Musica, senza steccati

sabato 28 aprile 2012

La Giornata Internazionale del Jazz

13:58 Posted by Igor Principe , No comments
Lunedì 30 aprile si celebra, sotto l'egida Unesco, la Giornata Internazionale del Jazz. L'istinto mi dice che è una notizia meravigliosa. Adoro il jazz perché si fonda sull'improvvisazione, che poi è composizione immediata di gran musica. Lo adoro perché mi fa battere i piedi e muovere la testa. Lo adoro perché se dici "suona un accordo di do" a un pianista classico, lui suona do-mi-sol; ma se lo dici a un pianista jazz lui suona do-mi-sol-si bemolle-re-la bemolle-do diesis, e lo fa in modo che il tuo orecchio, invece di denunciarlo per abuso di dissonanza, lo trovi affascinante. Lo adoro perché mi ha sempre dato la scusa di suonare le note che voglio io, e di non faticare su quelle cui lo spartito classico giustamente ti obbliga. Lo adoro perché in jazz puoi convertire MonteverdiBach o i Peter Gabriel. Lo adoro perché è libero.

Poi però mi fermo a pensare: perché una Giornata Internazionale del Jazz? C'è allora quella della Classica? O del Pop? Ho cercato informazioni, ma non le ho trovate. Ho invece trovato le ragioni per le quali l'Unesco ha proclamato la ricorrenza. Eccole: 

- Jazz breaks down barriers and creates opportunities for mutual understanding and tolerance;
- Jazz is a vector of freedom of expression;
- Jazz is a symbol of unity and peace;
- Jazz reduces tensions between individuals, groups, and communities;
- Jazz fosters gender equality;
- Jazz reinforces the role youth play for social change;
- Jazz encourages artistic innovation, improvisation, new forms of expression, and inclusion of traditional music forms into new ones;
- Jazz stimulates intercultural dialogue and empowers young people from marginalized societies.

Di tutto questo catalogo, io credo che specifico del jazz sia solo il penultimo punto (dicevo infatti di Bach e di Gabriel). Tutto il resto mi pare lo faccia la musica. Tutta, senza steccati.

Messa così, della Giornata Internazionale del Jazz mi sfugge il senso. O forse c'è, ed è connesso all'essenza stessa di una musica che, dopotutto, "se non sai cos'è, allora è jazz!". Quindi, chissenefrega del senso. Godiamoci il 30 aprile, ascoltando tutto quello che le radio e la rete e gli eventi in giro per il mondo faranno suonare. Da par mio, oltre a non perdermi Richard Galliano ospite nella puntata speciale di Sostiene Bollanidi sicuro non mancherò di ascoltare il brano che del jazz mi ha aperto le porte. Era il primo su una cassetta di mio padre, registrata da non so chi. Non ricordo nemmeno che età avessi (ma ero piccolo), ed è stata una rivelazione di cui è artefice Billy Strayhorn. Anche se, per il resto del mondo, è la sigla con cui il Duca apriva i suoi show.

venerdì 27 aprile 2012

Cesare Picco: Piano Calling

00:46 Posted by Igor Principe , No comments
Piano Calling è il titolo dell'ultimo disco di Cesare Picco, che stasera lo presenta in concerto a Ravello. Lo sto ascoltando da quando è uscito (16 aprile), e da quando è uscito mi conferma l'unicità di Picco.

Mi spiego. Ogni musicista che valga ha una propria unicità: può essere dotato di una tecnica formidabile, o può suonare dando allo strumento una voce diversa da tutte le altre. Può essere un creatore di armonie mai ascoltate prima, o un geniale assemblatore di stimoli sonori. Oppure, ed è il caso di Picco, rifuggire da ogni forma di incasellamento.

Se penso alla sua musica non riesco a catalogarla se non come musica. E basta. E' una musica che pesca dal jazz, dalle armonie orientali, dal samba, dalla tradizione classica, dall'elettronica, dai geni melodici del canto italiano. Prende tutto questo, e lo rielabora in qualcosa di nuovo.

Questa alta panetteria, nei dischi precedenti, lasciava spazio per indovinare dove stessero gli ingredienti di base (penso a Bach to me, il cui titolo dice tutto; ma penso anche a Light Line, dove Sambaista omaggia il Brasile e dove L'orologio non lesina fraseggi jazz; e a In My Room, con quel gioiello di sensibilità e dolcezza che è Adagio). In Piano Calling, il panettiere chiude ogni spazio aperto. Provi a cercare un appiglio a generi e stili, ma ti ritrovi ad ascoltare un disco che non è un insieme di brani. E' un tutt'uno. Buttandola sul matematico: è quel risultato che dà qualcosa in più della sommatoria di tutti gli elementi. E', di nuovo, espressione di unicità.

