Musica, senza steccati

martedì 29 gennaio 2013

"Avere" Giuseppe Verdi

04:40 Posted by Igor Principe , No comments
Roncole di Busseto, 10 ottobre 1813. Non ho mai più dimenticato luogo e data da quando, in una domenica di sole del 1982 o 1983 (ottobre anche allora) ci andai con la mia famiglia e altri amici. Ricordo la casa, ricordo il pianoforte, ricordo addirittura le pappardelle ai frutti di bosco e il germano reale al forno che mangiammo al ristorante dalle parti di Cremona. Ricordo che fu una domenica bellissima, goduta nel nome di Giuseppe Verdi.

Credo che ognuno di noi, in qualsiasi campo dell'arte, abbia dei nomi che sente appartenergli. Non si tratta solo di apprezzarli, amarne l'estro o di legare una loro opera ad un momento decisivo per la nostra vita. Si tratta di qualcosa di più forte, quasi un'affinità elettiva per mezzo della quale l'artista diventa effettivamente una parte di noi, e ogni volta che ti capita di incontrarlo - ascoltandone la musica, leggendone un libro, guardandone un quadro - è come imbattersi in un pezzo di te stesso.

Verdi per me è tutto questo. Per gusto personale, per esempio, mi tocca di più Puccini, con uno stile più vicino al Novecento e alle sue armonie. Ma Verdi è non solo il ricordo di momenti bellissimi della mia infanzia - il Va' Pensiero cantato e suonato a scuola, lo sceneggiato della Rai visto su una tv in bianco e nero nella quiete serale del dopocena con mamma e papà, la cassetta con i cori delle opere ascoltata e riascoltata in una settimana bianca insieme a una selezione del Sanremo 1987. Verdi è un marchio impresso a fuoco su una mente priva di incrostazioni e già affascinata dalla musica (tutta la musica). Per tutto questo, quando al cinema vidi la scena lì sotto, ci misi un attimo a ritrovarmi nella Caterina in fuga dalla follia del mondo che la circonda grazie al coro degli Arredi festivi. Non perché alla sua età dovessi fuggire da chissà quale follia, ma perché nell'entusiasmo con cui ascoltava e cantava Verdi ho rivisto il mio. Tuttora vivo, e un po' urtato dalla scelta di aprire la stagione scaligera con Wagner.

Chiariamo: non sto prendendo una parte nell'ennesimo, stanco derby di cui siamo capaci in Italia (il paese di Coppi-Bartali, Mazzola-Rivera, Baggio-Del Piero e vedete voi chi altri). Non ho visto nel Lohengrin un atto di lesione alla maestà delle Roncole, ma solo una scelta artistica. Che, tuttavia, mi è parsa stonata per un teatro profondamente legato all'identità verdiana. Avrei preferito, da appassionato, una "prima" dell'italiano e magari cinque opere wagneriane, invece che il contrario. Ma tant'è. L'importante, in fondo, è che sia di Verdi che di Wagner, quest'anno, siano fatte celebrazioni della qualità che i due meritano. Sul primo, da par mio, ci sarebbe il desiderio di rivedere in Rai lo sceneggiato del 1982. Certo, abituati ad Aaron Sorkin e ai suoi ritmi  si può far fatica a stargli dietro (ma non è che uno scopre Ken Follett e allora non legge più il Manzoni); tuttavia, racconta bene un personaggio centrale della nostra storia. E chissà che, come ogni buona opera divulgativa, non porti qualcuno a volerne sapere di più.

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