Musica, senza steccati

mercoledì 30 maggio 2012

Il Terremoto secondo Haydn

04:11 Posted by Igor Principe , , No comments
Un movimento della Sinfonia n. 6 di Beethoven (la ben nota Pastorale) si intitola Il temporale. L'opera più conosciuta di Antonio Vivaldi è Le quattro stagioni. Bastino queste per dire quanto la Natura sia stata fonte di ispirazione per i musicisti. Anche nelle sue forme più terribili, come nel caso del Terremoto per Franz Joseph Haydn.

Non è un caso che sia scritto con la T maiuscola, e non solo perché è un titolo. Il Terremoto musicato da Haydn è quello raccontato da Matteo nel suo Vangelo, la cui forza "squarcia il velo del tempio", apre i sepolcri, conduce i morti alla resurrezione, impressiona definitivamente il Centurione e chi era a guardia del corpo crocifisso, e fa loro dire "Veramente costui era il Figlio di Dio".

Il Terremoto di Haydn è la frazione che chiude Le ultime sette parole di Cristo sulla Croce, opera del 1787 che il musicista scrive per le celebrazioni del Venerdì Santo. In piena coerenza con gli effetti di un sisma, Haydn opta per qualcosa che agisca come una rottura della quiete dell'ascolto, e si profonde in dissonanze, trilli, accelerazioni improvvise. Uno scossone breve ma intenso, e per certi versi positivo poiché riesce ad anticipare la musica che verrà circa un secolo più tardi.

In una giornata come quella di ieri, è stato inevitabile cercarla e riascoltarla.

giovedì 24 maggio 2012

I 71 anni di Bob Dylan

02:43 Posted by Igor Principe , , No comments
Oggi Bob Dylan compie 71 anni. Vorresti star fermo, non scriverne anche perché non è che sia tra i tuoi preferiti, e ti piacerebbe limitarti ad ascoltarne un paio di brani. Quelli che ti piacciono di più. Ma poi ci pensi, e il deprecabile istinto di partecipare con un verso al potente spettacolo delle celebrazioni è troppo forte. Sicché, fai yawp anche tu.

Proviamo però a dargli un senso, a questo yawp. Cosa penso, quando penso a Dylan? Fondamentalmente, a tre cose:

1) Quando vidi per la prima volta il video di We are the world, lo confusi con Springsteen. Cioè: Bruce cantava e io chiesi a chi era con me se quello fosse Dylan.

2) Mi fa impazzire dal ridere il mio amico Ferruccio quando gli dici "Dylan" e lui risponde: "Chi, la cornacchia?".

3) Che della cornacchia adoro Like a Rolling Stone. Non solo perché è oggettivamente una gran canzone, ma perché mi ricorda una sala prove in via Muratori, a Milano, un chitarrista che ora fa il megamanager a Londra (si chiamava Fedro), un bassista istintivamente simpatico e che poi ho ritrovato per altre vie, un Roland D-50 settato su timbro Hammond, due ore di puro, leggero, trascinante rock. E il giorno dopo, scuola.

Mente sgombra, futuro da costruire e quella canzone nelle orecchie. Come fai a non amarla?

Auguri, cornacchia. E grazie.

lunedì 21 maggio 2012

Robin Gibb, Donna Summer e la musica per ballare

07:27 Posted by Igor Principe , , , 1 comment
La scomparsa di Donna Summer e di Robin Gibb mi fa pensare alla musica per ballare. Non alla disco, o alla dance, o alla discodance (chiamatela come volete); mi fa pensare proprio a quel tipo di musica il cui ascolto mi solletica l'istinto di danzare e di muovermi.

