Musica, senza steccati

lunedì 24 dicembre 2012

10 canzoni di Natale

01:00 Posted by Unknown No comments
Due anni fa ho parlato di Do they know it's Xmas, spiegando perché sia la mia canzone di Natale. L'anno scorso ho raccontato di White Christmas - il disco di Natale in assoluto - e dello spot Coca-cola degli anni 80 ("Vorrei cantare insieme a voi...").

Ora che Secondarte festeggia il suo terzo Natale di vita, voglio pensare a una top 10. Eccola qui, con qualche nota che ne spieghi il perché e il percome. Anzitutto, spiegando che non si tratta di una classifica ma delle 10 canzoni che per me significano Natale.

- Jingle Bells (Diana Krall) - Apre il disco Christmas song e lo fa con un tiro swing di tutto rispetto. Di solito apre anche le nostre vacanze di Natale: la ascoltiamo quando facciamo l'albero.

- Silent night (Mahalia Jackson) - Di Mahalia ho già scritto qui. Basti dire che è la più grande voce gospel della storia.

- Winter Wonderland (Ray Charles) - Indimenticabile commento sonoro di una splendida scena in un altrettanto splendido film: Central Park innevato, due amici acquistano un albero e lo portano insieme a casa.

- Have yourself a merry little Christmas (Frank Sinatra) - Stesso film: un anno dopo, lei da sola trascina l'albero fino a casa.

- Herk! The herald angels sing (Pat Boone) - Un altro film. Anzi, il film di fronte al quale i miei freni inibitori saltano clamorosamente facendomi piangere a singhiozzi. Nella scena finale la cantano tutti insieme, dopo aver rovesciato migliaia di dollari sul tavolo di George Bailey.

- Merry Christmas, baby (Bruce Springsteen) - Bruce non canta spesso questo classico R&B registrato da molti altri (Otis Redding, per dirne uno). Ed è un peccato, perché farebbe piacere sentirla anche a giugno.

- Merry Xmas, War is over (John Lennon) - E' diventata da subito un classico del Natale, o meglio dei Natali che vorremmo se vivessimo nel mondo ideale. Per quanto mi riguarda, segnò l'Avvento del 1990, in cui mi ritrovai ad ascoltarla decine di volte in poche settimane.

Santa Claus is coming to town (Bill Evans) - Che fosse una gran canzone lo si capì subito: il giorno dopo la sua prima esecuzione in radio ne furono ordinate 400mila copie e 100mila spartiti. Qui Bill Evans ne cava un fraseggio jazz semplicemente incantevole.

- Let it snow (Cesare Picco) - Uno pensa che è a Natale che debba nevicare, dimenticando altri tre mesi buoni di inverno a disposizione. Ciononostante, resta un brano ascritto esclusivamente a questo periodo. Cesare Picco prova qui a immaginarlo in una veste estiva.

Natale allo zenzero (Elio e le Storie Tese) - Un capolavoro. Ascoltata una volta, non l'ho più scordata.

Ecco qui. E buon Natale a tutti.







martedì 18 dicembre 2012

Una buona notizia: l'Auditorium Giovanni Arvedi

01:00 Posted by Unknown , , No comments
Una bella storia, di questi tempi, è necessaria. E quella dell'Auditorium Giovanni Arvedi lo è. Comincia due anni fa, quando il magnate cremonese dell'acciaio Giovanni Arvedi decide di donare alla propria città un luogo in cui fare e ascoltare musica.

Più che donare, in realtà, bisognerebbe dire ridonare, perché il luogo c'è già: si tratta del Palazzo dell'Arte, voluto in anni difficili come quelli in cui nella città lombarda comandava il Ras Roberto Farinacci. Eretto nei tragici anni Quaranta, il Palazzo ne ha ereditato una sorte per certi versi analoga diventando, nel tempo, una stazione di pullman, un dancing e una palestra.

Adesso gli è stata restituita la dignità che gli compete, e non solo perché è sede del Museo del Violino - ciò per il quale Cremona è riconosciuta nel mondo come il maggior centro di eccellenza - ma perché con l'Auditorium si sono espressi il meglio dei talenti di diverse discipline. Per esempio quella economica, che non bada solo al bilancio di fine anno ma che mette la ricchezza prodotta al centro della comunità di cittadini. Ecco allora un industriale decidere per un dono molto particolare.

Poi c'è quella scientifica, in cui sta proprio la particolarità del dono. L'Auditorium è infatti nato dall'ingegno di un architetto, Giorgio Palù, e di un fisico acustico, il giapponese Yasuhisa Toyota. Insieme hanno dato vita a quella che si può chiamare tranquillamente La sala della musica perfetta (rubo dal titolo del Corriere di domenica). Il palco è al centro, i posti si dispongono tutt'intorno su linee sinuose tracciate da legno di acero. L'idea è quella di ripetere l'effetto di risonanza della cassa armonica, per dare all'ascoltatore il migliore dei suoni possibili. A giudicare dai resoconti della presentazione, l'esperimento è riuscito.

Infine, ma non ultima, c'è la disciplina musicale. Certo, bisognerà vedere quale sarà l'offerta culturale dell'Auditorium e se sarà in grado di attrarre pubblico. Ma in un Paese accusato - e a ragion veduta - di fare ben poco per la diffusione di un tipo di cultura presente nel proprio Dna (la musica), la nascita di un posto come questo è da salutare con tutto l'entusiasmo di cui si è capaci.

lunedì 10 dicembre 2012

Addio a Dave Brubeck, nel giorno di Mozart

01:00 Posted by Unknown , , No comments
Stavo cercando on line la recensione di Paolo Isotta al Lohengrin, con cui l'altroieri s'è aperta la stagione della Scala. Volevo postarla per condividere un momento felice: per la prima volta in vita mia, ho letto una recensione di Isotta e - nell'ordine -: l'ho compresa, l'ho goduta, e pur non avendo partecipato alla "prima" ne ho istintivamente condiviso la distruzione dell'idea registica. Un Lohengrin da "casa di ringhiera" (così ne parla il critico) mi suona francamente fuori luogo.