Sono tanti, i brani di Piano Calling. Se mi chiedessero di sceglierne uno, direi Light on you. A me Picco piace quando disegna gli spazi tra le note. Quando ne suona poche, lasciandole risuonare. In quel brano, fa una cosa che avevo letto su Glenn Gould alle prese con il Primo Preludio e Fuga per clavicembalo ben temperato (nel video c'è l'esecuzione di Friedrich Gulda) scritta da Alessandro Baricco non ricordo dove. Quel che fa è "far passare la luce". Forse perché ci si arriva dopo le suggestioni ombrose di Life between. Sta di fatto che, al primo accordo di Light on you, è come se qualcuno fosse entrato in una stanza e avesse aperto la finestra su un mattino di sole.

lunedì 23 aprile 2012

George Gershwin, dal loggione

Sabato sera ero alla Scala per il concerto della Filarmonica. Programma interamente dedicato a George Gershwin: Catfish Row, Un americano a Parigi, Concerto in Fa. Direttore, Riccardo Chailly; pianista, Stefano Bollani.

Un concerto che attendevo, amando visceralmente la musica dell'americano - l'unicità del suo talento merita un post a parte - e avendo molto, molto apprezzato quanto pubblicato da Bollani e Chailly l'anno scorso. Un concerto in cui mi sono emozionato più volte: all'attacco di Summertime, alle prime note del Blues dell'Americano a Parigi, sullo swing di Rialto Ripples (primo dei bis). Ciò mi porta su un piano di acriticità pressoché totale, dal quale non posso permettermi recensioni.

Posso però permettermi di tornare su una questione: quella dei loggionisti. Mi affido a un piccolo tentativo di drammaturgia.

Interno teatro, I galleria. Ore 19.55 circa. Dialogo a due.
Loggionista 1: Hai sentito le Nozze?
Loggionista 2: Sì... una...
1: Una ciofeca
2: Già. L'hanno buuato
1: Ancora?
2: Sì, anche nelle repliche
1: E certo. Voglio dire, hai 24 anni, e scrivi il libro, e fai le Nozze, e vai da Fazio. Oh, e calmati un po', eh.

Il dialogo di cui sopra si riferisce ad Andrea Battistoni, direttore d'orchestra molto giovane, autore del libro Non è musica per vecchi. Battistoni ha diretto le Nozze di Figaro, e su questa cosa ho avuto uno scambio di opinioni con Luca Sofri. Ma andiamo avanti.

Interno teatro, I galleria. Ore 21.45 circa. Dialogo a due.
Loggionista 1: Grande! Grande.... Ah, adesso suona una cosa sua, l'ha fatta nei bis alla prova aperta.
Loggionista 2: Ah, sì? Maddai!
1: Eccola... sì, sì, è sua.

Il riferimento è al terzo dei bis che Bollani ha suonato, aiutato dal contrabbasso e dalla batteria. Si tratta di Autumn Leaves, nota anche come Les feuilles mortes (o Le foglie morte). Musica di Joseph Kosma, testo di Jacques Prevert, anno 1945.

Vien voglia di dar ragione a Sofri e a quanto pensa dei loggionisti. E di brutto pure.


venerdì 20 aprile 2012

Stefano Boeri tra Celentano e Pianocity

06:33 Posted by Igor Principe , , , No comments
Stefano Boeri è architetto (urbanista) e assessore alla Cultura del Comune di Milano. Ha diretto Domus, che nel settore è tra le pubblicazioni principali. Ha un curriculum di peso e di valore, dal quale emerge il profilo di un intellettuale con una visione del futuro.

Ed è da visionario - nell'accezione migliore del termine - la sua adesione, come titolare dell'assessorato Cultura a Pianocity. Dal 12 al 14 maggio, Milano diventerà una sorta di capitale del pianoforte, con concerti in ogni dove. Soprattutto, nelle case. Importata da Berlino, l'iniziativa ha una particolarità: accanto ai concerti istituzionali se ne terranno di privati. Chiunque abbia un pianoforte (non digitale; un piano vero, insomma) e lo sappia un minimo suonare può iscriversi e aprire casa propria al pubblico per un concerto. Un gesto tutto sommato semplice, ma profondamente innovativo: a casa mia ho suonato innumerevoli volte per gli amici. Pensare di farlo per un pubblico di sconosciuti da ospitare è molto stimolante (piccolo dettaglio: non potrò. Non ho un piano vero).

