Musica, senza steccati

lunedì 14 maggio 2012

Donald "Duck" Dunn, un altro gigante sullo sfondo

Ieri è morto Donald "Duck" Dunn. Faceva il mestiere della musica tipico di chi sta sullo sfondo (a meno di vistose eccezioni: Roger Waters, Sting, Mark King, Esmeralda Spalding, Charles Mingus): il bassista. Chi suona il basso compone, con la batteria, l'area della cosiddetta "sezione ritmica". Solo che la batteria la vedi e la senti; il basso sta in un angolo, e ogni tanto ne emerge.

Così era per Duck Dunn, che deve ai Blues Brothers il picco di visibilità della propria carriera. Lui era infatti il bassista del gruppo, con i capelli ricci e folti e la pipa. Marginale, nel farsi notare, rispetto ai debordanti Elwood e Jake, ma anche in confronto alle chitarre di Steve Cropper e Matt Murphy, o anche a alla chioma improponibile di Lou Marini (che grazie ad Aretha Franklin riesce a far spiccare il suono del proprio sax).

Ma marginale Duck Dunn non lo era per nulla. In una delle canzoni più note della storia (la numero 28 tra le più belle mai scritte secondo Rolling Stone, per quanto valgano le classifiche di quel tipo) il basso che accompagna l'inizio rendendolo immediatamente riconoscibile è il suo. La canzone di cui parlo è Sitting on the dock of the bay, megasuccesso postumo di Otis Redding.

Un caso? Tutt'altro. Quanto importante fosse il lavoro di Duck Dunn è testimoniato da altri brani in cui il suo apporto alla sezione ritmica è determinante. Mi limito a due titoli: Respect, In the Midnight Hour. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro per capire quanto Dunn fosse un gigante sullo sfondo (categoria che abbiamo già celebrato parlando di Billy Strayhorn).

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