero rimasti interdetti.

Al contrario, Mannucci e Sherman sono per molti (moltissimi) le note che hanno scritto, suonato e cantato. Lasciano la scena alla musica e stanno a guardare come riesce a resistere nel tempo. Nel loro caso, è il durare di una quercia e di un ulivo, piantati nel terreno per secoli a vedere le persone passare sotto i loro rami. Con i loro brani hanno cantato e cantano generazioni di bambini. Per stare a me: hanno cantato i miei genitori, i miei zii più giovani, ho cantato io. E ora cantano i miei figli, che prima di andare all'asilo sbraitano per casa che "Tutti quanti voglion fare jaaaaaazz", o che in macchina chiedono il cd con la canzone degli animali di cui fare il verso.

Eccola, la loro grandezza. Che non sarebbe tale se quelle canzoni non fossero autentici gioielli di composizione ed esecuzione. Uno dice "roba da bambini"; provate ad ascoltarle bene, a sentire quanto swing c'è nell'incedere del Quartetto o nella tromba di Scat-cat. Se quella è roba da bambini, che diavolo è Hello Spank? Roba per canarini?

martedì 6 marzo 2012

Wrecking Ball, il nuovo disco di Bruce Springsteen (non una recensione)

Ho ascoltato Wrecking Ball, uscito oggi in tutto il mondo. La mia passione per Bruce Springsteen - come ho già detto molte volte, e come mi sento di ribadire per una questione di correttezza - è del tutto istintiva e di pancia. Ascolto ogni tipo di musica, e mi attraggono i linguaggi complessi della classica e del jazz. Non sono un rockettaro o un fan assoluto di cantautori e storytellers, e amo moltissime cose del pop. Questo per dire, insomma, che forse sono uno springsteeniano atipico. Uno che non segna sull'agenda il concerto a Milano di Bob Dylan.

Credo siano premesse importanti per spiegare perché, secondo me, questo ultimo disco di Bruce è un gran disco. Lo è perché ci trovo un potente ritorno alla cura degli aspetti musicali. Dopo l'anteprima per la stampa, a Parigi, sui giornali sono usciti articoli prevalentemente concentrati sui testi e sull'immagine del Boss come del cantore dell'America in crisi, alle prese con il dissolversi del sogno offerto da Obama. Di musica s'è parlato poco, se non per far capire ai lettori che in questo disco c'è qualche novità: per esempio l'hip-hop, per esempio le cornamuse.

Sì, è vero. Ci sono. Ma c'è anche altro. Come ha sottolineato ieri sera Marina Petrillo presentando Wrecking Ball alla Fnac di Milano, c'è la biblioteca sonora di Ron Aniello, il produttore. Una biblioteca di elementi campionati che arricchisce in modo stupefacente la musica di Springsteen, ricordando che lui non è solo un formidabile autore di testi. Parlare di campionamento può far storcere il naso ai fan più in sintonia con le ruvidezze del rock; a quelli, in altre parole, innamorati dell'essenzialità di Darkness on the Edge of Town (chitarre, basso, tastiere, batteria e un sax sullo sfondo), rispetto al quale questo nuovo disco sta a 180 gradi. Invece io credo che il ricorso al campione sonoro non sia una perdita di spontaneità, un affidarsi a una sorta di musica "in provetta". Credo invece arricchisca il racconto testuale, anche citando esplicitamente gli spari del Superdome di New Orleans (si sentono in We Take Care of Our Own) nei giorni di Katrina, o decidendo di esplorare la ritmica e il sound hip-hop (Rocky Ground), o infilandoli tra le battute di Land of Hope and Dreams, rinnovando così un brano noto e amato da una dozzina d'anni.

Le novità sonore, poi, si sposano con la tradizione folk già esplorata da Springsteen nelle Seeger Session, e qui riproposta con le citate cornamuse, con il banjo, con la fisarmonica, con una sezione fiati in cui la tromba recita da protagonista (l'ultima volta è stato con With Every Wish, una delle tre canzoni da salvare di Human Touch). Il matrimonio regge, ed è l'altro elemento che fa di questo disco un gran disco. Una cosa che ascolti e non ti vien voglia di passare talvolta alla traccia successiva (come mi accadeva in Working On a Dream e in Magic). Un disco che potrebbe essere un nuovo Born in the USA.

Sono impazzito? No, semplicemente penso alla mia storia. Nel 1985 avevo nemmeno 12 anni e ascoltavo quanto passavano le radio allora (Duran Duran, Culture Club, Spandau Ballet, Talk Talk, Howard Jones, Wham!). Un giorno, su Deejay Television, passa il video di Dancing in the Dark. E' la canzone più pop che Bruce Springsteen abbia scritto sino ad allora, letteralmente dominata dai sintetizzatori. Anni luce lontani da The Promised Land, per dirne una. Ci resto secco. Mi faccio comprare Born in the USA - disco impregnato di suoni anni 80, molto diverso da tutto quanto inciso negli anni passati - e si accende la scintilla che tuttora mi lega alla musica di Bruce.