Torniamo a Boeri. L'adesione a Pianocity è dunque segno di una politica culturale fatta di idee non banali. Ecco perché - conoscendo un po' il suo lavoro come architetto, avendolo ascoltato in diverse interviste, avendolo anche incontrato anni fa per una sua iniziativa con il Politecnico - non riesco a capire il senso di questa notizia: Celentano maestro di musica per i giovani.

Fatta la tara alla facilona sintesi giornalistica, leggo il pezzo e mi chiedo: ma perché? Si parla di un progetto multifunzionale che interesserà l'area milanese della Fabbrica del Vapore (zona Monumentale). Adesso c'è una sede temporanea del teatro Ciak dove è in scena il musical Priscilla. Quando, il 30 aprile, termineranno le repliche si dovrà capire che farne, dell'area. Allora, ecco il progetto di un polo multifunzionale dedicato ad arti di scena e musica. I nomi delle personalità che avranno qualche incarico sono: Enrico Intra, Franco Cerri, Dario Fo, Adriano Celentano. Tutti, ne converrete, non proprio dei ragazzini.

Ma il punto non è l'età. Che Intra e Cerri si occupino di musica, non può che farmi piacere. Sono due jazzisti di livello mondiale e due insegnanti eccellenti. Hanno fondato i Civici Corsi di Jazz, hanno il polso sulle nuove leve. Posso immaginare che sulla ribalta ci saranno poco, lasciando ad esse il doveroso spazio. Qualche riserva ce l'ho su Dario Fo, il cui valore come uomo di teatro però non discuto.

Ma Celentano? Non è bastato il nulla mostrato a Sanremo? O c'è qualcosa che non sappiamo, qualcosa di estremamente valido innovativo che accade dietro le quinte e che lui, per imperscrutabili ragioni, non divulga preferendo l'esausto ruolo di predicatore?

Questa mossa di Boeri, insomma, non l'ho capita.

mercoledì 18 aprile 2012

Ancora su Bollani e Chailly: Sound of the 30's

Come avevo detto - minacciato? - parlando di Stefano Bollani e Riccardo Chailly alla Scala, eccomi a scrivere di Sound of the 30's. Il disco, inciso dal direttore e dal pianista con la Gewandhausorchester, arriva sull'onda del trionfo di Gershwin e della Rapsodia in blu, ed è facile immaginare che - se non in egual misura - sarà anch'esso molto venduto.

Chailly e Bollani terranno stasera alla Scala l'ultimo recital con un'opera tratta dal quel disco, il Concerto il sol di Maurice Ravel. Per una recensione come si deve, rimando a Franco Fayenz sul Sole 24 Ore. Non avendo potuto esserci (proverò a recuperare un biglietto per sabato 21 e per una serata tutta Gershwin), non posso giudicare. Ma il disco l'ho ascoltato, ed ecco qualche impressione.

Anzitutto, il Concerto. Diceva Jovanotti in una sua canzone (Parola): "Se tutti i grandi libri qualcuno li ha già scritti, se tutte le grandi frasi qualcuno le ha già dette, se tutte le grandi canzoni le hanno già cantate, mi chiedo ragazzi voi che cosa fate?". Perdonate l'irriverenza, ma è il modo migliore per capire, e apprezzare, il coraggio di un pianista di formazione classica e di pratica jazzistica che si inerpica lungo una montagna sulla cui vetta spiccano le bandiere piazzate da Arturo Benedetti Michelangeli e Marta Argerich. Certo, hai dalla tua il sostegno di uno dei maggiori direttori viventi e di una delle più prestigiose orchestre al mondo; insomma, un bel paracadute. Ma non è facile, comunque. Allora segui una tua idea. Non puoi improvvisare, non puoi nemmeno jazzare troppo - anche se Stefano ha detto di aver lavorato sul fraseggio per portarlo verso il jazz -: non ti rimane che tornare alle origini. Ecco allora un richiamo a Marguerite Long, che suonò nel 1932 la prima mondiale del Concerto a Parigi. Una rilettura, secondo Bollani, più essenziale rispetto a interpretazioni troppo mielose affermatesi col tempo. Che dire? Che mi fido. Ho ascoltato una esecuzione della Argerich con i Berliner e Claudio Abbado, ho ascoltato quest'ultima e ho tratto una conclusione ovvia: Dio benedica la musica. Solo da lei è possibile dire una cosa nuova attraverso l'interpretazione, partendo da una pagina scritta, che a solfeggiarla resta uguale a se stessa.

