Musica, senza steccati

venerdì 23 novembre 2012

Vivere di musica oggi

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Il titolo è pretenzioso, me ne rendo conto, e per fare una riflessione sensata è necessario prendersi del tempo. Ma un punto di partenza dovremmo pur sceglierlo: ecco, io ne scelgo due.

Uno è un tweet di Paolo Giordano. Anzi, un retweet di un articolo del Guardian sull'areo con cui Rihanna s'è portata in giro i giornalisti durante il suo tour. La situazione, soprattutto per colpa della showgirl, è degenerata nel grottesco. Giustamente, il tweet diceva:



L'altro punto è questo articolo del Post sui guadagni della musica online. Si racconta il caso di Damon&Naomi, duo musicale di una certa notorietà negli Stati Uniti. Hanno sottoscritto un accordo con siti che offrono servizi musicali gratuiti on demand: ti colleghi e hai milioni di canzoni a disposizione. Non da scaricare, ma da ascoltare.


Scrive il Post: "Krukowski dice di essere molto contento che i suoi pezzi degli anni Ottanta siano ancora ascoltati grazie al web ma il suo calcolo dice che Tugboat è stata ascoltata 7.800 volte su Pandora nei primi 3 mesi del 2012 e ha fruttato in tutto 21 centesimi di diritti, 7 per ogni autore del pezzo. Su Spotify invece, nello stesso periodo di tempo, la canzone è stata ascoltata 5.960 volte, fruttando in totale un dollaro e 5 centesimi, 35 centesimi per ogni autore. In prospettiva, per arrivare alla somma corrispondente a quella guadagnata per un solo disco venduto, la canzone dovrebbe essere ascoltata 312 mila volte su Pandora e 47.680 volte su Spotify".

Questi sono i punti di partenza. Dove sia l'arrivo e come sia fatto, non lo so. Ma voglio sperare che sia diverso da come lo vedo un metro dopo essermi messo in cammino. E cioè che vivere di musica, per architettura dello show business e per "evoluzione" del diritto d'autore, oggi sia pressoché impossibile.

A meno di non essere citato nel testamento Rotschild.


sabato 17 novembre 2012

Il futuro della musica negli spartiti digitali

Quando studiavo musica, gli spartiti mi facevano paura. Note, pause, legature e tutta la notazione musicale costituivano un alfabeto con cui ho sempre lottato duramente; terminato - a fatica - un brano, l'idea di dover cominciare daccapo con un altro mi procurava uno stato d'ansia di non poco conto.

Molto anni dopo, ho scoperto tutta la bellezza di uno spartito. Forse perché avevo smesso di misurarmici, forse per un'acquisita maturità: sta di fatto che leggere la musica era diventato un piacere, così come lo era perdermi tra gli scaffali dei negozi a spulciare tra le pagine di questa o quella edizione, lasciandomi affascinare anche dall'estetica del segno. Perché la musica è anche grafica, alla quale in alcuni casi può rubare un po' di essenza: penso, per fare un esempio, alle figure sonore di Marco Falossi (l'ultima delle quali è un "omaggio" a Giovanni Allevi).

Ecco perché la notizia della Filarmonica di Bruxelles che ha deciso di sostituire gli spartiti con i tablet  mi confonde. I vantaggi sono economici - 25mila euro di risparmio all'anno - e pratici: hai tutto quello che ti serve concentrato in uno spazio minimo. E poi, uno spartito non è un bene di consumo di massa come un libro, sicché l'impatto dell'e-sheet non si annuncia decisivo come quello dell'e-book. Anzi, connesso all'uso dei software musicali più diffusi ed elementari (uno per tutti: Garage Band) potrebbe aprire il mercato anche a chi non vi sarebbe entrato.

C'è tutto da guadagnare, insomma. Se non fosse che lo spartito, più di un libro, si presta alla notazione da parte di chi lo usa. Guardando quelli su cui ho studiato per un po', li scopro arricchiti dalla matita dei miei insegnanti, pronti a evidenziare un forte o un piano, o a ricordarmi che quella nota in quel preciso punto era un fa e non un la, come mi ostinavo a suonare. Il segno apposto dopo si fonde con l'originale, e rende lo spartito qualcosa di vivo e caldo. Non riesco a non pensare che il tablet, luminoso ma freddo, su cui la matita non può nulla, tolga qualcosa di poetico all'atto di fare musica.

Poi però penso anche che esistono le stampanti, amiche della matita. E allora il pregiudizio digitale scompare. Anzi, proprio la rete diventa sempre più un terreno su cui si gioca il futuro della musica e della sua diffusione. E su cui un artista può puntare per promuoversi, come ha fatto Cesare Picco con l'aiuto di Twitter, in un'iniziativa per me molto intelligente.



domenica 11 novembre 2012

Assessore Franco Battiato, ci ripensi!

