Musica, senza steccati

domenica 28 ottobre 2012

"Yoko Ono non separò i Beatles"

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Avevo in mente di impiegare un'oretta di questa domenica a parlare di come la canzone italiana sia un buon serbatoio di note da profumare di jazz, agganciandomi a tre dischi da poco usciti: Memorie di Adriano, Grandi & Bollani, Due come noi che..., e ad essi aggiungere il ricordo di una chicca, Strane Stelle Strane.

Ma credo che ne parlerò a breve, perché mentre ascoltavo canzoni ed elaboravo idee è apparsa su Twitter quest'Ansa: «Non fu Yoko Ono a 'distruggere' i Beatles. A spezzare una lancia in favore della vedova di John Lennon è Paul McCartney in una lunghissima intervista, concessa in esclusiva al giornalista David Frost. ''Non è stata certo lei - ha detto McCartney - a dividerci. La band si stava infatti gia' separando''. L'ex Beatles ha reso poi omaggio all'impatto che Yoko Ono ha avuto sulla futura carriera da solista di Lennon. ''Senza di lei'' pezzi simbolo come Imagine non avrebbero visto la luce».

Con quelle parole Paul McCartney demolisce l'idea secondo cui invecchiando ci si incattivisca. Oltre a riscrivere la storia del gruppo più importante della musica pop (qui c'è un lungo e interessante documentario su di loro: di Yoko si parla all'ora e 39 minuti, per il White Album. Forse gli ultimi 15 minuti andrebbero rivisti un po').


giovedì 25 ottobre 2012

Chiara Taigi, e un buon numero di insulti

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Il 10 gennaio scorso ho scritto un post su Chiara Taigi, commentando un suo incidente di percorso in una trasmissione dedicata alla divulgazione dell'opera lirica. Come si può leggere nei commenti al post medesimo, sono stato serenamente insultato: c'è chi mi ha detto che mi chiamo come un cane (cosa che mi onora, non solo perché amo i cani ma anche perché mi rivela che un tale Stravinskij abbaiasse, e ciò mi diverte molto); c'è chi mi ha dato del cretino, chi del fallito, chi dello Stinchelli (ovvero uno dei più competenti melomani che io conosca, e se questo è un insulto allora siate liberi di scatenare la vostra rabbia nei miei riguardi). Il miglior commento è quello in cui si dice che sono un giornalista da scompartimento e si invita a chiudere il blog.

Stupito da tanto ardore e incuriosito da alcuni commenti che, nelle pieghe di una sintassi agitata dal calore dell'invettiva, sostenevano fosse del tutto normale, per un cantante lirico, parlare di Do a 440 Hz (che è invece la frequenza del La), ho chiesto a un amico tenore. Il quale, molto gentilmente, mi ha spiegato quanto segue:

«Ai tempi di Mozart e di Verdi il LA non era sicuramente a 440 Hz. La convenzione si è affermata successivamente, e non essendoci purtroppo registrazioni così antiche possiamo solo supporne la vera frequenza. E' uso comune ritenere che le note che corrispondono a quelle del pianoforte odierno fossero 'spostate' addirittura di un tono. Considerando che tra il La naturale e il Do passa un tono e mezzo non saprei dire se, ai tempi, poteva essere proprio il Do la nota corrispondente a 440 Hertz. Sicuramente è argomento dibattuto spesso in scena che se fossimo nati allora avremmo cantato dei Do come ora cantiamo il SIb, ma è argomento gradito soprattutto a coloro che non hanno grandi acuti. Comunque sia, la frequenza del La è andata via via crescendo poiché, per la conformazione dell'orchestra moderna, il timbro generale risulta più brillante e quindi meno cupo se l'accordatura cambia anche di pochi Hz. A volte si accorda anche a 441 o 442 Hz, ma credo che avvenga solo in Sinfonica; diversamente, ci sarebbe un'insurrezione di cantanti d'Opera».

