Musica, senza steccati

domenica 15 aprile 2012

Bollani e Chailly portano alla Scala Gershwin e Ravel

Da stasera a sabato prossimo i protagonisti del cartellone del Teatro alla Scala saranno Riccardo Chailly e Stefano Bollani. Il concerto di stasera (in replica domani e mercoledì 18) si inserisce nella stagione sinfonica del teatro, e celebra soprattutto Maurice Ravel: Concerto in sol, Alborada del Gracioso, La Valse. Ci sarà spazio anche per George Gershwin e la suite Catfish Row, tratta da Porgy and Bess.

La suite sarà replicata sabato 21 aprile, sempre alla Scala, in un concerto che è invece nel cartellone della stagione della Filarmonica e che sarà interamente dedicato al compositore americano, di cui si ascolteranno Un americano a Parigi e il Concerto in fa.

Di Gershwin suonato da Bollani, Chailly e dalla Gewandhausorchester ho già detto. Va aggiunto che quel disco ha venduto una quantità di copie inimmaginabile per i parametri del mercato discografico classico. Questa eredità di consenso è stata giustamente impiegata dal pianista e dal direttore per cimentarsi con un altro autore (e con Sound of '30s di cui dirò a breve) che al jazz - molto meno di Gershwin - è legato, in particolare dal Concerto in sol. Ravel, infatti, trasse spunto per quella sua pagina dalla musica ascoltata negli Stati Uniti durante i suoi viaggi tra il 1927 e il 1932. Fu lì che maturò una sua precisa idea sui colleghi d'oltreatlantico, che invece di guardare ai tesori di casa - jazz e blues - per farne la vera musica d'arte nazionale si ostinavano a inseguire l'Europa per ottenerne una legittimazione colta. Da qui, Ravel disse: "La maggiore paura dei compositori americani è quella di trovare in se stessi strani impulsi al distacco dalle regole accademiche: a questo punto i musicisti, da buoni borghesi, compongono la loro musica secondo le regole classiche dettate dalla tradizione europea". Il celeberrimo episodio dell'incontro tra Gershwin e Ravel - il primo a chiedere lezioni, il secondo a rifiutarsi di dargliele (Perché dovresti essere un Ravel di secondo livello quando puoi essere un Gershwin di primo livello?) sintetizza bene la questione.

Sui giornali di questi giorni si è letto costantemente dell'ispirazione jazzistica del Concerto. Le sue radici, però vengono da più lontano. Nel 1911 Ravel e alcuni amici viaggiano tra la Spagna e la Francia, toccando alcune città tra cui Pamplona e Roncisvalle. Il compositore ne trae l'idea per un'opera basca (come lui, nativo di Biarritz) per pianoforte e orchestra, dal titolo Zagbiat-pat (in basco, Le sette province). L'opera non vedrà mai la luce, ma le parti di essa già pronte vengono trasfuse nel primo e nel terzo tempo del Concerto. Che non è quindi del tutto "americano".

Un'altra cosa da ricordare è il suo debutto. Avviene a Parigi nel 1932: al pianoforte c'è Marguerite Long, e sul podio lo stesso Ravel. La Long non ne era felice: giudicava la direzione "incerta", e come tale la ricordano sia coloro che assistono alla prima sia chi la ascolta nell'incisione su disco (sempre del 1932). Il punto è che Ravel, compositore sublime, pare non fosse né un grande pianista né un eccelso direttore. Ma sembra che negli anni '20 i guadagni come esecutore-compositore fossero molto migliori di quelli garantiti dal solo diritto d'autore. Ravel - come Stravinsky, Bartòk o Prokofiev - decide che è giunto il momento di guadagnare la ribalta. Dapprima, ci prova come esecutore; tuttavia, la preparazione del Concerto è ostica, e i passaggi non gli riescono. Ecco allora la scelta di salir sul podio, con risultati modesti dei quali, però, il pubblico sembra non accorgersi. La prima è infatti un trionfo, che porta Ravel a raccogliere ovazioni in tutta Europa.

Ovazioni anche in America, ma non da parte della critica (e questa è l'ultima cosa da dire sul Concerto). Le prime americane sono affidati a direttori "ufficiali", uno dei quali è Stokowski. Mentre il pubblico applaude e applaude, i critici "retrogradano" l'opera a divertimento concertante. Forse loro, diversamente dai musicisti citati da Ravel, ambiscono ad affermare il valore "colto" di jazz e blues. E da Ravel ne avrebbero voluto di più. Ma è solo una mia idea.

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