Nel disco c'è poi molto spazio per Bollani, che esegue per piano solo il Tango di Stravinsky, Surabaya Johnny e La ballata del magnaccia (Kurt Weill). Anche qui, è un Bollani inevitabilmente più contenuto di quello cui il pubblico è abituato. A chiudere, l'orchestra ripropone il Tango e, mai incisa prima, la suite di Victor De Sabata Le mille e una notte.

Sul Tango (forse l'unico brano mai scritto da Stravinsky che resti per l'intera durata su un unico tempo, quattro quarti. Ma dura poco), posso dire che ho finalmente capito da dove Franco Piersanti abbia eventualmente tratto ispirazione per il soundtrack di Montalbano. Sulla suite, la cosa migliore è scritta nelle note di copertina: "Un disco intitolato Sounds of the 1930s si pone inevitabilmente tra l’Europa e l’America, tra l’arte ‘colta’ e il gergo della musica popolare. Negli anni ’30 la musica aveva le sonorità di Benny Goodman, che portava il jazz delle big band per la prima volta alla Carnegie Hall, o quelle di Ionisation di Varèse? Quelle delle Andrews Sisters o quelle di Bartók? Quelle di Moses und Aron o quelle di “Somewhere Over The Rainbow”? Quelle di Charles Ives o quelle di Erich Korngold? La suite del balletto Mille e una notte [“A Thousand and One Nights”] (1931) di Victor de Sabata, che fu portato in scena per la prima volta a La Scala di Milano, riunisce in sé tutte queste fila storiche".

Ecco, forse una cosa manca al disco: una nota storica. Gli Anni 30 sono generalmente noti per le conseguenze della Depressione, per il radicarsi di fascismo e comunismo, per la nascita del nazismo. Si chiudono, nel 1939, con i primi boati della Seconda Guerra Mondiale. Dieci anni di incubo, insomma. Ma ad ascoltarne la musica espressa in Sound of the 30's, suonano come anni di una vitalità creativa impressionante. Qualche riga su questo paradosso l'avrei letta volentieri.

domenica 15 aprile 2012

Bollani e Chailly portano alla Scala Gershwin e Ravel

Da stasera a sabato prossimo i protagonisti del cartellone del Teatro alla Scala saranno Riccardo Chailly e Stefano Bollani. Il concerto di stasera (in replica domani e mercoledì 18) si inserisce nella stagione sinfonica del teatro, e celebra soprattutto Maurice Ravel: Concerto in sol, Alborada del Gracioso, La Valse. Ci sarà spazio anche per George Gershwin e la suite Catfish Row, tratta da Porgy and Bess.

La suite sarà replicata sabato 21 aprile, sempre alla Scala, in un concerto che è invece nel cartellone della stagione della Filarmonica e che sarà interamente dedicato al compositore americano, di cui si ascolteranno Un americano a Parigi e il Concerto in fa.

Di Gershwin suonato da Bollani, Chailly e dalla Gewandhausorchester ho già detto. Va aggiunto che quel disco ha venduto una quantità di copie inimmaginabile per i parametri del mercato discografico classico. Questa eredità di consenso è stata giustamente impiegata dal pianista e dal direttore per cimentarsi con un altro autore (e con Sound of '30s di cui dirò a breve) che al jazz - molto meno di Gershwin - è legato, in particolare dal Concerto in sol. Ravel, infatti, trasse spunto per quella sua pagina dalla musica ascoltata negli Stati Uniti durante i suoi viaggi tra il 1927 e il 1932. Fu lì che maturò una sua precisa idea sui colleghi d'oltreatlantico, che invece di guardare ai tesori di casa - jazz e blues - per farne la vera musica d'arte nazionale si ostinavano a inseguire l'Europa per ottenerne una legittimazione colta. Da qui, Ravel disse: "La maggiore paura dei compositori americani è quella di trovare in se stessi strani impulsi al distacco dalle regole accademiche: a questo punto i musicisti, da buoni borghesi, compongono la loro musica secondo le regole classiche dettate dalla tradizione europea". Il celeberrimo episodio dell'incontro tra Gershwin e Ravel - il primo a chiedere lezioni, il secondo a rifiutarsi di dargliele (Perché dovresti essere un Ravel di secondo livello quando puoi essere un Gershwin di primo livello?) sintetizza bene la questione.

Sui giornali di questi giorni si è letto costantemente dell'ispirazione jazzistica del Concerto. Le sue radici, però vengono da più lontano. Nel 1911 Ravel e alcuni amici viaggiano tra la Spagna e la Francia, toccando alcune città tra cui Pamplona e Roncisvalle. Il compositore ne trae l'idea per un'opera basca (come lui, nativo di Biarritz) per pianoforte e orchestra, dal titolo Zagbiat-pat (in basco, Le sette province). L'opera non vedrà mai la luce, ma le parti di essa già pronte vengono trasfuse nel primo e nel terzo tempo del Concerto. Che non è quindi del tutto "americano".