Stavo cercando tutto questo quando, tra le pieghe del canale Spettacoli del Corriere, scorgo questa notizia: Addio a Dave Brubeck. Mi fermo, rileggo: Addio a Dave Brubeck. Guardo la data: 5 dicembre. Cinque giorni fa. Quel giorno avrei voluto postare il Lacrimosa per ricordare che il 5 dicembre di qualche anno prima (1791) passava ad altra vita Wolfgang Amadeus Mozart. Ma non ce l'ho fatta, travolto da altri e meno allegri aspetti della vita (meno allegri della morte, pensate un po').

Non riuscire a celebrare un anniversario mozartiano ha il suo peso. Non riuscire a seguire i fatti della musica ne ha ben altro. La notizia della morte di Brubeck non mi rattrista tanto per lui - che il suo segno l'ha lasciato, e la sua vita l'ha vissuta traendone onore e gloria nelle dovute misure -, quanto per me. Mi fa capire che il tempo è poco, e in questo periodo è esclusiva di altre vicende.

Ma vabbè, lasciamo stare. Con cinque giorni di ritardo, eccomi dunque a ricordare Dave Brubeck. Anche se ricordare non è la parola esatta. Il ricordo lo lascio a Franco Fayenz e al suo bel pezzo sul Sole 24 Ore, dove il brano per il quale Brubeck è universalmente noto - Take Five - viene solo sfiorato per parlare delle altre ragioni per le quali il pianista merita il suo posto nell'Olimpo del jazz. Il mio non è dunque un ricordo, ma solo l'annotazione di una di quelle cose che ti fan pensare di cosa sia capace il destino quando tira i dadi.

Come ho detto poc'anzi, il 5 dicembre è anche il giorno della morte di Mozart, la cui notorietà non si deve certo a un solo brano di musica. Di sicuro, però, c'è tra i suoi più famosi il Rondò alla turca. Anche Brubeck non deve la propria notorietà solo a un brano come Take Five; di sicuro, però, c'è tra i suoi più famosi anche il Rondò alla turca.

Meglio: il Blue Rondo A La Turk

 

martedì 4 dicembre 2012

Il jazz ama la canzone italiana

01:00 Posted by Unknown , No comments
Louis Armstrong sosteneva che Mina fosse la "più grande cantante bianca del mondo". Forse può bastare solo questo a suggellare il legame tra la canzone italiana e il jazz. Un legame fortissimo, uno scambio culturale e creativo di cui esistono pochissimi altri esempi nella geografia mondiale della musica. Certo, dalla Francia arrivano quelle foglie morte con le quali non c'è jazzista che non vi sia sia misurato, dando sfogo alla propria fantasia su Autumn leaves. E forse il peso di quel contributo è tale da oscurare le altre canzoni tradotte nel linguaggio afroamericano (ci sarà pure qualcun altro oltre a Frank Sinatra che abbia riletto quel piccolo capolavoro che è Et maintenant?).

Ma l'Italia sembra avere davvero un rapporto privilegiato con le regole del jazz, che in questi giorni esprime ancor più evidenza vista la pressoché contemporanea uscita di tre dischi: Memorie di Adriano, Grandi & Bollani, Due come noi che.... Il primo è un omaggio a Celentano, i cui grandi successi vengono riletti da un gran bel quintetto arricchito dalla voce di Peppe Servillo. Il secondo è una carrellata per pianoforte (Stefano Bollani) e voce (Irene Grandi). Il terzo è un altro omaggio, questa volta a Gino Paoli, fatto dal medesimo e da Danilo Rea al pianoforte.

Che tre dischi di questo tipo escano praticamente insieme è una novità assoluta. Ma è anche l'unica. L'omaggio jazzistico alla canzone italiana è una (felice) consuetudine ben radicata nelle nostre abitudini discografiche. Ed è tutt'altro che in dissonanza con la storia di quella canzone, visti quanti sono coloro i quali, intrisi di jazz, ne hanno scritto grandi pagine: da Gorni Kramer al Quartetto Cetra, da Domenico Modugno (ascoltate quanto swinga Nel blu dipinto di blu, la canzone italiana per antonomasia) a Paolo Conte, da Giorgio Gaber a Enzo Jannacci, da Sergio Caputo a Pino Daniele, da Lucio Dalla a Daniele Silvestri.

Non c'è da stupirsi, insomma. C'è invece da andare a recuperare i migliori esempi di rilettura del nostro repertorio popolare. Mi permetto di segnalarne due, che amo molto. Il primo riguarda Enrico Rava, la cui tromba in E penso a te è semplicemente toccante. L'altro è un intero disco: Strane Stelle Strane, del quintetto di Giovanni Tommaso. Uscì a metà anni 90 e ora si trova solo su Amazon. Una manciata di brani, ricantati dagli interpreti originali (salvo un paio di casi): Gianni Morandi, Fiorella Mannoia, Biagio Antonacci. E ancora Lucio Dalla, nella sua canzone simbolo. Che a rifarla, ci vuol coraggio.

Un coraggio premiato.