«Tornando al discorso principale - ha proseguito l'amico - essendo la scelta della frequenza di accordatura una convenzione, sebbene universalmente riconosciuta, affermare che 440Hz sia la frequenza di un Do è un errore, a meno di farla precedere da tutto il discorso appena fatto sulle sonorità vigenti tra il 18esimo e il 19esimo secolo».

La spiegazione tecnico musicale termina qui. Quanto a me, vorrei aggiungere qualche considerazione:

- sottolineando l'inciampo di Chiara Taigi non intendevo offuscarne il valore come soprano. Mi sembra ovvio, ma pare necessario ribadirlo;
- avrei voluto dibattere de visu con chi ha commentato soltanto per vedere se i toni sarebbero stati gli stessi; qualcosa mi dice di no;
- resto dell'idea che la divulgazione musicale vada fatta in modo diverso, e mi fa sorridere Pupo quando dice che programmi come quello da lui condotto avvicinano i giovani alla lirica: è evidente che non è così;
- un pensiero è per l'ultimo dei commenti di cui ho detto. Venendo da una famiglia infarcita di ferrovieri, l'atmosfera dello scompartimento mi è molto cara. Credo, anche per esperienza diretta, che negli scompartimenti si possano fare gran belle discussioni. Quanto alla chiusura del blog, temo non accadrà: io sono editore di me stesso, in uno spazio in cui mi piace parlare di musica e accogliere tutti i commenti. Anche quelli che invitano, con una evidente presunzione, a oscurare l'espressione di un pensiero.

venerdì 19 ottobre 2012

Rubber Soul, il disco più bello dei Beatles

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Ancora sui Beatles (ma è inevitabile parlarne, a 50 anni dal debutto). Un'interpretazione piuttosto diffusa sugli 8 anni della loro carriera - una durata così esigua da rendere ancor più incredibile il loro apporto alla storia della musica popolare - li divide seguendo il modello del calendario cristiano e mettendo Sgt. Pepper's al posto del Natale. Il risultato è la creazione di due Beatles: a. SP. e d. SP. I primi sono rockettari leggeri, vestiti sobriamente e con una curiosa acconciatura a caschetto; gli altri sono psichedelici e visionari, agghindati vistosamente e senza scodelle di zazzera sul cranio.

Psichedelia e visionarietà hanno effettivamente dato vita a una pietra miliare, punto di arrivo per un percorso vecchio e di partenza per uno nuovo. Quindi la grandezza di Sgt Pepper's (1967) non si discute. Ma il rischio è di vedere in quel disco l'opera più compiuta e più bella dei Beatles; rischio che vorrei evitare concentrandomi su un lavoro di due anni precedente, Rubber Soul.

La copertina mostra le zazzere, le facce glabre e gli abiti sobri di John, Paul, George e Ringo; mostra cioè una vicinanza con Love Me Do, She Loves You e il rock yeah yeah degli esordi. Ma la musica è già decenni più avanti. La visione dei quattro, supportata dalla altissima professionalità di George Martin (che sta a loro come l'ingrediente segreto sta alla Coca-Cola), produce Norwegian Wood, In My Life e Michelle. E mi fermo a queste tre, che possono bastare.

Nella prima, per la prima volta in un disco di pop, suona un sitar. Nella seconda, Martin piazza in un bridge un solo di arpicordo. Nella terza, McCartney canta in francese e modula tra modo minore e maggiore come mai è stato fatto in precedenza. Tutt'e tre sono capolavori, canzoni perfette nell'equilibrio tra il cervello dell'innovazione e il cuore dell'ascolto.

Grazie ad esse, e a tutte le altre canzoni, Rubber Soul è per me il disco più bello dei Beatles.

martedì 16 ottobre 2012

Dizzy for president

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Miles Davis capo della Cia. Duke Ellington ministro dello Stato. Max Roach ministro della Difesa. Charles Mingus ministro della Pace. Louis Armstrong ministro dell'Agricoltura. Malcom X ministro della Giustizia. Ella Fiztgerald ministro per le Politiche Sociali.