Un'altra cosa da ricordare è il suo debutto. Avviene a Parigi nel 1932: al pianoforte c'è Marguerite Long, e sul podio lo stesso Ravel. La Long non ne era felice: giudicava la direzione "incerta", e come tale la ricordano sia coloro che assistono alla prima sia chi la ascolta nell'incisione su disco (sempre del 1932). Il punto è che Ravel, compositore sublime, pare non fosse né un grande pianista né un eccelso direttore. Ma sembra che negli anni '20 i guadagni come esecutore-compositore fossero molto migliori di quelli garantiti dal solo diritto d'autore. Ravel - come Stravinsky, Bartòk o Prokofiev - decide che è giunto il momento di guadagnare la ribalta. Dapprima, ci prova come esecutore; tuttavia, la preparazione del Concerto è ostica, e i passaggi non gli riescono. Ecco allora la scelta di salir sul podio, con risultati modesti dei quali, però, il pubblico sembra non accorgersi. La prima è infatti un trionfo, che porta Ravel a raccogliere ovazioni in tutta Europa.

Ovazioni anche in America, ma non da parte della critica (e questa è l'ultima cosa da dire sul Concerto). Le prime americane sono affidati a direttori "ufficiali", uno dei quali è Stokowski. Mentre il pubblico applaude e applaude, i critici "retrogradano" l'opera a divertimento concertante. Forse loro, diversamente dai musicisti citati da Ravel, ambiscono ad affermare il valore "colto" di jazz e blues. E da Ravel ne avrebbero voluto di più. Ma è solo una mia idea.

venerdì 13 aprile 2012

Kisses on the bottom: Paul McCartney farebbe impazzire Oscar Wilde

07:03 Posted by Igor Principe , , 2 comments
"Possiamo perdonare a un uomo l'aver fatto una cosa utile se non l'ammira. L'unica scusa per aver fatto una cosa inutile è di ammirarla intensamente". E' una delle citazioni più note di Oscar Wilde. Ed è la prima cosa che ho pensato dopo aver ascoltato Kisses on the Bottom, l'ultimo disco di Paul McCartney.

Il Macca è da tempo immemore nella condizione migliore per un artista: può far ciò che vuole. Lo è precisamente dal 1970, anno in cui si sono sciolti i Beatles. Dopo, qualunque strada avesse deciso di intraprendere, se ne sarebbe comunque parlato. E magari bene, ché criticare uno come lui ci pensi più di due volte. Lui ha intrapreso la strada di un pop melodico e onesto, prima con i Wings e poi come se stesso. Da par mio, ho molto amato l'intero disco Flowers in the dirt e, pochi anni prima, la hit Once upon a long ago.

Questa sua condizione di assoluta serenità emerge chiaramente dal racconto, facilmente rintracciabile su Wikipedia, della genesi di questo disco. Un gruppo di amici, piuttosto capaci con la musica, si trova in studio e dice: "Mi piace questa canzone, la suoniamo?". E ops, finisce in un disco nostalgico, un omaggio alla musica che McCartney ascoltava da piccolo grazie al padre. E' un'apoteosi di jazz classicissimo, salvo due brani inediti: My Valentine e Only Your Hearts. A suonarlo, dicevo, un bel gruppetto di amici: Diana Krall, John Pizzarelli, Eric Clapton, Stevie Wonder, Vinnie Colaiuta. Per nulla farsi mancare, anche un po' di London Symphony Orchestra.

Kisses on the bottom, diciamolo, è un disco inutile. Posto che, sempre per stare a Wilde, tutta l'arte è completamente inutile, assumiamo - molto innaturalmente - che si possa parlare di arte utile quando dice qualcosa di nuovo. Ecco, allora il disco di McCartney è veramente inutile: non aggiunge niente di nuovo al jazz o al pop, non segna un passaggio importante nella storia dell'artista. Non è nemmeno suonato da fuoriclasse del jazz: ad eccezione di Pizzarelli, gli altri sono grandi in ben altri ambiti (Clapton, Wonder, Colaiuta); e altri ancora, hanno più nome che altro (Diana Krall, sicuramente brava ma lontana anche solo dal pianismo di una Nina Simone).