Chissà: magari in giro c'è qualche dodicenne che ascoltando Wrecking Ball si veda accendere quella scintilla. E poi scopra tutto il resto, lasciandosi contagiare da un morbo di splendida follia, dalla quale si spera di non guarire mai.

lunedì 5 marzo 2012

Un animale muore, 30 anni fa: John Belushi

04:06 Posted by Igor Principe , , No comments
Spiace constatare di dover ancora parlare di dipartite, ma trent'anni fa se ne andava John Belushi. Musicista per caso, l'"animale (in da house)" era un attore con un'idea ben precisa: essere incasinato. La sua pagina su Wikiquote si apre infatti con questa considerazione: "I miei personaggi dicono che va bene essere incasinati. La gente non deve necessariamente essere perfetta. Non deve essere intelligentissima. Non deve seguire le regole. Può divertirsi. La maggior parte dei film di oggi fa sentire la gente inadeguata. Io no".

Come musicista era meno incasinato. Sfruttò intelligentemente l'idea di uno sketch, si inventò con Dan Aykroyd una coppia di personaggi ed ebbe la forza di farli diventare reali. Perché non dobbiamo dimenticarci di una cosa: i Blues Brothers non esistono. Jake ed Elwood Blues non sono registrati ad alcuna anagrafe. Sono personaggi inventati, come se Butch Cassidy e Sundance Kid fossero andati in giro a suonare country nei locali americani. Eppure, quando penso (e credo di poter dire "pensiamo") ai Blues Brothers io non vedo Dan e John, ma Jake ed Elwood. E, dietro di loro, uno stuolo di gente che, con uno strumento tra le mani, sapeva dove metterle.

Basta questo per rimarcare la grandezza di Jake (John). E anche quella di Dan, che seppe non rimanere attaccato alla fama di Elwood. Per il resto, suggerisco di leggere Ferruccio Gattuso su Yahoo! (di Ferruccio parlerò ancora). E di ascoltare questo irresistibile concentrato di energia.

giovedì 1 marzo 2012

La più bella canzone di Lucio Dalla

08:15 Posted by Igor Principe , 1 comment
A uno sguardo su Facebook, Twitter e Google+ di oggi, sembra che tutti amassero Lucio Dalla. E' come essere davanti a un telo bianco sul quale ciascuno lascia il proprio ricordo. Se fossi un artista un artista e se fossi appena passato altrove, non vorrei omaggio più bello. Riuscirei anche a non chiedermi quanti lo stiano facendo con sincerità e quanti invece solo per il gusto di partecipare all'inevitabile chiacchiera collettiva che monta in queste occasioni. Semplicemente, a tutti i grazie cinguettati o postati mi limiterei a sorridere un: "Grazie a voi".

Quanto al mio cinguettio, c'è il rischio diventi l'interminabile canto di un merlo al mattino: lungo e modulato. Lucio Dalla e la sua musica sono scintille che accendono decine di momenti vissuti. Sono Raoul che canta Caruso; sono Paolo che canticchia Tutta la vita; sono un insegnante di religione che cerca di farci ragionare su "cosa sarà che fa morire a vent'anni anche se vivi fino a cento" (e noi continuiamo a farci gli affari nostri); sono papà che si chiede "quale allegria cambiar faccia cento volte per far finta di essere un bambino"; sono un insegnante di musica di terza media che pretende di insegnarci Itaca; sono l'istintivo magone di sapere che "l'America è lontana, dall'altra parte della Luna"; sono mia madre che stona 4 marzo 1943; sono Raoul e Matteo che mi chiamano per farmi sentire Attenti al Lupo rifatta per dileggiare il professore di filosofia; sono uno spot Fiat che mi piaceva un sacco; sono un gruppo di parenti e amici in una baita in montagna, con una chitarra che strimpella "Caro amico ti scriiiiiiiivo..."; sono un gruppo di amici con chitarre e percussioni a cantare erotismi sotto la veranda di un bar a Capo Vaticano; sono i passi verso il jazz che anche un brano come Misterioso (dove suonano Franco D'Andrea e Ares Tavolazzi) mi ha aiutato a fare.

Sono tante altre cose, ed è il caso di piantarla lì. Ma c'è una cosa in cui Lucio Dalla si astrae dalla personalità dei miei ricordi per vestirsi di obiettività. Anzi, due. La prima è ciò che ci dicemmo quanto lo intervistai, anni fa. Fu una chiacchierata al telefono per presentare un suo spettacolo a Milano. Faceva continui riferimenti alle sue canzoni perché temeva che io non le conoscessi. Non era un vezzo: era sincero. Anche per non andare troppo per le lunghe, a un certo punto gli ho dovuto dire che non ce n'era bisogno, e che ero cresciuto con le sue canzoni grazie alla passione dei miei genitori, che poi è diventata anche la mia. Mi ha ringraziato sempre con sincerità. Quando ci penso, mi viene in mente Franco Cerri: "Prima l'uomo, poi il musicista".

L'altra è la canzone nel video. Tra quelle di Lucio Dalla è per me la più bella, perché ogni volta che la ascolto mi sembra sempre sia la prima volta. E sono felice di postarne la versione che mi lasciò inchiodato alla poltrona quando la vidi, in diretta, in uno dei più bei programmi di musica in tv.

E' morto Lucio Dalla

03:44 Posted by Igor Principe , 1 comment
Su Twitter è un diluvio di cinguettii tristi: è morto Lucio Dalla. Era in tour in Svizzera. Era uno dei miti della canzone italiana. Era anche una persona deliziosa, come ho potuto constatare quella volta che l'ho intervistato per il Giornale, anni fa.

Tra 3 giorni sarebbe stato il 4 marzo. E lui avrebbe compiuto 69 anni.