Musica, senza steccati

mercoledì 18 aprile 2012

Ancora su Bollani e Chailly: Sound of the 30's

Come avevo detto - minacciato? - parlando di Stefano Bollani e Riccardo Chailly alla Scala, eccomi a scrivere di Sound of the 30's. Il disco, inciso dal direttore e dal pianista con la Gewandhausorchester, arriva sull'onda del trionfo di Gershwin e della Rapsodia in blu, ed è facile immaginare che - se non in egual misura - sarà anch'esso molto venduto.

Chailly e Bollani terranno stasera alla Scala l'ultimo recital con un'opera tratta dal quel disco, il Concerto il sol di Maurice Ravel. Per una recensione come si deve, rimando a Franco Fayenz sul Sole 24 Ore. Non avendo potuto esserci (proverò a recuperare un biglietto per sabato 21 e per una serata tutta Gershwin), non posso giudicare. Ma il disco l'ho ascoltato, ed ecco qualche impressione.

Anzitutto, il Concerto. Diceva Jovanotti in una sua canzone (Parola): "Se tutti i grandi libri qualcuno li ha già scritti, se tutte le grandi frasi qualcuno le ha già dette, se tutte le grandi canzoni le hanno già cantate, mi chiedo ragazzi voi che cosa fate?". Perdonate l'irriverenza, ma è il modo migliore per capire, e apprezzare, il coraggio di un pianista di formazione classica e di pratica jazzistica che si inerpica lungo una montagna sulla cui vetta spiccano le bandiere piazzate da Arturo Benedetti Michelangeli e Marta Argerich. Certo, hai dalla tua il sostegno di uno dei maggiori direttori viventi e di una delle più prestigiose orchestre al mondo; insomma, un bel paracadute. Ma non è facile, comunque. Allora segui una tua idea. Non puoi improvvisare, non puoi nemmeno jazzare troppo - anche se Stefano ha detto di aver lavorato sul fraseggio per portarlo verso il jazz -: non ti rimane che tornare alle origini. Ecco allora un richiamo a Marguerite Long, che suonò nel 1932 la prima mondiale del Concerto a Parigi. Una rilettura, secondo Bollani, più essenziale rispetto a interpretazioni troppo mielose affermatesi col tempo. Che dire? Che mi fido. Ho ascoltato una esecuzione della Argerich con i Berliner e Claudio Abbado, ho ascoltato quest'ultima e ho tratto una conclusione ovvia: Dio benedica la musica. Solo da lei è possibile dire una cosa nuova attraverso l'interpretazione, partendo da una pagina scritta, che a solfeggiarla resta uguale a se stessa.

Nel disco c'è poi molto spazio per Bollani, che esegue per piano solo il Tango di Stravinsky, Surabaya Johnny e La ballata del magnaccia (Kurt Weill). Anche qui, è un Bollani inevitabilmente più contenuto di quello cui il pubblico è abituato. A chiudere, l'orchestra ripropone il Tango e, mai incisa prima, la suite di Victor De Sabata Le mille e una notte.

Sul Tango (forse l'unico brano mai scritto da Stravinsky che resti per l'intera durata su un unico tempo, quattro quarti. Ma dura poco), posso dire che ho finalmente capito da dove Franco Piersanti abbia eventualmente tratto ispirazione per il soundtrack di Montalbano. Sulla suite, la cosa migliore è scritta nelle note di copertina: "Un disco intitolato Sounds of the 1930s si pone inevitabilmente tra l’Europa e l’America, tra l’arte ‘colta’ e il gergo della musica popolare. Negli anni ’30 la musica aveva le sonorità di Benny Goodman, che portava il jazz delle big band per la prima volta alla Carnegie Hall, o quelle di Ionisation di Varèse? Quelle delle Andrews Sisters o quelle di Bartók? Quelle di Moses und Aron o quelle di “Somewhere Over The Rainbow”? Quelle di Charles Ives o quelle di Erich Korngold? La suite del balletto Mille e una notte [“A Thousand and One Nights”] (1931) di Victor de Sabata, che fu portato in scena per la prima volta a La Scala di Milano, riunisce in sé tutte queste fila storiche".

Ecco, forse una cosa manca al disco: una nota storica. Gli Anni 30 sono generalmente noti per le conseguenze della Depressione, per il radicarsi di fascismo e comunismo, per la nascita del nazismo. Si chiudono, nel 1939, con i primi boati della Seconda Guerra Mondiale. Dieci anni di incubo, insomma. Ma ad ascoltarne la musica espressa in Sound of the 30's, suonano come anni di una vitalità creativa impressionante. Qualche riga su questo paradosso l'avrei letta volentieri.

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