Ad uno sguardo panoramico, è tanta musica. Ma credo di poter individuare una manciata di pezzi che spiccano. Si tratta di:





Non posso farci nulla: li ascolto e comincio a muovermi. Sono letteralmente irresistibili. Questa, con anche alcune cose di Donna Summer e dei Bee Gees, per me è musica da ballare. Sul resto la penso come Ferruccio Gattuso, amico e giornalista che di musica (e cinema) ne sa: "Quando la dance aveva tiro, groove, e un pizzico di neritudine anche quando la facevano i bianchi. Cose incomprensibili per i cervelli attuali che, una volta calatisi le "paste", considerano "ritmo" una cassa in quarti in battere tipo officina metallurgica" (dal suo Facebook, oggi). 



venerdì 18 maggio 2012

L'arte nobile della copertina di un disco

06:28 Posted by Igor Principe , , No comments
Il nuovo disco di Biagio Antonacci si intitola Sapessi dire no. Ha una copertina nobile: l'ha disegnata Milo Manara. Non è una delle più seducenti tra le donne nate dalla matita dell'artista, ed è forse per questo motivo che non mi distrae abbastanza da alcuni pensieri sulle cover d'autore.

Il primo pensiero va ad Andy Wharol e alla banana di Velvet Underground & Nico; il secondo, sempre a Wharol e alla copertina di Love You Live dei Rolling Stones. Poi penso alla cover di Parole d'Amore Scritte a Macchina, dove Paolo Conte è ritratto magistralmente da Hugo Pratt. E per stare sempre a Conte, Razmataz ha una copertina disegnata dallo stesso astigiano, che quando non suona ama dipingere.

Mi pare tuttavia che non ci siano molti altri esempi di matrimonio tra professionisti della matita e musicisti. Il che porta a concludere come la cover stessa possa essere considerata un genere a sé stante di arte figurativa. Lo dimostrerebbe la storia di Alex Steinweiss, l'inventore delle copertine. La Columbia Records lo ingaggiò nel 1938 come art director, e Steinweiss scatenò la propria fantasia: non solo creò immagine, ma risolse anche altri problemi (tra tutti, l'invenzione della copertina di cartone per gli LP).


Fu come crepare una diga: il mondo della musica venne inondato di splendida arte grafica. Da par mio, vedo nella copertina di The Dark Side of the Moon un capolavoro di essenzialità. Ma ammetto che mi piace molto anche il modo in cui la musica classica ha saputo attingere alla pittura: la copertina di un disco di Hindemith "dipinta" da Paul Klee è davvero bella. Così come è molto bello il ritratto di Dimitri Shostakovich che emerge da un'incisione della sua Sinfonia n. 5.



Certo, anche in questo caso le aberrazioni non mancano. Mi chiedo per esempio cosa abbiano fatto di male il buon Ludwig e il buon Daniel per meritarsi una cosa come quella lì sotto.






lunedì 14 maggio 2012

Donald "Duck" Dunn, un altro gigante sullo sfondo

Ieri è morto Donald "Duck" Dunn. Faceva il mestiere della musica tipico di chi sta sullo sfondo (a meno di vistose eccezioni: Roger Waters, Sting, Mark King, Esmeralda Spalding, Charles Mingus): il bassista. Chi suona il basso compone, con la batteria, l'area della cosiddetta "sezione ritmica". Solo che la batteria la vedi e la senti; il basso sta in un angolo, e ogni tanto ne emerge.

Così era per Duck Dunn, che deve ai Blues Brothers il picco di visibilità della propria carriera. Lui era infatti il bassista del gruppo, con i capelli ricci e folti e la pipa. Marginale, nel farsi notare, rispetto ai debordanti Elwood e Jake, ma anche in confronto alle chitarre di Steve Cropper e Matt Murphy, o anche a alla chioma improponibile di Lou Marini (che grazie ad Aretha Franklin riesce a far spiccare il suono del proprio sax).

Ma marginale Duck Dunn non lo era per nulla. In una delle canzoni più note della storia (la numero 28 tra le più belle mai scritte secondo Rolling Stone, per quanto valgano le classifiche di quel tipo) il basso che accompagna l'inizio rendendolo immediatamente riconoscibile è il suo. La canzone di cui parlo è Sitting on the dock of the bay, megasuccesso postumo di Otis Redding.