Però Paul canta come se stesse in salotto, gli altri suonano con una naturalezza impressionante. Ciò fa di Kisses on the bottom un disco rilassato, quindi inevitabilmente piacevole. E una cosa che piace finisce che l'ammiri.

martedì 10 aprile 2012

Gli U2 tra il pop e Dropbox

06:57 Posted by Igor Principe , , No comments
Si parla di U2, in questi giorni. Chi li cerchi su GNews trova link che parlano di loro per due ragioni: una prossima svolta pop; gli investimenti in Dropbox.

Le due cose sembrano distanti, ma forse non lo sono così tanto. Un loro collegamento potrebbe essere nella mutazione della creatività di Bono e compagni. Prima erano una rock band (e che rock band!); ora sono lungimiranti investitori. Attività per nulla disdicevole, sia chiaro, e per la quale è necessario anche uno spiccato senso creativo.

Partiamo da questo secondo punto. E' già nota la partecipazione degli U2 a Facebook con 270 milioni di dollari, investimento intelligente per il quale, grazie alla ormai prossima quotazione in borsa dell'azienda fondata da Mark Zuckerberg, frutterà ai dubliners un miliardo di dollari. Adesso la loro attenzione si è spostata su Dropbox, il servizio di storage on line che attrae sempre più utenti. Per ora, l'intuito da venture capitalist di Bono, The Edge, Larry e Adam si sta dimostrando efficace.

Veniamo quindi alla musica, con una domanda secca secca: a quando risale l'ultimo grande disco degli U2? E' opinione piuttosto diffusa che si tratti di Acthung Baby, quindi di un capolavoro che ha compiuto nel 2012 i 21 anni di età. Anche io, per quel che vale, vedo in quel disco un capolavoro, oltre che il prodotto artistico più rilevante del gruppo (più di Joshua Tree). Una manciata di brani epocali, i cui effetti si sono riverberati sulla qualità dei successivi Zooropa e Pop: non pietre miliari, ma comunque dischi di buon livello. Dopo, gli U2 hanno dato l'impressione di vivere del proprio mito. Il mio amico Giovanni, fine cultore del buon rock e, un tempo, acceso fan dei dublinesi, mi sintetizzò con questa breve drammaturgia la loro ultima epoca:

Interno: studio di registrazione
The Edge: 'Oh, vi ricordate come facevamo agli inizi? Da-da-da-da-da (schitarrata)
Adam: 'Grande! Ti seguo! Du-du-du-du-du-du-du (basso continuo)
Larry: 'Yeah! tum-tum-chak-tum-tum-tum-chak-tum-tum-tum-chak-tu-tu-tu-tu-tum-chak! (batteria)
Bono: 'Abbiamo il disco. ora trovo i testi'.

Ho fatto molta fatica a dar torto a Giovanni. Questi, temo, sono gli U2 degli ultimi anni. Il loro valore dal vivo, per carità, è indiscutibile: fanno grandissimi show, complice un'attenzione all'evento scenografico che mi ricorda i Pink Floyd di un tempo. Ma come musica, siamo in carestia. E se ne sono accorti loro per primi, dal momento che lo stesso Bono ha dichiarato che "per sopravvivere come gruppo è necessario piazzare un album di hit". Da qui, pare sia partita una collaborazione con gli One Direction, che le cronache danno come gruppo pop sulla breccia.

Ora. Non c'è alcun male a voler virare sul pop. Il punto è come lo fai. Se lo senti come impulso artistico, come strada verso qualcosa di inesplorato e, in potenza, creativamente fertile, hai tutto il diritto di procedere. Se invece lo vedi come un modo per stare a galla - e io quello degli U2 lo percepisco così - allora dovresti avere il coraggio dell'onestà che, per esempio, hanno avuto i R.E.M., e di limitarti a irrorare la vena creativa imprenditoriale.

venerdì 6 aprile 2012

A Pasqua, Johann Sebastian Bach

05:54 Posted by Igor Principe , , , No comments
Se la musica a Natale è l'apoteosi della canzone popolare, a Pasqua lo è della musica sacra. Orientarsi in materia è come navigare al centro del Pacifico in barca a remi: nulla vieta di farlo, ma non è propriamente facile. C'è bisogno, tra le molte altre cose, di punti di riferimento. A me uno l'ha dato un direttore d'orchestra di cui su Secondarte ho spesso parlato, e di cui tornerò a parlare nei prossimi giorni.

Si tratta di Riccardo Chailly. Quando dirigeva la Verdi, riscoprì il lato mitteleuropeo di Milano importandovi due consuetudini culturali praticate a Lipsia: l'esecuzione della Nona di Beethoven a ridosso di Capodanno e delle Passioni di Johann Sebastian Bach per la Pasqua. Come a Lipsia, anche a Milano si alternava il programma pasquale: un anno la Passione secondo Matteo, il successivo la Passione secondo Giovanni. E via così.

