Musica, senza steccati

sabato 17 novembre 2012

Il futuro della musica negli spartiti digitali

Quando studiavo musica, gli spartiti mi facevano paura. Note, pause, legature e tutta la notazione musicale costituivano un alfabeto con cui ho sempre lottato duramente; terminato - a fatica - un brano, l'idea di dover cominciare daccapo con un altro mi procurava uno stato d'ansia di non poco conto.

Molto anni dopo, ho scoperto tutta la bellezza di uno spartito. Forse perché avevo smesso di misurarmici, forse per un'acquisita maturità: sta di fatto che leggere la musica era diventato un piacere, così come lo era perdermi tra gli scaffali dei negozi a spulciare tra le pagine di questa o quella edizione, lasciandomi affascinare anche dall'estetica del segno. Perché la musica è anche grafica, alla quale in alcuni casi può rubare un po' di essenza: penso, per fare un esempio, alle figure sonore di Marco Falossi (l'ultima delle quali è un "omaggio" a Giovanni Allevi).

Ecco perché la notizia della Filarmonica di Bruxelles che ha deciso di sostituire gli spartiti con i tablet  mi confonde. I vantaggi sono economici - 25mila euro di risparmio all'anno - e pratici: hai tutto quello che ti serve concentrato in uno spazio minimo. E poi, uno spartito non è un bene di consumo di massa come un libro, sicché l'impatto dell'e-sheet non si annuncia decisivo come quello dell'e-book. Anzi, connesso all'uso dei software musicali più diffusi ed elementari (uno per tutti: Garage Band) potrebbe aprire il mercato anche a chi non vi sarebbe entrato.

C'è tutto da guadagnare, insomma. Se non fosse che lo spartito, più di un libro, si presta alla notazione da parte di chi lo usa. Guardando quelli su cui ho studiato per un po', li scopro arricchiti dalla matita dei miei insegnanti, pronti a evidenziare un forte o un piano, o a ricordarmi che quella nota in quel preciso punto era un fa e non un la, come mi ostinavo a suonare. Il segno apposto dopo si fonde con l'originale, e rende lo spartito qualcosa di vivo e caldo. Non riesco a non pensare che il tablet, luminoso ma freddo, su cui la matita non può nulla, tolga qualcosa di poetico all'atto di fare musica.

Poi però penso anche che esistono le stampanti, amiche della matita. E allora il pregiudizio digitale scompare. Anzi, proprio la rete diventa sempre più un terreno su cui si gioca il futuro della musica e della sua diffusione. E su cui un artista può puntare per promuoversi, come ha fatto Cesare Picco con l'aiuto di Twitter, in un'iniziativa per me molto intelligente.



1 commento:

  1. Buongiorno,
    ma sui tablet è possibile annotare e "pasticciare" (digitalmente) le pagine come si faceva con quelle di carta?

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