Musica, senza steccati

lunedì 18 giugno 2012

Concerti: una storia per ogni biglietto

La Stampa di qualche giorno fa ha lanciato un bel gioco social: mandateci i vostri biglietti dei concerti, con due righe di descrizione. Credo di essere stato l'unico a descrivere, ma di biglietti ne sono arrivati molti. Da un lato, constato che quando il tagliando aveva una sua creatività, collezionarli era molto meglio. Dall'altro, ed è ciò che qui conta, che ogni biglietto racconta una storia.

Ne ho un po' da parte, ma non ho intenzione di ammorbarvi con tutto quello che si lega ad ogni concerto cui ho assistito. Ma quattro storie voglio raccontarvele.

Fabio Concato. Ne apprezzo la musica e le canzoni, ma non al punto da desiderare di vederlo in concerto. Infatti, ignoro che faccia tappa al teatro Smeraldo. E' il maggio del 2001, e da un paio di mesi sto con una ragazza con la quale costruirò la mia famiglia. Lei mi ama. Ne sono certo, perché riesce a trovarmi affascinante malgrado io mi ostini a indossare un paio di occhiali tartaruga rosso porpora sui quali anche Elton John si sarebbe mosso con cautela. Tuttavia, decide per la prevenzione: temendo i momenti di stanca, quelli in cui il particolare più insignificante è tale da minare la tenuta del rapporto, mi impone un pomeriggio dall'ottico per acquistare qualcosa di decente. Ne esco con un paio molto bello e piuttosto costoso (li ho persi il giorno in cui è nato il mio primo figlio). Fuori dal negozio, lei mi porge una busta: dentro, due biglietti per Concato. «Non so se ti piaccia, però mi è sembrato un bel regalo per alleggerire questo tuo sforzo»
Fu un concerto molto bello.

Pink Floyd. Scoperti quando i biglietti per i loro tour dell'89 e del '90 erano esauriti, conosciuti e amati negli anni del liceo. Non si può dunque mancare all'arrivo in Italia del tour di The Division Bell. Anche perché un'amica molto fanatica ma molto bella mi ha chiesto di accompagnarla. Si parte dunque per Torino con una strategia per me springsteeniana: guadagnare la transenna della prima linea. Ci riusciamo. Inganniamo il tempo allargando il giro delle conoscenze (ricordo di aver scambiato il numero con un notaio cantante di jazz, ventilando collaborazioni musicali mai avvenute). Finalmente, il concerto: Mason, Wright e Gilmour a 10 metri da noi, immobili come statue. Tutt'intorno, lo show: schermi gigantissimi, maiali volanti al centro dello stadio e tutto il formidabile circo di cui i Pink Floyd sono capaci. Lì capisco che dovevamo piazzarci a metà campo o sulle tribune. Anche per non subire le vampate dei fuochi finali di Run Like Hell (che già faceva caldo). La mia amica groupie, però, era felice.

Keith Jarrett. Il concerto di Jarrett alla Scala nel febbraio 1995 è un evento storico: per la prima volta, il tempio dell'Opera ammette una celebrazione laicamente jazzistica. Il titolo, poi, dice tutto: Piano Improvisations. E tu già sogni che lui impazzisca e risuoni pari pari The Koln Concert. Comunque, mi muovo mesi prima e non trovo un accidenti di biglietto. Il giorno del concerto sono tentato di viaggiare in Turkmenistan pur di non pensarci. Invece, a due ore dallo spettacolo, un amico mi chiama e mi dice di avere due inviti della soprintendenza. Mi ha sentito urlare di gioia da casa sua (abitava di fronte).
Quanto al concerto, ricordo bene due cose: 1) Over the raimbow nella più dolce e intensa versione mai ascoltata in vita mia; 2) Jarrett che spiega al pubblico di smetterla di chiedere bis, perché «A good meal has not too much dessert».

Bruce Springsteen. Ognuno dei suoi concerti ha una storia, per me. Dal primo (Torino 1988, mio battesimo ad un evento rock) all'ultimo (Milano 2012). Quella più divertente accade nell'ottobre del 2002, tour di The Rising di passaggio a Bologna. Io al tempo lavoravo come freelance e mi occupavo di teatro. Riesco a ottenere 8 biglietti ridotti per uno spettacolo di Marco Paolini al Piccolo, oltre ai due accrediti che normalmente mi venivano forniti. Peccato io dimentichi che Paolini recita il 18 ottobre, giorno del concerto di Bruce, unica tappa di quella tranche di tour. Ne parlo con la suddetta compagna (il grosso dei destinatari dei biglietti è fatto da suoi amici) e lei mi dice: «Niente figuracce. Si va. Hai preso un impegno. E poi Springsteen l'ha già visto e stravisto». Vi risparmio i termini della discussione sulla filosofia di un concerto del Boss (quello della sera dopo è diverso, andrebbero visti tutti), sulla facilità di assistere a un nuovo spettacolo di Paolini, sulla tentazione di lasciarla per andare a cercar l'amore tra le fan di Bruce. Essendo incline a un certo tollerante raziocinio, depongo le armi e, cuore in mano, rinuncio a Bologna. Un paio di cari amici sono tentati di togliermi il saluto, ma ritengono che il parlarmene successivamente facendomi scoppiare il fegato valga la pena di conservare l'amicizia.
Il giorno del concerto, al mattino, mi chiama il Piccolo e, scusandosi ripetutamente, annuncia che Paolini prende parte allo sciopero generale indetto per quel giorno. Lo spettacolo è annullato. Fingo costernazione con 48 denti di sorriso stampati sul volto. Ringrazio per la gentilezza, abbasso la cornetta, lancio un urlo da crepare i vetri, richiamo l'amico Paolo (che aveva conservato un biglietto in caso di estrema necessità), canto a squarciagola l'Internazionale e grido scompostamente «Viva lo sciopero generaaaaaaaal». Lui capisce al volo. Dopo due ore siamo in auto diretti a Bologna, io felice come poche volte nella mia vita.


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