Sembra il delirio alcolico di un fanatico del jazz, ma in realtà fu una proposta politica seria, avanzata da Dizzy Gillespie nella veste di candidato alle presidenziali americane del 1964. La storia l'ha raccontata il Post, ed è piacevole da leggere. Non c'è molto altro da dire, se non che se Dizzy fosse stato eletto gli Stati Uniti avrebbero vissuto il più divertente incubo della loro storia politica.

E anche riguardo Gillespie, non c'è davvero altro da aggiungere a quanto su di lui è stato scritto da storici e critici del jazz. Ha creato il be-bop, cioè lo stile con cui il genere musicale ha smesso di essere musica da ballo e intrattenimento per diventare oggetto da ascolto (mutatis mutandis, lo stesso ha fatto Beethoven in ambito classico). Ha rivoluzionato il modo di suonare la tromba grazie a frasi e riff letteralmente attraversate da scosse elettriche. Ha portato quel modo di suonare dall'agile ingranaggio delle formazioni ridotte (soprattutto il quintetto) al complesso mondo delle big band. E' insomma a pieno titolo nel novero dei giganti della musica afro-americana, cui ha dato un'impronta eterna grazie alla riconoscibilità della propria arte (e non solo perché suonava una tromba unica, con la campana cosiddetta "periscopica" perché piegata verso l'alto).

Ascoltare Gillespie tuttavia non è facile. L'impatto con un suo brano - anzi, con IL suo brano: A Night in Tunisia - lo ricordo come tra i più traumatici della mia vita musicale. Anni e anni fa, frugando tra i dischi di mio padre, scovo un doppio vinile: Diz'n'Bird, The Beginning. Forte dell'ascolto di Ray Charles, Chet Baker e André Previn, superficialmente informato dell'esistenza di Gillespie e di Charlie "Bird" Parker, metto sul piatto e colloco la puntina. Dopo 30 sollevo la stessa puntina, frugo sullo scaffale, rintraccio The Genius e mi rassicuro con What'd I say.

Solo dopo qualche anno di ascolti e di studio sono riuscito a capire la portata innovativa della musica di Dizzy. E quindi ad apprezzarla. E ad apprezzare lui come figura di musicista, rivoluzionario ma al contempo giocoso, a partire proprio da come trattasse la tromba. Louis Armstrong lo accusò, per esempio, di suonare le note sbagliate. E Teddy Hill, leader dell'orchestra in cui Gillespie mosse i primi passi, lo chiamò "Dizzy" (stordito) perché gli piaceva alterare in maniera burlesca alcuni passaggi delle partiture.

Dizzy giocava, quindi. E ha continuato a farlo anche quando l'anagrafe lo ha consegnato al registro dei padri nobili del genere, togliendosi lo sfizio di girare un cammeo in una puntata dei Robinson, dove appare nelle vesti di insegnante di clarinetto di una delle figlie del dottore (nel video, dal minuto 7:00). Ironico, leggero ma determinante: è così che mi piacciono i giganti del pensiero.

venerdì 12 ottobre 2012

Blind Date: la musica come fosse la prima volta

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Guardate il nero nella foto e immaginate di trovarvici immersi. A me è capitato ieri sera al Teatro Dal Verme, dove Cesare Picco ha suonato il suo Blind Date.

