Musica, senza steccati

lunedì 16 luglio 2012

RaiNews e l'informazione musicale

05:59 Posted by Unknown , , , No comments
Sarà perché sono appena tornato da Londra. E allora tutto viene letto con la lente del "lì sì che funzionano, le cose; mica come qui" (una lente non centrata, perché anche lì qualcosa non funziona). Ma mi sono inevitabilmente chiesto cosa un direttore di notiziario della BBC avrebbe detto a un suo giornalista (in questo caso, una) che dando due notizie avesse passato queste informazioni:

- Sting chiude Umbria Jazz e ricorda suo padre, Gil Evans, con cui tenne un memorabile concerto nell'edizione del 1987 della rassegna;
- a Fukushima la protesta per la riapertura di un reattore nucleare ha il sostegno del premio Nobel Kenzaburo Oe e del musicista e cantante Ryuichi Sakamoto.

Passi per la seconda, dove la citazione di Sakamoto è colore alla cronaca (ma se Sakamoto ha cantato qualcosa, lo ha fatto sotto la doccia; non si hanno tracce di sue performance vocali su un palco o su un disco), ma la prima è una notizia di musica. E Gil Evans NON è il padre di Sting, che all'anagrafe risponde al nome di Gordon Matthew Sumner. Posso solo immaginare che, ricordandolo, l'ex Police ne abbia parlato come di "padre" artistico, e che da lì sia scattato l'equivoco.

Secondo me, un direttore BBC si sarebbe molto arrabbiato.


mercoledì 11 luglio 2012

Cesare Picco, e la musica quando piove

04:15 Posted by Unknown , , No comments
Venerdì scorso a Milano ha piovuto di brutto. Non tutto il giorno, ma dalle 8 e mezza di sera e per l'ora e mezza successiva. Alle 9 e mezza, secondo il programma dei Notturni in villa, Cesare Picco avrebbe tenuto un concerto nella corte della Villa Reale di Milano, sede della Galleria d'Arte Moderna, del Pac e di uno dei giardini più belli della città (cui è vietato l'ingresso agli adulti non accompagnati da un minore di 12 anni. Sì, avete letto bene).

Alle 8 e mezza, dopo una gustosa cenetta a base di gnocco fritto, salumi e birra Murphy's, raggiungo Porta Venezia e mi ritrovo sotto un muro d'acqua. Per venti minuti buoni corso Buenos Aires è sembrato un naviglio, e sullo sfondo dei caselli daziari mi è parso di scorgere due coccodrilli, un orango-tango, due piccoli serpenti, un'aquila reale e compagnia bella (liocorni esclusi, ça va sans dire). Ho continuato a chiedermi come Picco avrebbe potuto tenere il suo concerto, malgrado avessi avuto attendibili rassicurazioni sul suo svolgimento. Poi mi sono chiesto come io avrei potuto seguirlo, non avendo più un angolo di vestito che non fosse zuppo. Alle 9 il diluvio è cessato, gli animali sono tornati sull'Arca, io a casa di corsa per cambiarmi e andare in Villa.

Con l'unico inconveniente delle poltroncine umide, il concerto è cominciato senza che piovesse. Picco ha attaccato con i primi due brani del suo ultimo disco, Piano Calling, e il pubblico ha apprezzato. Poi, al terzo, Noè e il suo zoo si sono palesati di nuovo, e con loro il diluvio. A quel punto, la ragione avrebbe portato il pubblico - non una folla oceanica, ma nemmeno pochi accoliti - a fuggir via, costringendo l'artista a sospendere il recital. Invece, il pubblico ha unito alla ragione l'istinto, e ha cercato riparo sotto al palco.

Picco ha continuato a suonare, ha chiuso il terzo brano e ha poi invitato i presenti (un centinaio buoni, a occhio) ad accomodarsi intorno al pianoforte. Nessuno si è lasciato intimidire, e tutti hanno trovato il proprio posto. Il concerto è ripreso come se l'artista fosse nel salotto di casa propria con molti invitati. A un certo punto, Cesare ha commentato: "E' il caso di dirlo: sono cadute le barriere tra pubblico e artista".

