Musica, senza steccati

martedì 6 marzo 2012

Wrecking Ball, il nuovo disco di Bruce Springsteen (non una recensione)

Ho ascoltato Wrecking Ball, uscito oggi in tutto il mondo. La mia passione per Bruce Springsteen - come ho già detto molte volte, e come mi sento di ribadire per una questione di correttezza - è del tutto istintiva e di pancia. Ascolto ogni tipo di musica, e mi attraggono i linguaggi complessi della classica e del jazz. Non sono un rockettaro o un fan assoluto di cantautori e storytellers, e amo moltissime cose del pop. Questo per dire, insomma, che forse sono uno springsteeniano atipico. Uno che non segna sull'agenda il concerto a Milano di Bob Dylan.

Credo siano premesse importanti per spiegare perché, secondo me, questo ultimo disco di Bruce è un gran disco. Lo è perché ci trovo un potente ritorno alla cura degli aspetti musicali. Dopo l'anteprima per la stampa, a Parigi, sui giornali sono usciti articoli prevalentemente concentrati sui testi e sull'immagine del Boss come del cantore dell'America in crisi, alle prese con il dissolversi del sogno offerto da Obama. Di musica s'è parlato poco, se non per far capire ai lettori che in questo disco c'è qualche novità: per esempio l'hip-hop, per esempio le cornamuse.

Sì, è vero. Ci sono. Ma c'è anche altro. Come ha sottolineato ieri sera Marina Petrillo presentando Wrecking Ball alla Fnac di Milano, c'è la biblioteca sonora di Ron Aniello, il produttore. Una biblioteca di elementi campionati che arricchisce in modo stupefacente la musica di Springsteen, ricordando che lui non è solo un formidabile autore di testi. Parlare di campionamento può far storcere il naso ai fan più in sintonia con le ruvidezze del rock; a quelli, in altre parole, innamorati dell'essenzialità di Darkness on the Edge of Town (chitarre, basso, tastiere, batteria e un sax sullo sfondo), rispetto al quale questo nuovo disco sta a 180 gradi. Invece io credo che il ricorso al campione sonoro non sia una perdita di spontaneità, un affidarsi a una sorta di musica "in provetta". Credo invece arricchisca il racconto testuale, anche citando esplicitamente gli spari del Superdome di New Orleans (si sentono in We Take Care of Our Own) nei giorni di Katrina, o decidendo di esplorare la ritmica e il sound hip-hop (Rocky Ground), o infilandoli tra le battute di Land of Hope and Dreams, rinnovando così un brano noto e amato da una dozzina d'anni.

Le novità sonore, poi, si sposano con la tradizione folk già esplorata da Springsteen nelle Seeger Session, e qui riproposta con le citate cornamuse, con il banjo, con la fisarmonica, con una sezione fiati in cui la tromba recita da protagonista (l'ultima volta è stato con With Every Wish, una delle tre canzoni da salvare di Human Touch). Il matrimonio regge, ed è l'altro elemento che fa di questo disco un gran disco. Una cosa che ascolti e non ti vien voglia di passare talvolta alla traccia successiva (come mi accadeva in Working On a Dream e in Magic). Un disco che potrebbe essere un nuovo Born in the USA.

Sono impazzito? No, semplicemente penso alla mia storia. Nel 1985 avevo nemmeno 12 anni e ascoltavo quanto passavano le radio allora (Duran Duran, Culture Club, Spandau Ballet, Talk Talk, Howard Jones, Wham!). Un giorno, su Deejay Television, passa il video di Dancing in the Dark. E' la canzone più pop che Bruce Springsteen abbia scritto sino ad allora, letteralmente dominata dai sintetizzatori. Anni luce lontani da The Promised Land, per dirne una. Ci resto secco. Mi faccio comprare Born in the USA - disco impregnato di suoni anni 80, molto diverso da tutto quanto inciso negli anni passati - e si accende la scintilla che tuttora mi lega alla musica di Bruce.

Chissà: magari in giro c'è qualche dodicenne che ascoltando Wrecking Ball si veda accendere quella scintilla. E poi scopra tutto il resto, lasciandosi contagiare da un morbo di splendida follia, dalla quale si spera di non guarire mai.

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