Musica, senza steccati

martedì 19 giugno 2012

Paul McCartney compie 70 anni

08:28 Posted by Unknown , , No comments
Ci ho pensato un po', se scrivere o meno un post dedicato ai 70 anni di Paul McCartney. Inizialmente non volevo, per non cedere alla facilità editoriale celebrativa. Poi però ho realizzato una cosa: il mio primo ricordo di qualcuno che canta una canzone è proprio del Macca.

La canzone è Penny Lane. Io sono nel salotto a casa dei miei nonni, ho 4 o 5 anni e mia zia Sara (10 anni più di me) mette su un disco dei Beatles. Parte la canzone, ed è come se le prime battute fossero il marchio caldo impresso su un capo bovino. Il bovino, ovviamente, sono io.

Ora, parlare bene di Penny Lane è facile. Ha un incedere perfetto, il basso di McCartney suona con il corpo giusto, fiati e legni disegnano controcanti che non sapresti immaginarne di diversi e più belli. Ma qui non si tratta di critica; si tratta invece di quei momenti che da casuali si fanno eterni grazie alla musica. Quei momenti in cui, affaccendato magari in tutt'altro, vieni raggiunto da un brano che ti ricorderà per sempre cosa stessi facendo proprio lì e in quell'istante.

Penny Lane è stata la prima delle canzoni capace di tanto con me. Ecco perché questo trascurabile post è comunque un po' doveroso.

Auguri, sir Macca.

lunedì 18 giugno 2012

Concerti: una storia per ogni biglietto

La Stampa di qualche giorno fa ha lanciato un bel gioco social: mandateci i vostri biglietti dei concerti, con due righe di descrizione. Credo di essere stato l'unico a descrivere, ma di biglietti ne sono arrivati molti. Da un lato, constato che quando il tagliando aveva una sua creatività, collezionarli era molto meglio. Dall'altro, ed è ciò che qui conta, che ogni biglietto racconta una storia.

Ne ho un po' da parte, ma non ho intenzione di ammorbarvi con tutto quello che si lega ad ogni concerto cui ho assistito. Ma quattro storie voglio raccontarvele.

Fabio Concato. Ne apprezzo la musica e le canzoni, ma non al punto da desiderare di vederlo in concerto. Infatti, ignoro che faccia tappa al teatro Smeraldo. E' il maggio del 2001, e da un paio di mesi sto con una ragazza con la quale costruirò la mia famiglia. Lei mi ama. Ne sono certo, perché riesce a trovarmi affascinante malgrado io mi ostini a indossare un paio di occhiali tartaruga rosso porpora sui quali anche Elton John si sarebbe mosso con cautela. Tuttavia, decide per la prevenzione: temendo i momenti di stanca, quelli in cui il particolare più insignificante è tale da minare la tenuta del rapporto, mi impone un pomeriggio dall'ottico per acquistare qualcosa di decente. Ne esco con un paio molto bello e piuttosto costoso (li ho persi il giorno in cui è nato il mio primo figlio). Fuori dal negozio, lei mi porge una busta: dentro, due biglietti per Concato. «Non so se ti piaccia, però mi è sembrato un bel regalo per alleggerire questo tuo sforzo»
Fu un concerto molto bello.

Pink Floyd. Scoperti quando i biglietti per i loro tour dell'89 e del '90 erano esauriti, conosciuti e amati negli anni del liceo. Non si può dunque mancare all'arrivo in Italia del tour di The Division Bell. Anche perché un'amica molto fanatica ma molto bella mi ha chiesto di accompagnarla. Si parte dunque per Torino con una strategia per me springsteeniana: guadagnare la transenna della prima linea. Ci riusciamo. Inganniamo il tempo allargando il giro delle conoscenze (ricordo di aver scambiato il numero con un notaio cantante di jazz, ventilando collaborazioni musicali mai avvenute). Finalmente, il concerto: Mason, Wright e Gilmour a 10 metri da noi, immobili come statue. Tutt'intorno, lo show: schermi gigantissimi, maiali volanti al centro dello stadio e tutto il formidabile circo di cui i Pink Floyd sono capaci. Lì capisco che dovevamo piazzarci a metà campo o sulle tribune. Anche per non subire le vampate dei fuochi finali di Run Like Hell (che già faceva caldo). La mia amica groupie, però, era felice.