Un caso? Tutt'altro. Quanto importante fosse il lavoro di Duck Dunn è testimoniato da altri brani in cui il suo apporto alla sezione ritmica è determinante. Mi limito a due titoli: Respect, In the Midnight Hour. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro per capire quanto Dunn fosse un gigante sullo sfondo (categoria che abbiamo già celebrato parlando di Billy Strayhorn).

giovedì 10 maggio 2012

Rio: i Duran trent'anni fa!

Oggi una notizia del Post mi ha lasciato secco: trent'anni fa usciva Rio, il disco dei Duran Duran. Mi lasciato secco perché pensavo fossero almeno un paio in meno. Non è un dettaglio, e provo a spiegarne il motivo.

Se c'è un anno in cui la musica è entrata con prepotenza nella mia vita è stato il 1984. Settembre, per essere precisi. Quell'anno ho cominciato le scuole medie a Corbetta, dove la mia famiglia si era trasferita da Milano qualche mese prima. Con l'inizio della scuola si è resa necessaria la gestione dei miei pasti al ritorno da scuola: mamma e papà a lavoro nella metropoli, io undicenne capace di dar fuoco alla cucina nel prepararmi un uovo al tegamino.

La risposta al problema si è chiamata Debora, la figlia del portinaio. Diciotto anni, flippata per la musica e per tutti i movimenti alternativi al paninarismo imperante (le piacevano i dark), aveva il compito di farmi da vivandiera fino all'arrivo di mia madre, intorno alle 15.30. Amava alla follia i Culture Club e Howard Jones, e non perdeva una puntata di Deejay Television. Vedendomi molto interessato, le piaceva guidarmi alla scoperta di un mondo ulteriore a quello che io frequentavo grazie alla mediazione dei miei genitori e dei parenti in generale. Il che significa: a quell'età ascoltavo quanto passava il convento, e cioè Dalla, De Andrè, gli anni Sessanta (molto italiani, poco stranieri), i Beatles più degli Stones, Harry Belafonte, le colonne sonore di Un uomo da marciapiede e del Laureato, una manciata di grandi classici della classica, jazz vario, disordinato e colorato, Celentano. E poi quello che mi davano da studiare a casa: Mozart, Beethoven, Clementi, Khulau, Czerny e altre piccole, piacevoli torture per pianoforte.

La mezz'ora quotidiana di Deejay Television è stata una vera finestra sull'universo. Grazie a Debora ho molto apprezzato Boy George e compagni (al punto da farmi regalare per Natale un disco trascurabilissimo quale Waking Up With The House On Fire, il cui vinile conservo ancora), i Talk Talk, gli Wham! e tutta quell'onda cotonata che ha felicemente bagnato i lidi italiani in quegli anni. Sottrarsi ai Duran Duran è stato naturalmente impossibile: l'urlo belluino di Wild Boys non poteva non attecchire sul fertile e facile terreno degli undici anni di età.

Deejay Television, furbamente, in quei tempi passava altro dei Duran oltre alla suddetta. In particolare, Save A Prayer. Che mi piaceva molto di più, e che tuttora ascolto con una buona dose di affetto perché è stata una delle chiavi del mio romanzo di formazione musicale. E poi, ha un giro di basso interessante. Ma ciò che conta, qui, è che io associo quella canzone al 1984, e a certi fatti: i paninari, le scuole medie e il passaggio dal maestro ai professori, Rummenigge all'Inter, l'ossessione per Timberland, Charro e tutto l'armamentario griffato, i sabati pomeriggio a Milano a ingerir gustose porcate da Burghy.

Invece scopro oggi (oggi!!) che quella canzone è uscita nel maggio dell'82. Il mese della mia prima comunione, e della fine della terza elementare. Due mesi prima che vincessimo il Mundial. Il mese in cui Paolo Rossi, riprendendo a giocare dopo la squalifica, non era ancora Pablito. Il mese in cui le lezioni di musica a scuola ce le dava una tale Clara Ruggeri, che amava molto parlarci del suo figliolo Enrico sperando potesse far carriera come autore e cantante.

