Musica, senza steccati

giovedì 10 maggio 2012

Rio: i Duran trent'anni fa!

Oggi una notizia del Post mi ha lasciato secco: trent'anni fa usciva Rio, il disco dei Duran Duran. Mi lasciato secco perché pensavo fossero almeno un paio in meno. Non è un dettaglio, e provo a spiegarne il motivo.

Se c'è un anno in cui la musica è entrata con prepotenza nella mia vita è stato il 1984. Settembre, per essere precisi. Quell'anno ho cominciato le scuole medie a Corbetta, dove la mia famiglia si era trasferita da Milano qualche mese prima. Con l'inizio della scuola si è resa necessaria la gestione dei miei pasti al ritorno da scuola: mamma e papà a lavoro nella metropoli, io undicenne capace di dar fuoco alla cucina nel prepararmi un uovo al tegamino.

La risposta al problema si è chiamata Debora, la figlia del portinaio. Diciotto anni, flippata per la musica e per tutti i movimenti alternativi al paninarismo imperante (le piacevano i dark), aveva il compito di farmi da vivandiera fino all'arrivo di mia madre, intorno alle 15.30. Amava alla follia i Culture Club e Howard Jones, e non perdeva una puntata di Deejay Television. Vedendomi molto interessato, le piaceva guidarmi alla scoperta di un mondo ulteriore a quello che io frequentavo grazie alla mediazione dei miei genitori e dei parenti in generale. Il che significa: a quell'età ascoltavo quanto passava il convento, e cioè Dalla, De Andrè, gli anni Sessanta (molto italiani, poco stranieri), i Beatles più degli Stones, Harry Belafonte, le colonne sonore di Un uomo da marciapiede e del Laureato, una manciata di grandi classici della classica, jazz vario, disordinato e colorato, Celentano. E poi quello che mi davano da studiare a casa: Mozart, Beethoven, Clementi, Khulau, Czerny e altre piccole, piacevoli torture per pianoforte.

La mezz'ora quotidiana di Deejay Television è stata una vera finestra sull'universo. Grazie a Debora ho molto apprezzato Boy George e compagni (al punto da farmi regalare per Natale un disco trascurabilissimo quale Waking Up With The House On Fire, il cui vinile conservo ancora), i Talk Talk, gli Wham! e tutta quell'onda cotonata che ha felicemente bagnato i lidi italiani in quegli anni. Sottrarsi ai Duran Duran è stato naturalmente impossibile: l'urlo belluino di Wild Boys non poteva non attecchire sul fertile e facile terreno degli undici anni di età.

Deejay Television, furbamente, in quei tempi passava altro dei Duran oltre alla suddetta. In particolare, Save A Prayer. Che mi piaceva molto di più, e che tuttora ascolto con una buona dose di affetto perché è stata una delle chiavi del mio romanzo di formazione musicale. E poi, ha un giro di basso interessante. Ma ciò che conta, qui, è che io associo quella canzone al 1984, e a certi fatti: i paninari, le scuole medie e il passaggio dal maestro ai professori, Rummenigge all'Inter, l'ossessione per Timberland, Charro e tutto l'armamentario griffato, i sabati pomeriggio a Milano a ingerir gustose porcate da Burghy.

Invece scopro oggi (oggi!!) che quella canzone è uscita nel maggio dell'82. Il mese della mia prima comunione, e della fine della terza elementare. Due mesi prima che vincessimo il Mundial. Il mese in cui Paolo Rossi, riprendendo a giocare dopo la squalifica, non era ancora Pablito. Il mese in cui le lezioni di musica a scuola ce le dava una tale Clara Ruggeri, che amava molto parlarci del suo figliolo Enrico sperando potesse far carriera come autore e cantante.

Sembra un nulla, tra '82 e '84; invece è un'eternità. E io sono davvero disorientato. Sicché sono andato a riascoltarmela, Save A Prayer. E per non pensare all'84, ho provato a immaginare cose diverse. L'unica cosa che mi è riuscita è questa: ma arrangiata come un tango, che effetto farebbe?

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