Keith Jarrett. Il concerto di Jarrett alla Scala nel febbraio 1995 è un evento storico: per la prima volta, il tempio dell'Opera ammette una celebrazione laicamente jazzistica. Il titolo, poi, dice tutto: Piano Improvisations. E tu già sogni che lui impazzisca e risuoni pari pari The Koln Concert. Comunque, mi muovo mesi prima e non trovo un accidenti di biglietto. Il giorno del concerto sono tentato di viaggiare in Turkmenistan pur di non pensarci. Invece, a due ore dallo spettacolo, un amico mi chiama e mi dice di avere due inviti della soprintendenza. Mi ha sentito urlare di gioia da casa sua (abitava di fronte).
Quanto al concerto, ricordo bene due cose: 1) Over the raimbow nella più dolce e intensa versione mai ascoltata in vita mia; 2) Jarrett che spiega al pubblico di smetterla di chiedere bis, perché «A good meal has not too much dessert».

Bruce Springsteen. Ognuno dei suoi concerti ha una storia, per me. Dal primo (Torino 1988, mio battesimo ad un evento rock) all'ultimo (Milano 2012). Quella più divertente accade nell'ottobre del 2002, tour di The Rising di passaggio a Bologna. Io al tempo lavoravo come freelance e mi occupavo di teatro. Riesco a ottenere 8 biglietti ridotti per uno spettacolo di Marco Paolini al Piccolo, oltre ai due accrediti che normalmente mi venivano forniti. Peccato io dimentichi che Paolini recita il 18 ottobre, giorno del concerto di Bruce, unica tappa di quella tranche di tour. Ne parlo con la suddetta compagna (il grosso dei destinatari dei biglietti è fatto da suoi amici) e lei mi dice: «Niente figuracce. Si va. Hai preso un impegno. E poi Springsteen l'ha già visto e stravisto». Vi risparmio i termini della discussione sulla filosofia di un concerto del Boss (quello della sera dopo è diverso, andrebbero visti tutti), sulla facilità di assistere a un nuovo spettacolo di Paolini, sulla tentazione di lasciarla per andare a cercar l'amore tra le fan di Bruce. Essendo incline a un certo tollerante raziocinio, depongo le armi e, cuore in mano, rinuncio a Bologna. Un paio di cari amici sono tentati di togliermi il saluto, ma ritengono che il parlarmene successivamente facendomi scoppiare il fegato valga la pena di conservare l'amicizia.
Il giorno del concerto, al mattino, mi chiama il Piccolo e, scusandosi ripetutamente, annuncia che Paolini prende parte allo sciopero generale indetto per quel giorno. Lo spettacolo è annullato. Fingo costernazione con 48 denti di sorriso stampati sul volto. Ringrazio per la gentilezza, abbasso la cornetta, lancio un urlo da crepare i vetri, richiamo l'amico Paolo (che aveva conservato un biglietto in caso di estrema necessità), canto a squarciagola l'Internazionale e grido scompostamente «Viva lo sciopero generaaaaaaaal». Lui capisce al volo. Dopo due ore siamo in auto diretti a Bologna, io felice come poche volte nella mia vita.


lunedì 11 giugno 2012

Milano 2012, il più bel concerto di Bruce Springsteen

06:09 Posted by Unknown , , , 1 comment
Il più bel concerto della mia vita. Questo è stato lo show di Bruce Springsteen & The E Street Band del 7 giugno 2012 allo stadio di San Siro, Milano. Scrivo queste note a tre giorni da quel momento: sono le 23.15 del 10 giugno e a quest'ora, 72 ore fa, saltavo come un grillo nel prato dell'arena, a una trentina di metri dal palco.


In questi due giorni ho provato a comprendere perché quella sensazione - provata alla fine di quasi tutti i concerti di Springsteen - fosse più forte del solito. Poi ho letto Leonardo Colombati e ho capito tutto. Lui ha centrato le parole, e a lui rimando per descrivere come mi sento. Forse l'unica cosa che non sottoscrivo è la sua sicurezza nell'affermare che si è trattato anche per Bruce del concerto più bello della propria carriera. Nessuno di noi, se non Bruce medesimo, può dirlo. E poi la vulgata dice che il più bel concerto di Bruce Springsteen si sia tenuto il 19 settembre 1978 al Capitol Theatre di Passaic, N.J., immortalato nel bootleg più venduto nella storia del rock: Pièce de Resistance. Ho ascoltato quel nastro (li avevo su un paio di TDK) centinaia di volte, e la magia che ne promana non sfiorisce mai.