Sembra un nulla, tra '82 e '84; invece è un'eternità. E io sono davvero disorientato. Sicché sono andato a riascoltarmela, Save A Prayer. E per non pensare all'84, ho provato a immaginare cose diverse. L'unica cosa che mi è riuscita è questa: ma arrangiata come un tango, che effetto farebbe?

mercoledì 9 maggio 2012

Pianocity, Milano a 88 tasti

09:24 Posted by Igor Principe , , , No comments
Venerdì 11, sabato 12 e domenica 13 maggio sarà piacevole girare per Milano. Ci saranno infatti 180 concerti, e tutti avranno come protagonista il pianoforte. Alcuni spettacoli saranno ospitati da sedi istituzionali; altri in luoghi meno convenzionali; altri nelle case di privati.

Parlo di Pianocity, di cui ho accennato nel post dedicato a Boeri e Celentano. Da pianista per passione, vedo in questa iniziativa una degli eventi culturali migliori che la mia città potesse mettere in atto, ispirandosi proficuamente a quanto di analogo è già accaduto a Berlino.

Anzitutto, va detto che Pianocity non comincia proprio l'11. Domani, infatti, ci sarà un'anteprima alla sala Buzzati del Corriere della Sera con il concerto di Cesare Picco; il quale sarà poi di nuovo alla tastiera alla rotonda della Besana e in un house concert.

Ecco, gli house concert. Sono secondo me l'elemento davvero dirompente di Pianocity, e per diverse ragioni. Una riguarda l'apertura della propria casa a sconosciuti, che si prenotano (seguendo le regole dettate dall'organizzazione) per sedersi in un salotto che non è il loro e godere della musica suonata anche da chi non è professionista. E questa è la seconda ragione: un semplice appassionato, ma che abbia una minima dimestichezza con il pianoforte, può finalmente tenere il proprio concerto. Gli spettatori sono cinque? Fa niente: anche Philip Glass tenne il suo primo show per sei persone. E una era sua madre.

A questa ragione se ne aggiunge un'altra: gli house concert non li tengono solo pianisti dilettanti o professionisti che si dedicano perlopiù all'insegnamento. Li  tengono anche quei musicisti della cui arte si gode nelle sale da concerto. Di Picco, ho detto. Poi ci sono, tra gli altri, Bruno Canino, Ludovico Einaudi, Roberto Cacciapaglia. L'idea di avere in casa uno di loro a suonare il mio pianoforte, di vederli da vicino per tentare di impararne qualcosa, comunque di abbattere la distanza che inevitabilmente il palcoscenico stabilisce con il pubblico, mi pare grandiosa.

Certo, poi ci sono gli eventi ufficiali, che portano a Milano un esercito di musicisti di primo livello: Michele Campanella, Gaetano Liguori, Enrico Intra, Danilo Rea. Resta però che gli house concert sono l'idea forte di Pianocity. Si è molto parlato di condivisione della cultura, negli ultimi anni. Mi pare che in questo caso potrà essere effettiva.

martedì 1 maggio 2012

Musica e Cina

05:10 Posted by Igor Principe , , , No comments
L'apertura culturale della Cina alla musica occidentale porta a parlare di Lang Lang. Stupefacente comunicatore, suona i classici, incide dischi, tiene concerti e collabora al design musicale di videogiochi.

Tutto ciò profuma di futuro. Ma tutto ciò deve vedersela con quanto ha raccontato su La Lettura Marco Del Corona, corrispondente da Pechino per il Corriere. Delego a lui il post di oggi:

"Al Conservatorio di Pechino, master class di Nicola Campogrande, uno dei più eseguiti compositori italiani (in maggio, quartetto d'Archi alla Scala). Invitato dal collega Ha Weiya, Campogrande parla di un creare che ascolti il mondo, di una musica che sappia tener conto del passato. Si alza uno studente: 'Scusi, ma qual è il ruolo politico del compositore?'. Lessico d'altri tempi. Il passato resta molto presente, in Cina".