Ho avuto modo di ascoltare la Johannespassion, e di assistere alle prove. Sono stati momenti cruciali, per quanto mi riguarda, nel far pace con Bach (lo so, sembra l'antislogan di quel profumo di mille anni fa; ma non importa). Le Suite inglesi e le Invenzioni a due voci, su cui ho lasciato pazienza e un tendine mentre preparavo un esame (mai dato) al Conservatorio, erano una tortura. Troppa logica, troppo rigore per un sedicenne innamorato del blues, del romanticismo, di Gershwin, del rock e di Duke Ellington. Non dico che lo odiassi, ma certo Bach non mi ispirava simpatia.

La Johannespassion è stata tra le opere che mi ha riavvicinato a J.S., facendomene capire l'assoluta grandezza e la capacità di un racconto vivo e pulsante, tutt'altro che freddamente logico. Bastano le prime battute (nel video lì sotto c'è John Eliot Gardiner ai Proms) per ritrovarsi davanti agli occhi il momento della Passione di Cristo e la cronaca dell'immensità del momento che fonda la nostra civiltà (indipendentemente dall'essere o non essere fedeli, e chi scrive non è baciato dalla fede).

Da allora, la Johannespassion è per me la Pasqua. Se non fossi in viaggio, stasera sarei all'Auditorium di Milano per riscoltarla, sempre suonata dalla Verdi ma diretta da Ruben Jais. E' bello saperlo sul podio ricordando le prove di un tempo, in cui gli sedevo accanto in sala: io a prendere appunti per il pezzo, lui ad assistere il lavoro di Chailly con i musicisti e di Romano Gandolfi con il coro.

mercoledì 4 aprile 2012

I muscoli di De Gregori

Oggi è il compleanno di Francesco De Gregori. I suoi 61 anni mi danno modo di pensare a quanta della sua musica mi abbia fatto compagnia, guadagnandosi il (trascurabile) primato di soundtrack di un periodo che - ad oggi - potrei definire "gli anni più belli". A questo punto, devo a chi legge un avvertimento: sto per naufragare nel nostalgico.

Tutto nasce da un cd di Andrea, La Nostra Storia. Andrea è stato il mio compagno di banco al liceo, e da allora è tra i miei più cari amici. In un giorno dell'anno scolastico 89-90 (eravamo in terza scientifico) è capitato di ascoltarlo. E di riascoltarlo. E di riascoltarlo ancora. Partendo dalla Donna Cannone, l'unica canzone che conoscessi, si apriva un piccolo viaggio nel mondo di De Gregori. Un viaggio, come tutte le compilation, approssimativo. Pure, quell'incompletezza discografica ha alimentato la mia completezza come ragazzo impegnato a diventar grande.

Di solito accade che il ricordo di un preciso istante sia associato a questa o quella canzone. Con De Gregori e La nostra storia, è un intero disco a soffiare sul fuoco della memoria. Per quel che mi riguarda, farlo suonare è come mettere su un film. Nelle scene principali c'è Marta in una domenica di febbraio (Buonanotte Fiorellino), c'è Rossella su una spiaggia al tramonto (Niente da capire), c'è Marco che suona (Rimmel), ci sono Attilio e Adele e i caffè sotto un portico in estate (La Leva Calcistica), c'è Paolo in un delirio di immedesimazione (Pablo), c'è un gruppo di amici intorno a un tavolo in settimana bianca (Titanic). Ci sono feste e sabati sera, cene ad alto tasso alcolico, bocce di camomilla da fumare, diari da riempire di estasi e tormenti, interminabili telefonate, falò sotto le stelle, l'emozione adrenalinica di vederla entrare in classe o arrivare in spiaggia. C'è, in altre parole, la falegnameria della vita: il momento in cui, senza accorgertene, levighi il legno grezzo di cui sei fatto per dargli una forma quasi definitiva (ché comunque non si è mai sempre uguali a se stessi).

Attrezzo centrale di quella bottega è stata la musica. Saper suonare uno strumento, se hai tra i 15 e i 18 anni, è strategico, per molti motivi. Io ho avuto la fortuna di finire in un gruppo di amici piuttosto vocati alle sette note. Marco suonava (e suona) gran bene la chitarra; così Luca, il cui sangue è un misto di blues e ottima pils. Anche Raoul era un buon chitarrista, strumento che ha poi progressivamente abbandonato per dedicarsi alla voce. E con risultati decisamente buoni.