Ecco, il 1978 è fondamentale per capire il mio discorso. I concerti di quell'anno (e in generale della tournée di Darkness on the edge of town) sono stati quelli su cui Bruce ha costruito il suo mito di performer. I fan italiani li hanno sognati per una vita. Qualcuno di loro ne ha vissuto la scia con il concerto del tour di The River a Zurigo, nell'aprile dell'81 (mezzo Hallenstadion era tricolore). 

Facciamo un salto di trent'anni, e arriviamo al 2008. Siamo sempre a San Siro, è il 25 giugno e Bruce tiene un concerto strepitoso (lo show per il quale il promoter Claudio Trotta ha rischiato una condanna penale). La scaletta è un sogno per tutti i vecchi fans: Candy's Room, Summertime Blues, Spirit in The Night, Because The night, Detroit Medley, Thunder Road, Born to Run, None but the brave, Rosalita, Racing in the street. In certi momenti, sembrava di essere catapultati al tour di Darkness o di The river. E lo stesso è accaduto un anno dopo a Torino, quando il concerto del 21 luglio è passato alla storia come quello di Drive all night.

Tra i pazzi amici devoti a questo culto irrazionale e splendido ci si diceva: "Sta facendo le scalette che noi pensavamo perdute per sempre". Vero. Ma erano scalette del passato, come se il nuovo non avesse sostanza tale da meritare attenzione. E infatti, di Magic e di Working on a dream, i due dischi che hanno preceduto l'ultimo (Wrecking Ball), pochi brani.

L'altra sera, invece, l'ultimo disco ha dominato il conto con 8 canzoni, rese ancor più belle da arrangiamenti splendidi e da un'intensità esecutiva altissima. In mezzo, le chicche di un tempo e le canzoni da stadio (Waiting on a sunny day o Hungry heart, giri armonici basilari e ugole al vento), con gioielli rari come The Promise o eterni come The River.

Ecco, insomma, perché ho visto il concerto più bello dei miei 15 di Bruce Springsteen. Perché sul palco c'era non solo un rocker capace di 3 ore e 40 minuti di show (sembra il suo secondo più lungo di sempre), ma un artista che non si è fermato a celebrare il proprio passato. I brani di Wrecking Ball, arrangiati alla perfezione, si sono inseriti nella fisiologia dello show non come diversivi tra una pietra miliare e l'altra, ma come momenti da godere fino in fondo quasi fossero tratti da Born to Run, Darkness o dagli altri album totem di Bruce. Era, in tutto e per tutto, un concerto calato nel presente come lo fu l'esordio italiano, il 21 giugno 1985 sempre a San Siro, spettacolo storico richiamato sempre da Springsteen ogni volta in cui suona a Milano, città che davvero considera una propaggine di New Jersey in terrà italica.

(Nella foto, i pazzi amici dopo il concerto. Meritava la pubblicazione)

(Nel video, My city of ruins. Per quanto mi riguarda, toccante).

 

domenica 3 giugno 2012

Cosa c'entra Schumpeter con i fratelli Gershwin?

Joseph Schumpeter è stato l'economista sui cui studi si fonda la teoria dello sviluppo economico. George e Ira Gershwin sono i fratelli che hanno scritto insieme le più belle canzoni del songbook americano (George la musica, Ira i testi). Cosa c'entra il primo con i secondi? All'apparenza nulla; tuttavia, se si legge il testo di They all laughed diventa facile immaginare un ponte che li unisca.

La canzone (Gershwin bros., 1937) è una lunga sequenza in cui si racconta di personaggi capaci di innovare una visione del mondo. Si parte da Cristoforo Colombo, si prosegue con mr. Edison, i fratelli Wright, Guglielmo Marconi, John Rockfeller e altre personalità capaci di lasciare nella Storia i segni dei balzi in avanti. Ira Gerswhin li tira in ballo per far dire al protagonista: «Tutti ridevano di quelli lì e delle loro visioni, e tutti ridono di me quando dico che ti avrò. Ma ti avrò». Niente massimi sistemi, insomma, ma la solita, eterna, immarcescibile canzone d'amore.

Eppure, dopo averla ascoltata mi è venuto in mente Schumpeter e la sua idea dell'innovazione come "distruzione creativa". Un riflesso pavloviano, che mi ha fatto sorridere mentre ascoltavo per strada il brano, piuttosto ironico. Ecco, se fossi un professore di economia mi piacerebbe, spiegando Schumpeter e le sue teorie, chiudere la lezione facendo suonare quella canzone. Certo, potrebbe starci anche Edoardo Bennato. Ma dopo un'ora di economia, un po' di ironia è necessaria.