Era una battuta, e infatti tutti hanno riso. Ma era anche una sacrosanta verità. Lontani dal rigore planimetrico della platea, tutti si sono sentiti più liberi di ascoltare. Qualcuno, per esempio, a pioggia terminata ha preferito passeggiare nella corte, godendo della musica priva della gestualità di chi la suona. Altri hanno fotografato (anche io l'ho fatto, ma l'acqua presa in precedenza ha bagnato lo smartphone mandandolo in semi tilt, sicché ho lanciato due scatti con la simulazione dell'otturatore a un volume improponibile, disturbando l'ascolto, cosa di cui chiedo scusa a chi c'era e al protagonista). Altri hanno approfittato per sedersi in modo da abbracciarsi e scambiarsi gesti affettuosi sull'onda dei brani più dolci. Qualcuno si è preso la libertà di togliersi le scarpe. Cesare ha chiesto a una spettatrice che ore fossero, e lei ha risposto con un sorriso stupefatto.

Insomma, ciò che avrebbe dovuto rovinare tutto - la pioggia - ha reso tutto ancor più bello (se poi Picco gli pianta anche una versione di Blackbird da lasciarci il cuore, la bellezza tocca vette himalayane). La musica ha bisogno, ogni tanto, di sana informalità. Ma poiché non si può sperare sempre che piova (non  tutti gli spettatori scappano verso il palco, non tutti gli artisti decidono di proseguire), si può invece sperare che qualche promoter pensi a un giro di "concerti dal palco", con tutti intorno allo strumento e a chi lo suona. Una specie di Promsancor più estremo.

mercoledì 4 luglio 2012

Quando Keith Jarrett tornò alla musica

02:52 Posted by Unknown , , No comments
Nella seconda metà degli anni Novanta Keith Jarrett si ammala di sindrome da affaticamento cronico. Per un paio d'anni anche il gesto più semplice - sfogliare un libro, alzarsi a bere un goccio d'acqua - gli è gravoso come uno sforzo titanico. Fare ciò che ha sempre fatto - suonare il pianoforte - è impossibile. Perché suonare il pianoforte - per tutti i pianisti, e per Jarrett un po' più che per gli altri - non significa liberare un suono schiacciando un tasto. Suonare il pianoforte è una lotta in cui cervello, muscoli, tendini e anima si battono come soldati di un esercito in guerra con un obiettivo: la conquista di un momento da fissare in eterno.

Jarrett ha fissato migliaia di volte quel momento, e ora non ci riesce più. Guarda la tastiera, nel salotto di casa, e non ha le forze per compiere il gesto per lui più naturale: poggiarvi le mani lasciandole andare. Ad condurlo fuori dal tunnel è la moglie Rose Anne Colavito. Gli sta accanto, lo coccola, lo cura, gli dà coraggio, lo riporta alla musica. E a lei, lui dedica uno dei suoi dischi più belli: The melody at night with you. Il disco della rinascita.

Conoscere la storia della malattia di Jarrett è importante per capire quel disco, suonato in modo quasi elementare. La furia esecutiva, i vocalizzi striduli, i grappoli di note, la velocità delle scale; tutto quello su cui Jarrett è diventato Jarrett non esiste più. A loro posto, musica dall'incedere lento in cui ogni nota è ponderata. Sembra che il maestro le centellini, come se fossero diamanti da non buttare via.

Il disco ha spaccato la critica, una parte della quale vi ha visto una regressione nel jazz patinato e di facile ascolto. Smooth jazz, insomma. In realtà, sono le prime parole di un uomo uscito dal coma. E sono parole d'amore per chi lo ha salvato.

C'è un gran bel pezzo di Christian Rocca su questa storia, che vi invito a leggere. E c'è poi My Wild Irish Rose, che tra i brani del disco è quello in cui il grazie di Keith a Rose Anne è eterno. Come la musica è tornata a essere.