Ecco, se devo scegliere una canzone con cui fare gli auguri a De Gregori ringraziandolo per "quei tempi", scelgo quella nel video lì sotto. Non riuscirei a contare le volte in cui l'ho suonata sotto la voce cristallina di Raoul. Però riesco a dire che in quel brano è cristallizzato il senso di quanto ho scritto finora. Quel brano è "i miei amici". E mi piacerebbe, una volta, risuonarlo per loro, sotto quella voce ancor più cristallina di un tempo.

martedì 3 aprile 2012

Magari fossimo tutti loggionisti

04:10 Posted by Igor Principe , , , , 2 comments
Questo post nasce da una considerazione di Luca Sofri sui loggionisti della Scala e gli utenti dei social network. Luca ha assistito alle Nozze di Figaro dirette da Andrea Battistoni: l'opera gli è piaciuta, i buu al direttore da parte del loggione no. La sua considerazione muove da quei buu, ingenerosi poiché ululati in "un contesto in cui il dissenso si esprime anonimo, aggressivo, offensivo, superficiale, nei confronti di qualcuno che ha fatto un lavoro straordinario e pazzesco che non saranno mai capaci di fare in mille anni quelli che gli fanno buuu e che trovano solo così occasione di affermazione del proprio preteso amore per ciò di cui si parla".

Quei buu, conclude Sofri, sono come "i commenti prepotenti, saccenti, violenti e privi di argomenti su internet". Che quindi non li ha inventati internet, ma hanno una storia ben più corposa.

Il ragionamento di Luca tocca un punto centrale nel rapporto tra il pubblico e un'opera d'arte: il diritto di critica. Come è stato rilevato in un commento al suo post, non è possibile a fine spettacolo alzarsi dalla propria poltrona e andar dal direttore per spiegare educatamente perché non ci sia piaciuto il suo lavoro. Certo, ci si potrebbe limitare a non applaudire. Ma l'opera muove passioni incontrollate, e allora si indulge nel facile e chiassoso dissenso espresso dal buu. Spiacevole, è vero. Ma sempre meglio di quando si andava a teatro per affaccendarsi in altro - giocare a dadi, banchettare, fornicare - fruendo della musica come oggi negli aeroporti (con la differenza che sul palco non passava Clayderman, ma Amadeus).

Ora, i loggionisti spesso esagerano. Come Luca, non sono praticissimo di teatro d'opera (dal vivo ho ascoltato più musica sinfonica, dove il loggionismo molto è meno presente); ma ho letto alcuni libri in cui  l'eccesso di zelo sacerdotale con cui dal loggione si celebra la tradizione è ben raccontato. Un episodio tra tutti. Nel 1955 alla Scala va in scena una Traviata che farà storia: regia di Luchino Visconti, direzione di Carlo Maria Giulini, Violetta affidata a Maria Callas. Nel primo atto c'è una scena in cui Violetta siede su un tavolo e dondola un piede fino a far volare una scarpina. Il gesto non fu preso bene. "Quel momento di domestica disinvoltura, di privacy ricuperata dopo la fatica della festa, fu un tocco di realismo geniale che suscitò lo scandalo e l'indignazione delle vestali del patrio melodramma", ha scritto a riguardo Massimo Mila.

Ciò la dice lunga su un certo modo di essere loggionisti. Tuttavia, non va dimenticato un punto centrale: un loggionista ne sa. Secondo me Luca affretta il proprio giudizio quando sottolinea l'affermazione del proprio preteso amore per ciò di cui si parla, perché in questo caso all'amore si aggiungono la conoscenza e la competenza di chi da una vita (l'età media ai piani alti della Scala è anch'essa alta) macina arie, gorgheggi e acuti. E va fuori bersaglio quando, in sintesi, muove al loggionista l'obiezione "ehi, tu che fischi, cosa sapresti fare se fossi sul podio?". Su questa base, di musica potrebbe parlare solo chi anche la suoni. E bene, magari.

Ecco perché dico "magari fossimo tutti loggionisti". Perché esserlo significherebbe avere su un argomento un grado di competenza tale da essere sicuro di parlarne con cognizione di causa. Ed ecco perché il loggionista non è l'utente medio di internet, dove quella cognizione è merce rara. Il loggionista fa buu perché - al netto degli eccessi di cui sopra, ed è un bel netto - non può far altro. L'utente medio ha ben altri spazi di ragionamento: se è sintetico, sta in 140 caratteri. Se è meno sintetico, usa Facebook e i commenti. Se è prolisso, scrive un post (mea culpa). Il punto è che dovrebbe ragionare. Se non lo fa, ciò non fa di lui un loggionista.