Dico “suo” perché non mi risulta che altri musicisti eseguano concerti al buio, cioè in una sala calata in un'oscurità totale, a tenuta stagna da qualsiasi possibilità di intromissione luminosa. Lo spettacolo di ieri sera era un ritorno a Milano, tre anni dopo il debutto di Blind Date al teatro Smeraldo. In sala c'erano poco più di mille persone. Picco è salito sul palco, ha preso in prestito una decina di secondi di silenzio e ha poggiato le mani sullo Steinway dando vita ai primi suoni. Nella sua testa giravano gli ingranaggi dell'improvvisazione, sui quali si muove la libertà dell'arte che solo la musica è in grado di raggiungere. La scrittura o le arti figurative sono idee perfezionate dal ripensamento, dalla graduale scoperta di altre idee con cui emendare un passaggio precedente: il processo creativo è un arabesco di tornanti che unisce la partenza all'arrivo. Così è anche la musica, quasi sempre. Ma ci sono momenti in cui la linea della creatività è priva di tornanti; c'è al massimo qualche curva lungo una strada in cui non sono ammessi ripensamenti. Quella è la strada dell'improvvisazione. Sei in viaggio, e devi viaggiare.

Picco improvvisava, e pian piano le luci hanno cominciato ad affievolirsi come le braci di un fuoco da campo lasciato appassire. Pochi minuti, e il teatro era completamente al buio. Tenere gli occhi aperti o chiusi non cambiava nulla. Per qualche secondo ti dimentichi dello spettacolo: cerchi un punto di riferimento, che sia una luce di emergenza o quella del cellulare di qualche spettatore. Quel che trovi sono attimi di smarrimento, sui quali velocemente piomba la musica. E' lei a ricordarti dove sei e a dirti che non sei solo: lì a pochi metri, su un palco invisibile, un artista ti tiene attaccato al mondo e alla realtà. La musica è tutto quello che hai, e così – finalmente – la ascolti.

Blind Date è l'esperienza musicale più diretta che si possa provare. Quando sei ad un concerto ordinario, quando hai un cd nel lettore, quando hai l'iPod nelle orecchie ciò che ascolti condivide lo spazio con altri elementi. Al concerto ti scopri a seguire le movenze e le espressioni dell'artista (io mi ritrovo spesso a seguir le mani sulla tastiera, se sono pianisti) o a contemplare l'architettura della sala. A casa, in macchina o in giro con le cuffiette è ciò che ti circonda a infilarsi nella musica. In una sala completamente buia ascolti ogni singolo suono, e ogni suono ti sorprende (soprattutto se sono quelli con cui Picco metteva in azione pezzi di pianoforte diversi dai tasti). E poi, di suono, ne cogli un altro e non meno importante: il silenzio. Ad un tratto dal piano sono esplosi accordi gonfi e pesanti, seguiti da repentine pause: il silenzio così creato era capace di generare una specie di onda d'urto, cui era impossibile sottrarsi.

Il cuore buio della musica non è durato che una quindicina di minuti, forse venti. Poi è riapparsa un'idea di luce con la forma di un'ala d'aereo (la sagoma del coperchio del pianoforte). E da lì, un'autentica alba sul teatro, sulle persone e su Picco. Che è planato verso la fine a raccogliere un'ovazione.

Ora. Se fossi Jon Landau direi che “in una sera in cui avevo bisogno di sentirmi giovane mi ha fatto sentire come se avessi ascoltato musica per la prima volta”. Ma non sono Landau e non ho bisogno di sentirmi giovane (per un motivo che dirò tra poco). Ma – quello sì – grazie a Picco è come se avessi ascoltato musica per la prima volta.

PS: quanto alla gioventù, quella è ormai andata. La serata di ieri era benefica per Cbm, in occasione della giornata mondiale della vista. Prima del concerto è stata proiettata la storia di un bimbo che, in Kenya, ha potuto fruire di un'operazione alla cataratta grazie al lavoro della Ong. Prima non vedeva, ora sì. Io mi sono commosso, e non poco. E ho capito di avere lo stato emotivo di un settantenne.

martedì 9 ottobre 2012

Eric Hobsbawm, che scriveva di jazz

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La settimana scorsa è morto Eric Hobsbawm. Aveva 95 anni. Storico, scrisse decine di libri, uno solo dei quali valicò il confine di una notorietà che non fosse privativa degli addetti ai lavori o dei grandi appassionati. Si tratta di Il secolo breve, panoramica sul Ventesimo secolo tratteggiata con i segni di una tesi forte: il Novecento comincia il 28 giugno 1914 (a Sarajevo Gavrilo Princip uccide l'arciduca Francesco Ferdinando d'Austria e scatena la Grande Guerra) e termina il 26 dicembre 1991 (dal pennone del Cremlino viene ammainata la bandiera comunista).