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Franco Battiato è il nuovo assessore alla cultura per la Regione Sicilia, ultimo - in ordine cronologico - in una lunga lista di artisti e letterati prestati alla politica. Quando accade che a occuparsi di cultura venga chiamato chi la cultura la produce attraverso la propria arte, si verifica un curioso effetto: come in un riflesso pavloviano, sembrano tutti pensare entusiasticamente "Finalmente qualcuno che ne capisce".

E' un'impostazione che non condivido, perché credo che un artista debba continuare a fare l'artista e non il politico. L'unico risultato che si rischia di ottenere è una perdita sul fronte culturale e un pessimo acquisto su quello politico. Dove la situazione, come è noto, già è piuttosto problematica.

Questa impostazione subisce facilmente una doppia critica. La prima riguarda proprio lo stato della politica, espressione di una mediocrità a cui solo l'impegno di un "tecnico" sembra porre rimedio. E Battiato tecnico lo è. La seconda è nel rischio di generalizzazione: ci sono stati casi in cui l'essere artista - quello di André Malraux o di Gilberto Gil - non ha tolto nulla all'arte e ha invece dato alla politica.

Temo tuttavia si tratti di poche eccezioni, e che il caso Battiato rischi di non esserlo. Inoltre, che rischi seriamente di danneggiare l'immagine di un artista che vent'anni fa, in piena Tangentopoli, con Povera Patria ha messo in forma di canzone il disperato lamento di un'ipotetica coscienza nazionale. Un brano splendido, che purtroppo non ha perso un briciolo della propria attualità. Il maestro - perché Battiato è tale, per cultura e per talento - scorticava la classe dirigente, volgare e inadeguata; avanzava una timida speranza di rinascita; constatava il "ritardo della primavera" di quella rinascita. Una canzone tanto dolce nella musica quanto urticante nel testo, sincero fino alla brutalità.

Bene: con quali parole Battiato ha commentato il proprio incarico come assessore? Con queste: «Ho detto a Crocetta che ho impegni professionali che non posso disdire. Ma lui mi ha messo nell’angolo dicendomi “Puoi farlo lo stesso”». E queste altre: «A Palermo andrò quando sarà possibile. Sta cominciando una tournée europea. Crocetta lo sa, ma lui è uno spericolato».

Credo che l'unica cosa da aggiungere a quanto sopra sia la speranza che Battiato ci ripensi. Per la gestione della cultura in Sicilia, e per non macchiare la propria immagine di artista.



martedì 6 novembre 2012

Vladimir Horowitz e una partita di calcio

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Se è vero, come dice Eric Hobsbawm, che il Novecento è finito con la caduta dell'Unione Sovietica, allora Vladimir Horowitz ci ha lasciati un attimo prima dello schianto, il 5 novembre 1989. Fanno 23 anni ieri. Per un lungo periodo di tempo ho creduto che fosse il più grande pianista al mondo.

Classifiche di questo tipo sono inutili, lo so. Secondo Piero Rattalino i più grandi interpreti del pianoforte nella storia sono stati Liszt, Busoni e Richter (riporto da una pagina di Alessandro Baricco). Ma se si pensa a nomi quali Benedetti Michelangeli, Rubinstein, Argerich, Pollini, Gould è inevitabile considerare che le vette da loro raggiunte siano così alte da rendere impossibile una misurazione quantitativa dei risultati ottenuti. Sono giganti, e basta.

Se dunque ho creduto che Horowitz fosse il più grande pianista della storia lo devo a mio padre e al suo amico Angelo. Questi era il portinaio dello stabile di Corbetta (Mi) in cui vivevamo a metà degli anni Ottanta. Esaurite le incombenze di portineria, Angelo si dedicava all'arte: dipingeva (gli dedicarono anche un libro) e ascoltava musica classica, di cui era appassionato competente. Papà era meno competente, ma ha sempre avuto orecchio per la musica di qualità. Soprattutto, si informava. E nel novembre del 1985 le pagine degli spettacoli dei quotidiani erano tutte per Horowitz e per il recital che avrebbe tenuto alla Scala il 17 del mese.

Pochi giorni prima del concerto Angelo e Papà si incontrano in portineria e attaccano a parlare di Horowitz. Ne magnificano l'arte, confessano il desiderio di essere alla Scala per assistere ad un evento il cui prezzo - 300mila lire, che nell'85 non erano bruscolini - è eccessivo per le loro tasche. In quel momento passa di lì un inquilino; avverte le parole "300mila" e "biglietto" e si intromette: "Che partita, che partita?".

Angelo e papà si bloccano per qualche secondo, poi superano il momentaneo imbarazzo: "No, è per un concerto". L'inquilino non fa nulla per nascondere la propria delusione, e come a volerlo consolare i due ricorrono alla forza dell'iperbole: "Ma del più grande pianista al mondo".

Da allora per me Horowitz è stato tale. Ma soprattutto, ogni volta in cui ho acquistato un biglietto per lo stadio non ho potuto non pensare a lui e al suo concerto alla Scala. Che, se avete un po' di tempo per voi, potete riascoltare qui.