Di Hobsbawm ha scritto un bel ritratto Daniel Sassoon per Il Sole 24 Ore, concentrandosi sul suo mestiere di storico "classico". Ma il professore era anche uno storico del jazz. Mosso dall'amore per quella musica, era finito a scriverne per il New Statesman con uno pseudonimo per nulla casuale: Francis Newton. Ovvero, il trombettista di Billie Holiday in Strange Fruit. Trombettista comunista, come lo stesso Hobsbawm.

In un articolo apparso sulla London Review of Books lo storico racconta il suo essere scrittore di jazz. Non un critico, né uno storico, ma il cronista di un mondo fatto non solo di musica bensì anche di persone. A lui interessava la società che si muoveva intorno al jazz, un cosmo notturno di anime mosse da suoni portatori di rivoluzione. Oltre che molto bello, quell'articolo è utilissimo per capire le radici del pop e del rock di marca britannica, e cioè le ascendenze di musicisti non proprio di secondo ordine quali Beatles e Rolling Stones, di cui forse non avremmo mai sentito parlare se non ci fosse stato un tale Lonnie Donegan. Che con il jazz un bel po' ci aveva a che fare.

Ed è utilissimo per capire che anche Hobsbawm, sui Beatles, prese una cantonata micidiale.


venerdì 5 ottobre 2012

50 anni fa, i Beatles

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Il 5 ottobre 1962 la casa discografica Parlophone pubblica un 45 giri intitolato Love Me Do. La canzone era cantata da un "complesso" (allora si chiamavano così) inglese, i Beatles. Lo formano quattro ragazzi di Liverpool: Paul McCartney (basso e voce), John Lennon (chitarra e voce), George Harrison (chitarra e cori), Ringo Starr (batteria. Nel '62 hanno un'età compresa tra i 23 e i 19 anni, e quel giorno danno il via a una rivoluzione i cui connotati sono ben noti.

Per ricordare i Beatles a 50 anni dal loro esordio non c'è da dire molto altro. Volendo aggiungere una trascurabile nota personale, mi rendo conto che la loro presenza nella mia vita musicale è centrale. Penny Lane è la canzone pop di cui abbia il mio primo ricordo; Beatles, di Marco Pastonesi, è uno dei primi libri che ho letto (credo avessi 8 anni); due loro dischi - in forma di cassetta: Greatest Hits e Rarities - sono stati tra i primi regali che ho ricevuto (in questo caso da mia madre); ricordo esattamente cosa stessi facendo l'8 dicembre del 1980 quando dal Tg2 appresi della morte di John Lennon (ero a casa di un amico, eravamo a tavola a pranzo con la sua famiglia) e cosa facessi esattamente dieci anni dopo (ero a casa mia con i miei compagni di liceo a spassarmela, la radio quel giorno passò decine di brani di Lennon).

Ricordo molto bene anche cosa stessi facendo il 14 luglio di quest'anno, quando ho ricevuto un regalo inaspettato e molto gradito. Ero tra il pubblico di Hyde Park a seguire l'ospite principale della terza serata dell'Hard Rock Calling Festival (non dirò chi è sennò Martchelo mi sgrida). A un certo punto l'ospite chiama sul palco un altro ospite. Esce Paul McCartney. Il pubblico impazzisce (io urlo come un gorilla). L'ospite placa gli animi, dice "E' 50 anni che aspetto questo momento" e attacca I saw her standing there. E poi Twist and Shout. E poi qualcuno decide che s'è fatto tardi e stacca la spina.

Per dieci minuti su quel palco non c'era l'ospite dell'ospite, ma un pezzo dei Beatles. Era un piccolo sogno che si avverava.

lunedì 1 ottobre 2012

La musica di Fandango

Fandango è un film del 1985, con Kevin Costner in uno dei suoi primi ruoli da protagonista. Lo vidi qualche anno dopo, nel pieno della seconda fase della mia educazione al rock e al pop. La prima fase era cominciata proprio in quell'anno, e si nutriva del presente di allora: epoca di singoli "one-shot" (Hong Kong Syndicate, Dead or Alive, King, Nick Kamen, giusto per darne una manciata), di band non più mature di una stagione (Wham!, Spandau Ballet) o qualcuna in più (Duran Duran, Simple Minds, Eurythmics, Simply Red), di giganti in piena esplosione (Bruce Springsteen, U2, Sting, Michael Jackson, Prince), di ritorni sull'onda di film di successo (Stevie Wonder).

La seconda fase cominciò nel 1989, quando con vecchi (Mirko, Yuri) e nuovi amici (Francesco, Friz) misi in piedi una band da "sabato pomeriggio in sala prove": all'inizio, poeticamente sgangherata; poi, dopo radicali cambiamenti (rimanemmo io e Francesco), capace di performance più che dignitose. La preparazione dei brani mi aveva spinto a scoprire i classici del rock, e in particolare Eric Clapton. Fu lui ad agganciare la mia curiosità a Fandango, la cui prima scena ha in sottofondo Badge (scritta con George Harrison). La suonavo con il gruppo, e decisi che non potevo perdermi un film che cominciasse in quel modo.

Me lo bevvi d'un fiato, e da allora è tra i film che più amo. E' la storia di cinque ragazzi all'impatto con il muro dell'età adulta, che provano ad aggirare con un pugno di avventure "on the road" prima di sbatterci contro il muso. Un film che inizia con la suddetta Badge e chiude con Can't find my way home, altra splendida canzone intrisa della chitarra di Clapton. In mezzo, qualche pietra miliare (Saturday Night's alright for Fighting, Born to be wild, It's too late) e, quasi verso la fine, il fandango che dà nome al film. Che poi, non so se sia proprio un classico fandango: ma è così che Kevin Costner lo chiama urlandolo agli orchestrali, per un ultimo ballo con colei che - si suppone - è stata sua anni prima e che ora è la moglie del suo migliore amico.

Sono minuti trascinanti, dove il ritmo è dettato dalla chitarra acustica e dal basso, e dove una tastiera ricama una melodia sfuggente prima di lasciare il passo all'inconfondibile chitarra di Pat Metheny. E' lì che mi sono fermato, pigramente, senza chiedermi che canzone fosse e chi altri la suonassero. Capito che c'era Metheny l'ho piantata lì, e non sono andato oltre limitandomi a goderne ogni volta che rivedevo il film.

Pochi mesi fa parlavo con un amico musicista del trio grazie al quale ho ripreso a suonare con un minimo di continuità. Gli spiegavo l'inconsuetudine della formazione - voce, pianoforte, chitarra - e lui, con la generosità che solo i grandi artisti hanno, mi ha suggerito una via: "Chitarra e pianoforte non dialogano facilmente: ascolta Pat Metheny e Lyle Mays. Ma ascoltali davvero, cioè studiali. Loro quel dialogo l'hanno trovato".

Così ho cominciato a cercare, finendo inevitabilmente su YouTube. Tra i primi risultati, c'è il brano nel video. Si intitola It's for you. Ho pensato a come certe cose nascondano un destino fatto di ritorni, e ho indugiato nell'egocentrismo di un'attribuzione: sì, quel brano è davvero per me.